Basta dire araucarie, pitosfori, eucalipti, agavi, carrubi, sambuchi, e subito ci si sente dentro la poesia di Montale. Il riscontro nella memoria è ormai irresistibile. E si ripete, puntualissimo, quando dalla flora si passa alla fauna: alle ghiandaie, ai balestrucci, al picchio verde, alle folagheContinue
Basta dire araucarie, pitosfori, eucalipti, agavi, carrubi, sambuchi, e subito ci si sente dentro la poesia di Montale. Il riscontro nella memoria è ormai irresistibile. E si ripete, puntualissimo, quando dalla flora si passa alla fauna: alle ghiandaie, ai balestrucci, al picchio verde, alle folaghe, ai merli acquaioli. E' un alto, inconfondibile repertorio di colori e di presenze, che non sarebbe mai esistito senza le estati di Monterosso, senza la lunga familiarità con quella conca di scogli e di sassi che sta tra Vernazza e la Punta del Mesco. Il mondo di "Ossi di seppia" ha il suo centro tra quei fossati dalle pareti scoscese (ma Montale li chiamava con una parola sola 'botri') e quei selvaggi agglomerati di sterpaglia, tra quei 'cimelli' di canne, quegli orti assetati, quelle petraie, quei greti, quei secchi pendii battuti, per ogni mutazione del cielo, dal libeccio o dallo scirocco, dal maestrale o dalla tramontana. C'è anche il mare, s'intende: anzi, ogni indizio va riferito al mare. Ma esso sarebbe, nella poesia di Montale, un'entità astratta e incompleta senza il continuo raffronto con la terra che gli affonda dentro. Dai dieci ai trent'anni, fatta eccezione per il periodo del servizio militare, Montale passò a Monterosso tutte le sue vacanze e ne trasse indelebili umori di vita e di poesia. (...)
Gli anni delle Cinque Terre non si possono ricostruire con esatte successioni cronologiche. Il poeta, del resto, confessò e spiegò questa sua riluttanza a un ricupero preciso del passato. Ma qui preme sottolineare che la maggior parte dei memorabili momenti montaliani è nata dalle stagioni delle Cinque Terre, quando "nelle chiare mattine si fondevano / dorsi di colli e cielo".
Giulio Nascimbeni