Metti il diavolo a ballare

Di

Editore: Einaudi

3.5
(93)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 198 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 880619853X | Isbn-13: 9788806198534 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Narrativa & Letteratura , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
La terra è quella aspra e impenetrabile del Salento. Il tempo è quello in cui le tarante mordevano nelle campagne inoculando il veleno nei corpi dei pizzicati, e bisognava metterli "a ballare" per liberarli dal male. Con il suo primo romanzo, Teresa De Sio ci porta nel cuore del Salento premoderno degli anni Cinquanta e del suo orizzonte mitico fatto di credenze ataviche, di erbe miracolose e fatali, diavoli ragni, ma anche di miseria, arroganza di casta e saggezza insospettata. Ci racconta una storia in cui l'amore è una dolcezza preclusa, e la felicità "una zattera" che non arriva mai, o quasi. E la storia di Archina Solimene, una bambina morsicata, di sua sorella Filomena, "mansueta come una mucca", del loro padre Nunzio, di donna Aurelia la vammàna, che ha suoi modi antichi per scacciare il male. Al centro c'è una notte maledetta di Carnevale, una vicenda che finirà per travolgere la vita di molti e scompaginare l'esistenza stessa del paese di Mangiamuso. Intorno c'è una trama fatta di tanti destini, tanti personaggi. Come se fosse necessario lo sguardo di tutti (il pavido don Filino, la parrucchiera-maga-etilista La Saputa, le avare gemelle Santo, Severino ragazzo-lupo), per riuscire a evocare quel male segreto, senza consolazione, che né i suoni magici della pizzica né le diavolerie che arrivano "dritte dritte dal futuro" possono guarire.
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  • 4

    METTI IL DIAVOLO A BALLARE

    La prima opera letteraria (Einaudi 2009-Collana I coralli) della nota cantautrice napoletana Teresa De Sio, ci cala nel Salento arcaico e contadino degli anni cinquanta con una grande potenza descritt ...continua

    La prima opera letteraria (Einaudi 2009-Collana I coralli) della nota cantautrice napoletana Teresa De Sio, ci cala nel Salento arcaico e contadino degli anni cinquanta con una grande potenza descrittiva ed evocativa che va di pari passo a quella della sua musica e dove ogni personaggio, tessendo la sua tela con i suoi racconti e le sue personali esperienze, aggiunge un tassello ad una trama ancora più fitta che assume le proporzioni di una corale i cui intrecci si compenetrano fortemente fino a richiamare in vita tutto un mondo che sembra non appartenerci più, se non nel ricordo lontano di un’epoca.
    Sono i giorni in cui le gravi forme di malessere interiore ed esteriore venivano attribuite al morso della tarantola: la persona “pizzicata” poteva buttare fuori tutto il veleno del ragno e quindi tutti i mali che la affliggevano, solo con una danza sfrenata a ritmo di una musica vibrante prodotta da svariati strumenti, una danza che poteva durare anche giorni e che poteva essere sollecitata oltre che dai suoni, dai colori sgargianti o da oggetti particolari che venivano messi all’interno della “scena” dove l’ammalata assumeva particolari posture e veniva presa da convulsioni violente fino alla liberazione alla fine del lungo rituale.
    Sono i giorni di Mangiamuso, un paese pieno di segreti omertosi, di passioni nascoste, di violenze, di silenzi colpevoli, di soprusi occultati, di ignoranza, di egoismo, di facciate imbiancate che all’interno rinchiudono il marciume della depravazione.
    Sono i giorni che segnano la storia di una famiglia intera, di un’intera comunità che si stringe davanti alla tredicenne Archina che di colpo ha cambiato il suo modo d’essere e di apparire, ma nessuno le presta attenzione se non all’interno del cerchio magico di un arcaico cerimoniale che riunisce ai suoi piedi tutta una collettività costretta e curiosa, reticente e forse complice.
    Sono i giorni di Nunzio, vedovo che da Procida si reca a Mangiamuso con le due figlie femmine, Filomena e Archina e la loro levatrice Aurelia che non si sente di abbandonarle, della ricca famiglia Santo, Angelo e le due brutte sorelle Candelora e Fatima, del parroco Don Filino, del Sindaco Siani e della sua “aristocratica moglie”, di Marianna ricca ereditiera sposata al giovane e bello Narduccio Greco, di Virginia detta la Sapùta che ha fatto la vita ma ha incontrato l’amore ed ora è grassa e sfatta per colpa del dolore che le è stato inflitto, di Severino, il ragazzino dalla faccia di lupo, cresciuto nell’orfanotrofio di Suor Addolorata.
    Ognuno di loro ci racconterà un pezzo di storia in un andirivieni di tempo svelando piano piano la disperazione della sofferenza, la violenza occultata, i selvaggi istinti, le più orribili pulsioni, gli orribili compromessi per una sopravvivenza sicura, in un contesto paradisiaco, la Puglia, che nella sua bellezza esplode sotto un sole cocente e un mare di cristallo, nascondendo tutto ciò che è infetto, contaminato, corrotto.
    Di grande intensità, lo stile narrativo crudo e potente assume i contorni di una tragedia greca sempre più cupa, con un fluire incessante di avvenimenti e personaggi verso un tempo in cui “l’incubo ritornerà ad essere un sogno, e poi il sogno ritornerà a essere un ricordo, e il ricordo anche, a suo tempo, sarà una barchetta che si allontana sempre di più, fino a che le facce di quelli che stanno in quella barchetta diventeranno sempre più lontane, sfumate e tu confonderai i nomi e gli anni e le circostanze. Allora nessuno potrà farti più del male, perché tu sarai come la fortezza e le tue mura ti proteggeranno”.
    Ma per arrivare a tanto, bisognerà passare per la vendetta del tempo e attraversare gli anni catapultandosi in un’altra nuova realtà, dove il mostro della violenza avrà ancora mille, milioni di facce diverse da quelle del passato, pronte a diffondersi in scenari differenti.

    ha scritto il 

  • 1

    ma il salento è un altro

    questo romanzo non è un romanzo. non c'è una struttura narrativa. non c'è una lingua che assomigli al salentino neanche quando cita le canzoni popolari che pure la de sio dovrebbe conoscere. non c'è e ...continua

    questo romanzo non è un romanzo. non c'è una struttura narrativa. non c'è una lingua che assomigli al salentino neanche quando cita le canzoni popolari che pure la de sio dovrebbe conoscere. non c'è eleganza. i personaggi sono macchie di colore buttate a caso su una tela abbozzata senza sapere cosa si vorrebbe farne.
    è incongruente, è inconcludente. pretende chissà cosa, non lascia che l'amarezza di un'occasione sprecata in malo modo.
    mio nonno andava a suonare alle tarantate. mio padre scappava via per non assistere a quello spettacolo che l'avrebbe segnato per tutta la vita. la pizzica, o la taranta, non è un fatto folcoristico da liquidare con leggerezza.

    ha scritto il 

  • 5

    Amando Teresa, probabilmente sarò di parte nel dire che il suo esordio letterario vero e proprio lascia ben sperare.
    Un romanzo intenso, toccante, a tratti ricorda Verga, a tratti Pavese.
    Un romanzo c ...continua

    Amando Teresa, probabilmente sarò di parte nel dire che il suo esordio letterario vero e proprio lascia ben sperare.
    Un romanzo intenso, toccante, a tratti ricorda Verga, a tratti Pavese.
    Un romanzo che non è azzardato definire a tratti splatter, a tratti tarantiniano.
    Teresa ci racconta le vicissitudini di una ragazzina nata e cresciuta nel Salento, a Mangiamuso, ci rende partecipi del tormento di questa ragazza che, con gli anni, prende consapevolezza del suo malessere.
    Un libro dedicato a chi si sente tarantolato.

    ha scritto il 

  • 4

    "Dall'interno sente arrivare una musica, prima debole e sdolcinata, poi un terzinato in battere più incalzante, che si fa sempre più forte e violento mano a mano che la zattera si allontana verso l'or ...continua

    "Dall'interno sente arrivare una musica, prima debole e sdolcinata, poi un terzinato in battere più incalzante, che si fa sempre più forte e violento mano a mano che la zattera si allontana verso l'orizzonte dei campi che sono liquidi fluttuanti come fossero mare"
    La musica è una storia fra le storie, in questo romanzo intricato ma ben riuscit, opera prima della De Sio. Unico tasto dolente è stato seguire la trama dei legami, di sangue e di spirito, fra i personaggi. Alla fine mi sono ritrovata a tracciare sulla prima pagina un albero genealogico salentino che ricordava afro-americano quello di Kunta Kinte all'inizio di 'Radici'. La musica è il ritmo delle solitudini degli uomini ciechi, degli urli muti delle donne rassegnate, delle passioni accese e mai sfogate, del veleno della tarantola che non esce più dal corpo. La suggestione della memoria gioca brutti scherzi, e la potenza descrittiva di suoni, odori e paesaggi mi riporta violentemente a quel sud bruciante dal quale sono scappata. E mi ritrovo ad ammattere che il diavolo continua a tentarmi.. anche dopo tutto questo tempo, dopo tutti questi chilometri, dopo tutta questa violenza che ho fatto al mio corpo impedendogli di ballare, alla fine ha vinto lui. "Mò vedo bene, mò sò tornata e sò na femmina e nun me metto cchiù paura!"

    ha scritto il 

  • 2

    Lo stile non è tutto

    Perché indubbiamente Teresa De Sio di stile ne possiede: scrittura piuttosto fluida, capacità di descrizione, anche una notevole bravura nell'approfondire l'introspezione dei singoli personaggi, ma... ...continua

    Perché indubbiamente Teresa De Sio di stile ne possiede: scrittura piuttosto fluida, capacità di descrizione, anche una notevole bravura nell'approfondire l'introspezione dei singoli personaggi, ma.....appunto c'è un ma; e sta nel fatto che alla fine ci si annoia mortalmente nella lettura, non essendo considerabile buon segno lo sperare di arrivare alla fine rapidamente. Attendo prove migliori e più esperte, che la letteratura è altra cosa dalla musica.

    ha scritto il 

  • 4

    Non sono molto soddisfatta della miscela fra dialetto salentino e napoletano... per il resto, c'è tutto quel che serve per temere ed amare la terra meravigliosa in cui sono nata.

    ha scritto il 

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