Milano Criminale

Il romanzo

Di

Editore: Rizzoli

3.5
(133)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 422 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8817047775 | Isbn-13: 9788817047777 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: eBook

Genere: Criminalità , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
La grande epopea criminale degli anni Sessanta e Settanta, le atmosfere noir e i leggendari protagonisti di una Milano da film. Il romanzo di un’epoca e di una città che guarderete con occhi nuovi.
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  • 3

    leggendo questo libro, che parte da eventi realmente avvenuti come la rapina di via osoppo, il 68 milanese, piazza fontana e l'omicidio della cattolica, è facile riconoscere- dietro i nomi di fantasia ...continua

    leggendo questo libro, che parte da eventi realmente avvenuti come la rapina di via osoppo, il 68 milanese, piazza fontana e l'omicidio della cattolica, è facile riconoscere- dietro i nomi di fantasia e le licenze dell'autore- personaggi celebri come lutring, vallanzasca, capanna, pinelli, calabresi e via discorrendo. tutto molto piacevole e la ricostruzione del mondo della mala milanese e delle rivoluzioni studentesche è affascinante, sebbene non completa - ma (come già mi è accaduto leggendo de cataldo) è la scelta ibrida, tra romanzo e reportage, a lasciarmi perplessa.

    ha scritto il 

  • 2

    Scerby e i suoi nipotini - 20 dic 15

    Leggo per secondo questo che invece è un romanzo scritto prima del precedente. E sono contento, che, se mi fosse capitato questo non credo che avrei avuto voglia di leggere altro. Fa un po’ il paio co ...continua

    Leggo per secondo questo che invece è un romanzo scritto prima del precedente. E sono contento, che, se mi fosse capitato questo non credo che avrei avuto voglia di leggere altro. Fa un po’ il paio con il più brutto dei libri di questa collana, “Il paese che amo” di Sarasso, che ho già avuto modo di tartassare. Qui si distanzia un po’, che si parla comunque di azioni criminali, utilizzando tuttavia la stessa tecnica. Cioè quella di narrare un pezzo della storia italica, vista con gli occhi quasi di un cronista di nera, avendo cura di cambiare i nomi ai protagonisti, lasciandone invariate solo le iniziali. Roversi tenta in un certo senso di inserirsi nel solco del “Romanzo criminale” di De Cataldo, laddove questi parlava della mala romana, della banda della Magliana e delle connivenze con il potere, mentre Roversi parla della mala milanese, del solista del mitra, accennando, ma molto alla lontana, alcune tematiche politiche. Ora, il personaggio cui ruota tutta la storia, e che seguiamo da giovinetto alla maturità viene indicato come Antonio Santi, e noi pensiamo subito ad Achille Serra, capo della squadra mobile a Milano, poi prefetto, e poi anche senatore (a parte un leggero ringiovanimento, che nel ’58, Serra ha già 16 anni e mezzo non i 14 che gli dà l’autore). L’altro capo della matassa è rivolto al bandito Roberto Vandelli, che in effetti ha 8 anni all’epoca del colpo di via Osoppo, ma di cui Roversi ci fa percorrere passo dopo passo la storia, come appunto Renato Vallanzasca. E nell’Americano, poi definito dal quotidiano milanese “La Notte” il “solista del mitra”, che nelle pagine è indicato come Leandro Lampis, non si fa fatica a scoprirne le vere fattezze in Luciano Lutring. Oppure la mente della rapina di via Osoppo Ugo Ciappina che diventa Umberto Carminati. Per non dimenticare il lato “politico” dove Mario Capanna diventa Massimo Castelli o il commissario Calabresi che si trasforma in commissario Catalano. Per terminare (ma potrei dilungarmi per pagine e pagine) con il famoso omicidio della Cattolica, quello dove fu uccisa Simonetta Ferrero che si trasforma in Sandra Fontana (e dove Serra/Santi non partecipò alle indagini, ma come prefetto ricevette una lettera nel 1991 che svelava alcuni retroscena indicando il presunto colpevole). Insomma Roversi tenta di ricostruire la storia milanese criminale e politica partendo appunto dal 27 febbraio 1958, quando in via Osoppo cominciò la trasformazione della mala milanese in criminalità organizzata, sino al primo arresto di Vallanzasca, opera appunto di Achille Serra, avvenuto nel 1972. In questi 14 anni seguiamo da una parte la realtà “trasformata” con i cambi di nome, e dall’altra quella romanzata, che non appare nei libri, per creare dei punti di raccordo tra i vari momenti. Ma è come leggere le vecchie annate del Corriere della Sera. Da un lato, appunto, via Osoppo, Lutring, Vallanzasca, la rapina di via Monte Napoleone ad opera del Clan dei Marsigliesi di Albert Bergamelli, gli efferati colpi della banda Cavallero. Dall’altro il lato politico, la nascita del ’68 alla Statale di Milano, con Capanna e gli altri leader del movimento, le manifestazioni, gli scontri tra poliziotti e Katanga (e chi non sa chi siano stati i Katanga meglio astenersi), e poi la “strage di Stato”, con Pinelli, Calabresi e Valpreda. Nel mezzo alcuni intarsi, come la descrizione della morte per infarto del grande Scerbanenco, la poesia su Valle Giulia di Pierpaolo Pasolini, le canzoni di protesta alla Pietrangeli (“Contessa”) o alla Barry McGuire (“Eve of destruction”). C’è la vita privata di Serra/Santi, cui auguro di aver vissuto il grande amore con Carla e di aver apprezzato le poesie di Paul Valéry, ci sono le entrate ed uscite dal gabbio di Vandelli/Vallanzasca, ci sono infine le canzoni che fanno da colonna sonora a tutti quegli anni da Fred Buscaglione a Lucio Dalla, per passare attraverso il famoso scandalo di “Tua” di Julia de Palma e le bellissime parole di Paolo Conte in “Insieme a te non ci sto più” cantata da Caterina Caselli. Insomma, se volete fare un ripasso della Milano di quei 14 anni, questo è un utile Bignami, non certo un libro di “storia”. Un libricino che vi porta anche spigolature, sul Giambellino, sul bar da Mario, sulla mala “buona” dei primi anni Cinquanta e su quella cattiva degli anni Sessanta. Ma appunto è un Bignami che elenca cose e fatti, che cerca di ammiccare e di far finta di sapere più di quello che sa, ma senza convincerci troppo. Quanto distante dalle ricostruzioni, con nomi e fatti reali e concreti, che prima e dopo ci ha fatto Carlo Lucarelli! Un abisso per me. E con qualche imprecisione che mi ha fatto rabbrividire: Vandelli nel ’64 al Beccaria si trastulla tra “Piccola Katy” dei Pooh (che uscirà nel ’67) e “Un ragazzo di strada” de I Corvi (che è del ’66). Ma anche con un brivido di ricordo piacevole, quando ricorda l’atterraggio dell’Apollo 11 (o meglio l’allunaggio), avvenuto il 20 luglio 1969 alle 22:18 ora italiana, che seguii in diretta, in un’estate tortoretana, beandomi dei commenti di Tito Stagno e di Ruggero Orlando, insieme alle precisazioni in diretta che mi faceva mio zio Nino. Un momento magico ed irripetibile.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante

    Descrive una Milano anni 60/70 avendo secondo il mio parere letto molto su quel periodo e cambia qualche nome a persone veramente esistite si legge però abbastanza fluidamente.

    ha scritto il 

  • 2

    Peccato.
    Avete presente quando a scuola professoresse dignitose sostenevano che sì, eravate bravini, ma potevate fare molto di più? È tanto intelligente, dicevano ai colloqui, ma però non si applica. ...continua

    Peccato.
    Avete presente quando a scuola professoresse dignitose sostenevano che sì, eravate bravini, ma potevate fare molto di più? È tanto intelligente, dicevano ai colloqui, ma però non si applica. Ecco, col Nostro capita giusto il contrario. Si applica, nessuno lo nega, ma gli manca il quid. Cioè, se devo essere sincero, ho visto anche una foto del Nostro con il sigaro in mano, e di solito quelli che fumano il sigaro hanno pure il quid, ma io non l'ho notato. Il quid, dico, ché il sigaro era bello grosso. Io sono anche uno di poche pretese: datemi due righe di criminalità e sono felice. Per dire, tutti quei volumi della Newton che raccontano gialli italiani, risolti e irrisolti, crimini, nefandezze varie, vallanzaschi, banditi, rapine, mesina e o'animale, ecco, io quei libri me li sono trangugiati tutti, senza perdonare nemmeno una frase.

    Questo qua invece ho fatto una fatica tremenda, tanto da aver pensato più e più volte di mollarlo a un quarto, a metà, a tre quarti. L'ho finito come il tizio che beveva Jägermeister, senza sapere il perché. Infatti potete prendere il libro, aprirlo a caso, leggere otto pagine e richiuderlo. Oppure leggere solo le prime otto. Oppure le ultime trentadue. Cambia niente. Ma veniamo al dunque, che a criticare sono buoni tutti. Il Nostro prende la storia della criminalità a Milano (e si vede che l'ha studiata, per quello dico che si applica) e la racconta sotto forma di romanzo. Insomma, romanzo: cambia i nomi dei protagonisti, lasciando intatte le iniziali, e racconta ciò che ha letto nei libri della Newton che menzionavo prima. Oppure nei giornali dell'epoca. Un'ottima narrazione, non c'è dubbio, ma tanto vale leggersi i succitati volumi della Newton. Perché da un romanzo ci si aspetta qualcosa di più. Anzi, molto di più. Io, almeno, vorrei personaggi, trame, intrecci, arzigoli, sviluppi e financo colpi di scena (questi ultimi non troppi: non siamo mica fan di Hap e Leonard. Macché). Il Nostro invece non fa nulla di tutto ciò. Personaggi che ricordano la profondità d'animo dei protagonisti della telenovela piemontese. La trama inesistente: solo un susseguirsi di fatti. Intrecci figuriamoci: oggi il cattivo vuole fare una rapina, la fa e torna a casa; il commissario scopre che c'è stata una rapina, indaga e arresta il cattivo. Ora, caro Nostro, non è che su ogni roba che descrivi devi farci un pippone alla Philip Roth, però pure divagare un po' non ti farebbe male: due intreccini psicologici, un'analisi delle motivazioni, inventati pure che quello è cattivo perché da piccolo il patrigno lo picchiava tanto, ma raccontami qualcosa! Altrimenti torno a leggere i miei carissimi volumi della Newton.

    E insomma, la storia va avanti così, con il Nostro che dentro ci infila tutto, qualcosa pure a forza. Da via Osoppo a Piazza Fontana, dal sessanttotto all'allunaggio, da Lutring a Vallanzasca, passando per Pinelli e il delitto della Cattolica. C'è tutto. Scritto, a mio insindacabile giudizio, in una lingua sciatta da liceale che fa bene il compitino. Neanche un verbo fuori posto, sia chiaro, ma tanta tanta tanta banalità. Tanta. Un piatto di pasta che è sempre fumante, la notte che è sempre lunga, gli pneumatici che stridono di continuo. I dialoghi impossibili. Io mi sono segnato questo, perché a tutto ci dovrebbe essere un limite:

    Il professore di lettere – barba di due giorni, capelli riccioli e arruffati, petto nudo – ha appena fatto del suo meglio.
    «Due cose hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.»
    La citazione kantiana era servita ad aprire le danze, a disfare il letto e bagnare le lenzuola mentre l’uomo nel piccolo riquadro grigio compiva l’impresa. Il professore è bravo con le parole.

    Lasciamo perdere il professore di lettere con la barba di due giorni e i capelli riccioli, ma secondo voi uno quando mai tromba, non dico citando Kant che forse ancora ancora, ma utilizzando il vocabolo persistentemente? Forse mi sarà capitato di scriverlo, una o due volte, ma di certo non l'ho mai pronunciato. Domani ci provo: in ufficio cito persistentemene Kant, non ho il ricciolo, ma magari un bacino sulla guancia lo acchiappo.

    A proposito della lingua, il Nostro infila qua e là parole della malavita milanese degli anni che furono. È tutta una zanza, una dura, una rapa, una manco mi ricordo più. A giocare con il gergo, con il dialetto, con il miscuglio delle lingue si può diventare scrittori magnifici, e invece qua si respira aria di Nicole Minetti e del suo ti briffo un po'.

    Ultima cosa. Due napoletani compaiono nella storia e indovinate un po': entrambi sono napoletani veraci. Ma ora, mi chiedo io, esisterà in terra o in cielo un posto, per dirla col Poeta, in cui un napoletano non sia verace? Tutti i napoletani sono veraci? E perché solo i napoletani? Esisterà un aostano verace? Quasi quasi mi viene il dubbio che napoletano e verace siano sinonimi. Ma poi, da cosa si riconosce un napoletano verace? Si presenta con pizza e mandolino? In quanto sardo sono un po' dispiaciuto che il Nostro non abbia inserito un sardo testardo. E perché no, un romano caciarone? Non dico poi di toccare le sublimi vette del genovese taccagno, ma almeno un africano con la musica nel sangue io l'avrei fatto comparire.

    Non è vero, non era l'ultima cosa. L'ultima è questa: si narra di Luciano Lutring, si dice che ha madre milanese e padre ungherese e gli si affibbia il nome romanzato di Leandro Lampis. Lampis. Ungherese. Lampis. Ungherese. Magari ha preso il cognome della madre, però. Lampis. Milanese. Lampis. Milanese.

    Io però l'ho letto troppo di fretta perché volevo vedere dove andava a parare. Quindi non fidatevi di questa recensione, andate in libreria e comprate il libro.

    ha scritto il 

  • 2

    Forse sono stata un po' tirchia con le stelline......ma uno scrittore, se deve scrive 400 pagine deve cercare di lasciare qualcosa in chi le legge, invece, nessuna empatia, con nessuno dei protagonis ...continua

    Forse sono stata un po' tirchia con le stelline......ma uno scrittore, se deve scrive 400 pagine deve cercare di lasciare qualcosa in chi le legge, invece, nessuna empatia, con nessuno dei protagonisti.
    Per intenderci quando lessi "Romanzo criminale" stesso argomento ma con fatti accaduti a Roma rimasi nauseata dal racconto
    In questo libro che pure racconta fatti dolorosissimi per la città di Milano emergono solo figure di delinquenti e assassini che si comportano da bontemponi epicurei che giocano e guardie e ladri.
    Mi segno comu que due canzoni citate che meritano: Eve of destruction Berry Mcguire e this is the end dei Doors

    ha scritto il 

  • 2

    Abbandonato oltre la metà. Paolo Roversi scrive bene niente da dire, però se tu mi racconti la storia di personaggi inventati ci sta che gli metti i nomi che vuoi tu, ma se mi racconti la storia di Lu ...continua

    Abbandonato oltre la metà. Paolo Roversi scrive bene niente da dire, però se tu mi racconti la storia di personaggi inventati ci sta che gli metti i nomi che vuoi tu, ma se mi racconti la storia di Lutring, il solista del mitra, non puoi cambiargli i nomi. E quando descrivi la mitica indimenticabile scena avvenuta davanti alla Statale, quando Mario Capanna intimò agli agenti in tenuta antisommossa di sciogliersi- ed è un episodio che credo conoscano davvero tutti gli over 40 - non puoi chiamarlo con un nome di fantasia. Mi dispiace ma questo gli è valso l'abbandono.

    ha scritto il 

  • 2

    Storia romanzata o romanzo storico?

    Nel complesso un libro deludente. A parte lo stile piatto (scrivere usando l'indicativo presente toglie comnque profondità alla storia) non sono riuscito a capire lo scopo dell'Autore. Si tratta della ...continua

    Nel complesso un libro deludente. A parte lo stile piatto (scrivere usando l'indicativo presente toglie comnque profondità alla storia) non sono riuscito a capire lo scopo dell'Autore. Si tratta della ricostruzione di alcuni fatti di cronaca nera che si sono effettivamente svolti a Milano tra il 1958 e i primi anni '70 dalla prospettiva di un immaginario questurino, poi commissario Antonio Santi. Ma la storia è vera e i fatti sono raccontati con precisione. Allora perchè cambiare i nomi dei protagonisti storici? Il Commissario Nardone diventa Nicolosi e i vari banditi Ugo Ciappina quello della rapina di via Osoppo, diventa Umberto Carminati, Luciano Lutring diventa Leandro Lampis, Renato Vallanzasca diventa Roberto Vandelli (notare la persistenza delle iniziali dei protagonistri veri). E l'artificio continua anche negli anni della contestazione e del terrorismo: Mario Capanna diventa Giorgio Castelli, Giuseppe Pinelli Gianni Parenti, Pietro Valpreda Paolo Valletta e il commissario Calabresi diventa il commissario Catalano. Il massimo si raggiunge con il collega di Santi, Nicolò Martinez: l'epilogo della sua storia è la vicenda dell'agente Annarumma. Qui il gioco delle iniziali non viene continuato, ma se Annarumma era di Monteforte Irpino, l'immaginario Martinez viene fatto nascere a Monteforte d'Alpone!
    Ed allora di nuovo:perchè? Si può romanzare la storia; è lecito e a volte funziona, ma lo sfondo deve essere interamente preservato. Così invece si rischia di far credere che certe cose sono solo frutto della fantasia, mentre così non è.
    Il romanzo è bocciato

    ha scritto il