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Moby Dick

ovvero la balena bianca

By Herman Melville

(27)

| Hardcover | 9788842500971

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Book Description

731 Reviews

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  • 6 people find this helpful

    Laggiù rolla! Laggiù soffia!

    Se Melville avesse avuto un curatore editoriale:
    Editor: - Herman, il manoscritto è molto bello, ma...
    Melville: - ...
    E: - Che dici se togliamo il capitolo sulla "Cetologia"?
    M: - ...
    E: - Senti, poi, visto che ci siamo io direi di accorciare un po' ...(continue)

    Se Melville avesse avuto un curatore editoriale:
    Editor: - Herman, il manoscritto è molto bello, ma...
    Melville: - ...
    E: - Che dici se togliamo il capitolo sulla "Cetologia"?
    M: - ...
    E: - Senti, poi, visto che ci siamo io direi di accorciare un po' quello "Sulle raffigurazioni mostruose delle balene".
    M: - ...
    E: - E quello "Sulle raffigurazioni meno errate della balena, e sulle raffigurazioni vere di scene di caccia alla balena".
    M: - ...
    E: - E anche quello su "Le figure di balene nei dipinti; nel legno; nelle lamiere; nella pietra; nelle montagne; nelle stelle". Che dici?
    M: - ...
    E: - Ecco, poi io pensavo anche di eliminare quello su "I piatti a base di balena", ché a nessuno dei tuoi lettori gliene frega niente.
    M: - ...
    E: - Eliminare o accorpare quelli su "La testa del Capodoglio. Esame comparato" e "La testa della Balena Franca. Esame comparato"...
    M: - ...
    E: - ..."Lo specksynder", "La cocuzza", "La fonte", "La coda", "Pesce Libero e Pesce Preso", "Testa o coda", "La bianchezza della balena"...
    M: - Nooooooooooooooooooo, "La bianchezza della balena" no!!
    E: - Va bene, calma, calma...allora "La bianchezza della balena" lo teniamo.
    M: - ...
    E: - Ma sì, effettivamente quello è carino anche se un po' lunghetto. Ok, ok, lo teniamo.
    M: - ...
    E: - Lo stile comunque è veramente buono. Mi piace. Epico con venature shakespeariane. L'incipit è bellissimo e il capitano Achab ha un suo perché.

    Moby Dick è un'opera probabilmente sopravvalutata, che avrebbe bisogno di una bella cura dimagrante per non risultare indigesta al lettore moderno.
    Ma resta vero che Melville conosce bene quello di cui parla ed è riuscito a farmi appassionare alle balene.
    E questa estate si va alle Azzorre a vedere i capodogli!
    Così, quando li avvisterò, potrò anch'io gridare dalla coffa di trinchetto: "Laggiù soffia! Soffia! Soffia!"

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    Ignatius Reilly said on Jul 14, 2014 | 11 feedbacks

  • 2 people find this helpful

    E’ la storia dell’ossessione del capitano Achab, simbolo del genere umano, per la balena bianca, Moby Dick, simbolo dell’ignoto e dunque delle paure che affliggono l’anima dell’Uomo, ed è l’allegoria della sua lotta titanica contro l’inconoscibile, i ...(continue)

    E’ la storia dell’ossessione del capitano Achab, simbolo del genere umano, per la balena bianca, Moby Dick, simbolo dell’ignoto e dunque delle paure che affliggono l’anima dell’Uomo, ed è l’allegoria della sua lotta titanica contro l’inconoscibile, il Mistero.
    Anche il mare non è quasi mai visto come luogo ameno e idilliaco, ma piuttosto come luogo di mistero e pericolo, da temere e di cui diffidare.
    Questo, per lo meno, è la vulgata più diffusa della critica ed è anche condivisibile.
    Onestamente faccio però fatica a classificarla come una delle maggiori opere poetiche della letteratura mondiale: un buon romanzo sì, per quanto un po’ troppo didascalico per il gusto del lettore contemporaneo, forse.
    La gran parte del libro è occupato da paragrafi che spiegano la vita su una baleniera nel XIX sec., le superstizioni, le storie, i modi di cacciare la balena e di trattarla una volta pescata, i modi di classificare le balene, le descrizioni naturalistiche della loro fisiologia (soprattutto del capodoglio); insomma, pare più un trattato di cetologia e baleneria che un romanzo, l’intreccio è piuttosto scarno.
    Moby Dick compare solo nelle ultime 20 pagine delle 440 che compongono il libro, benché il suo spirito aleggi, incombente e minaccioso, da molto prima.
    Lo stile è quello prolisso e dettagliato dell’Ottocento, quindi un tantino pesante per il mio gusto; tuttavia ci sono alcune pagine veramente emozionanti, dotate di una eccezionale “pittoricità” nel rappresentare la scena.
    Non mi ha appassionato.

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    Argyll said on Jul 13, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    Il dramma è finito. Perchè allora qualcuno si fa avanti? Perchè uno è sopravvisuto alla distruzione?

    Un libro autenticamente epico che non si può non leggere prima o poi nella vita e che ho potuto apprezzare pienamente nella traduzione di Pavese anche perchè non ho mai avuto il "piacere" di imbattermi nelle discutibili riduzioni per ragazzi che ne f ...(continue)

    Un libro autenticamente epico che non si può non leggere prima o poi nella vita e che ho potuto apprezzare pienamente nella traduzione di Pavese anche perchè non ho mai avuto il "piacere" di imbattermi nelle discutibili riduzioni per ragazzi che ne fanno semplicemente un libro di avventura.

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    Torcaso Mt said on Jul 7, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    "E mi voltai a guardare con meraviglia la magnanimità del mare che non ammette ricordi"

    Questa è la storia di un uomo che sfida apertamente l’ignoto, quell’ignoto che rappresenta per lui che diventa per lui un’ossessione, la sua unica ragione di vita.
    “Chiamatemi Ismaele”. E’ così che ha inizio non solo uno dei più bei romanzi che la le ...(continue)

    Questa è la storia di un uomo che sfida apertamente l’ignoto, quell’ignoto che rappresenta per lui che diventa per lui un’ossessione, la sua unica ragione di vita.
    “Chiamatemi Ismaele”. E’ così che ha inizio non solo uno dei più bei romanzi che la letteratura mondiale ci abbia mai donato, ma anche una delle più belle avventure marinaresche che io abbia mai letto.
    Una storia che ha ispirato altri autori, registi, poeti, una storia che ti entra nel sangue, che una volta terminata non riesci più a dimenticare.
    Ismaele, giovane marinaio, è la voce narrante di questa storia. Dopo aver fatto esperienza con la marina mercantile, decide di imbarcarsi su una baleniera, la Pequod, capitanata dal misterioso capitano Achab, ossessionato dal pensiero di catturare la balena Moby Dick, quella balena che anni prima lo aveva gravemente menomato troncandogli di netto una gamba.
    Ogni cosa è meravigliosa di questo immenso capolavoro, dalla suggestiva ambientazione all’intreccio della storia, dalle descrizioni dei luoghi alle tante riflessioni che accompagnano il protagonista di questa storia.
    Su tutto si erge la maestosa figura del capitano Achab, un uomo che reca su di sé i segni permanente di una battaglia che l’ha sempre visto sconfitto, un uomo il cui spirito indomito non è mai nemmeno stato scalfito dall’amputazione subita anzi, ne ha ritrovato ancor più forza e vigore.
    Achab è un uomo che insegue le sue paure e come un novello Ulisse cerca di saziare quella infinita voglia di sapere innata nell’essere umano, un monito per chi legge a non arrendersi, a non abbandonare mai quella voglia di sapere, un monito a spingersi sempre oltre quell’orizzonte, quel confine che ci siamo preposti.
    Una lotta infinita la sua, una lotta disperata, una lotta che, purtroppo, lo vedrà ancora una volta perdente.
    Un romanzo unico, un romanzo che c’insegna come quel desiderio di libertà che alberga in ognuno di noi non andrebbe mai dimenticato.
    Chi si fa spaventare dalla mole, chi lo reputa noioso, prolisso, lento, chi non riesce ad andare oltre a qualche termine marinaresco, evidentemente è all’altezza solo di un certo tipo di letteratura.
    Un libro che non può non essere letto. E mi dispiace aver aspettato così tanto.

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    Banshee said on Jul 7, 2014 | 5 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Chiamatemi Ignorante

    Tutti i capolavori si assomigliano, tutti i libri brutti lo sono a modo loro. Moby Dick di Melville, 588 maledette pagine, del capolavoro ha solo la nomea perchè, anche a volerne parlare bene, proprio non mi sovviene nulla. L'epos della "baleneria" - ...(continue)

    Tutti i capolavori si assomigliano, tutti i libri brutti lo sono a modo loro. Moby Dick di Melville, 588 maledette pagine, del capolavoro ha solo la nomea perchè, anche a volerne parlare bene, proprio non mi sovviene nulla. L'epos della "baleneria" - termine con il quale Melville identifica tutto ciò che ruota attorno alla pesca dei cetacei - è solo un elenco ipertrofico di informazioni che appassionano quanto un comizio di Ciriaco De Mita che magnifica le meraviglie dell'acquedotto pugliese. Moby Dick non è un romanzo di formazione, non è il racconto dell'ossessione del capitano Achab per la balena bianca e non è neppure la storia della caccia a Moby Dick vicenda, peraltro, relegata alle ultime trenta pagine del libro. Didascalico, enciclopedico ed a tratti incomprensibile il "capolavoro" di Melville è un autentico labirinto della letteratura che si occupa di tutto tranne di ciò per cui questo libro è stato tramandato ai posteri. L'ossessione del capitano Achab per Moby Dick non è migliore della passione di Genny la Carogna per Cavani ed Higuain e la stessa mitologica balena bianca ha la forza simbolica dell'inno di Forza Italia o del marchio Coop. Cesare Pavese, sciagurato traduttore dell'opera, ci mette del suo e firma una versione italiana del testo così arcaica ed artefatta che, dopo solo tre pagine, desidererete solo calare la MDMA e ballare tutta la notte al Cocoricò molestando le minorenni e litigando con i napoletani. Leggendo la traduzione di Pavese non si capisce mai se il libro è ironico, drammatico, teatrale, profetico o, come è in realtà, soltanto brutto. I riferimenti alla Bibbia si sprecano ma non salvano il testo dal più desolante naufragio della letteratura. Povero Pavese, grande intellettuale senza un briciolo di talento...
    Occorre - ed anche alla svelta - ripensare la storia della letteratura e distinguere ciò che può avere, al massimo, un valore storico da ciò che dobbiamo tramandare alle prossime generazioni. Di testi come Cime Tempestose, Moby Dick, il Dottor Zivago - ne dico tre a caso ma potevo indicarne molti altri fra i sedicenti capolavori della letteratura russa o americana - andrebbe, come dice mio padre, letto solo il riassunto della quarta di copertina. Il resto è Accademia e, per certo, non è buona letteratura. "Chiamatemi Ignorante" ma Moby Dick è un capolavoro solo per modesti professori universitari ed ergastolani.

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    Monsa said on Jul 5, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Bene, la storia la conoscete tutti.
    Ismaele, giovane uomo di grande buonsenso con appena qualche precedente nella marina mercantile, sceglie di dedicarsi alla navigazione per “cacciare la malinconia”. Opta per la “nobile ma poco considerata” arte del ...(continue)

    Bene, la storia la conoscete tutti.
    Ismaele, giovane uomo di grande buonsenso con appena qualche precedente nella marina mercantile, sceglie di dedicarsi alla navigazione per “cacciare la malinconia”. Opta per la “nobile ma poco considerata” arte della baleneria, si sposta nella leggendaria Nantucket e qui stringe amicizia, a sorpresa, con il pagano Quiqueg, considerato dai più un selvaggio terrificante ma di fatto persona d’animo gentile e di straordinaria lealtà. Entrambi si arruolano nei ranghi del Pequod, uno dei tre bastimenti in partenza, il primo come semplice marinaio e il secondo come ramponiere. Sin dal primissimo istante alcuni strani segni sembrano però presagire che la spedizione pluriennale della vecchia imbarcazione sarà destinata a un viaggio ben più solenne e impegnativo che non la semplice ricerca del pur favoloso spermaceti di Capodoglio. L’intera missione risulterà infatti presto assoggettata al cieco volere del comandante della nave, il celeberrimo Capitano Achab, che non avrà timori a rigettare come banale pretesto la normale predazione per scopi commerciali dei grandi cetacei marini, plagiando l’intero equipaggio con tutta la forza visionaria del suo eloquio e condannandolo di fatto a seguirlo tra i dannati – e a non fare ritorno – nella caccia a una sola incredibile preda, il famigerato Moby Dick.

    Fin qui ci siamo tutti: qualche bel volume illustrato incontrato in tenera età, la fama immortale di una storia che conserva il fascino dell’universalità, magari – per i più cinefili – qualche spezzone del non proprio indimenticabile film con Gregory Peck. Beh, “Moby Dick” è molto più di questa avvilente semplificazione culturale. In primo luogo perché non è un romanzo di avventura da intendersi in senso tradizionale. Non soltanto, per lo meno. Al di là del luogo comune un po’ logoro, si offre davvero al lettore come una formidabile riflessione sull’animo umano, non certo forzata in chiave espressionista, ma pur sempre penetrante, magnetica, indimenticabile. Lo sguardo di Melville è ben fissato, ovviamente, sulla tetra figura di Achab e sui suoi irriducibili tormenti interiori, ma sbaglierebbe chi riducesse a questa osservazione o alla sua (solo presunta) prospettiva moralistica un’opera meravigliosamente complessa e sfaccettata quale “Moby Dick” è a tutti gli effetti. Lo stesso Achab ci viene presentato solo a un certo punto e per via indiretta (dalle parole dell’anziano e chiassoso Capitano Peleg) come un individuo fuori dal comune, cupo, feroce e disperato, che parla poco ma sa farsi ascoltare incutendo timore o, meglio, “timor sacro”. Occorrerà poi un altro bel po’, con il Pequod già salpato da tempo, per incontrarlo finalmente, silenzioso e indecifrabile, e parecchio ancora prima che questi rompa il ghiaccio nella maniera più incredibile, con una sorta di folle predica e cerimonia pagana per motivare la ciurma in quella che è divenuta la sua vera missione di vita, vendicarsi una volta per tutte dell’infernale balena bianca che lo mutilò di una gamba.

    Come hanno sottolineato in tanti, la cifra di “Moby Dick” non è certo quella delle comuni pubblicazioni per i più giovani. Nel testo riecheggia la retorica miltoniana, la tensione non è dissimile da quella di una delle grandi tragedie di Shakespeare e non è un mistero che l’impianto a blocchi stilistici sia stato ripreso, come numerosi apologhi e dettagli onomastici, direttamente dalla Bibbia. Pagina dopo pagina vediamo alternarsi i resoconti del testimone Ismaele, miti arcaici, dilettanteschi e antidiluviani trattati sui cetacei (un po’ pesanti ma a modo loro indispensabili per meglio comprendere i risvolti scientifici dietro le sequenze più movimentate), notazioni di natura squisitamente tecnica sulla navigazione e la pesca, inserti volutamente teatrali (con tanto di monologhi dei protagonisti e cori dei marinai) e parabole bibliche (come quella sulla condanna e il pentimento di Giona, recitata all’inizio nella cappella di New Bedford, di fatto il più chiaro degli ammonimenti). In questo modo la narrazione non potrebbe essere più vivace, discontinua, polifonica e stimolante. Allo stesso modo e fluttuante e incerta risulta la dinamica della voce narrante: da principio pare salda nella prospettiva in prima persona del testimone Ismaele. Ma questi scompare presto nella massa indistinta di marinai del Pequod, drogata dalle pazze lusinghe del comandante, così le vicende trascolorano nell’epica prima che l’io narrante torni a fare capolino sul filo di lana.

    Al resto provvede lo stile asciutto di Melville, estremamente limpido nell’esposizione, forbito ma senza pedanteria, e nel contempo capace di stupefacenti slanci lirici, peraltro modernissimi e nient’affatto indeboliti dall’enfasi o dal tono drammatico. La scelta di affidarsi a un pugno appena di personaggi di contorno, tutti maschili e fortemente caratterizzati in senso archetipico (dalle infinite cautele e il senso del dovere di Starbuck alla mediocrità anonima di Flask, dal gioioso vitalismo di Stubb al candore di Quiqueg, dal disagio innocente di Pip al mistero incarnato da Fedallah) è funzionale all’idea di dar vita a un affresco sfaccettato dell’animo umano, più che a una canonica resa delle psicologie. Sul terreno rimangono le capziose speculazioni filosofiche sul vero significato del mostro marino. Ognuno chiuderà la lettura con le proprie impressioni, tutte sicuramente più che legittime. Per quanto riguarda il sottoscritto, nello spaventoso capodoglio bianco ritrovo il senso allegorico del male, proiettato in un altrove remoto e pauroso ma inscritto, a dirla tutta, dentro ciascuno di noi. Non Dio, contro il quale l’empio Achab sosterrà il proprio attacco destinato a fallire, bensì l’idea stessa di un limite che la nostra natura ci impone come insuperabile. Che andrebbe accettato con serenità anche se l’istinto rifiuta di accoglierlo. Un’ossessione che, fatalmente, ci porterà tutti con sé, nel baratro.

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    Seashanty said on Jun 4, 2014 | Add your feedback

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