Moby Dick

Di

Editore: Orsa Maggiore Editrice

4.1
(6169)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 687 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Tedesco , Olandese , Chi tradizionale , Catalano , Finlandese , Portoghese , Rumeno , Greco , Giapponese , Russo , Polacco , Danese , Ceco , Indiano (Hindi) , Ungherese , Chi semplificata

Isbn-10: 8823904668 | Isbn-13: 9788823904668 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Lucilio Santoni

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Copertina rigida , Cofanetto , Rilegato in pelle , eBook , Copertina morbida e spillati

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Viaggi

Ti piace Moby Dick?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 5

    Moby Dick è un romanzo per chi ama “leggere” e non semplicemente “leggere una bella storia”. Credo di non aver mai letto mai nulla di così coinvolgente e istruttivo.

    ha scritto il 

  • 5

    "... lanciò nell'aria un grido da gabbiano:- Laggiù soffia! Una gobba come una montagna di neve. E' Moby Dick!"

    I tre giorni di inseguimento sono tanto frenetici e violenti da richiedere riposo, senza ...continua

    "... lanciò nell'aria un grido da gabbiano:- Laggiù soffia! Una gobba come una montagna di neve. E' Moby Dick!"

    I tre giorni di inseguimento sono tanto frenetici e violenti da richiedere riposo, senza tuttavia riuscire ad averlo, siamo col vecchio e folle Achab, impossibilitati anche noi a fermarci, a rimandare, a desistere dal farci trascinare dal desiderio di vivere il grande incontro da tante "pagine" atteso!
    E alla fine resto senza respiro, resta il bisogno di chiedere perdono a Moby Dick e liberarlo per sempre da ramponi e funi, resta la compassione e l'ammirazione per tutti gli uomini del Pequod.
    (altro su Alicemate: https://alicemate.wordpress.com/2016/04/17/moby-dick-a-fine-lettura/

    ha scritto il 

  • 4

    Mandare tutto in vacca, e 'fanculo l'armatore.

    Sul gruppo aNobii "Americana Contemporanea" c'è una incredibile discussione sulle chiavi di lettura di Moby Dick. Ognuno propone la sua: "l'oceano è il labirinto e Moby Dick è il minotauro", "L'oceano ...continua

    Sul gruppo aNobii "Americana Contemporanea" c'è una incredibile discussione sulle chiavi di lettura di Moby Dick. Ognuno propone la sua: "l'oceano è il labirinto e Moby Dick è il minotauro", "L'oceano è la vita, il Pequod il tempo che scorre, Achab il protouomo"... appaiono perfino dei marxisti che ci vedono una metafora della lotta proletaria, si manifesta perfino un Achab-Marchionne.
    Per me è la storia di un capitano che perde il senno dietro a un'ossessione. Niente metafore, livello zero. E Melville lascia almeno tre indizi per indirizzare il lettore verso questa lettura. Innanzitutto sceglie uno strano nome per il suo capitano: lo chiama perfidamente Ahab. Ahab, o Achab, nel vecchio testamento è un re idolatra; guardacaso il capitano Ahab trasforma una fonte di profitto in un idolo: dovrebbe pragmaticamente cacciare balene più accondiscendenti, invece insegue la sua ossessione e manda tutto in vacca. Una follia per un normale commerciante, ma per i balenieri di Nantucket, una specie di quaccheri che quando parlano sembra di sentir risuonare la Bibbia di King James per il florilegio di Thou didst e thine abominations, per un armatore di Nantucket non semplice follia ma addirittura sacrilegio, tanto da meritare il secondo indizio: un pescatore/profeta che (seconda combinazione?) si chiama Elia, esattamente come il profeta che in 1Re 18 va a preannunciare sventure ad Ahab il Re.
    Il capitano Ahab manderà tutto in vacca. Curiosamente, questa volta, a mandare tutto in vacca non è un ubriacone come il Capitano Flint o il codardo Lord Jim o Long John Silver, delinquente nato e dissimulatore. A mandare tutto in vacca questa volta è un Quacchero bacchettone, un brav'uomo rigido come un baccalà, che si sarebbe meritato una mensione da Immanuel Kant in persona, per essere la perfetta personificazione dell'Imperativo Categorico.

    Curiosissima l'alternanza di registri. Inaspettatamente appaiono pagine ironiche, perfino il cupo e tenebroso Achab, Achab il folle, perfino lui a tratti fa ridere.

    Equilibrio difficile e rischioso. Melville magicamente lo raggiunge.

    ha scritto il 

  • 4

    Lo sapevo già che in "Moby Dick" c'erano digressioni tecniche sulle balene e sulla caccia alle balene. Ma non immaginavo che fossero così lunghe!
    Non posso negarlo: a un certo punto ho iniziato a salt ...continua

    Lo sapevo già che in "Moby Dick" c'erano digressioni tecniche sulle balene e sulla caccia alle balene. Ma non immaginavo che fossero così lunghe!
    Non posso negarlo: a un certo punto ho iniziato a saltare le pagine. Non appena capivo che il capitolo era l'ennesima disquisizione sull'anatomia delle balene o altre robe pallose di questo tipo, saltavo al capitolo successivo.
    Non capisco perché il buon Melville non abbia pensato di mettere tutta quella parte in appendice, come saggio.
    Il resto, è un gran romanzo. Molto "teatrale" e lirico, e ricco di fascino.
    E' vero che i personaggi sono esagerati, in primis Achab (la cui caratterizzazione viene considerata da Nemi D'agostino, nella sua introduzione, come il limite del romanzo). Ad alcuni, possono sembrare ridicoli.
    Non a me, che anzi penso che Achab sia un personaggio eccezionale, titanico, tragico e potente.
    "Moby Dick" si presta a varie interpretazioni, e non mancano ambiguità e contraddizioni (sono uno degli elementi di fascino del romanzo). E' probabilmente il classico romanzo che ogni volta che lo rileggi, ti dice qualcosa di diverso. Chissà, capace che alla prossima rilettura mi piacciono persino le didascaliche spiegazioni sull'estrazione dei spermaceti.

    Un'ultima considerazione: non lo dice quasi nessuno, lo faccio io. La prima parte, i capitoli prima della partenza del Pequod, sono divertenti e ricchi di comicità. Umorismo di secoli fa, ok, ma io ho riso lo stesso.

    ha scritto il 

  • 5

    «Per mille aringhe sotto sale!». Che viaggio!!!

    «Mumble...mumble...». Sono giorni che rimugino; parlotto da sola facendo mettere in dubbio il mio equilibrio psichico.
    Il fatto è che avrei voluto scrivere un commento che riuscisse a trasmettere -al ...continua

    «Mumble...mumble...». Sono giorni che rimugino; parlotto da sola facendo mettere in dubbio il mio equilibrio psichico.
    Il fatto è che avrei voluto scrivere un commento che riuscisse a trasmettere -almeno in parte- quanto quest'opera mi sia piaciuta.
    Nessuna analisi, per carità. Se ne trovano tante. E chi sono io per aggiungermi alla schiera?
    Semplicemente il sentire di una lettrice tra tante.
    La storia parte da una confessione: non ho mai avuto la minima intenzione di leggere "Moby Dick". «Non fa per me», mi dicevo. L'idea di passare almeno due mesi in balia delle movimentate onde oceaniche mi nauseava.
    Sono stati loro, quelli del Gruppo di lettura, che mi hanno catturata con le loro suadenti voci da sirena: «Daiii..vienii...insieme ce la faremo...». E beh, in effetti, avevano ragione: da sola non avrei mai letto "Moby Dick" per mero pregiudizio.
    Primo impatto: meraviglia! Mi aspettavo un tono grave in sintonia con il noto dramma. Sono stata, invece accolta, da una voce scanzonata che ironizza sulle debolezze dell'uomo ed indica ad ogni passo i segni premonitori seminati nella storia come i sassolini di Pollicino e che si ritrovano ancor prima d'imbarcarsi sul Pequod.
    Il primo capitolo si chiama:
    "Miraggi"per Pavese;
    "Morgane" per Ottavio Fatica;
    "Lontane visioni" per Pietro Meneghelli...
    Sottigliezze? Affatto! Le pieghe che assumono le parole non sono come quelle di un vestito che si possono stirare e "Oplà!" tutto torna a posto!
    Ma oltre non vado sulla questione delle traduzioni. C'è chi ne sa e io non ne so.
    Una cosa, tuttavia, la so e va detta chiara: questo non è un viaggio in prima classe, nulla di comodo.
    Come molti hanno sottolineato (e come qualcuno ne ha fatto fulcro) Melville non si risparmia in prolisse nozioni di cetologia. Quattro capitoli, inoltre, interamente dedicati alla difesa del mestiere di baleniere. E poi la balena vista dall'alto, di fronte, di lato e scavando dentro fino al nucleo centrale di quell'immenso corpo.
    "E io, in fatto di baleneria, quando la cosa sembrava necessaria, non ho certo risparmiato le ricerche storiche."
    Ammetto che qualche sbadiglio è partito ma alla fine della lettura mi sono resa conto della necessità di queste lungaggini. Necessità dell'opera e mia personale che non avrei colto alcune scene senza capire la fisionomia del cetaceo. E che ne sapevo io di spermaceti e sfiatatoi?
    I contenuti, tuttavia, spaziano. Ce n'è per tutti: filosofia, storia, religione, arte...
    Ma anche lo stile non è univoco: un po' romanzo, un po' saggio, un po' canovaccio teatrale e persino operistico...E poi la poesia con cui viene descritto il mare (soprattutto l'Oceano Pacifico) e quel meraviglioso capitolo sulla bianchezza della balena. "Quell'ateismo di colori"che contiene al contempo il bene e il male in un'ambigua convivenza.
    L'animo umano è sondato fin nei suoi più oscuri meandri.
    Regina è la follia.
    "io sono demoniaco, sono la follia impazzita! Quella follia invasata che è calma solo per capire se stessa!" dice il capitano Achab dominato dalla sua fatale ossessione.

    Ecco...lo sapevo..tante parole per non dire nulla.
    Vero è che anche dopo 165 anni questo libro continua a conservare degli abissi imperscrutabili.
    Lo rileggerò, passerà del tempo ma lo rileggerò.

    " Si sente spesso parlare di scrittori che si innalzano e si gonfiano con il loro argomento, anche quando questo sembra solo roba ordinaria. Che sarà allora di me, che scrivo di questo leviatano? Inconsapevolmente la mia grafia si allarga in maiuscole da cartellone. Datemi una penna di condor! Datemi per calamaio il cratere del Vesuvio! Amici, sorreggetemi le braccia! Perché nel semplice atto di vergare i miei pensieri su questo leviatano, essi mi sfiniscono e mi indeboliscono con la loro estensione e la loro eccessiva portata, come volessero abbracciare l'ambito di tutte le scienze e tutte le generazioni di balene, e di uomini, e di mastodonti, del passato, del presente e del futuro, con tutti i roteanti panorami degli imperi della terra e da un capo all'altro dell'universo, inclusi i sobborghi. Tale e tanto esaltante è la virtù di un argomento vasto e generoso! Cresciamo di volume adeguandoci alla sua mole. Per produrre un libro poderoso si deve scegliere un argomento poderoso. Sulla pulce non si potrà mai scrivere un volume grande e durevole, sebbene siano in molti ad averlo tentato. "

    ha scritto il 

  • 2

    Si salvi chi può

    Si salvi chi può, perché il libro è decisamente impegnativo, seppure la scrittura sia magistrale e non per niente è un “classico”.
    Si salvi chi può, perché gli excursus sulle balene e su tanto altro s ...continua

    Si salvi chi può, perché il libro è decisamente impegnativo, seppure la scrittura sia magistrale e non per niente è un “classico”.
    Si salvi chi può, perché gli excursus sulle balene e su tanto altro sono interessanti ma a volte diventano pesanti come un palla al piede che ti trascina negli abissi.
    Si salvi chi può, perché i poveri navigatori balenieri non sempre hanno la meglio con le balene, e ancor più con la famosa e misteriosa balena bianca chiamata Moby Dick.
    Si salvi chi può, perché Achab è implacabile con sé stesso e con i suoi.
    Si salvi chi può, perché... cosa accadrà quando Achab finalmente si (ri)troverà faccia a faccia con lei...?

    PS: le due stelline ("sufficiente") riguardano solo il godimento di questa mia lettura, fermo restando che è una grande scrittura ed è piena di significati ecc. ecc.

    ha scritto il 

  • 3

    Una delle storie più celebri, se non fondanti, di tutta la letteratura consta di una sessantina di pagine, anche se il libro che la contiene supera le seicento. È un’esagerazione, certo, ma utile per ...continua

    Una delle storie più celebri, se non fondanti, di tutta la letteratura consta di una sessantina di pagine, anche se il libro che la contiene supera le seicento. È un’esagerazione, certo, ma utile per dire che Moby-Dick non è affatto il libro di avventure che chi ancora deve leggerlo può erroneamente aspettarsi.
    La traduzione di Ottavio Fatica, in questa recente edizione Einaudi, è stata la ragione che mi ha spinto a rileggere quest’opera a distanza di circa dieci anni dalla prima lettura, nella versione di Cesare Pavese. Ricordavo un libro completamente diverso. Forse migliore.
    I primi capitoli del libro sono spassosissimi. L’incontro tra Ishmael e il cannibale ramponiere Queequeg è pieno di tenerezza e comicità, ed è proprio quest’ultima vena che avevo completamente trascurato nella prima lettura. Sì, perché la paura di relazionarsi con ciò che è diverso genera davvero effetti esilaranti, l’impaccio e la goffaggine di Ishmael a riguardo non possono che farci sorridere e trovo che l’evoluzione di questa iniziale diffidenza in una solidale amicizia costituisca alcune della pagine più durature di Moby-Dick.
    Anche la statura di personaggio di Ahab è cresciuta col tempo. Le ferite nell’animo e la mutilazione fisica che la leggendaria balena bianca gli ha inferto sono pagine terribili e sofferte, una delle poche occasioni in cui si può parlare di discesa negli abissi non a sproposito. Ahab è davvero un personaggio spaventoso e l’accostamento che Borges ne fece con l’Ulisse dantesco in un famoso saggio è forse una delle più lucide interpretazioni che ne siano state date: in entrambi i casi lo scrittore argentino vedeva i semi di un “oscuro e complicato suicidio”.
    In uno degli ultimi capitoli del Moby-Dick si legge che per scrivere un grande libro c’è bisogno di un grande tema. La complessità di quest’opera, credo, risiede tutta qui. La mole gigantesca della Balena Bianca dovette sembrare a Melville l’incarnazione più prossima dell’intero Universo. Non per niente i riferimenti principali della sua ispirazione sono la Bibbia e Shakespeare. La vastità degli oceani è spesso assimilata alla smisuratezza di una prateria, il viaggio del Pequod, così si chiama la nave baleniera, è una risalita verso le origini dell’uomo, certo, ma racchiude anche il senso del divenire insito nell’avventura umana: la formazione di una nazione, il superamento di una frontiera, le trasformazioni inferte alla natura e il perdente conflitto con essa. Di qui le numerose digressioni e i molteplici linguaggi di cui è denso il libro. Classificazioni enciclopediche, inserti teatrali, manualistiche descrizioni delle tecniche di caccia alla balena, mitologie e simboli: con oltre mezzo secolo di anticipo Melville aveva intuito molte delle cose che Joyce realizzerà nell’”Ulisse”.
    Proprio in virtù di questa complessità la traduzione di Ottavio Fatica non è forse la più efficace. Le scelte lessicali di Melville sono spesso zeppe di tecnicismi nautici, di iperboli, ma questa traduzione appesantisce ulteriormente la lettura con numerosi toscanismi, termini chiaramente desueti e arcaici, virtuosismi eccessivi. Tanto per fare un esempio, il capitolo 87, “La Grande Armada”, contiene forse una delle scene più grandiose e commoventi che la letteratura abbia prodotto: il Pequod sta inseguendo in mare aperto un gruppo di balene, alle spalle un branco di squali cerca di approfittare e fare scempio delle prede ferite, nel frattempo alcune balene, insistendo nella fuga, seguitano ad allattare i piccoli annidati sotto il loro ventre. Una lettura che dovrebbe essere appassionate è disturbata dalla predominanza del lessico raro, da strutture sintattiche al limite dell’involuzione, da un vocabolario ottocentesco. Tutto questo ha fatto sì che abbia terminato la lettura del libro più per una curiosità intellettuale che per una spinta del cuore.

    ha scritto il 

  • 3

    FINITOOO!!!!

    Finalmente ho finitooooo!!!
    Non sono riuscita ad appassionarmici. Sarà perché la storia è frammentaria, troppo spesso interrotta dalla nuova scienza melvilliana, la cosidetta "Balenologia". Sono convi ...continua

    Finalmente ho finitooooo!!!
    Non sono riuscita ad appassionarmici. Sarà perché la storia è frammentaria, troppo spesso interrotta dalla nuova scienza melvilliana, la cosidetta "Balenologia". Sono convintissima che Achab e Moby Dick siano una copertura per veicolare questa nuova scienza e le sue meraviglie. Meraviglie che io, nonostante la mia passione viscerale per le scienze, ho trovato terribilmente noiose; e anche l'intrigo tra Achab e Moby Dick pensandoci su è ben poca cosa.
    Concludo dando 3* alla fantasia del Balenologo!!!

    ha scritto il 

  • 5

    date a cesare quel che è di cesare. e a ottavio anche quel trattino in più

    e tre. stavolta, per il mio terzo viaggio sul pequod, ho strappato un ingaggio da primo mozzo. come quello che ebbe melville nel 1848, tre anni prima del suo capolavoro, quando si imbarcò sulla baleni ...continua

    e tre. stavolta, per il mio terzo viaggio sul pequod, ho strappato un ingaggio da primo mozzo. come quello che ebbe melville nel 1848, tre anni prima del suo capolavoro, quando si imbarcò sulla baleniera acushnet di fairhaven, massachussetts. ma nonostante quel minimo di esperienza accumulata nelle letture precedenti (tra cui, vabbè è chiaro, la molto amata traduzione di cesare pavese) sono stata comandata di ramazza sul ponte. e ho lavorato sodo senza provare nemmeno una volta a imbucarmi con una mela nella stiva. metteteci pure che il capitano angariava noialtri in una lingua nuova: toscana come quella di dante, definitiva come quella della bibbia, lirica come quella di shakespeare (aperta parentesi: ho letto da qualche parte che nel ritmo di alcuni passaggi melville cita in modo aperto il bardo, ma il neolaureato pavese non poteva tecnicamente essere in grado di cogliere certe finezze. fece già miracoli, per l'epoca e per la sua esperienza). ho lustrato il ponte da capo, insomma, ma la paga era quella ottima promessa da ishmael: una «vibrazione mistica» avvertita appena ci hanno informato che per noi e la nostra nave la terra non era più in vista.
    di questa nuova e impegnativa traduzione firmata ottavio fatica (mai come in questo caso, nomen omen) si è detto molto già prima che uscisse. intanto perché si è sussurrato che gli abbia fruttato, giustamente aggiungerei, un gruzzolo quasi senza precedenti nell'ambiente (e mi auguro che il nostro abbia preteso ghinee e non banalissimi euro). e poi perché questa riscrittura di moby-dick prende la versione integrale dell'opera e ce la restituisce in un italiano sontuoso e complesso. estremamente fedele a cominciare da quel trattino nel titolo che il buon herman mise, ma chissà perché quasi nessun traduttore si è mai filato (e che nervi che qui su anobii pure la scheda di questo libro sia stata creata con la stessa imperfezione, cvd).
    un trattino è un dettaglio, sento mormorare da qualcuno tra la ciurma. ma a quello sciagurato, che meriterebbe di marcire in sentina, risponderò che anche da una bagattella di segno grafico si può cogliere l'approccio di estremo rispetto. senza contare che CP ebbe a disposizione un'edizione pubblicata in inghilterra ed epurata delle numerose parti ritenute offensive per la (suscettibile) corona britannica: via ogni imprecazione con god tanto per dire il taglio più spicciolo. qui invece ci si ritrova ramponieri di frasi impastate di salmastro e cultura ottocentesca. e di un'ossessione che non di rado alza i pugni al cielo, con una rabbia che la vecchia europa aveva ritenuto troppo empia. ecco perché leggere questo moby-dick è quasi come prendere in mano per la prima volta la storia fosca e appassionante dell'epopea del capodoglio, e del demone divorante di ahab (altra parentesi: il puntuale traduttore recupera i nomi originali e manda in soffitta quelli italianizzati. un po' come la principessa leila che in star wars torna a essere leia, e C1-P8 - inventato di sana pianta nel doppiaggio anni '70 - che ridiventa R2-D2. solo che là ho trovato la cosa alquanto seccante, qui giuro che mi è piaciuta un casino). ottavio fatica soffia insomma sul "fuoco infernale", come melville definì il romanzo in una lettera all'amico hawthorne, e gli infonde nuova selvaggia vitalità.
    e infatti, dopo 660 pagine e spiccioli arrivo alla fine del viaggio più che mai convinta dell'idea con cui mi ero imbarcata a nantucket circa un mese fa. che al moby dick di pavese (senza trattino, peccato) continuerò a riservare un posto pionieristico e speciale. lassù nella coffa a scrutare il mare davanti al pequod, o forse meglio a prua vicino all'albero di trinchetto. dopodiché questo di fatica è uno dei romanzi più belli in cui mi sia imbattuta da parecchio. perché credo che compito del linguaggio in un'opera di questo tipo sia restituire l'epos. e l'epos è mitico e distante. indi un vocabolario e una sintassi dal respiro così vasto mi hanno fatto brillare gli occhi e tremar le vene e i polsi. mi hanno portato lontano in un altrove in cui ogni frase trovava il suo posto e si contestualizzava ogni tòpos. quante volte ho avuto voglia di prorompere io stessa, brindando durante un gam con altri balenieri: «vita breve e morte allegra!» e «balena morta o lancia sfondata!». come quando guardo un vecchio film d'avventura in b/n gongolando perché mi emoziona millemila volte più di qualunque pellicola in post-produzione. e il linguaggio creato da fatica ha esattevolmente quel sapore a tinte forti lì.
    apro a pagina 227:

    «ecco dunque questo vecchio empio dalla grigia chioma che bestemmiando insegue per il mondo una balena degna di giobbe, per giunta a capo di una ciurma composta più che altro da bastardi rinnegati, reietti e cannibali, per di più indebolita sul piano morale dall'inadeguatezza della pura e semplice onestà o rettitudine senz'altri appoggi di starbuck, dall'allegrezza inscalfibile di stubb, frutto di menefreghismo e impulsività, e dalla mediocrità diffusa di flask. una ciurma siffatta, cotanti ufficiali, sembravano accolti e raccolti da una fatalità infernale per assisterlo nella sua monomaniacale vendetta».

    questo è un lungo piano sequenza in bianco e nero, altroché. con la camera che sa benissimo dove indugiare, e noi lì a immaginare il resto. e allora penso anche a un altro tipo di film, che non è quello dal sapore antico né quello da potevamo-stupirvi-con-effetti-speciali. perché se è vero (ed è vero) che ahab/achab al cinema non potrà che avere per sempre il cipiglio di gregory peck, allora la traduzione di CP a mio parere resterà, per romantici quale la scrivente, come la pellicola di john huston. splendidamente imperfetta e con qualche strafalcione qua e là, ma impressa nell'immaginario senza data di scadenza. del resto se la nuova sceneggiatura di ottavio fatica è da oscar, quella del film del 1956 era di ray bradbury. mica noccioline.

    ha scritto il 

  • 2

    L'impresa del mese

    Non conosco le fatiche di un parto plurigemellare, ma, a sensazione, le assocerei a quelle che ho sofferto io per compiere e portare a termine la lettura del famosissimo Moby Dick di Herman Melville.
    ...continua

    Non conosco le fatiche di un parto plurigemellare, ma, a sensazione, le assocerei a quelle che ho sofferto io per compiere e portare a termine la lettura del famosissimo Moby Dick di Herman Melville.
    Continua sul mio blog: http://metapiacere.blogspot.it/2016/03/limpresa-del-mese-moby-dick-di-herman.html

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per
Ordina per
Ordina per