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Mistero Napoletano

Di

Editore: Einaudi

4.2
(165)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8806162357 | Isbn-13: 9788806162351 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
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  • 4

    Napoli dal dopoguerra agli anni'60...com'è andata e come poteva andare.

    Questo libro è molte cose in una: è il racconto di un ritorno nella città natale, Napoli, per cercare di capire il perché del suicidio di Francesca Spada dalla lettura di alcuni suoi diari. Rea cerca di intuire e ricostruire la reale vicenda di questa sincera amica, compagna di Partito e giornali ...continua

    Questo libro è molte cose in una: è il racconto di un ritorno nella città natale, Napoli, per cercare di capire il perché del suicidio di Francesca Spada dalla lettura di alcuni suoi diari. Rea cerca di intuire e ricostruire la reale vicenda di questa sincera amica, compagna di Partito e giornalista de" l'Unità", in una città nel vortice degli eventi e succube dei poteri forti che la trasformarono da primo porto commerciale del Mediterraneo a porto militare "confiscato" dagli alleati e privato di ogni opportunità per migliorarsi.
    Rea ritrova volti ed atmosfere di allora e nella forma diaristica inserisce anche uno stile da inchiesta a triplo binario: La morte di Francesca, il destino già segnato della città e l'inerzia del PCI napoletano, accecato dalla guerra fredda, da una direzione di tradizione stalinista che non accetta e non accetterà "spiriti liberi" o troppo indipendenti. Scorrono così i nomi reali di ricordi che si fanno inchiesta severa e disincantata: Achille Lauro che dai campi di prigionia alleati per "reati gravissimi" viene liberato e riabilitato con tutti gli onori e con tutti gli onori gli vengono restituiti tutti i suoi beni e poteri: da tutta la stampa campana alle navi da guerra da riciclare fino alla rinomina di sindaco con il buon consenso degli americani e di chiunque era in aria di malaffare. E così si perse in un attimo il potenziale di forza rappresentato dalla Resistenza e dalle agitazioni operaie e contadine. Il PCI con la strategia dei due tempi, prima la liberazione poi le riforme politico/sociali, si trovò del tutto spiazzato dalle azioni dei conservatori e degli alleati. Togliatti accettando il Regno del sud diede il via alla restaurazione delle vecchie strutture istituzionali e burocratiche lasciando il meridione nelle mani di Badoglio e alleati che prepararono il principio di continuità dello stato, poi esteso in tutta l'Italia...Rea ricorda come si era perso il fuoco delle posizioni nette e come ci si sentiva responsabili della situazione per non esser riusciti a contrastarla. Intanto nella redazione partenopea del giornale regnava un principio autoritario quanto moralistico e maschilista, nemico di ogni istanza di rinnovamento, (i leader cittadini erano la destra del Partito: Amendola, Napolitano, Cacciapuoti, Alicata...) lo stalinismo, un atteggiamento più che una linea politica, imprigionava intelligenza e coscienza per permettersi "processi" sommari ad ogni piccolo movimento. Nel rimpianto che si fa amarezza Rea vede nella perdita e sconfitta di Francesca la sconfitta di una intera società, quella che doveva rappresentare libertà ed uguaglianza. Napoli invece venne consegnata ad un "non-tempo" dove la paura del cambiamento ammaliò tutti nell'attesa vana di una "perdita" che non compiendosi mai soffocò la possibilità di un" etica della salvezza"...l'ossessione di Francesca è forse tra questi anfratti, essendo lei spirito puro e combattivo, non trovò pace nella città in cui la Storia fu sequestrata e il tempo bloccato nell'inerzia sempre più totalizzante di una metropoli oscura e porosa, dove i misteri vengono assorbiti dal silenzio. Come un'anomalia nella storia di ognuno. Un inventario di misteri e di angoli bui dove fare luce, diventa una disperata missione.

    ha scritto il 

  • 5

    È un libro faticoso e intenso. È rapsodico perché è un diario della ricostruzione di un diario e al tempo stesso un reportage, un documentario e una retrospettiva sulla città (Napoli, appunto), sul partito (il PCI), su una generazione intera (quella del dopoguerra). In qu ...continua

    È un libro faticoso e intenso. È rapsodico perché è un diario della ricostruzione di un diario e al tempo stesso un reportage, un documentario e una retrospettiva sulla città (Napoli, appunto), sul partito (il PCI), su una generazione intera (quella del dopoguerra). In questo libro i pensieri, le vicende, le verità nascoste si passano il testimone continuamente, tessendo fili e trame contemporaneamente, a cui non si può rimanere estranei. È un continuo gioco di specchi su di un proscenio in cui si muovono personaggi che forse, nella storia di Napoli, del PCI del dopoguerra hanno assunto la dignità di archetipo: Caccioppoli, Amendola, Cacciapuoti e sullo sfondo (ma mai come comprimari) Togliatti, Lauro e le portaerei americane. In questo tessuto si innesta (apparendo e scomparendo) la tragica vicenda di Francesca e Renzo e forse la storia, in forma di metafora, di tutti noi, che abbiamo sperato e creduto che libertà e giustizia non potessero solo essere un mantra astratto (e forse abbiamo perso).

    ha scritto il 

  • 5

    .."parla di tempo pietrificato e di coscienze espropriate"( dalla Premessa)

    non riesco a togliermelo dalla testa.ci penso di continuo.
    l'ho voluto rileggere ancora, dopo 'La comunista',racconto che li per lì mi ha lasciata molto perplessa: chi lo può capire se non ha letto il 'Mistero'? e poi, è un'altra delle innumerevoli sporche operazioni commerciali(scritto lar ...continua

    non riesco a togliermelo dalla testa.ci penso di continuo.
    l'ho voluto rileggere ancora, dopo 'La comunista',racconto che li per lì mi ha lasciata molto perplessa: chi lo può capire se non ha letto il 'Mistero'? e poi, è un'altra delle innumerevoli sporche operazioni commerciali(scritto largo largo,12 euro!) dell'editoria italiana, che butta 'sul mercato'libri raffazzonati, scritti da chiunque?perchè Rea ha permesso un simile imbroglio?e da qui,è iniziato ancora un bel viaggio con uno dei miei scrittori preferiti.
    ho intavolato idealmente una lunghissima conversazione con lui, ho riletto attentamente entrambi i libri, e sono arrivata ad una mia conclusione:il legame profondo che lega i due racconti su Francesca, la compagna del PCI suicida a Napoli nel 1961 va riportato alla luce, va interpretato, ed io lo 'interpreto' come un altro appello ancora a non permettere che il Grande Silenzio copra per sempre le voci di chi non obbedisce('la fabbrica dell'obbedienza'), di chi lotta per non essere risucchiato nella 'morta gora' del nostro presente:Napoli come l'Italia, insomma.
    ma mi spiego meglio,devo dire che l'ossessione' del Mistero mi ha talmente preso, che il 'fantasma' di Francesca ha abitato la mia vita di questi ultimi giorni. non ho fatto altro che pensare a lei, a Renzo, ai compagni napoletani, a quella storia così triste che pur essendo lontana nel tempo e di una città(Napoli)e di un partito di cui non ho fatto mai parte, l'ho sempre sentita,fin dalla prima lettura, invece come un'esperienza politica che mi riguardava da vicino. quando lessi 'il Mistero', si riaprirono vecchie ferite, i ricordi ritornarono ad essere vivi, il 'viaggio' nel passato lo feci con le lacrime agli occhi, rivedendo luoghi, persone, riascoltando le stesse parole..nell'organizzazione della sinistra extraparlamentare a cui appartenevo, furono innumerevoli le riunioni in cui agiva cattivo lo stalinismo, e quel clima di ipocrisia, di potere assoluto della 'maggioranza'(fui definita anch'io una 'frazionista'!)invadeva la vita dei compagni e sopratutto delle compagne: sono sempre stata convinta che non c'è niente di più micidiale della mistura di maschilismo e stalinismo!poi come me tante donne uscirono dalle organizzazioni miste..ma ora non voglio parlare di me, voglio ritornare a Rea, ai suoi splendidi racconti che hanno davvero il sapore di 'appello', ancora una volta..'ora o mai più'!!
    questa è una mia interpretazione,che mi rende sicura nel pensare che la pubblicazione del piccolo racconto de 'la Comunista' abbia un senso talmente profondo che mi ha letteralmente scosso:cosa dice Francesca? cosa vede Francesca? non c'è, io credo, solo il bisogno di Rea di ricordare una compagna, l'amica suicida della sua gioventù a Napoli, no, io penso che la città che percorrono insieme, che ricordano insieme, sia la metafora del nostro paese: il nostro presente è abitato da 'fantasmi'(dove la democrazia?,dove il rispetto dei bisogni e la difesa dei diritti di noi tutti?dove il lavoro politico? dove la discussione, la presa di parola in partiti svuotati di tutto? dove l'allegria e il piacere della politica, le risate, l'inventiva, la creatività?..)quello 'che resta' è un incubo, è offuscato da orribili presenze che decidono della nostra vita(e del mondo)in una corsa sfrenata alla distruzione di tutto.
    io non lo so, davvero, se questa mia lettura sia talmente di parte che non ha alcun senso, ma non ho nessuna incertezza a proporla: non è d'altra parte vero, che la parola chiave del Mistero è 'pietrificazione'? non è d'altra parte vero che la città(o paese intero)presenta le sue ferite mai guarite?..potrei continuare per ore, i rimandi sono tanti..il viaggio nel passato deve continuare, lo so, deve riascoltare, rivedere,deve porsi le stesse domande di tanti tanti anni fa!
    cosa posso dire ancora?
    leggete il'Mistero', ve lo consiglio dvvero col cuore, non è solo utile(e già per questo è un grandissimo regalo), ma è scritto con tanto amore, quell'amore per una compagna, per una città, per un mondo che vede invece'pietrificato',cattivo e alla fine anche stupidamente arrogante..è un appello alla rivolta, io credo proprio che sia questo che mi ha voluto dire Rea.
    buona lettura!

    ha scritto il 

  • 4

    La Napoli del Grande Freddo

    Leggo ad anni dalla sua uscita Mistero napoletano e ne resto come affascinato. Campano di adozione, credevo di conoscere ormai bene le vicende che avevano attraversato questa regione e, soprattutto, Napoli, città amata/odiata, vittima sacrificale dei suoi stessi cittadini e, cosa certament ...continua

    Leggo ad anni dalla sua uscita Mistero napoletano e ne resto come affascinato. Campano di adozione, credevo di conoscere ormai bene le vicende che avevano attraversato questa regione e, soprattutto, Napoli, città amata/odiata, vittima sacrificale dei suoi stessi cittadini e, cosa certamente più grave, delle sue classi dirigenti. Invece, mi mancava la prospettiva di Ermanno Rea, una prospettiva fondamentale, anche dopo le belle e pertinenti analisi di Percy Allum.
    Rea, apparentemente, vuole soprattutto narrarci le vicende di Francesca Spada, comunista, giornalista de L’Unità, critica musicale, compagna di Renzo Lapiccirella, dirigente del PCI negli anni ’50 e ’60. Una donna sopra le righe, “scostumata”, dal passato chiacchierato, troppo indipendente per essere accettata in un ambiente retrivo e conformista quale quello dei comunisti napoletani. Naturalmente, il libro è molto di più.
    Intanto, è la storia di Napoli in un ventennio cruciale, quello dell’immediato dopoguerra, del “laurismo” imperante, della guerra fredda, della svendita (in senso letterale) della città agli americani e alla loro flotta. Si potrebbe supporre che proprio la difficoltà del momento, l’esigenza di dare risposte adeguate ad una situazione che andava sempre più logorando le stesse strutture civili della città avrebbe indotto gli uomini del più importante partito di opposizione a fare quel passo ulteriore, quel salto di qualità che le circostanze richiedevano. Non fu così. I comunisti napoletani, stretti nelle maglie di uno stalinismo paralizzante, offuscati dal sospetto, timorosi di qualsiasi giudizio originale, guidati con mano ferrea e ottusa, spiati perfino dal cosiddetto “ufficio quadri” a difesa dell’ortodossia, sprecarono tesori di intelligenza e dedizione e spirito di sacrificio in battaglie sterili e (oggi potemmo dire) di retroguardia.
    Rea ci racconta tutto ciò in forma di diario. Lui, cha ha conosciuto Francesca Spada prima di lasciare Napoli come tanti, ritorna nella sua città e cerca di riannodare le fila di una vita. Parla con chi ricorda, consulta vecchi verbali, pagine di diario, combatte con chi gli dice “ma chi te lo fa fare, ormai è acqua passata”. E invece non è acqua passata. Perché, io credo, Napoli porta ancora oggi le ferite di un periodo raggelante in cui le migliori intelligenze scapparono letteralmente via ed anche la fine ufficiale dello stalinismo, dopo l’importante sconfessione di Kruscev, non fu priva di sottili distinguo che tendevano a conservare piuttosto che a rinnovare.
    Non esce bene da questa ricostruzione tutta la dirigenza del PCI napoletano. Ma anche i vertici centrali non fanno una bella figura. Naturalmente, sto semplificando troppo: a chi mi chiederà di ricordare quale fosse la realtà italiana di quegli anni posso rispondere di esserne ben consapevole, ma…il vizio è duro a morire. Ricordate, un decennio dopo, le vicende di Rossanda, Magri, Pintor e degli altri compagni de Il Manifesto?
    Comunque – non l’ho ancora scritto – nel 1961 Francesca Spada si uccise, ingerendo una forte dose di barbiturici. Poco prima, Renato Caccioppoli, il celebre matematico, intellettuale organico al PCI (come si diceva una volta) si era sparato un colpo di pistola.
    Non si trattò, in entrambi i casi, di “mal di vivere”. Credo si fossero superati i livelli di guardia, la percezione dell’inutilità, la mancanza di senso avesse raggiunto limiti inattingibili.
    Nel caso di Francesca, Rea adombra anche una motivazione che affonda nel mito greco. Quello di Alcesti che decide di immolarsi per assicurare la vita al marito Admeto, contro il dio crudele che reclama una vita umana. Francesca, morendo, sottraeva Renzo al ricatto continuo all’interno del Partito che la sua presenza in qualche modo determinava, lei donna libera, “scostumata”, anticonformista, difficile da mettere in gabbia, anche se assiderata da una città che aveva perso tutto il suo calore.
    Vorrei averlo letto prima questo libro. Avrei avuto qualche elemento in più per amare questa città e qualche argomentazione in più per detestarla.

    ha scritto il 

  • 0

    Dico subito che con Ermanno Rea e i suoi scritti io non sono obiettiva. La narrazione di Ermanno Rea è uno di quei casi, infatti, ormai sempre più rari che mi cattura dalla prima all’ultima parola. La lettura diviene una necessità della quale non si può fare a meno fino a quando tutto si compie.< ...continua

    Dico subito che con Ermanno Rea e i suoi scritti io non sono obiettiva. La narrazione di Ermanno Rea è uno di quei casi, infatti, ormai sempre più rari che mi cattura dalla prima all’ultima parola. La lettura diviene una necessità della quale non si può fare a meno fino a quando tutto si compie.
    E la magia si ripresa identica ogni volta, a prescindere da cosa venga narrato.
    Una parola sempre scelta con cura e precisione che però non perde freschezza ed immediatezza, senza mai cadere nell’artificiosità è un altro elemento di grande magia.
    Ci si sorprende a pensare che quella tale cosa non poteva essere detta in altra maniera se non quella che è stata scelta.
    Mistero napoletano, il titolo scelto, è poi un altro elemento intrigante poiché dove sarebbe il mistero se già si sa che Francesca Nobili è morta suicida?
    Rea sembra voler suggerire che il mistero, un ennesimo della storia patria, stia invece in ciò che accadde intorno a Francesca per indurla a questo gesto.
    Ma leggendo senza possibilità di distrarsi la storia si intuisce che nemmeno in questo sta il mistero poiché tutto è palese, i motivi e le situazioni che lentamente indussero Francesca al suicidio, son gli stessi che indussero solo poco prima anche Renato Caccioppoli a fare lo stesso e tanti altri giovani intellettuali napoletani che avrebbero potuto cambiare per sempre le sorti di questa città scelsero, per non morire (ma forse è stata una morte anche quella) di andare via dalla città.
    E allora il mistero dov’è?
    Forse nelle scelte di uomini che si arrogarono il diritto di gestire un partito, il PCI degli anni cinquanta a Napoli, come se fosse un feudo in cui tutti dovessero obbedire senza porsi domande di alcun tipo.
    Il potere si sa logora solo chi non lo esercita, ma in questo caso ci furono precise responsabilità, che Rea enumera con estrema precisione, per spegnere il nuovo e il propositivo, per normalizzare. Questa normalizzazione avveniva però in un momento particolare della storia di Napoli. Appena uscita dalla II guerra mondiale tutti speravano in una rinascita e tutti pensavano che il porto, il più grande del Mediterraneo, potesse e dovesse essere il fulcro di questa rinascita. Ma Napoli veniva svenduta e militarizzata con il silenzio del PCI troppo impegnato a “normalizzare”, a non ascoltare quelli che ritenevano che non era il caso di fare della “questione meridionale” il fulcro della lotta politica del PCI, ma che invece il fulcro dovesse essere la pace, lo sviluppo e la scolarizzazione, che mettere al centro la “questione meridionale” avrebbe avuto come effetto un’immobilità ed una cristallizzazione.
    Rea lo dice chiaramente: lentamente gli orologi della città si andavano fermando e non ci fu modo di rimetterli in moto.
    Perché accadde?
    Per necessità di normalizzazione?
    Per codardia?
    Perché l’interesse personale (la possibilità di avere un posto in parlamento ad esempio) sovrabbondò l’interesse comune?
    Com’è vicina la storia di allora a quella di oggi.
    E com’è strano leggere che chi avrebbe dovuto lottare al fianco dei lavoratori perché non perdessero i posti di lavoro era troppo impegnato a normalizzare (nel frattempo intere realtà produttive chiudevano e si formava quell’enorme bacino di disoccupati di cui Napoli non si sarebbe mai più liberata).
    E come è strano leggere che chi avrebbe dovuto lottare per l’uguaglianza sociale e le pari opportunità al suo interno faceva parecchi distinguo soprattutto per donne intelligenti e colte, ma anche con chi non poteva troppo facilmente essere normalizzato ( e qui Francesca Nobili e Renato Caccioppoli sono solo i due esempi forse più illustri).
    Insomma consiglierei la lettura di questa storia e la scoperta di molti altri misteri in esso contenuti, definiti da Rea “napoletani”, ma non so quanto tipici solo di Napoli a tutti quelli che pensano che ci sia qualcosa di antropologico perché Napoli ed i suoi cittadini sono così e non potranno mai essere qualcosa di diverso.
    Io ho sempre pensato e continuo a pensare che invece di una ineluttabilità antropologica ci sia una precisa scelta politica di cui anche le forze di sinistra sono responsabili e che sono il risultato anche del loro silenzio e della loro incapacità di leggere la realtà.
    Quanto di questo è ancora, purtroppo, nella nostra storia.
    D’altra parte tra i protagonisti della normalizzazione ci fu Giorgio Napoletano, attuale presidente della Repubblica, che all’epoca così si esprimeva:

    “Nelle parole di Renzo Lapicerella è ravvisabile un pericolo: quello di giungere alla conclusione che dal ’44 in poi a Napoli e nel Sud intero non si sia proceduto avanti sulla via italiana al socialismo. Ciò è falso. Anzi, molti sono stati i successi e grande è stato il cammino percorso in quella direzione”.

    Ma ne siamo proprio sicuri?
    Dopo ci fu il buio.

    ha scritto il 

  • 5

    Molto da leggere e molto da capire sulla sinistra in generale, sul PCI e sulle sue mutazioni in particolare grazie a questo libro. Al di là delle appassionanti (e veritiere) vicende di Francesca e Renzo, i protagonisti, che incrociano le vite di altri militanti, protagonista del libro è il PCI. U ...continua

    Molto da leggere e molto da capire sulla sinistra in generale, sul PCI e sulle sue mutazioni in particolare grazie a questo libro. Al di là delle appassionanti (e veritiere) vicende di Francesca e Renzo, i protagonisti, che incrociano le vite di altri militanti, protagonista del libro è il PCI. Un partito all'epoca dominato da Amendola attraverso il suo fido Cacciapuoti. Un partito in cui la tensione verso l'ideologia celava un fortissimo leaderismo. Venuta meno l'ideologia è rimasto il leaderismo. Da lì Bassolino.
    Un libro che lascia il segno. Da leggere e rileggere.

    ha scritto il 

  • 0

    le gerarchie della vergogna

    esistono città dove la luce è lo spazio camminano insieme, diventano un terreno dove le voci che si sentono sono un prato, dove si vede qualche sparuto fiore irripetibile. uno di questi luoghi è napoli, capitale dell’occidente meridionale (l’altra è bari, l’oriente d’italia).
    la luce di nap ...continua

    esistono città dove la luce è lo spazio camminano insieme, diventano un terreno dove le voci che si sentono sono un prato, dove si vede qualche sparuto fiore irripetibile. uno di questi luoghi è napoli, capitale dell’occidente meridionale (l’altra è bari, l’oriente d’italia).
    la luce di napoli diventa magnifica quando sparisce il bagliore, quando il crepuscolo invade gli occhi come un pugno che avvisa la bellezza; ermanno rea riesce a raccontare questa storia del dopoguerra avendo come luogo oltre la città, le dinamiche che la rendono un miracolo.
    renato cacciopoli nipote di bakunin, è un fantasma reale quanto lo è stato giordano bruno per quella terra, francesca spada, giornalista, sua amica fidata si suicida dopo due anni della libera morte di cacioppoli.
    entrambi militanti comunisti, delusi da quelli che dietro questa maschera cercavano il potere ignorando quello che la natura umana esige.
    siamo nel dopoguerra, il passato e il presente del libro si confondono, diventano trama di una terra, il sud, ma anche l’italia, dove non è possibile salutare la luce senza cedere ad un interesse.
    un paese dove germina l’ordinario, e che di fronte allo straordinario si ritrova ad usare l’isolamento.
    carmelo bene diceva che in italia basta girare l’angolo e non si è più nessuno.
    napoli è una città in balia di un abbruttimento irrimediabile, un luogo senza scampo dove si è irrimediabilmente attratti, con la necessità del dolore che mina la propria identità.
    la politica ripugna, perché copre di bugie la verità, confondendo la realtà, rendendo la vita cruda, per cedere ai destini indivle gerarchie della vergognaiduali triturati negli ingranaggi dell'ideologia.

    ha scritto il 

  • 5

    "Io me ne vado per sempre da questa città / ove il mare è scomparso..."

    Un libro che riesce ad essere tante cose insieme, e in questa convivenza di elementi diversi è incredibilmente onesto.
    Il diario di un ritorno nella città che si è abbandonata, la storia di un'amicizia, il ritratto di una donna eccezionale, la storia della classe politica del PCI a Napoli n ...continua

    Un libro che riesce ad essere tante cose insieme, e in questa convivenza di elementi diversi è incredibilmente onesto.
    Il diario di un ritorno nella città che si è abbandonata, la storia di un'amicizia, il ritratto di una donna eccezionale, la storia della classe politica del PCI a Napoli nel dopoguerra, la storia di Napoli nel dopoguerra. Un atto d'amore, l'autopsia della fine, un antenato del famoso Gomorra. Un capolavoro dei nostri anni che parla del passato ricordando un mondo scomparso, animato da uomini e donne fatti di un'altra pasta. Ermanno Rea ci dice che le cose che abbiamo conosciuto finiscono, a un certo punto ritorni dov'erano e non le trovi più. Ma non solo, ci dice anche il perché.
    ***
    "Io so perché sono triste, nonostante la pioggia. Non lo so perché mi illudo di aver estinto un debito contratto con me stesso tanto tempo fa, nella convinzione che non si può amare una città né un amico -- nessuno -- senza essere poi disposti a mettere in gioco sé stessi in nome della loro innocenza".

    ha scritto il 

  • 5

    Il mistero in questione non è semplicemente quello del suicidio di Francesca Spada (amica dell'autore) ma riguarda l'intera Napoli, dal dopo guerra sino alla fine degli anni '50. Riguarda il P.c.i. di allora, il suo rapporto con l'intellighentia cittadina, il suo modo di fare politica, di interag ...continua

    Il mistero in questione non è semplicemente quello del suicidio di Francesca Spada (amica dell'autore) ma riguarda l'intera Napoli, dal dopo guerra sino alla fine degli anni '50. Riguarda il P.c.i. di allora, il suo rapporto con l'intellighentia cittadina, il suo modo di fare politica, di interagire con quella città quasi coloniale che è (ed è ancora) Napoli.
    E' difficile giudicarlo, così com'è difficile giudicare qualsiasi diario che è in primo luogo il rapporto di un'esperienza. In questo caso è un indagine sulle proprie memorie, un tentativo di recuperare in loro un senso in grado, se non di fare chiarezza, di accordare la pace che deve essere donata a certi uomini e a certi tempi.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro che attraverso la ricostruzione di un suicidio di una donna, militante comunista degli anni '40 '60, ricostruisce un quadro del PCI molto amaro e crudo che spiega perfettamente sia lo squallore di quegli anni sia la degenerazione di quelle idee.

    ha scritto il