Memorie di Adriano

Di

Editore: Einaudi

4.3
(8827)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 354 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Tedesco , Giapponese , Portoghese , Catalano , Olandese , Turco

Isbn-10: A000024908 | Isbn-13: 9788806174088 | Data di pubblicazione:  | Edizione 8

Traduttore: Lidia Storoni Mazzolani

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Il capolavoro di Marguerite Yourcenar unisce al cesello perfetto della ricostruzione storica il coraggio di presentare a tutto tondo un grand'uomo, l'altezza del suo pensiero, la disponibilità intellettuale, le intuizioni profetiche, donandoci non già un saggio erudito, ma un libro dei giorni nostri, e dei giorni a venire. Perché, come ha scritto la Yourcenar, «non siamo i soli a guardare in faccia un avvenire inesorabile». I taccuini di appunti dell'autrice (annotazioni di studio, lampi di autobiografia, ricordi, vicissitudini della scrittura) perfezionano la conoscenza di un'opera che fu pensata, composta, smarrita, corretta per quasi un trentennio. La nota della traduttrice, Lidia Storoni Mazzolani, ci regala la storia di un'amicizia nata lavorando insieme alla versione italiana.
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  • 5

    libro sicuramente da rileggere e fermarsi per cercare e approfondire i personaggi che gravitano all'interno della narrazione con scrittura veramente notevole e appassionante.

    ha scritto il 

  • 3

    MEMORIE DI ADRIANO

    “Mio caro Marco…” così inizia il memoriale con cui Adriano, giunto al crepuscolo della sua avventurosa e illuminata esistenza, racconta al suo successore Marco Aurelio le esperienze più significative ...continua

    “Mio caro Marco…” così inizia il memoriale con cui Adriano, giunto al crepuscolo della sua avventurosa e illuminata esistenza, racconta al suo successore Marco Aurelio le esperienze più significative che hanno caratterizzato la sua storia di imperatore e di uomo. Da questo monologo interiore emerge la figura di un personaggio di grande cultura, dall’intelligenza curiosa, amante dei viaggi e della bellezza, che, anche in punto di morte, continua a brillare di vivida luce: "Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...".
    La limpida scrittura della Yourcenar dà vita ad un romanzo di grande spessore. Una lettura a tratti impegnativa, potenzialmente appassionante, che però non mi ha coinvolto.

    ha scritto il 

  • 5

    C'entrano di sicuro, ma non bastano in realtà, la narrazione in prima persona e la struttura in forma di epistola, per garantire il grado così profondo di appartenenza, che si stabilisce fra autrice e ...continua

    C'entrano di sicuro, ma non bastano in realtà, la narrazione in prima persona e la struttura in forma di epistola, per garantire il grado così profondo di appartenenza, che si stabilisce fra autrice e protagonista. Anche l'enorme lavoro di ricerca storica è certamente servito alla conoscenza, ma il gioco di prestigio secondo cui la Yourcenar, una volta dentro queste pagine, scompare sullo sfondo e riappare in primo piano con le spoglie di Adriano, è una magia il cui segreto rimane misterioso.
    Da lettori si fa fatica a rimanere convinti che non si tratti di una traduzione e sia invece finzione. Per tutta la durata del romanzo nulla interviene a spezzare l'incantesimo della sostituzione di persona, mai uno scivolone, la mimesi è totale e resta tale, dall'inizio alla fine.

    L'avvenire del mondo non mi angustia più; non m'affatico più per calcolare angosciosamente la durata, più o meno lunga, della pace; m'affido agli dèi. Non già ch'io abbia acquisito una maggior fiducia nella loro giustizia, che non è la nostra, o una maggior fede nella saggezza umana; è vero il contrario. La vita è atroce, lo sappiamo. Ma proprio perchè aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità, mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa immensa dei mali, degli insuccessi, dell'incuria e dell'errore.
    Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l'ordine. La pace s'instaurerà di nuovo tra le guerre. Vi saranno uomini che lavoreranno e penseranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente.
    Se i barbari s'impadroniranno mai dell'impero del mondo, saranno costretti ad adottare molti dei nostri metodi e finiranno per assomigliarci. Non preoccupiamoci di vedere un giorno il vescovo di Cristo prendere dimora a Roma e rimpiazzarvi il Pontefice Massimo. Se questo giorno venisse, il mio successore, lungo i crinali vaticani avrà cessato d'essere il capo d'una cerchia d'affiliati o d'una banda di settari, per divenire a sua volta una delle espressioni universali dell'autorità. Erediterà i nostri palazzi, i nostri archivi; differirà da noi meno di quel che si potrebbe credere. Accetto con calma le vicissitudini di Roma eterna.

    La scrittura della Yourcenar è davvero perfetta per essere quella di Adriano.

    ha scritto il 

  • 3

    Oggi 8 giugno 2016 cade il 113esimo anniversario della nascita di Marguerite Yourcenar, scrittrice nata in Belgio, vissuta in Francia, stata in tutto il mondo, e morta negli USA dopo essere diventata ...continua

    Oggi 8 giugno 2016 cade il 113esimo anniversario della nascita di Marguerite Yourcenar, scrittrice nata in Belgio, vissuta in Francia, stata in tutto il mondo, e morta negli USA dopo essere diventata una delle icone letterarie del XX secolo soprattutto col suo celeberrimo e celebratissimo capolavoro Memorie di Adriano, ma chi scrive non ne è stato particolarmente entusiasta, nonostante in effetti il libro goda di uno straordinario successo commerciale fin dalla sua comparsa nel 1951. Il romanzo è una lunghissima lettera che l'imperatore regnante Adriano scrive sul letto di morte al futuro imperatore Marco Aurelio in cui gli racconta la sua vita in cinque macro-capitoli: la giovinezza in Betica, le campagne militari nelle zone barbare in Nord Europa e in Medio Oriente, la relazione con Antinoo, le ultime battaglie in Palestina, e infine la vecchiaia a Tivoli. L'ottima idea della Yourcenar è di sfumare continuamente, indistinguibilmente la realtà storica documentata con la quotidianità e i pensieri personali e filosofici dell'io narrante, ovviamente immaginati dalla scrittrice. La pessima idea della Yourcenar è di scrivere l'intero libro con uno stile così palesemente curato, lavorato e revisionato da sembrare decisamente falso. Quasi 300 pagine in cui ogni singola frase è pensata e scritta con il palese intento di diventare un aforisma immortale da incidere nel travertino come una frase dell'imperatore stesso: è troppo. La Yourcenar è effettivamente bravissima e quasi non c'è pagina in cui non sia presente almeno una frase di grande potenza, basta aprire il libro a caso per trovarne: alcuni passaggi sono straordinari per l'immagine indimenticabile che lasciano nella mente del lettore, come quando parlando dei edifici di nuova costruzione a Roma si dice che «i mattoni […] hanno il colore della carne dei vecchi», oppure che le strade sono il più grande dono fatto da Roma al mondo, o ancora a Villa Adriana immagina che «mani che non esistono ancora carezzeranno i fusti di queste colonne» (quest'ultima immagine è veramente memorabile). Il problema è che l'intero romanzo è scritto con ritmi e forme levigate e fondamentalmente sempre uguali che alla lunga stancano, annoiano e rischiano a volte persino l'effetto Bacio Perugina nel voler essere iconiche a ogni costo. La brutta sensazione prosegue anche durante la lettura dell'appendice con gli interessanti Taccuini di appunti, in cui la Yourcenar scrive «La sostanza, la struttura dell'essere umano non muta: non c'è cosa più stabile che la curva di una caviglia, il posto d'un tendine, la forma di un alluce», in barba non solo ai principi darwiniani, ma anche e soprattutto alla semplice constatazione che la dimensione del corpo degli antichi romani era molto diversa dalla nostra, dove gli uomini adulti superavano a malapena il metro e mezzo e quindi avevano forme ben più tozze delle attuali. Non è un caso che la parte migliore del romanzo è quella della morte di Antinoo: il celebre affogamento nel Nilo, immaginato dall'autrice come un rito magico (benché le fonti confermino che si trattò di un incidente), è raccontato come un noir, con una femme fatale, un luogo di perdizione, una passione mortale, segreti inconfessabili, silenzi, amore, lacrime, e il tutto in uno stile fosco e nient'affatto barocco che rende quelle quattro-cinque paginette davvero intense… ma tutto quel che c'è prima e dopo si perde negli infiniti sproloqui dell'imperatore che annacquano la trama. Poi certo, l'autrice ha effettivamente compiuto decenni di ricerche e letto innumerevoli libri in molte lingue per documentarsi al meglio, ma questa non è necessariamente una caratteristica che aggiunge qualità letteraria al libro, altrimenti tutte le tesi di laurea a tema storico sarebbero da considerarsi bellissimi romanzi; inoltre, come succitato, l'autrice ha mistificato volontariamente la scena clou del romanzo con la morte di Antinoo per motivi drammaturgici: la scelta è perfettamente accettabile, se non fosse che poi il resto del libro invece è estremamente tecnico e si avvicina molto spesso e molto pericolosamente all'arido trattato storiografico con elenchi di nomi, luoghi e fatti a volte francamente noiosi. Piccola nota finale per la traduzione della storica latina Lidia Storoni Mazzolani, squisitamente scorrevole eppure qua e là perplimente, come quando vengono citati i nomi attuali di posti geografici invece dei nomi antichi, o quando si usano unità di misura sospette probabilmente assenti nel II secolo d.C.; in ogni caso, anche la sua postfazione rende le appendici ancora più interessanti. Un libro potenzialmente clamoroso, ma purtroppo sprofondato nelle sabbie mobili di infinite, bellissime chiacchiere.

    ha scritto il 

  • 4

    Poco da dire di un libro che ha fatto la storia della letteratura, scritto in maniera impeccabile. L'unico rammarico è che non l'ho trovato un capovaloro, forse avevo troppe aspettative

    ha scritto il 

  • 5

    Concepito dall’autrice sotto forma di una lunga lettera che l’ormai malato Adriano scrive a Marco Aurelio, questo romanzo vede il protagonista raccontare in prima persona fatti e vicende della sua vit ...continua

    Concepito dall’autrice sotto forma di una lunga lettera che l’ormai malato Adriano scrive a Marco Aurelio, questo romanzo vede il protagonista raccontare in prima persona fatti e vicende della sua vita, pubblica e privata.
    Da imperatore illuminato, comprese presto che bisognava consolidare i confini dell'impero, piuttosto che espanderlo con ulteriori conquiste che a lui già apparivano effimere. Si doveva avere attenzione per quei “barbari” che, attirati da un mondo più ricco, premevano alle porte e lo si doveva fare possibilmente senza combatterli ed in ogni caso, contro di loro, la guerra avrebbe potuto soltanto ritardare il crollo finale, non impedirlo.
    Analogie con i nostri tempi?...
    Ciò che maggiormente resta di questa lettura, è la necessità di Adriano di andare oltre la morte: la sua, dell'amato Antinoo e quella dell’Impero.
    Grazie a queste pagine, si entra forse nell’ossessione principale dell’imperatore, che è poi il tentativo di superare proprio la morte grazie alla bellezza, e per questo, continuare a vivere nel ricordo degli altri.
    L’amore ci rende meno egoisti, finendo col donarci una doppia visione di questa vita, che passa così anche attraverso l’esistenza di chi amiamo.
    Tutto si amplifica, fino al punto di fare spazio a quel mondo parallelo che potremmo definire altro, che poi in fondo è il luogo dove vorremmo essere.
    Lì, e soltanto lì, perché non c’è altro dove, un altro posto in cui sentirci realmente noi stessi, con quella sensazione di essere finalmente “a casa” e la consapevolezza di aver cercato tutto questo ancora prima di aver incontrato l’essere amato.
    L’amore, quello grande, ci costringe in qualche modo ad osservarlo poi mentre si trasforma, cresce ed invecchia con noi, ed è così che ne scopriamo le diverse sfaccettature.
    L’amore distrugge la “normalità”, che è pura convenzione, perché nessuno può stabilire a priori cosa o chi è conveniente amare.
    L’amore è un qui da raggiungere, perché è altrove che vive, visto che non sembra far parte della nostra quotidianità, almeno non quanto vorremmo.
    L’amore, allagandoci mente e cuore con il pensiero dell’altro, al punto che anche la carne sembra rispondere ad una ragione che non è più nostra, genera emozioni capaci di smuovere il mondo.
    Di questa parola, spesso eccessivamente usata, tanto da essere divenuta un banale intercalare, è piuttosto controversa l’etimologia.
    Piuttosto che accettare a-mores, cioè privo di costumi, preferisco quel verbo mao, di origine greca, che vale come desidero o meglio ancora a-mors, dove l’alfa privativo sta ad indicare proprio il contrario della morte, l’idea di un sentimento in grado di sopravviverle.
    Proprio per questo, non esiste in amore angoscia più grande di un addio mal consumato, così simile alla morte, che per quanto ci sforziamo di renderla parte della vita, è comunque pur sempre un’interruzione.
    Fu forse questa motivazione che spinse Adriano a commissionare un numero impressionante di statue con le sembianze dell’ormai perduto Antinoo, nel tentativo, forse, di perpetuarne il ricordo.
    Opporsi al tempo…
    L’amore…la morte…il dolore per una perdita non finisce, non ci abbandona del tutto, permane nel labirinto della nostra anima.
    E allora non importa essere cavallo o cavaliere, pensarsi nuotatore e vedersi onda, conta solo sentirsi vento, perché è questo il vero segreto per essere completamente partecipi della vita, abbracciandola.

    ha scritto il 

  • 4

    [...]

    La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi - il potere, la felicità -, assumeva lo splendore del meriggio, la radiosità solare delle ore di siesta, quando tutto è soffuso di un'atmosfera dorata, ...continua

    [...]

    La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi - il potere, la felicità -, assumeva lo splendore del meriggio, la radiosità solare delle ore di siesta, quando tutto è soffuso di un'atmosfera dorata, gli oggetti della nostra camera e il corpo disteso al nostro fianco. La passione appagata ha la sua innocenza, fragile quasi quanto ogni altra: il resto della bellezza umana declinava al rango di spettacolo, cessava d'esser quella selvaggina di cui ero stato il cacciatore. Quell'avventura iniziata in modo banale arricchiva la mia vita, ma la rendeva, d'altro canto, più semplice: l'avvenire contava poco; cessavo d'interrogare gli oracoli; le stelle non furono più, d'allora in poi, che disegni mirabili sulla volta del cielo.

    [...]

    ha scritto il 

  • 5

    Animula vagula blandula

    'Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme l ...continua

    'Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più..
    cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti..'

    ha scritto il 

  • 4

    “I cinici e i moralisti si trovano d’accordo nel collocare le voluttà dell’amore tra i piaceri cosiddetti volgari, tra quello del mangiare e del bere, pur dichiarandole meno indispensabili, poiché, ci ...continua

    “I cinici e i moralisti si trovano d’accordo nel collocare le voluttà dell’amore tra i piaceri cosiddetti volgari, tra quello del mangiare e del bere, pur dichiarandole meno indispensabili, poiché, ci assicurano, se ne può fare a meno. Dal moralista mi aspetto di tutto: ma mi stupisce che s’inganni il cinico. Ammettiamo che gli uni come gli altri abbiano paura dei loro demoni - sia che resistano sia che cedano a essi - e che cerchino con ogni mezzo di avvilire il piacere per cercar di sottrargli la potenza quasi terribile alla quale soccombono, il mistero dal quale si sentono travolti. Accetterò di assimilare l’amore alle gioie puramente fisiche (ammettendo che ve ne siano) quando avrò visto un ghiottone anelare di piacere davanti alla sua pietanza favorita come un innamorato sulla spalla dell’essere amato. Di tutti i nostri giochi, questo è il solo che rischi di sconvolgere l’anima, il solo altresì nel quale chi vi partecipa deve abbandonarsi al delirio dei sensi. Non è necessario per un bevitore abdicare all’uso della ragione, ma l’innamorato che conservi la sua non obbedisce fino in fondo al suo demone. In qualsiasi altro caso, l’astinenza o la sregolatezza non impegnano che l’individuo; salvo il caso di Diogene, le cui privazioni, il cui lucido pessimismo si definiscono da sé, ogni atto sensuale ci pone in presenza dell’Altro, ci coinvolge nelle esigenze e nelle servitù della scelta. Non ne conosco altre ove l’uomo sia spinto a risolversi da motivi più elementari e ineluttabili, ove l’oggetto della scelta venga valutato con maggiore esattezza per il peso dei piaceri che offre, ove chi ama il vero abbia maggiori possibilità di giudicare la creatura umana nella sua nudità. Stupisco nel veder formarsi di nuovo ogni volta - nonostante un abbandono che tanto eguaglia quello della morte, un’umiltà che supera quello della sconfitta e della preghiera - quel complesso di dinieghi, di responsabilità, di promesse: povere confessioni, fragili menzogne, compromessi appassionati tra i nostri piaceri e quelli dell’Altro, legami che sembra impossibile infrangere e che pure si sciolgono così rapidamente. Questo gioco misterioso che va dall’amore di un corpo all’amore di un essere umano, m’è sembrato tanto bello da consacrarvi tutta una parte della mia vita. Le parole ingannano: la parola piacere, infatti, nasconde realtà contraddittorie, implica al tempo stesso i concetti di calore, di dolcezza, d’intimità dei corpi, e quelli di violenza, d’agonia, di grida. La piccola frase oscena di Poseidonio - che t’ho visto ricopiare sul tuo quaderno di scuola con una diligenza da primo della classe - a proposito dell’attrito di due piccole parti di carne, non definisce il fenomeno dell’amore, così come la corda toccata dal dito non rende conto del miracolo infinito dei suoni. Più ancora che alla volontà, essa reca ingiuria alla carne, a questo strumento di muscoli, di sangue, di epidermide, a questa rossa nube di cui l’anima è la folgore.
    Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell’amore, strana ossessione che fa sì che questa stessa carne, della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro corpo, preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla, e - fin dov’è possibile - d’impedirle che soffra, possa ispirarci una così travolgente sete di carezze sol perché è animata da un’individualità diversa dalla nostra, e perché è dotata più o meno di certi attributi di bellezza sui quali, del resto, anche i giudici migliori son discorsi.”
    (Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”, ed. Einaudi)

    Quattro stelle per un libro che nella mia libreria risulta abbandonato? Sì, perché non resisto, i libri di Bernhard che ho comprato a Roma mi chiamano. Mi dispiace un po' abbandonare "Memorie di Adriano", ma non ce la faccio.
    Bello, nulla da dire, ma c'è troppo Adriano, mentre a me piacciono soprattutto le parti in cui c'è la Yourcenar, i pensieri sull'amore, sui sogni, sulla morte. Adriano a colloquio con i Parti non è male, ma non mi eccita.
    Insomma, forse era meglio se avesse scritto, solo per me, "Memorie di Marguerite". No, così non può andare avanti; è stata una relazione breve ma intensa, ne serberò comunque un bel ricordo.
    Vieni qua, Thomas, sono pronto al peggio!

    ha scritto il 

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