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Milano Criminale

Il romanzo

Di

Editore: Rizzoli

3.5
(124)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 422 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8817047775 | Isbn-13: 9788817047777 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: eBook

Genere: Crime , History , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
La grande epopea criminale degli anni Sessanta e Settanta, le atmosfere noir e i leggendari protagonisti di una Milano da film. Il romanzo di un’epoca e di una città che guarderete con occhi nuovi.
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  • 2

    Peccato.
    Avete presente quando a scuola professoresse dignitose sostenevano che sì, eravate bravini, ma potevate fare molto di più? È tanto intelligente, dicevano ai colloqui, ma però non si applica. ...continua

    Peccato.
    Avete presente quando a scuola professoresse dignitose sostenevano che sì, eravate bravini, ma potevate fare molto di più? È tanto intelligente, dicevano ai colloqui, ma però non si applica. Ecco, col Nostro capita giusto il contrario. Si applica, nessuno lo nega, ma gli manca il quid. Cioè, se devo essere sincero, ho visto anche una foto del Nostro con il sigaro in mano, e di solito quelli che fumano il sigaro hanno pure il quid, ma io non l'ho notato. Il quid, dico, ché il sigaro era bello grosso. Io sono anche uno di poche pretese: datemi due righe di criminalità e sono felice. Per dire, tutti quei volumi della Newton che raccontano gialli italiani, risolti e irrisolti, crimini, nefandezze varie, vallanzaschi, banditi, rapine, mesina e o'animale, ecco, io quei libri me li sono trangugiati tutti, senza perdonare nemmeno una frase.

    Questo qua invece ho fatto una fatica tremenda, tanto da aver pensato più e più volte di mollarlo a un quarto, a metà, a tre quarti. L'ho finito come il tizio che beveva Jägermeister, senza sapere il perché. Infatti potete prendere il libro, aprirlo a caso, leggere otto pagine e richiuderlo. Oppure leggere solo le prime otto. Oppure le ultime trentadue. Cambia niente. Ma veniamo al dunque, che a criticare sono buoni tutti. Il Nostro prende la storia della criminalità a Milano (e si vede che l'ha studiata, per quello dico che si applica) e la racconta sotto forma di romanzo. Insomma, romanzo: cambia i nomi dei protagonisti, lasciando intatte le iniziali, e racconta ciò che ha letto nei libri della Newton che menzionavo prima. Oppure nei giornali dell'epoca. Un'ottima narrazione, non c'è dubbio, ma tanto vale leggersi i succitati volumi della Newton. Perché da un romanzo ci si aspetta qualcosa di più. Anzi, molto di più. Io, almeno, vorrei personaggi, trame, intrecci, arzigoli, sviluppi e financo colpi di scena (questi ultimi non troppi: non siamo mica fan di Hap e Leonard. Macché). Il Nostro invece non fa nulla di tutto ciò. Personaggi che ricordano la profondità d'animo dei protagonisti della telenovela piemontese. La trama inesistente: solo un susseguirsi di fatti. Intrecci figuriamoci: oggi il cattivo vuole fare una rapina, la fa e torna a casa; il commissario scopre che c'è stata una rapina, indaga e arresta il cattivo. Ora, caro Nostro, non è che su ogni roba che descrivi devi farci un pippone alla Philip Roth, però pure divagare un po' non ti farebbe male: due intreccini psicologici, un'analisi delle motivazioni, inventati pure che quello è cattivo perché da piccolo il patrigno lo picchiava tanto, ma raccontami qualcosa! Altrimenti torno a leggere i miei carissimi volumi della Newton.

    E insomma, la storia va avanti così, con il Nostro che dentro ci infila tutto, qualcosa pure a forza. Da via Osoppo a Piazza Fontana, dal sessanttotto all'allunaggio, da Lutring a Vallanzasca, passando per Pinelli e il delitto della Cattolica. C'è tutto. Scritto, a mio insindacabile giudizio, in una lingua sciatta da liceale che fa bene il compitino. Neanche un verbo fuori posto, sia chiaro, ma tanta tanta tanta banalità. Tanta. Un piatto di pasta che è sempre fumante, la notte che è sempre lunga, gli pneumatici che stridono di continuo. I dialoghi impossibili. Io mi sono segnato questo, perché a tutto ci dovrebbe essere un limite:

    Il professore di lettere – barba di due giorni, capelli riccioli e arruffati, petto nudo – ha appena fatto del suo meglio.
    «Due cose hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.»
    La citazione kantiana era servita ad aprire le danze, a disfare il letto e bagnare le lenzuola mentre l’uomo nel piccolo riquadro grigio compiva l’impresa. Il professore è bravo con le parole.

    Lasciamo perdere il professore di lettere con la barba di due giorni e i capelli riccioli, ma secondo voi uno quando mai tromba, non dico citando Kant che forse ancora ancora, ma utilizzando il vocabolo persistentemente? Forse mi sarà capitato di scriverlo, una o due volte, ma di certo non l'ho mai pronunciato. Domani ci provo: in ufficio cito persistentemene Kant, non ho il ricciolo, ma magari un bacino sulla guancia lo acchiappo.

    A proposito della lingua, il Nostro infila qua e là parole della malavita milanese degli anni che furono. È tutta una zanza, una dura, una rapa, una manco mi ricordo più. A giocare con il gergo, con il dialetto, con il miscuglio delle lingue si può diventare scrittori magnifici, e invece qua si respira aria di Nicole Minetti e del suo ti briffo un po'.

    Ultima cosa. Due napoletani compaiono nella storia e indovinate un po': entrambi sono napoletani veraci. Ma ora, mi chiedo io, esisterà in terra o in cielo un posto, per dirla col Poeta, in cui un napoletano non sia verace? Tutti i napoletani sono veraci? E perché solo i napoletani? Esisterà un aostano verace? Quasi quasi mi viene il dubbio che napoletano e verace siano sinonimi. Ma poi, da cosa si riconosce un napoletano verace? Si presenta con pizza e mandolino? In quanto sardo sono un po' dispiaciuto che il Nostro non abbia inserito un sardo testardo. E perché no, un romano caciarone? Non dico poi di toccare le sublimi vette del genovese taccagno, ma almeno un africano con la musica nel sangue io l'avrei fatto comparire.

    Non è vero, non era l'ultima cosa. L'ultima è questa: si narra di Luciano Lutring, si dice che ha madre milanese e padre ungherese e gli si affibbia il nome romanzato di Leandro Lampis. Lampis. Ungherese. Lampis. Ungherese. Magari ha preso il cognome della madre, però. Lampis. Milanese. Lampis. Milanese.

    Io però l'ho letto troppo di fretta perché volevo vedere dove andava a parare. Quindi non fidatevi di questa recensione, andate in libreria e comprate il libro.

    ha scritto il 

  • 2

    Forse sono stata un po' tirchia con le stelline......ma uno scrittore, se deve scrive 400 pagine deve cercare di lasciare qualcosa in chi le legge, invece, nessuna empatia, con nessuno dei protagonis ...continua

    Forse sono stata un po' tirchia con le stelline......ma uno scrittore, se deve scrive 400 pagine deve cercare di lasciare qualcosa in chi le legge, invece, nessuna empatia, con nessuno dei protagonisti.
    Per intenderci quando lessi "Romanzo criminale" stesso argomento ma con fatti accaduti a Roma rimasi nauseata dal racconto
    In questo libro che pure racconta fatti dolorosissimi per la città di Milano emergono solo figure di delinquenti e assassini che si comportano da bontemponi epicurei che giocano e guardie e ladri.
    Mi segno comu que due canzoni citate che meritano: Eve of destruction Berry Mcguire e this is the end dei Doors

    ha scritto il 

  • 2

    Abbandonato oltre la metà. Paolo Roversi scrive bene niente da dire, però se tu mi racconti la storia di personaggi inventati ci sta che gli metti i nomi che vuoi tu, ma se mi racconti la storia di Lu ...continua

    Abbandonato oltre la metà. Paolo Roversi scrive bene niente da dire, però se tu mi racconti la storia di personaggi inventati ci sta che gli metti i nomi che vuoi tu, ma se mi racconti la storia di Lutring, il solista del mitra, non puoi cambiargli i nomi. E quando descrivi la mitica indimenticabile scena avvenuta davanti alla Statale, quando Mario Capanna intimò agli agenti in tenuta antisommossa di sciogliersi- ed è un episodio che credo conoscano davvero tutti gli over 40 - non puoi chiamarlo con un nome di fantasia. Mi dispiace ma questo gli è valso l'abbandono.

    ha scritto il 

  • 2

    Storia romanzata o romanzo storico?

    Nel complesso un libro deludente. A parte lo stile piatto (scrivere usando l'indicativo presente toglie comnque profondità alla storia) non sono riuscito a capire lo scopo dell'Autore. Si tratta della ...continua

    Nel complesso un libro deludente. A parte lo stile piatto (scrivere usando l'indicativo presente toglie comnque profondità alla storia) non sono riuscito a capire lo scopo dell'Autore. Si tratta della ricostruzione di alcuni fatti di cronaca nera che si sono effettivamente svolti a Milano tra il 1958 e i primi anni '70 dalla prospettiva di un immaginario questurino, poi commissario Antonio Santi. Ma la storia è vera e i fatti sono raccontati con precisione. Allora perchè cambiare i nomi dei protagonisti storici? Il Commissario Nardone diventa Nicolosi e i vari banditi Ugo Ciappina quello della rapina di via Osoppo, diventa Umberto Carminati, Luciano Lutring diventa Leandro Lampis, Renato Vallanzasca diventa Roberto Vandelli (notare la persistenza delle iniziali dei protagonistri veri). E l'artificio continua anche negli anni della contestazione e del terrorismo: Mario Capanna diventa Giorgio Castelli, Giuseppe Pinelli Gianni Parenti, Pietro Valpreda Paolo Valletta e il commissario Calabresi diventa il commissario Catalano. Il massimo si raggiunge con il collega di Santi, Nicolò Martinez: l'epilogo della sua storia è la vicenda dell'agente Annarumma. Qui il gioco delle iniziali non viene continuato, ma se Annarumma era di Monteforte Irpino, l'immaginario Martinez viene fatto nascere a Monteforte d'Alpone!
    Ed allora di nuovo:perchè? Si può romanzare la storia; è lecito e a volte funziona, ma lo sfondo deve essere interamente preservato. Così invece si rischia di far credere che certe cose sono solo frutto della fantasia, mentre così non è.
    Il romanzo è bocciato

    ha scritto il 

  • 4

    Le stelline, per la verità, dovrebbero essere tre e trequarti. Il libro in ogni caso mi è piaciuto, stile pulito, scorrevole, frasi breve, stilettate precise. Si legge bene e in fretta, non da divorar ...continua

    Le stelline, per la verità, dovrebbero essere tre e trequarti. Il libro in ogni caso mi è piaciuto, stile pulito, scorrevole, frasi breve, stilettate precise. Si legge bene e in fretta, non da divorarlo ma non è nemmeno di una noia mortale. Purtroppo per Roversi il paragone con Romanzo Criminale di De Cataldo è quasi scontato, non credo sia stata la sua intenzione iniziale, ma questo è quanto. E per questo un po' ne risente.
    Un altro punto che mi ha poco convinto è questo: ci sono argomenti trattati nel libro, come la contestazione studentesca o il delitto alla cattolica, conosciuti da molti per averli letti in altri libri, visti in trasmissioni televisive e film, su cui Roversi si è soffermato troppo, a mio avviso. Mentre alcune rapine su cui si poteva ampliare il discorso o strutturare la storia, sono stata archiviate in meno di una pagina. Naturalmente è un giudizio personale, tanto di cappello comunque, riuscire io a scrivere un libro così.
    In ogni caso voto 7

    ha scritto il 

  • 1

    Patetico e irritante nello stesso tempo. Ma chi crede di prendere in giro questo mediocre scrittore?? Un libro finto, forzato, scritto dopo aver letto un bigino sulla "mala" milanese.

    ha scritto il 

  • 4

    Sbirri e teppa

    La vita a Milano negli anni '60 e '70 tra un ciocco e un soggiorno in collegio, tra una dura e una vacanza al Due ... Il romanzo si legge bene e mi pare renda bene l'atmosfera dell'epoca.

    ha scritto il