Moby Dick

o La balena

Di

Editore: Mondadori (Oscar grandi classici, 21)

4.1
(6187)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 739 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Tedesco , Olandese , Chi tradizionale , Catalano , Finlandese , Portoghese , Rumeno , Greco , Giapponese , Russo , Polacco , Danese , Ceco , Indiano (Hindi) , Ungherese , Chi semplificata

Isbn-10: 8804525169 | Isbn-13: 9788804525165 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Cesarina Minoli ; Curatore: Massimo Bacigalupo ; Contributi: Harold Bloom ; Prefazione: Fernanda Pivano

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Altri , Cofanetto , Rilegato in pelle , eBook , Copertina morbida e spillati

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Viaggi

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Descrizione del libro
Ishmael, narratore e testimone, si imbarca sulla baleniera "Pequod", il cui capitano è Achab. Il capitano ha giurato vendetta a Moby Dick, una immensa balena bianca che, in un viaggio precedente, gli aveva troncato una gamba. Inizia un inseguimento per i mari di tre quarti del mondo. Lunghe attese, discussioni, riflessioni filosofiche, accompagnano l'inseguimento. L'unico amico di Ishmael morirà prima della fine della vicenda. E' Queequeg, un indiano che si era costruito una bara intarsiata con strani geroglifici. Moby Dick viene infine avvistata e arpionata. Trascinerà nell'abisso lo stesso Achab, crocefisso sul suo dorso dalle corde degli arpioni. Ishmael è l'unico che sopravvive, usando, come zattera, la bara di Queequeg.
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  • 4

    "Là soffia!"

    "Eppure questa è la vita. Poiché noi mortali abbiamo appena finito, dopo lunghe e dure fatiche, di estrarre dalla grande mole di questo mondo il suo poco ma prezioso olio, e poi, con laboriosa pazienz ...continua

    "Eppure questa è la vita. Poiché noi mortali abbiamo appena finito, dopo lunghe e dure fatiche, di estrarre dalla grande mole di questo mondo il suo poco ma prezioso olio, e poi, con laboriosa pazienza, ci siamo appena ripuliti dalle sue sporcizie e abbiamo imparato a vivere quaggiù in lindi tabernacoli dello spirito, quando, appena l'abbiamo fatto, ecco qui — Là soffia! — il fantasma zampilla in alto, e via, partiamo per combattere qualche altro mondo, e torniamo a subire tutta la vecchia routine della gioventù."

    Ho nutrito per questo romanzo una delle avversioni più elevate e persistenti della mia vita.
    Mai e poi mai avrei pensato di trovarmi a leggere Moby Dick...
    Mai e poi mai avrei pensato di trovarlo ironico, poetico, suggestivo ed estremamente elegante...pur essendo nel contempo faticoso, lento, a tratti proprio estenuante...(ecco vivevo benissimo anche senza alcuni minuziosi dettagli caccia-olio-baleniferi).

    Una lettura anch'essa allegorica e rappresentativa di come scorra la vita, a volte impaludata in derive che ci appaiono essenziali ma che in realtà non forniscono valore. Censire, catalogare, necessità di conoscere per calmierare la paura, forse. Chimerica illusione di riuscire a dominare il destino attraverso conoscenze di dettaglio che in realtà non portano a nulla di sostanziale.

    "Quindi, per quanto io voglia trattare a fondo l'argomento balena, rimango sempre in superficie; non la conosco e non la conoscerò mai. E se non conosco nemmeno la coda di questa balena, come posso capire la sua testa?"

    Mi vien naturale mettere a confronto Achab e Bartleby, avendo appena letto di entrambi. Due personaggi epici, due modi di interpretare la vita, due modi per rimanere integri e fedeli a sé stessi, due facce della stessa medaglia (o dello stesso doblone..ehm). Entrambi sfidanti, entrambi tenaci alla cocciutaggine, entrambi fermi sulle loro posizioni. Atteggiamenti antipodali che curiosamente conducono allo stesso risultato. 

    Cosa piccola è l'uomo nei confronti degli abissi oceanici. Pesce legato o pesce slegato che sia, il destino di ciascuno di noi è tracciato. Un giorno sprofonderemo mentre il grande sudario del mare continuerà a fluttuare, come fluttuava cinquemila anni fa.
    E Achab sarà sempre Achab e Bartleby sarà sempre Bartelby. 

    Mentre ad ogni lettura Melville par che esorti: "Per mille aringhe sotto sale!...Svegliaaaaaa lettore ... Svegliaaaa. ...Là soffiaaaaaa!"

    ha scritto il 

  • 2

    tra una e cinque stelle

    Moby Dick si compone di due parti, frammiste tra di loro: circa un quinto è un capolavoro, il resto è illegibile. Se si ha la tenacia, pur addormentandosi decine di volte sul libro, di proseguire fino ...continua

    Moby Dick si compone di due parti, frammiste tra di loro: circa un quinto è un capolavoro, il resto è illegibile. Se si ha la tenacia, pur addormentandosi decine di volte sul libro, di proseguire fino alla fine, si godrà del quinto "buono", altrimenti... il tempo di una vita è breve, i libri belli sono tanti

    ha scritto il 

  • 5

    Moby Dick è un romanzo per chi ama “leggere” e non semplicemente “leggere una bella storia”. Credo di non aver mai letto mai nulla di così coinvolgente e istruttivo.

    ha scritto il 

  • 5

    "... lanciò nell'aria un grido da gabbiano:- Laggiù soffia! Una gobba come una montagna di neve. E' Moby Dick!"

    I tre giorni di inseguimento sono tanto frenetici e violenti da richiedere riposo, senza ...continua

    "... lanciò nell'aria un grido da gabbiano:- Laggiù soffia! Una gobba come una montagna di neve. E' Moby Dick!"

    I tre giorni di inseguimento sono tanto frenetici e violenti da richiedere riposo, senza tuttavia riuscire ad averlo, siamo col vecchio e folle Achab, impossibilitati anche noi a fermarci, a rimandare, a desistere dal farci trascinare dal desiderio di vivere il grande incontro da tante "pagine" atteso!
    E alla fine resto senza respiro, resta il bisogno di chiedere perdono a Moby Dick e liberarlo per sempre da ramponi e funi, resta la compassione e l'ammirazione per tutti gli uomini del Pequod.
    (altro su Alicemate: https://alicemate.wordpress.com/2016/04/17/moby-dick-a-fine-lettura/

    ha scritto il 

  • 4

    Mandare tutto in vacca, e 'fanculo l'armatore.

    Sul gruppo aNobii "Americana Contemporanea" c'è una incredibile discussione sulle chiavi di lettura di Moby Dick. Ognuno propone la sua: "l'oceano è il labirinto e Moby Dick è il minotauro", "L'oceano ...continua

    Sul gruppo aNobii "Americana Contemporanea" c'è una incredibile discussione sulle chiavi di lettura di Moby Dick. Ognuno propone la sua: "l'oceano è il labirinto e Moby Dick è il minotauro", "L'oceano è la vita, il Pequod il tempo che scorre, Achab il protouomo"... appaiono perfino dei marxisti che ci vedono una metafora della lotta proletaria, si manifesta perfino un Achab-Marchionne.
    Per me è la storia di un capitano che perde il senno dietro a un'ossessione. Niente metafore, livello zero. E Melville lascia almeno tre indizi per indirizzare il lettore verso questa lettura. Innanzitutto sceglie uno strano nome per il suo capitano: lo chiama perfidamente Ahab. Ahab, o Achab, nel vecchio testamento è un re idolatra; guardacaso il capitano Ahab trasforma una fonte di profitto in un idolo: dovrebbe pragmaticamente cacciare balene più accondiscendenti, invece insegue la sua ossessione e manda tutto in vacca. Una follia per un normale commerciante, ma per i balenieri di Nantucket, una specie di quaccheri che quando parlano sembra di sentir risuonare la Bibbia di King James per il florilegio di Thou didst e thine abominations, per un armatore di Nantucket non semplice follia ma addirittura sacrilegio, tanto da meritare il secondo indizio: un pescatore/profeta che (seconda combinazione?) si chiama Elia, esattamente come il profeta che in 1Re 18 va a preannunciare sventure ad Ahab il Re.
    Il capitano Ahab manderà tutto in vacca. Curiosamente, questa volta, a mandare tutto in vacca non è un ubriacone come il Capitano Flint o il codardo Lord Jim o Long John Silver, delinquente nato e dissimulatore. A mandare tutto in vacca questa volta è un Quacchero bacchettone, un brav'uomo rigido come un baccalà, che si sarebbe meritato una mensione da Immanuel Kant in persona, per essere la perfetta personificazione dell'Imperativo Categorico.

    Curiosissima l'alternanza di registri. Inaspettatamente appaiono pagine ironiche, perfino il cupo e tenebroso Achab, Achab il folle, perfino lui a tratti fa ridere.

    Equilibrio difficile e rischioso. Melville magicamente lo raggiunge.

    ha scritto il 

  • 4

    Lo sapevo già che in "Moby Dick" c'erano digressioni tecniche sulle balene e sulla caccia alle balene. Ma non immaginavo che fossero così lunghe!
    Non posso negarlo: a un certo punto ho iniziato a salt ...continua

    Lo sapevo già che in "Moby Dick" c'erano digressioni tecniche sulle balene e sulla caccia alle balene. Ma non immaginavo che fossero così lunghe!
    Non posso negarlo: a un certo punto ho iniziato a saltare le pagine. Non appena capivo che il capitolo era l'ennesima disquisizione sull'anatomia delle balene o altre robe pallose di questo tipo, saltavo al capitolo successivo.
    Non capisco perché il buon Melville non abbia pensato di mettere tutta quella parte in appendice, come saggio.
    Il resto, è un gran romanzo. Molto "teatrale" e lirico, e ricco di fascino.
    E' vero che i personaggi sono esagerati, in primis Achab (la cui caratterizzazione viene considerata da Nemi D'agostino, nella sua introduzione, come il limite del romanzo). Ad alcuni, possono sembrare ridicoli.
    Non a me, che anzi penso che Achab sia un personaggio eccezionale, titanico, tragico e potente.
    "Moby Dick" si presta a varie interpretazioni, e non mancano ambiguità e contraddizioni (sono uno degli elementi di fascino del romanzo). E' probabilmente il classico romanzo che ogni volta che lo rileggi, ti dice qualcosa di diverso. Chissà, capace che alla prossima rilettura mi piacciono persino le didascaliche spiegazioni sull'estrazione dei spermaceti.

    Un'ultima considerazione: non lo dice quasi nessuno, lo faccio io. La prima parte, i capitoli prima della partenza del Pequod, sono divertenti e ricchi di comicità. Umorismo di secoli fa, ok, ma io ho riso lo stesso.

    ha scritto il 

  • 5

    «Per mille aringhe sotto sale!». Che viaggio!!!

    «Mumble...mumble...». Sono giorni che rimugino; parlotto da sola facendo mettere in dubbio il mio equilibrio psichico.
    Il fatto è che avrei voluto scrivere un commento che riuscisse a trasmettere -al ...continua

    «Mumble...mumble...». Sono giorni che rimugino; parlotto da sola facendo mettere in dubbio il mio equilibrio psichico.
    Il fatto è che avrei voluto scrivere un commento che riuscisse a trasmettere -almeno in parte- quanto quest'opera mi sia piaciuta.
    Nessuna analisi, per carità. Se ne trovano tante. E chi sono io per aggiungermi alla schiera?
    Semplicemente il sentire di una lettrice tra tante.
    La storia parte da una confessione: non ho mai avuto la minima intenzione di leggere "Moby Dick". «Non fa per me», mi dicevo. L'idea di passare almeno due mesi in balia delle movimentate onde oceaniche mi nauseava.
    Sono stati loro, quelli del Gruppo di lettura, che mi hanno catturata con le loro suadenti voci da sirena: «Daiii..vienii...insieme ce la faremo...». E beh, in effetti, avevano ragione: da sola non avrei mai letto "Moby Dick" per mero pregiudizio.
    Primo impatto: meraviglia! Mi aspettavo un tono grave in sintonia con il noto dramma. Sono stata, invece accolta, da una voce scanzonata che ironizza sulle debolezze dell'uomo ed indica ad ogni passo i segni premonitori seminati nella storia come i sassolini di Pollicino e che si ritrovano ancor prima d'imbarcarsi sul Pequod.
    Il primo capitolo si chiama:
    "Miraggi"per Pavese;
    "Morgane" per Ottavio Fatica;
    "Lontane visioni" per Pietro Meneghelli...
    Sottigliezze? Affatto! Le pieghe che assumono le parole non sono come quelle di un vestito che si possono stirare e "Oplà!" tutto torna a posto!
    Ma oltre non vado sulla questione delle traduzioni. C'è chi ne sa e io non ne so.
    Una cosa, tuttavia, la so e va detta chiara: questo non è un viaggio in prima classe, nulla di comodo.
    Come molti hanno sottolineato (e come qualcuno ne ha fatto fulcro) Melville non si risparmia in prolisse nozioni di cetologia. Quattro capitoli, inoltre, interamente dedicati alla difesa del mestiere di baleniere. E poi la balena vista dall'alto, di fronte, di lato e scavando dentro fino al nucleo centrale di quell'immenso corpo.
    "E io, in fatto di baleneria, quando la cosa sembrava necessaria, non ho certo risparmiato le ricerche storiche."
    Ammetto che qualche sbadiglio è partito ma alla fine della lettura mi sono resa conto della necessità di queste lungaggini. Necessità dell'opera e mia personale che non avrei colto alcune scene senza capire la fisionomia del cetaceo. E che ne sapevo io di spermaceti e sfiatatoi?
    I contenuti, tuttavia, spaziano. Ce n'è per tutti: filosofia, storia, religione, arte...
    Ma anche lo stile non è univoco: un po' romanzo, un po' saggio, un po' canovaccio teatrale e persino operistico...E poi la poesia con cui viene descritto il mare (soprattutto l'Oceano Pacifico) e quel meraviglioso capitolo sulla bianchezza della balena. "Quell'ateismo di colori"che contiene al contempo il bene e il male in un'ambigua convivenza.
    L'animo umano è sondato fin nei suoi più oscuri meandri.
    Regina è la follia.
    "io sono demoniaco, sono la follia impazzita! Quella follia invasata che è calma solo per capire se stessa!" dice il capitano Achab dominato dalla sua fatale ossessione.

    Ecco...lo sapevo..tante parole per non dire nulla.
    Vero è che anche dopo 165 anni questo libro continua a conservare degli abissi imperscrutabili.
    Lo rileggerò, passerà del tempo ma lo rileggerò.

    " Si sente spesso parlare di scrittori che si innalzano e si gonfiano con il loro argomento, anche quando questo sembra solo roba ordinaria. Che sarà allora di me, che scrivo di questo leviatano? Inconsapevolmente la mia grafia si allarga in maiuscole da cartellone. Datemi una penna di condor! Datemi per calamaio il cratere del Vesuvio! Amici, sorreggetemi le braccia! Perché nel semplice atto di vergare i miei pensieri su questo leviatano, essi mi sfiniscono e mi indeboliscono con la loro estensione e la loro eccessiva portata, come volessero abbracciare l'ambito di tutte le scienze e tutte le generazioni di balene, e di uomini, e di mastodonti, del passato, del presente e del futuro, con tutti i roteanti panorami degli imperi della terra e da un capo all'altro dell'universo, inclusi i sobborghi. Tale e tanto esaltante è la virtù di un argomento vasto e generoso! Cresciamo di volume adeguandoci alla sua mole. Per produrre un libro poderoso si deve scegliere un argomento poderoso. Sulla pulce non si potrà mai scrivere un volume grande e durevole, sebbene siano in molti ad averlo tentato. "

    ha scritto il 

  • 2

    Si salvi chi può

    Si salvi chi può, perché il libro è decisamente impegnativo, seppure la scrittura sia magistrale e non per niente è un “classico”.
    Si salvi chi può, perché gli excursus sulle balene e su tanto altro s ...continua

    Si salvi chi può, perché il libro è decisamente impegnativo, seppure la scrittura sia magistrale e non per niente è un “classico”.
    Si salvi chi può, perché gli excursus sulle balene e su tanto altro sono interessanti ma a volte diventano pesanti come un palla al piede che ti trascina negli abissi.
    Si salvi chi può, perché i poveri navigatori balenieri non sempre hanno la meglio con le balene, e ancor più con la famosa e misteriosa balena bianca chiamata Moby Dick.
    Si salvi chi può, perché Achab è implacabile con sé stesso e con i suoi.
    Si salvi chi può, perché... cosa accadrà quando Achab finalmente si (ri)troverà faccia a faccia con lei...?

    PS: le due stelline ("sufficiente") riguardano solo il godimento di questa mia lettura, fermo restando che è una grande scrittura ed è piena di significati ecc. ecc.

    ha scritto il 

  • 3

    Una delle storie più celebri, se non fondanti, di tutta la letteratura consta di una sessantina di pagine, anche se il libro che la contiene supera le seicento. È un’esagerazione, certo, ma utile per ...continua

    Una delle storie più celebri, se non fondanti, di tutta la letteratura consta di una sessantina di pagine, anche se il libro che la contiene supera le seicento. È un’esagerazione, certo, ma utile per dire che Moby-Dick non è affatto il libro di avventure che chi ancora deve leggerlo può erroneamente aspettarsi.
    La traduzione di Ottavio Fatica, in questa recente edizione Einaudi, è stata la ragione che mi ha spinto a rileggere quest’opera a distanza di circa dieci anni dalla prima lettura, nella versione di Cesare Pavese. Ricordavo un libro completamente diverso. Forse migliore.
    I primi capitoli del libro sono spassosissimi. L’incontro tra Ishmael e il cannibale ramponiere Queequeg è pieno di tenerezza e comicità, ed è proprio quest’ultima vena che avevo completamente trascurato nella prima lettura. Sì, perché la paura di relazionarsi con ciò che è diverso genera davvero effetti esilaranti, l’impaccio e la goffaggine di Ishmael a riguardo non possono che farci sorridere e trovo che l’evoluzione di questa iniziale diffidenza in una solidale amicizia costituisca alcune della pagine più durature di Moby-Dick.
    Anche la statura di personaggio di Ahab è cresciuta col tempo. Le ferite nell’animo e la mutilazione fisica che la leggendaria balena bianca gli ha inferto sono pagine terribili e sofferte, una delle poche occasioni in cui si può parlare di discesa negli abissi non a sproposito. Ahab è davvero un personaggio spaventoso e l’accostamento che Borges ne fece con l’Ulisse dantesco in un famoso saggio è forse una delle più lucide interpretazioni che ne siano state date: in entrambi i casi lo scrittore argentino vedeva i semi di un “oscuro e complicato suicidio”.
    In uno degli ultimi capitoli del Moby-Dick si legge che per scrivere un grande libro c’è bisogno di un grande tema. La complessità di quest’opera, credo, risiede tutta qui. La mole gigantesca della Balena Bianca dovette sembrare a Melville l’incarnazione più prossima dell’intero Universo. Non per niente i riferimenti principali della sua ispirazione sono la Bibbia e Shakespeare. La vastità degli oceani è spesso assimilata alla smisuratezza di una prateria, il viaggio del Pequod, così si chiama la nave baleniera, è una risalita verso le origini dell’uomo, certo, ma racchiude anche il senso del divenire insito nell’avventura umana: la formazione di una nazione, il superamento di una frontiera, le trasformazioni inferte alla natura e il perdente conflitto con essa. Di qui le numerose digressioni e i molteplici linguaggi di cui è denso il libro. Classificazioni enciclopediche, inserti teatrali, manualistiche descrizioni delle tecniche di caccia alla balena, mitologie e simboli: con oltre mezzo secolo di anticipo Melville aveva intuito molte delle cose che Joyce realizzerà nell’”Ulisse”.
    Proprio in virtù di questa complessità la traduzione di Ottavio Fatica non è forse la più efficace. Le scelte lessicali di Melville sono spesso zeppe di tecnicismi nautici, di iperboli, ma questa traduzione appesantisce ulteriormente la lettura con numerosi toscanismi, termini chiaramente desueti e arcaici, virtuosismi eccessivi. Tanto per fare un esempio, il capitolo 87, “La Grande Armada”, contiene forse una delle scene più grandiose e commoventi che la letteratura abbia prodotto: il Pequod sta inseguendo in mare aperto un gruppo di balene, alle spalle un branco di squali cerca di approfittare e fare scempio delle prede ferite, nel frattempo alcune balene, insistendo nella fuga, seguitano ad allattare i piccoli annidati sotto il loro ventre. Una lettura che dovrebbe essere appassionate è disturbata dalla predominanza del lessico raro, da strutture sintattiche al limite dell’involuzione, da un vocabolario ottocentesco. Tutto questo ha fatto sì che abbia terminato la lettura del libro più per una curiosità intellettuale che per una spinta del cuore.

    ha scritto il 

  • 3

    FINITOOO!!!!

    Finalmente ho finitooooo!!!
    Non sono riuscita ad appassionarmici. Sarà perché la storia è frammentaria, troppo spesso interrotta dalla nuova scienza melvilliana, la cosidetta "Balenologia". Sono convi ...continua

    Finalmente ho finitooooo!!!
    Non sono riuscita ad appassionarmici. Sarà perché la storia è frammentaria, troppo spesso interrotta dalla nuova scienza melvilliana, la cosidetta "Balenologia". Sono convintissima che Achab e Moby Dick siano una copertura per veicolare questa nuova scienza e le sue meraviglie. Meraviglie che io, nonostante la mia passione viscerale per le scienze, ho trovato terribilmente noiose; e anche l'intrigo tra Achab e Moby Dick pensandoci su è ben poca cosa.
    Concludo dando 3* alla fantasia del Balenologo!!!

    ha scritto il 

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