Mientras agonizo

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Publisher: Anagrama

4.3
(1259)

Language: Español | Number of Pages: 244 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , French , Italian , German , Portuguese , Turkish

Isbn-10: 8433973207 | Isbn-13: 9788433973207 | Publish date:  | Edition 1

Also available as: Paperback , Others , Hardcover

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
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  • 3

    E' un libro che spiazza. All'inizio non si capisce nulla, poi a tratti sembra di aver ingranato, a tratti si ricade nel buio... Però è affascinante, io per lo meno pur capendo poco e niente sono andat ...continue

    E' un libro che spiazza. All'inizio non si capisce nulla, poi a tratti sembra di aver ingranato, a tratti si ricade nel buio... Però è affascinante, io per lo meno pur capendo poco e niente sono andata avanti (e ormai non è più da me forzarmi a leggere qualcosa che non mi convince...quindi evidentemente in qualche modo mi convinceva).
    Non posso dire, per quel che mi riguarda, che sia un libro "bello"; posso dire che è originale, particolare, innovativo...e io non mi sento abbastanza ricettiva per comprendere tutta la novità, tutta la forza di innovazione che questo libro (e credo in generale l'autore) abbia portato. Ne vedo probabilmente solo una parte. Non per niente Faulkner nel 1949 ha vinto il Nobel per la letteratura "per il suo contributo forte e artisticamente unico al romanzo americano contemporaneo".
    Non si può parlare di questo libro, bisogna leggerlo.

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  • 0

    Il titolo tratto da una frase di Agamennone ad Ulisse quando questi scende nell’Ade ci consegna una storia di miseria, fede, follia, rapporti familiari non detti, insofferenza.
    La storia ruota intorno ...continue

    Il titolo tratto da una frase di Agamennone ad Ulisse quando questi scende nell’Ade ci consegna una storia di miseria, fede, follia, rapporti familiari non detti, insofferenza.
    La storia ruota intorno al trasferimento, per la sepoltura, di mamma Addie a 40 miglia di distanza con una stagione terribile che fa esondare i fiumi e crollare i ponti.
    Quasi tutti i personaggi della famiglia Bundren sono depositari di segreto inconfessabili o “peccati” secondo un attaccamento biblico assoluto. Addie un amore segreto che le ha dato un figlio illegittimo, Dewey Dell, l’unica figlia, un gravidanza nascosta da uno sconosciuto che le lascia dieci dollari per fare quello che è necessario fare, Jewel che con il suo cavallo cerca di elevarsi dalle attività miserabili della famiglia, Cash il falegname con un carattere remissivo ed introspettivo che stupisce il lettore desiderando ed apprezzando la bellezza della musica, Darl che, reduce di guerra, unisce un pizzico di follia ad una percezione della realtà verta ma lontana da quella della famiglia, infine babbo Anse che pur rispettando, a costo della rovina le volontà della moglie, ha anch’egli desideri “terreni”, la dentiera ed una nuova compagna. Intorno ruotano personaggi minori ma che inquadrano la storia dentro il profondo sud americano con una fede ed un morale immanente che anche se confida nella ricompensa ultraterrena ha una considerazione precisa degli errori dei Bundren.
    Al di là della storia, anche grottesca in certe pagine, Faulkner ci regala nuovamente una scrittura innovativa, complessa ma affascinante, 59 capitoli con una versione soggettiva dei vari personaggi dove oltre alla storia, il lettore, dovrà seguire anche l’alternarsi del narratore, lo stile diverso ed i punti di vista sempre differenti.

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  • 4

    Che libro! E non saprei neanche dire il perchè, so solo che leggendolo mi sono sentita al cospetto dell'incarnazione della vera letteratura americana. Lo leggi e non capisci, continui, ti confonde, lo ...continue

    Che libro! E non saprei neanche dire il perchè, so solo che leggendolo mi sono sentita al cospetto dell'incarnazione della vera letteratura americana. Lo leggi e non capisci, continui, ti confonde, lo trovi strano, pensi che non abbia nè capo nè coda, ma poi questo viaggio macabro è pura poesia.

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  • 4

    « Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto de ...continue

    « Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell'altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com'è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [...]
    È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell'essere normale o dell'essere pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore. »

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  • 5

    denti

    Nelle case di Faulkner è facile perdere l'orientamento. Ci si trova nel bel mezzo di una stanza e non si sa bene come ci si è arrivati, né se è la stanza in cui si pensava di essere. Come se nel passa ...continue

    Nelle case di Faulkner è facile perdere l'orientamento. Ci si trova nel bel mezzo di una stanza e non si sa bene come ci si è arrivati, né se è la stanza in cui si pensava di essere. Come se nel passare da una stanza all'altra qualcuno avesse spento la luce, e bisogna che ogni volta passi un poco di tempo, e non sempre quel tempo basta a riconoscere ogni angolo, a ritrovare la finestra, a capire se qualcosa è stata tolta; e perché poi, adesso sul tavolo qualcuno ha appoggiato una dentiera?
    C'è una furia all'inizio di ogni capitoletto, la furia con cui ogni personaggio si rivolge a un tu di cui inizialmente chi legge non conosce l'identità. Ed è attraverso questa distanza tra chi racconta e sa bene di chi sta parlando e chi legge e non sa, che i personaggi non diventano mai figure complete e riconoscibili. Mutano agli occhi di chi ne parla, e solo i loro nomi, e il tono delle voci (perché a ognuno spetta anche parlare, oltre essere oggetto del discorso altrui) li rendono davvero distinguibili. E non tocca un destino diverso nemmeno ai luoghi. E sopra a tutto questo c'è una sorta di umanissima e dura incoerenza nell'agire. Però c'è il piccolo Vardaman che ripete mia madre è un pesce e la madre di Jewel è un cavallo. Stanno andando a seppellirla, questa madre, questo idolo pagano senza passato.

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  • 4

    Ragnatele

    C'è un passo molto bello sulle parole.
    "(...) Fu allora che mi resi conto che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. (...) avevano dov ...continue

    C'è un passo molto bello sulle parole.
    "(...) Fu allora che mi resi conto che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. (...) avevano dovuto usarci (etichettarci) con parole, appesi per bocca come ragni a una trave che oscillano e si attorcigliano senza toccarsi mai."
    E questo passo ha un'immagine molta bella delle persone come ragni.
    I fili dei ragni sono le parole.
    E i fili dei ragni costituiscono la tela delle ragnatela.
    E la ragnatela è la casa di chi la costruisce ma la trappola di chi ci si imbatte.
    Siamo soliti usare le parole come nostro rifugio. Come nostro alibi. Come nostra giustificazione.
    Ma le parole di chi le pronuncia non sempre hanno lo stesso significato per chi le ascolta. In alcuni casi sono delle trappole che immobilizzano.
    Cerchiamo di parlare bello. Di minimizzare i danni.

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  • 4

    Addie Bundren si è fatta promettere dal marito Anse che sarebbe stata sepolta a Jefferson, dove vive la sua famiglia. Così, alla morte della moglie, Anse Bundren e i cinque figli caricano la bara fatt ...continue

    Addie Bundren si è fatta promettere dal marito Anse che sarebbe stata sepolta a Jefferson, dove vive la sua famiglia. Così, alla morte della moglie, Anse Bundren e i cinque figli caricano la bara fatta in casa su uno sgangherato carretto trainato da una pariglia di muli e dalla loro casa isolata nella contea di Yoknapatawpha si avviano verso la città. Quando partono Addie è già morta da un paio di giorni durante i quali forti piogge hanno gonfiato il fiume che devono necessariamente attraversare, distruggendone i ponti. Ma Anse, uno di cui tutti hanno una scarsa opinione, uno che è la croce di se stesso, uno che il primo pensiero dopo la morte della moglie è quello di potersi finalmente rifare i denti che gli mancano in bocca, un pigro che detesta muoversi ma che una volta che si è messo in moto si interstardisce a proseguire perché quello che detesta davvero non è tanto muoversi quanto mettersi in moto o fermarsi, è deciso ad arrivare a Jefferson ad ogni costo. Del resto in città lo aspetta una nuova dentatura e chissà cos'altro. Durante il viaggio, tra accampamenti improbabili e guadi pericolosi, la macabra carovana avanza lentamente scortata dagli avvoltoi che la sorvolano in circolo attratti dai miasmi emanati dal corpo in decomposizione di Addie Bundren che si spandono sotto i nasi e gli occhi esterefatti degli abitanti della contea a cui quell'impresa non appare altro che uno scempio inutile e i cui suggerimenti o tentativi di aiuto vengono ignorati e respinti da Anse perché ciò che gli preme maggiormente è arrivare a Jefferson senza restare in debito con nessuno.
    Faulkner è unanimenente considerato il patrigno della letteratura americana novecentesca, almeno se ci si dimentica di Sherwood Andersen di cui lo stesso Faulkner è stato figlioccio e di quanti altri li hanno preceduti. Nessuno è davvero padre e tutti siamo certamente figli, ma il prestigio di Faulkner può essere giustamente paragonato a quello di cui godono i grandi romanzieri europei dell'ottocento, russi e francesi. La sua influenza ha condizionato quelli che sono venuti dopo di lui anche nella parte meridionale del contenente americano, ad esempio Vargas Llosa e Onetti, e i cerchi ampi generati dalla potenza delle sue innovazioni possono essere ancora rintracciati nelle forme narrative contemporanee, si vedano gli accostamenti alla sua opera tra i commenti alla serie televisiva True Detective, la cui sceneggiatura è, per chi conosce Faulkner, incomprensibilmente definita innovativa.
    "Mentre morivo" è un ottimo esempio del campionario degli indelebili espedienti introdotti da Faulkner nella forma e nello stile che compongono un'opera narrativa moderna, dall'utilizzo dei punti di vista multipli alla struttura narrativa "frammentata". Ogni capitolo del romanzo prende il titolo dal nome del personaggio che si esprime in prima persona raccontando le vicende in corso. Una successione di capitoli brevi che, grazie all'alternanza dei punti di vista, consente di comporre progressivamente, come in un puzzle, il quadro completo della storia: il passato dei personaggi, i loro segreti, il loro carattere, le stranezze e le cause dei loro comportamenti. Così, tra il momento dell'agonia finale di Addie Bundren e la sua sepoltura, mentre la moglie e la madre muoiono davvero, le vite del marito e dei figli poco alla volta si svelano scoprendo i misteri di cui si intuisce la presenza ma che è impossibile decifrare pienamente fino alle ultime pagine. Da qui un piacere diverso per il lettore che lavora per somma anziché per sottrazione, che aggiunge alla sua conoscenza ciò che emerge e diventa visibile invece di escludere quello che non viene esplicitamente rappresentato.
    E a sua volta "Mentre morivo" è un frammento che va a comporsi assieme agli altri romanzi che costituiscono la produzione di Faulkner, l'epopea mistica carica di tremori del sempre nascente mondo fantastico e reale della contea di Yoknapatawpha, dove l'indifferenza e il destino dell'Uomo è simile all'indifferenza e al destino della Natura, dove ogni egoismo, allucinato nella sua singolare tragicità, è tanto condannabile quanto altrettanto logico, imprescindibile quanto evitabile, dove il Peccato è necessario alla Salvezza ma non tutti i peccatori vengono salvati perché "la gente per cui il peccato è solo una questione di parole, per loro anche la salvezza non è altro che parole". Yoknapatawpha, il luogo dove le correnti torbide dell'istinto bestiale e cinico si mescolano a quelle limpide della fede e dell'amore, contaminandosi e purificandosi a vicenda per giungere, romanzo dopo romanzo, figlio dopo figlio, imperturbate, ai nostri giorni.

    "Ma io le dissi che portava male, perché il Signore le strade ce le ha messe per viaggiare: ecco perché le ha distese tutte piatte sulla terra. Quando Lui vuole che qualcosa sia sempre in movimento la fa lunga, come una strada o un cavallo o un carro, ma quando vuole che qualcosa stia dov'è la fa in su e in giù, come un albero o un uomo. Per questo non ha mai voluto che la gente vivesse su una strada, perché cosa viene prima, dico io, la strada o la casa? Hai mai visto che Lui facesse una strada davanti a una casa? dico io. No che non l'hai visto, dico io, perché son sempre gli uomini che non si danno pace finché non mettono la casa dove il primo carro che passa uno può sputargli nell'entrata, e così la gente non ha mai pace e vuol darsi una mossa e andare da qualche parte, quando lui voleva che stessero dove sono come un albero o un seminato di mais. Perchè se avesse voluto che l'uomo fosse sempre in movimento per andare da qualche parte, l'avrebbe messo per lungo sulla pancia, come un serpente, giusto? Ragionevole, no?".

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  • 4

    Il ghiotto buco delle ciambelle

    Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualcun altro, lo diranno queste pagine. Per iniziare la mia vita dal principio, ricorderò che nacqui (così ...continue

    Se mi accadrà di essere io stesso l’eroe della mia vita o se questa parte verrà sostenuta da qualcun altro, lo diranno queste pagine. Per iniziare la mia vita dal principio, ricorderò che nacqui (così mi hanno informato e così credo) un venerdì, a mezzanotte. Si notò che il pendolo prese a battere e io a strillare, simultaneamente.

    L’incipit di David Copperfield è lineare, pulito, si potrebbe dire superficiale e monofonico, dichiara immediatamente l’intenzione di prendere questo tizio fin dal suo primo ingresso nel mondo e raccontarne avventure e disavventure fino al raggiungimento della maturità.
    Dickens ti fa l’occhiolino dall’uscio di casa che tiene sempre spalancato per accogliere qualsiasi visitatore la strada gli conduca, ti invita a sedere, offre tazze di tè fumante e biscottini al burro. Come la stragrande maggioranza dei letterati di ogni tempo, carezza il comprendonio del lettore (talvolta anche con ruffianeria).

    Bussare alla porta di casa Faulkner significa attendere ignorati sullo zerbino fino all'impazienza. Quando finalmente ti prende in considerazione, la porta si apre in stretta fessura, quanto basta a scorgere l’indistinto sguardo dell’autore dietro la catenella di sicurezza tesa, bisbiglia chissà cosa. “Mi scusi, come dice? Potrebbe ripetere?”, allora ti sbatte la porta in faccia e continua a parlarti attraverso di essa, costringendoti ad aderire con l’orecchio alla sua superficie per cavarne qualcosa.
    Quelle di Dickens e della stragrande maggioranza degli scrittori sono opere scritte per appagare l’intelletto. Faulkner utilizza l’intelletto come tramite, scrive con i sensi per appagare i sensi. Nutre le pupille, i timpani e le narici, e fiata sull’epidermide.

    Per molto tempo mi sono tenuto alla larga da Faulkner per via della critica che mosse contro il collega Hemingway, probabilmente sotto l’effetto di una cocente invidia: “Non risulta aver adoperato mai parola che costringesse il lettore a consultare il dizionario”.
    Non che spasimi per Hemingway e per la sua prosa minimalista, tutt’altro, ma l’affermazione in sé è talmente stupida che ho preferito evitarne il proprietario, finché ho reputato altrettanto stupida la pretesa che le persone notoriamente intelligenti dicano esclusivamente cose intelligenti. E poi Faulkner mandò le sue scuse al rivale e continuò ad odiarlo in silenzio.

    In Mentre Morivo c’è tanto, ma davvero tanto su cui filosofeggiare e almanaccare. Dal suo capezzale di tutoli Addie la moribonda contempla il laborioso falegname (nonché figlio, per tutta la lettura del romanzo non l'avevo capito) stagliato contro il crepuscolo rugginoso costruire la bara entro la quale, a breve, verrà adagiata alla rovescia nel suo abito da sposa dalla gonna svasata. Cash, il falegname, è insondabile come l’angelo della morte, l’implacabile martellare e segare scandisce le ultime ore di vita come il ticchettio di un cronometro. Come Addie siamo tutti, fin dal primo vagito, moribondi a cui stanno facendo la cassa. Ben presto la famigliola in male arnese si mette in viaggio per esaudire l’ultima volontà della defunta di ricongiungersi alla terra natia, attraverso una natura in contrappuntistica decomposizione, di una pressante putrescenza corporale che, perso il collante della vita, si disgrega con furore sprigionando gorgheggianti secrezioni ed esalazioni mefitiche. Epopea apocalittica, volontaria e cocciuta discesa negli strati geocentrici degli inferi dove non arriva l’udito di Dio. Passando per l’acqua, poi per il fuoco, la bara infine giunge alla terra. Uno splendido dipinto fatto con feci e vomito.

    Le parole scorrono, si allungano ed ergono come megaliti, file di pietre titaniche dietro cui annidano significati misteriosi, schivi e multipli, aggrappati come muschio alle schiene di pietra, bestie oscure e plastiche come ombre dai dorsi repellenti che scrutano di soppiatto con occhio tondo e bianco.
    Una pioggia ruggente di suggestioni di innegabile fascino. Eppure non so quando, mi son fatto diffidente. Un sospetto ha preso a rosicchiarmi. Anzi, lo so quando:

    In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno. E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei. E quando sei svuotato per il sonno, non sei. E quando sei riempito di sonno, non sei mai stato. Io non so che cosa sono. Io non so se sono o no. Lui non può svuotarsi per il sonno perché non è quello che è e è quello che non è. (…) E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è. Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addie Brunden non sarà. E Jewel è, così come Addie Brunden deve essere. E allora io devo essere, se no non potrei svuotarmi per il sonno in una stanza sconosciuta. E allora se ancora non sono svuotato, io sono è. (pag.75)

    Ci sono vari modi di affrontare questo passaggio: a) Accettare i limiti del proprio discernimento e passare oltre a testa bassa. b) Dare per probabile l’ipotesi che durante quella specifica seduta scrittoria Faulkner si fosse fumato pure le suole delle scarpe. c) Rileggerlo una seconda, anche una terza volta finché non si scova il grimaldello.
    Io ho optato per la c e penso di aver capito in parte cosa volesse dire, anche se non saprei spiegarlo.

    Ma da allora questa sensazione di diffidenza mi ha accompagnato per tutta la lettura alternandosi a sprazzi di puro coinvolgimento emotivo.
    Ha preso corpo il dubbio che questa studiata opacità sia l’espediente di chi sa quanta poesia ci sia nel non comprendere o nel comprendere parzialmente, dello spiazzante fascino di scorgere approssimativamente il fondale. E che lo stile neghittoso fatto di frasi monche e parole obliate, l’orgia di collaudati simboli funerei, il fraseggio zoppo e il lirismo rauco e metallico, la biblica magniloquenza e la monocorde drammaticità, la dogmatica pregnanza e il compulsivo patetismo, i rimandi e i rimandi e i rimandi, formino una coreografia di lampi e scintille, esplosioni di orchestra e grida violente, luci fiammanti volte ad impressionare, ad abbindolare i sensi così da distrarre l’attenzione dalla mancanza di contenuti concreti eppure esaltati da un’allusività esasperante. Una spettacolare danza attorno all’assenza. Come le ciambelle che devono la loro fama non al sapore inconfondibile, ma al vuoto che sapientemente incorniciano e addolciscono.

    Qual è il limite oltre la quale lo sperimentalismo degenera in vuoto virtuosismo seppur impegnato, senza mai esserlo davvero, nei così detti temi “alti” ? Può la scrittura d’avanguardia valere il sacrificio della chiarezza, della trasparenza? Può il parlare per enigmi, o meglio può l’incapacità di parlar chiaro e diretto passare per abilità o addirittura genialità?

    In verità non so ancora bene come considerare l’opera. Sono diviso a metà. La prendo per ciò che vi ho letto. Non analisi del dolore, ma sua mirabolante rappresentazione. Un grande spettacolo e un’epifania mancata.

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  • 5

    Mentre (la letteratura) moriva

    Una delle ragioni che spingono alla lettura di Faulkner è provare a capirne lo stile: indagare quel gusto libidinoso a eliminare gli articoli, come fanno alcuni quando si rivolgono a uno straniero, o ...continue

    Una delle ragioni che spingono alla lettura di Faulkner è provare a capirne lo stile: indagare quel gusto libidinoso a eliminare gli articoli, come fanno alcuni quando si rivolgono a uno straniero, o a lasciare sottinteso il soggetto della frase, in modo che non si possa seguire l'azione, ridotta a una scommessa per lettori disposti a tornare indietro di continuo. Ci si imbatte in una certa avarizia sintattica che poi, all'improvviso, concede fin troppo, con immagini prolisse, tipo un cavallo che impenna in un labirinto di zoccoli. All'inizio va così, maluccio, fra crescenti perplessità anche in rapporto all'ineluttabile flusso di coscienza (il libro è scritto nel 1930), con singolari costruzioni, ripetitività sclerotiche, verbi che reggono all'inverosimile in una sorta di forzata carpenteria cognitiva, poco verosimile per chiunque, non solo per dei contadini. La ruralità del contesto, questo Sud del cotone, delle baracche, dei fiumi che esondano e dei ponti sommersi nel fango, stride di brutto con i discorsi ontologici di alcuni personaggi, che per un terzo dell'opera si avvicendano senza imporsi nella loro specificità, come una polifonia che non varia mai, che si amalgama - anzi - in un coro monotono pieno di tristezza e fatalismo. Ma il lettore, perfino il più ostile e diffidente, ogni tanto non può che sbalordire per la forza di un'immagine: è quella che si usa definire la potenza icastica di Faulkner - una notte di buio pesto e un vitello impantanato, la cui presenza è ricostruibile attraverso i singoli rumori che emette; o il falegname Cash, quando prepara la bara per la madre al bagliore di una lanterna posata per terra, e ogni suo movimento colpisce la luce in una specie di autosottolineatura involontaria (il gomito, la lama della sega, il dentro e fuori di quel tagliare il legno). Se si era pronti a crollare sulla pagina, ecco, ci si sveglia di soprassalto alla poesia dirompente di questa sintesi assoluta, come una strada che entra "dentro gli alberi". Io ho ricordato il disegno di un bambino: raffigurava un suonatore di fisarmonica e sembrava uno sgorbio con braccia e mani sproporzionate, ma rendeva benissimo l'avanti e indietro del mantice. Faulkner ha fatto scuola, credo, proprio per la sua straordinaria capacità di rottura: ha cioè rotto il giocattolo-letteratura, ma ci ha restituito dei singoli ingranaggi con un nitore rarissimo, perfetto; con la poesia spietata della fanciullezza. Bisogna perciò studiarlo, e non leggerlo. Va prima compreso, e soltanto dopo, con rinnovato stupore, goduto.

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