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Memorie dal sottosuolo

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Oscar classici)

4.3
(5129)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 168 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Russo , Catalano

Isbn-10: 8804303069 | Isbn-13: 9788804303060 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
Nella prima parte, "Il sottosuolo", il protagonista racconta la sua infanzia e la formazione della personalità più nascosta (il sottosuolo per l'appunto). Nella seconda, "A proposito della neve fradicia", ripercorre alcuni episodi della sua vita dove più emerge il "sottosuolo". Segue alcuni compagni di scuola ad una cena, sfoga poi l'amarezza per le offese subite su Liza, una prostituta incontrata in una casa di tolleranza, mostrandole con durezza che cosa l'aspetta nel futuro. Dopo qualche giorno Liza ritorna da lui col desiderio di una vita pura, ma viene trattata con disprezzo e volgarità. Per umiliarla le mette in mano un biglietto da cinque rubli, che poi ritroverà sul suo tavolo quando la donna se ne sarà andata, testimonianza della grande dignità di Liza.
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  • 4

    Un viaggio doloroso nella meschinità dell'animo umano; leggendo questo libro ho fatto mia la consapevolezza che amare, noi stessi e gli altri, sia la cosa più difficile del mondo.

    ha scritto il 

  • 4

    "Ma adesso non c'è più da stare a pensare; adesso sta arrivando la realtà" pensai io, e mi persi d'animo

    4 e 1/2...ovvero:

    - quattro stelle, per essere un libro di D.
    - cinque stelle, fosse un libro di cui non sapessi l'autore.

    Rispetto ad altri libri del russo, mi è piaciuto forse un po' meno. E sottoli ...continua

    4 e 1/2...ovvero:

    - quattro stelle, per essere un libro di D.
    - cinque stelle, fosse un libro di cui non sapessi l'autore.

    Rispetto ad altri libri del russo, mi è piaciuto forse un po' meno. E sottolineo, due volte, il forse. Proseguo dando il mio parere, con estrema cautela e umiltà, stimando io D., che è il mio scrittore preferito, come il più grande genio letterario mai esistito.

    L'inizio, che avevo letto tantissimo tempo fa, e che mi aveva fatto pregustare a lungo il libro come eccezionale, nella prosecuzione non mi ha convinto del tutto, specie la lunga invettiva del protagonista contro gli ideali illuministi. Vedevo contraddizioni nei suoi discorsi, probabilmente volute, visto che si tratta di un anti-eroe quanto mai contorto, però credo che in fondo, esprimesse pure indirettamente le idee di D. quindi... boh. Non ho trovato, o comunque molto meno frequentemente, quei passaggi che mi avevano illuminato sul mio mondo interiore, come mi è capitato ad esempio con Il Sosia, L'Idiota, Le Notti Bianche, per dirne alcuni... o forse, avendo già letto e interiorizzato i concetti espressi là, sono rimasta qui meno colpita.

    La seconda parte, e specie le pagine finali, sono invece favolose: mi hanno catturato in modo nettamente superiore, il discorso finale del protagonista induce alla riflessione, e il mio voto è salito. Secondo chi ha scritto la postfazione del mio libro, questa è la parte peggiore... Non capirò nulla, ma tant'è.

    Detto tutto ciò: ...perché, ancora una volta, ho la sensazione di avere utilizzato il mio tempo nel migliore dei modi dedicandomi a questa lettura? Perché sento di dover rileggere, approfondire, studiare? Perché sento che qualcosa, in me, ha colto qualcosa che a me stessa sfugge? Perché dopo aver letto un libro di Dostoevskij mi sento, immancabilmente, più viva?

    Questa non è letteratura; questa è vita. Eppure, è letteratura che esorta a uscire dal libro e dalle fantasie, per andare là... nel fatale, temibile, scontro con la realtà.
    Un solo rimpianto, troverete, andandoci: nessuno vi farà mai vedere il proprio sottosuolo, come potete spiarlo nei romanzi del russo. Nessun Myskin, vi salverà scrutandovi fino in fondo all'anima. Nessuna vita, soprattutto, sarà mai tanto intensa quanto la vita "fittizia" tutta concentrata in queste pagine di... finzione! Eh, già.... E questa, sarebbe la fine della mia recenzione.

    Ma non lo è. Perché riapro Dostoevskij, che ne sa una più del diavolo, e rileggo: "noialtri siamo ormai arrivati a un punto tale che tutto ciò che è "vita viva" lo consideriamo quasi una fatica [...], e siamo tutti d'accordo che è meglio quello che leggiamo nei libri". Non è così?

    Già... è così. Ma ancora è aperta la domanda: dove è la vera finzione? In una realtà in cui gli uomini nascondono il proprio sottosuolo, o in un libro in cui è svelato un sottosuolo tanto simile all'anima di ciascuno di noi?
    A voi l'ardua sentenza.

    Postilla conclusiva: rimane in me aperta la domanda su come sarebbe risultato il romanzo, senza che un anonimo censore russo avesse fatto sopprimere a D. la parte in cui egli dimostrava la necessità di Cristo. Avremmo avuto un'ascesa finale dal sottosuolo, una qualche redenzione? Chissà... tutto poteva esser visto da un'altra prospettiva. Sembra alludervi, D. quando fa dire al protagonista:

    "La miglior cosa non è affatto il sottosuolo bensì qualcos'altro, un qualcosa di completamente diverso che io bramo ma che non riesco in nessun modo a trovare! Al diavolo il sottosuolo!"

    ha scritto il 

  • 0

    Un Dostoevskij cinico e burbero, non sempre facile da metabolizzare - soprattutto nella prima parte -, ma che senz'altro sa metter in mostra l'animo umano più frustrato, grottesco e 'cattivo'.
    Ed è tr ...continua

    Un Dostoevskij cinico e burbero, non sempre facile da metabolizzare - soprattutto nella prima parte -, ma che senz'altro sa metter in mostra l'animo umano più frustrato, grottesco e 'cattivo'.
    Ed è triste soprattutto rispecchiare la natura umana in molti dei meccanismi e dei pensieri del suo protagonista.
    Un'analisi dell'individuo che non teme di metter in mostra il lerciume che insozza la coscienza dell'uomo.
    Un Dostoevskij indubbiamente coraggioso che riesce in un compito così arduo e 'sporco', pur non temendo l'incomprensione dell'epoca che ne derivò al momento della pubblicazione.

    ha scritto il 

  • 3

    Un Dostoevskij grande, ma noioso

    E' un libro che ho appena letto, ma nonostante sia considerato una pietra miliare della storia della letteratura e del percorso di Dostoevskij, io l'ho trovato noioso. E' effettivamente molto profondo ...continua

    E' un libro che ho appena letto, ma nonostante sia considerato una pietra miliare della storia della letteratura e del percorso di Dostoevskij, io l'ho trovato noioso. E' effettivamente molto profondo, perché il Nostro non è certo una scrittore qualunque, ma è tutto orientato all'introspezione, quasi privo di azione nella prima parte. Dice troppo e fa vedere poco: si sente che è stato scritto nell'Ottocento, quindi molto lontano dal nostro modo di intendere la letteratura, orientata oggi verso il "Don't tell, show". Non a caso, la parte che ho preferito è la seconda, dove c'è qualche avvenimento e qualche personaggio interessante, e il protagonista è meno avvitato su se stesso, ma non per questo è meno significativa.

    ha scritto il 

  • 5

    Ho iniziato a leggere questo libriccino quasi per caso, perché partecipando ad un gioco letterario mi è capitato in sorte di dover "adottare" Dostoevskij, e di dover quindi leggere qualche cosa di suo ...continua

    Ho iniziato a leggere questo libriccino quasi per caso, perché partecipando ad un gioco letterario mi è capitato in sorte di dover "adottare" Dostoevskij, e di dover quindi leggere qualche cosa di suo. Di tempo per leggere qualche mattone (per mero numero di pagine) ne avevo ben poco, così ho letto rapidamente le trame delle sue opere più brevi, e mi sono decisa per questo.
    Qualche volta mi capita (be', a dire il vero è piuttosto raro, ma qualche volta è successo) di imbattermi in libri che, oltre ad avere un indubbio valore a livello letterario di cui certamente milioni di altre persone più qualificate potrebbero e hanno parlato in maniera più significativa di quanto potrei fare io, sono anche in grado di andare a toccare corde puramente emotive, di andare a premere in quei punti della mia emotività in maniera tale da quasi raddoppiare ai miei occhi il loro valore. Mi è capitato raramente, solo con "La campana di vetro" della Plath, "Le onde" dell Woolf, e, anche se in maniera un po' diversa, anche con alcuni romanzi di Fitzgerald. Ecco, a questo mio personale e del tutto irrazionale "pantheon" credo proprio di dover aggiungere queste "Memorie dal sottosuolo".
    Potrei quindi dire tante cose, parlare di come questo romanzo sia diviso in due parti: nella prima sono riportate le riflessioni apparentemente spontanee del protagonista, è una parte piuttosto lenta, che bisogna assaporare poco alla volta per comprendere a fondo, fermandosi spesso a riflettere. Il protagonista qui si presenta come un uomo cattivo, un uomo malato, malvagio, che è perfettamente cosciente della sua cattiveria e se compiace, quasi se ne vanta, senza nemmeno voler provare a cambiare. E nonostante questo all'inizio possa apparire surreale, quasi grottesco, proseguendo nella lettura ci si rende conto che forse questo personaggio altri non è che un essere umano, con le sue debolezze e i suoi difetti, senza filtri, senza la maschera che sempre, più o meno consapevolmente, tutti gli uomini si trovano ad indossare. La seconda parte è invece molto diversa, è molto più narrariva, e il protagonista si trova a raccontare alcuni episodi appartenenti al suo passato, episodi in cui vorrebbe dimostrare ciò che aveva affermato all'inizio, ossia la corruzione della sua condotta. E certo non si può dire che agisca "bene", in maniera retta e luminosa, ma al tempo stesso è impossibile non provare molta simpatia (etimologicamente parlando) nei confronti di questo ometto piccolo piccolo, delle sue nefandezze, dei suoi brutti pensieri e delle meschinità dietro a cui si nasconde quasi fossero una corazza. Ed è qualcosa di naturale, perché i suoi pensieri sono qualcosa di estremamente coerente con la natura umana più istintiva, quella dove la ragione viene per un attimo messa da parte. Ed è forse in questi momenti che ci sentiamo (o per lo meno, io mi sento) così pericolosamente vicina a questo essere vissuto per quarant'anni nel sottosuolo. Perché poi forse non sempre ci comportiamo in maniera simile, o cediamo ai richiami del sottosuolo, perché qualcosa interviene, perché siamo anche (e lo sottolineerei, anche) esseri razionali. E poi magari ci aggrappiamo a queste ultime risoluzioni razionali, e chiudiamo gli occhi, distogliamo lo sguardo, cerchiamo di concentrarci su altro per scacciare il pensiero di quel marcio che abbiamo respinto, ma che è stato comunque l'impulso primario, quello più, mi verrebbe da dire, naturale.
    Dostoevskij non si vergogna di guardare l'essere umano per quello che davvero (e con questo non voglio dire che l'uomo sia solamente sottosuolo, perché altrimenti personaggi come Lisa non avrebbero ragione d'esistere, ma di nuovo vorrei sottolineare l'importanza di un "anche") e di guardare fino in fondo, senza disogliere mai lo sguardo. Il modo in cui questo guardare mi ha colpito, quello che mi ha portato a vedere anche dentro di me, be', lo terrò per me, ma devo dire che è forse proprio questo quello che mi ha lasciata più sconvolta e provata dopo la lettura di queste poche pagine.
    È una lettura preziosissima, e forse non riuscirò mai (né, credo, vorrò) a spiegare in maniera lucida, ma insomma, è una lettura che consiglierei a chiunque avesse voglia di affrontare un po' della polvere che ha accumulato ai margini della propria coscienza.

    ha scritto il 

  • 5

    "Siamo tutti disabituati alla vita, tutti zoppichiamo, chi più chi meno."

    È sempre interessante leggere (o rileggere) Dostoevskij e nella fattispecie le opere che hanno preceduto i grandi romanzi. Osservare le variazioni nello stile e come vengono delineati i personaggi, la ...continua

    È sempre interessante leggere (o rileggere) Dostoevskij e nella fattispecie le opere che hanno preceduto i grandi romanzi. Osservare le variazioni nello stile e come vengono delineati i personaggi, la costruzione del discorso diretto e i monologhi introspettivi. Seguirne le tracce, scoprire le idee abbozzate da qualche parte e poi abbandonate strada facendo e i percorsi che invece sono stati sviluppati nel tempo.
    Memorie dal sottosuolo aggiunge un ulteriore tassello alla ricerca del grande russo, pur non rappresentando – a mio avviso – un punto di svolta nella sua produzione letteraria (come invece si afferma da più parti), ma piuttosto una continuità con temi che appaiono qua e là in Povera gente e soprattutto nel Sosia e che qui vengono ulteriormente sviluppati. La differenza casomai, come osserva Bachtin, è che in questo romanzo il protagonista è sostenuto da un'ideologia, un pensiero che nella prima parte dell'opera viene espresso in un'inconsueta forma di monologo quasi filosofico e poi sostenuto della seconda parte in forma di racconto.
    Sono cattivo, so di esserlo e non voglio cambiare. Questo è l'assunto dal quale parte il narratore, per poi constatare di essere, in realtà, né buono né cattivo, di non essere nulla: il prototipo dell'uomo del XIX secolo, condannato dalla sua "troppa coscienza" ad essere senza carattere, destinato dall'eccessiva consapevolezza ad imboccare un vicolo cieco che conduce inevitabilmente all'inerzia.
    Troppi dubbi, troppo ragionare, troppa introspezione... in una parola: il sottosuolo.
    Ad ogni angolo sembra di sentire echi di Pessoa, Musil, Bernhard e chissà di quanti altri, ma forse meglio sarebbe dire che nell'opera di Pessoa, Musil, Bernhard e chissà quanti altri ad ogni passo risuona qualche eco di Dostoevskij.
    Autocoscienza, capacità di analisi, consapevolezza di sé... vissute come una colpa, un fardello con il quale convivere, ma anche un dolore che può trasformarsi in una specie di piacere amaro.
    Nella seconda parte dell'opera, come detto, queste tesi vengono espresse in forma di racconto, nel quale Dostoevskij utilizza il dialogo in maniera simile a come aveva già fatto nel Sosia. Ritroviamo le stesse atmosfere febbrili, il ritmo incalzante, l'assenza di equilibrio e di logica nelle parole e nelle azioni del protagonista. Tutto è fuori e tutto è dentro: tutto è apparentemente dialogo, confronto e scontro con l'altro ma in realtà tutto è monologo, contorcimento, avvitamento del personaggio su se stesso in un vortice destinato a portarlo sempre più a fondo.
    L'uomo del sottosuolo è un uomo solo, che vorrebbe avere rapporti con gli altri ma non ci riesce. Non sa come comportarsi e il suo approccio finisce per essere rozzo: nel confronto con l'altro cerca di dominare, di schiacciare il suo interlocutore, atteggiandosi a superiore mentre in realtà è vittima di un complesso di inferiorità, è lui a sentirsi non all'altezza degli altri. Non essendo in grado di vivere una vita vera è costretto a viverne un'altra, a rifugiarsi nel sottosuolo, un mondo solo suo, dove è lui a dettare le regole del gioco e dove anche il dolore che prova sembra un dolore "indotto", che si infligge da solo quasi a dimostrare a se stesso di essere in grado di avere sentimenti, di provare emozioni.

    ha scritto il 

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