Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone

Di ,

Editore: Fazi

3.9
(17)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 313 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8881129523 | Isbn-13: 9788881129522 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Biography , Crime , History

Ti piace Mi chiamo Maurizio, sono un bravo ragazzo, ho ucciso ottanta persone?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
In un romanzo-verità a più voci, ascesa, potere e caduta di uno spietato killer di Cosa Nostra. Maurizio, il "bravo ragazzo" che parla a ruota libera in questo libro, è in realtà Maurizio Avola, uno dei sicari al servizio di Benedetto Santapaola, capo della cosca mafiosa che controllò per decenni Catania e l'intera Sicilia orientale. Dalle rapine al primissimo omicidio affrontato come un bestiale "esame" sul campo - fino alla terribile routine di decine e decine di uccisioni a sangue freddo eseguite su commissione, l'uomo che nel 1984 assassinò il giornalista Pippo Fava si racconta senza reticenze. La sua voce, intervallata da quella della moglie e dal controcanto lucido e razionale del giudice che raccolse le sue deposizioni, ci sorprende e ci fa orrore mentre svela la logica perversa e spietatamente coerente di un uomo che scelse di essere un soldato della famiglia Santapaola, da lui venerata come un soldato venera il proprio generale, eseguendo gli ordini senza porsi interrogativi. Finché qualcosa in lui non si è incrinato, spingendolo, dopo l'arresto, a collaborare con la giustizia e a permettere ai due giornalisti Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli, che per mesi l'hanno ascoltato e intervistato nel carcere dov'è rinchiuso, di raccogliere la testimonianza di una vita che non riesce più a venire a patti con se stessa, rivelandoci una volta ancora il vuoto e il silenzio morale che si nascondono dietro la maschera dell'"uomo d'onore".
Ordina per
  • 5

    Per capire

    Un killer del clan dei Casalesi decide di pentirsi. Tutto vero. Due giornalisti raccolgono le sue deposizioni, quelle della moglie e del Pubblico Ministero. Spiega tante cose.

    ha scritto il 

  • 4

    Recensione/Intervista all'autore

    Di Sicilia, da sempre, ce ne sono almeno due. La prima, vittima di un potere che non ha scelto e che silenziosa allevia la solitudine dei giudici anti-mafia, e l’altra, spinta dall’urgenza di dire, di contribuire al raggiungimento di una verità possibile, assediata però da un sentimento di precar ...continua

    Di Sicilia, da sempre, ce ne sono almeno due. La prima, vittima di un potere che non ha scelto e che silenziosa allevia la solitudine dei giudici anti-mafia, e l’altra, spinta dall’urgenza di dire, di contribuire al raggiungimento di una verità possibile, assediata però da un sentimento di precarietà, come di chi si trovi sempre sul bordo di un precipizio. Una Sicilia cartina di tornasole per i tanti misteri che incrociano la storia italiana non solo degli ultimi vent’anni, e che i due autori di questo diario/romanzo hanno già esposto compiutamente nei precedenti "Messina capitale d’Italia" (2004, IMG Press) e "Messina Campione d’Italia" (2005, IMG Press).
    La voce ora, è quella di Maurizio Avola, un bravo ragazzo, se non fosse che nel gergo di Cosa Nostra significa soldato affiliato. Soldato, non sicario, dichiara a più riprese, perché non ha mai accettato soldi per uccidere. Avola si pente nel 1994 a un anno dall’arresto. Le sue dichiarazioni e i verbali hanno permesso di ricostruire la storia della Catania degli anni Ottanta e Novanta. Un romanzo in cui di fiction ce n’è davvero poca perché il killer ci restituisce la sua biografia: dalla scelta di appartenere alla “famiglia”, al battesimo in Cosa Nostra, agli omicidi e al pentimento.
    Se non fosse il mafioso sarebbe comunque la storia di un uomo che si vota a un ideale e poi ne viene tradito. Al dramma del proprio mondo in frantumi si aggiunge quello di trovarsi a vivere in una società, quella cosiddetta perbene, in cui le regole sono ribaltate perché da pentito è additato come il peggiore degli uomini.
    “Signor giudice, sa cos’è la mafia?” È la domanda che rivolge al giudice che ascolta la deposizione. Avola ci spiega regole, gerarchie in un diario che si arricchisce di altre voci: la moglie, il giudice, il boss Santapaola e anche quella un po’ schizofrenica del bravo ragazzo, questa volta nella giusta accezione, che sovrasta il killer. “Una struttura polifonica – spiega uno degli autori, il giornalista Roberto Gugliotta -, che ci ha permesso di trattare il fenomeno mafioso non dal solito e unico punto di vista del giudice. È una realtà lontana dal nostro modo di ragionare perché noi diciamo: non lo faremmo mai. Bisognerebbe pensare come loro. È questo ciò che con Gianfranco (Pensavalli, ndr) abbiamo tentato di fare. Mostrare, per esempio, cosa significa essere una moglie di mafia che non ha amicizie cui aggrapparsi, non può fare domande e, se ha figli, le tocca fare da madre e da padre”.
    Emerge dunque un quadro in cui tutti, a vario titolo, si raccontano nel quotidiano rapporto con la mafia, una signora che prima ti ammalia e poi ti uccide.
    -Il giornalista Roberto Gugliotta, invece, perché si è lasciato affascinare proprio da Maurizio Avola?
    "È stato il primo all’epoca a fare dichiarazioni che implicavano la figura di Berlusconi. Grazie all’avvocato Ugo Colonna sono riuscito a entrare in contatto con lui. Il lavoro di ricerche e interviste si è protratto per cinque anni senza considerare quanto sia stato difficile vincere la diffidenza di Avola. La prima volta che mi ha incontrato mi ha detto: “Ho iniziato uccidendo un giornalista, non vorrei finire uccidendone un altro. Scherzava, ma era per farmi capire come la pensava. In seguito mi ha anche dato dei consigli”.
    -Quali?
    "Mi ha spiegato come ragionava Santapaola, che aveva rispetto del poliziotto, come del giornalista o del giudice a patto che ognuno facesse bene il proprio lavoro. Se si accettano soldi o favori, Cosa Nostra pensa di averti comprato; se dopo fai volta gabbana si riterranno loro, vittime di un’estorsione".
    - Un libro che fa nascere molti interrogativi, ma dà poche risposte.
    "L’obiettivo era scuotere il lettore. Secondo noi il cittadino medio è ormai addormentato e l’unica maniera è provocarlo. Volevamo essere forti, ma al contempo non creare uno scandalo. Soprattutto, non volevamo essere accusati di aver fatto un’apologia della mafia. Ecco perché abbiamo creato la figura del giudice che è una sorta di coscienza critica".
    - Vi siete ispirati a qualcuno in particolare per questo personaggio?
    "È frutto di una commistione di cinque giudici. Uno di questi, a cui sono particolarmente grato e affezionato, è il dott. Angelo Cavallo che oltretutto è leccese. Ha fatto delle indagini molto particolari dentro la pubblica amministrazione. Dopo circa dieci anni in servizio alla procura di Messina, tra qualche mese si trasferirà nella vostra Puglia. Per noi è una grave perdita".
    - Che sensazione personale ha tratto dall’uomo Maurizio Avola?
    "Voglio precisare che non abbiamo modificato nulla delle dichiarazioni e verbali. Lui non si fa sconti e non si giustifica. La forza di questo libro è nel fatto che una persona, figlio di gente per bene, entri in Cosa Nostra e abbia la fortuna o sfortuna di essere testimone di un aspetto della vita italiana; poi, nonostante questo, ami una donna e i figli. Uno con la terza elementare serale – come dico scherzando -, che ha raccontato la mafia meglio di filosofi e sociologi".
    -Secondo lei si è mai reso conto che molti degli omicidi che compiva erano il cardine di un potere più grande?
    "Avola ha detto che sul momento non pensava. Eseguiva ordini. Sapeva che dietro la volontà di Santapaola c’era una logica. Ha iniziato a mettere insieme le cose quando era in carcere".
    - Qualcosa che Avola ha detto e l’ha spiazzata?
    "Quando mi sono rivolto a lui dicendo che rappresentava l’anti-Stato, mi ha detto: “Nel mio stato, per quanto criminali, abbiamo delle regole. Nella mafia non esistono raccomandazioni. Ci sono persone che per quarant’anni hanno solo bruciato auto, perché se non riesci a prevenire i pensieri del tuo nemico, sei morto in ogni caso. I figli di Santapaola non comandavano perché non avevano carisma. Hai idea di cosa significhi dover convincere qualcuno ogni volta a uccidere per tuo conto?".
    -Nel testo emerge che la mafia a volte ha usato il trucco dei falsi pentiti per depistare inchieste o processi. E se Avola fosse uno di questi?
    "No, Avola è un uomo d’onore anche da pentito. Non ha mai fatto uso di droghe, né ha praticato l’usura, ma c’è un episodio forse più esemplificativo. Una volta hanno ucciso una persona che voleva entrare nell’organizzazione e che si era vantato di aver violentato e ucciso una ragazzina. Questa ragazza si chiamava Stefania e aveva solo 14 anni. Era un po’ sbandata e bazzicava il bar che Avola e i suoi frequentavano. Ogni tanto le davano qualche soldo, ma la esortavano a tornare a casa. “Mi sarebbe dispiaciuto che finisse male. Aveva la stessa età dei miei figli. Ecco perché, per quella volta, abbiamo agito senza il permesso di Santapaola”.
    - Non l’ha mai sentito rimproverarsi per non aver scelto una strada diversa?
    "Avrebbe potuto essere il proprietario di un ristorante meraviglioso, oggi richiestissimo perché si trova in una posizione molto favorevole sul lungomare di Catania. Lui però voleva appartenere alla famiglia di Santapaola. E tuttora ha un rispetto reverenziale per questo uomo nonostante si sia sentito tradito perché volevano ucciderlo. Non molto tempo fa mi ha detto: Sono nato con Santapaola, morirò con Santapaola”.
    Alessandra Nenna

    ha scritto il 

  • 4

    Il Maurizio di Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone (Fazi Editore) è Maurizio Avola, il killer della mafia catanese vicinissimo a Nitto Santapaola, poi collaboratore di giustizia. Il bel romanzo-verità di Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli è un racconto a più ...continua

    Il Maurizio di Mi chiamo Maurizio sono un bravo ragazzo ho ucciso ottanta persone (Fazi Editore) è Maurizio Avola, il killer della mafia catanese vicinissimo a Nitto Santapaola, poi collaboratore di giustizia. Il bel romanzo-verità di Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli è un racconto a più voci: c’è la voce di Maurizio, la voce della moglie, la voce del giudice che raccolse le sue deposizioni. E’ naturalmente, come ogni racconto di mafia, un racconto di orrori. Omicidi eseguiti come un lavoro nella venerazione di un uomo brutale come il boss Santapaola. Fino all’arresto e alla collaborazione. Maurizio Avola è un pentito vero, un uomo distrutto dai rimorsi che decide di parlare e raccontare ogni cosa.

    La moglie: “Mi dava un bacio e poi usciva a sparare a qualcuno, metteva a letto i nostri bambini e magari nel pomeriggio aveva dato fuoco a un cadavere. Mi portava il caffè a letto, avevamo appena fatto l’amore e usciva per pulire la pistola. Dava l’elemosina a una zingara, portava a casa i cani abbandonati e poi finiva a sangue freddo un suo amico“.

    Maurizio: “Prima la routine quotidiana delle giornate, con gli avvenimenti che si ripetono monotoni: sveglia, colazione, riunione, passeggiata, crimine, pranzo e cena (…). Le giornate, in questo modo tutte uguali, si cancellano dalla memoria. Poi, all’improvviso, ti rendi conto e realizzi tutto”.

    Il giudice: “Anche Maurizio Avola ha ribadito la centralità degli attentati alla Standa di Catania nella storia delle stragi. Ma a sorpresa, dopo anni di collaborazione, ha alzato il tiro per sostenere che alla fine del 1991 a Messina vi furono incontri fra Dell’Utri, l’imprenditore mafioso Michelangelo Alfano, il boss Luigi Sparacio e altri uomini d’onore messinesi. In particolare Avola dichiarò di essere venuto a sapere da Marcello D’Agata che Cosa nostra voleva consentire a una forza politica nuova di assumere posizioni di potere, affinché la rappresentasse in luogo dei precedenti referenti politici che l’avevano tradita; il progetto prevedeva quindi l’eliminazione di personaggi pubblici particolarmente rappresentativi, fra politici e magistrati“.

    Il libro si chiude con parte di un articolo di Giuseppe Giustolisi (da Micromega del 9 marzo 2006). Un articolo che avrebbe scosso qualunque Paese civile. Non l’Italia, dunque. D’altra parte anche il libro di Gugliotta e Pensavalli è passato quasi inosservato: non mi stupisce visto che quando ne ho proposto la recensione a un quotidiano con il quale collaboro non ho nemmeno ricevuto risposta.

    “‘L’ ex killer catanese ha raccontato anche qualche particolare inedito su quella zona grigia, mai completamente esplorata dalle inchieste della magistratura, che fa da cerniera fra la mafia che spara e i piani alti della politica e dell’economia.

    Figura centrale degli intrecci inconfessabili fra Cosa nostra e il mondo dei colletti bianchi, secondo Avola, era Michelangelo Alfano, un imprenditore morto suicida di recente in circostanze ancora poco chiare e imputato di mafia in questo processo. Avola sa molte cose su questo personaggio, ma all’inizio della sua collaborazione omette di raccontarle. «Non parlai di lui», dice al pm Antonino Fanara, «perché D’Agata mi diceva che era un personaggio molto potente e che faceva anche parte della massoneria. Era quindi una persona che mi faceva un po’ paura. E così non parlai né di lui, né di altri ma solo dei semplici mafiosi come eravamo noi».

    Tanto per capire meglio lo spessore di Alfano, di lui si parla al processo per l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. (…) Indicative della caratura del personaggio sono le parole di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che nel processo palermitano Grande Oriente ha definito Alfano anello di collegamento fra Cosa nostra stragista e pezzi deviati dello Stato. «Sapevo da D’Agata», continua Avola, «che Alfano era interessato agli appalti e che era un uomo di Cosa nostra. Partecipava anche a delle riunioni importanti in provincia di Messina, agli inizi degli anni Novanta c’era infatti una strategia contro lo Stato che prevedeva di mettere delle bombe in giro».

    E a questo punto che salta fuori il nome di Dell’Utri. Il pm chiede ad Avola informazioni sui rapporti fra il manager berlusconiano e Cosa nostra e il pentito risponde: «Dell’Utri era presente a una riunione del ‘92 nella quale c’erano anche D’Agata e altri personaggi di Catania come Aldo Ercolano. Si discuteva della strategia di portare avanti un partito nuovo per fare delle cose in Italia e aggiustarne altre come il 41 bis. Bisognava anche screditare i pentiti e proprio a questo doveva servire il partito nuovo». I contatti fra Dell’Utri e la mafia siciliana erano già iniziati prima, per risolvere la faccenda delle estorsioni compiute dai clan catanesi ai danni dei magazzini Standa, allora di proprietà del premier Silvio Berlusconi. «Dell’Utri aveva stabilito contatti a Catania in occasione dell’estorsione alla Standa», prosegue Avola. «Erano state incendiate diverse Standa a Catania e provincia e noi avevamo contattato Dell’Utri tramite Salvatore Tuccio [anche lui braccio destro del boss Santapaola]».

    Passano pochi mesi e il rapporto fra Dell’Utri e Cosa Nostra di Messina si consolida. Secondo il racconto del pentito, infatti, gli attentati a Falcone e Borsellino e le stragi del ‘93 vengono pianificate a un tavolo messinese, al quale siedono tra gli altri Marcello Dell’Utri e Michelangelo Alfano: «La strategia è nata a Messina e tutto deriva dai contatti fra Alfano e Dell’Utri».

    A un certo punto però lo scenario cambia. Il tavolo delle riunioni si sposta nella capitale, dove viene programmato un altro attentato eccellente: «In quel periodo ci fu una riunione all’Hotel Excelsior di Roma», continua Avola. «Vi parteciparono D’Agata, Alfano e personaggi di altissimo livello. Fra questi ricordo Cesare Previti e il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Lo scopo era quello di fare un attentato al giudice Di Pietro e io dovevo essere l’esecutore. Bisognava fare un favore ai socialisti, ma poi la cosa non andò avanti perché i socialisti non stavano mantenendo quanto promesso e nel frattempo si profilava l’alleanza con la nuova forza politica che stava nascendo».

    Continua su:
    http://www.xantology.com/2009/03/08/si-chiama-maurizio-e-sa-tante-cose/

    ha scritto il 

  • 4

    Ciò che mi ha più colpito di queste pagine è la capacità di Cosa Nostra di modificare la mente, il modo di pensare dei suoi affiliati. Questa è gente che arriva al punto di giustificare qualunque crimine in nome del rispetto delle regole dell'Onorata Società e dei suoi capi, quasi si trattasse di ...continua

    Ciò che mi ha più colpito di queste pagine è la capacità di Cosa Nostra di modificare la mente, il modo di pensare dei suoi affiliati. Questa è gente che arriva al punto di giustificare qualunque crimine in nome del rispetto delle regole dell'Onorata Società e dei suoi capi, quasi si trattasse di soldati regolare. Sono uomini che vivono in un mondo a parte.

    ha scritto il 

  • 4

    Devastante

    E' ambientato nella città nella quale ho vissuto gran parte della mia vita. Nella narrazione riconosco luoghi, odori, sapori... ma soprattutto (e con rammarico) il male che avvolge ancora la mia terra!

    ha scritto il