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Moby Dick

By

Publisher: Yoyo Music USA

4.1
(5848)

Language:Español | Number of Pages: | Format: Audio CD | In other languages: (other languages) English , French , German , Italian , Dutch , Chi traditional , Catalan , Finnish , Portuguese , Romanian , Greek , Japanese , Russian , Polish , Danish , Czech , Indian (Hindi) , Hungarian , Chi simplified

Isbn-10: 9589494412 | Isbn-13: 9789589494417 | Publish date:  | Edition Abridged

Also available as: Hardcover , Paperback , Others , Mass Market Paperback , Softcover and Stapled

Category: Fiction & Literature , Philosophy , Travel

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Book Description
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  • 0

    La Bibbia del Mare. E come tale, è una miscela di simboli, realtà, finzione, leggenda, momenti autobiografici. E come tale, c'è una distanza abissale tra ciò che si sa, il sentito dire, è l'esperienza ...continue

    La Bibbia del Mare. E come tale, è una miscela di simboli, realtà, finzione, leggenda, momenti autobiografici. E come tale, c'è una distanza abissale tra ciò che si sa, il sentito dire, è l'esperienza di lettura. Il capitano Ahab è una figura monumentale, una personalità semidivina e infera.
    Il romanzo vero e proprio, però, si riduce a circa un terzo del totale, sebbene tutte le altre pagine sembrino avere una funzione di lunga introduzione ai vari momenti lirici e poeticamente intensi sparsi qua e là come perle in un sacco di biglie. Per questo credo che non sia un romanzo olisticamente perfetto, anche perché gli eventi precipitano improvvisi e, come il lampo, improvvisi si spengono. Sono caduto ancora nell'errore di leggere una postfazione critica, mannaggia, e questo ha inficiato la capacità di giudizio soggettiva...lo rileggerò dopo una cernita delle parti tecniche.
    Da ricordare, insieme all'oltreuomo Ahab, alle atmosfere delle taverne del porto, alla predica così umana e divina del prete - marinaio, alla prima scena di caccia e all'incontro con il branco, anche la sottile ironia che, più che utile al contesto, mostra un Melville meno serioso rispetto alle aspettative che di lui ci crea: e niente non è!

    said on 

  • 0

    A metà del XIX secolo il rapporto con la natura e con gli animali selvaggi era ancora antico. Sarebbe cambiato dopo qualche decennio (iniziato lentamente a mutare), ma allora, l’uomo non aveva ancora ...continue

    A metà del XIX secolo il rapporto con la natura e con gli animali selvaggi era ancora antico. Sarebbe cambiato dopo qualche decennio (iniziato lentamente a mutare), ma allora, l’uomo non aveva ancora conquistato totalmente la natura, non aveva imposto il suo totale dominio e esasperato controllo. L’animale era ancora appartenente ad un mondo diverso, non sempre accessibile, pericoloso, dove gesta eroiche ed avventura si fondevano mirabilmente ed epicamente. L’animale selvaggio era più che mai ancora un animale feroce. E più le sue dimensioni erano notevoli e lontano dalla media, più il suo regno (l’oceano) era un richiamo continuo di pericoli, più i suoi comportamente erano sconosciuti (chi aveva mai seguito un capodoglio nelle sue lunghe e profonde immersioni?), e pìù il gioco era bello che pronto e davanti a noi stava il Leviatano. Più ancora che il celebre capitolo sulla Cetologia con le sue clamorose inesattezze, il capitolo HLI (Moby Dick) offre un insuperabile esempio di quanto sto dicendo. I racconti pieni di paurosa superstizione dei balenieri di tutto il globo raccontano che il capodoglio (in questo caso addirittura il misterioso capodoglio bianco) sia di una grandezza e malvagità insolite, che il mostro assalito aveva dato esempio di grande ferocia, astuzia e malvagità, che era capace di perfidi voltafaccia.
    Quell’epoca di progresso non ancora definitivamente compiuto, aveva bisogno più che mai di confondere la realtà e di creare il mostro terrificante da combattere ed abbattere. Il San Giorgio della modernità ha bisogno del suo drago minaccioso e dell’insidiosa frontiera da superare.
    Gli ingredienti ci sono tutti e la ricetta è pronta per servire sul tavolo racconti leggendari. E il cantore di queste leggende, pescando a piene mani sui testi sacri (se mito dev’essere, che rispetti i canoni assoluti) consegnerà alla storia il mito letterario. Tra mille digressioni e rendendo sapientemente sempre vivo la tensione dell’avventura, Melville ha fatto proprio questo. L’ultimo Omero della letteratura, l’epica in chiave ottocentesca applicata alla natura mostruosa (leggete il capitolo Stubb uccide la balena per rendervene conto)
    Altra considerazione, quasi opposta. Melville è affascinato dal Leviatano. E’ attratto irresistibilmente. Pagine e pagine di insaziabile curiosità a scoprire ogni tratto della sua balena: come respira, il suo inconfondibile getto d’aria (la fontana la chiama Melville, capitolo LXXXV), la struttura della sua pelle, il suo naso (si, corretto), come si vede di faccia e come di profilo, le dimensioni del suo cervello (il nocciolo). Pagine e pagine spese a raccontare, meravigliato e colmo di incantato stupore, di profondo rispetto per l’anormalità, come è fatta la balena. Soprattutto, come è fatta la balena sua preferita, il capodoglio. E il capitolo più convincente, è il capitolo LXXXVI, La coda. Come scrive lo stesso Melville al principio del capitolo, altri poeti hanno gorgheggiato le lodi dell’occhio soave dell’antilope o delle belle piume dell’uccello che non si posa mai: meno etereo, io celebro una coda. Ammaliato ed estasiato di fronte alla forza strepitosa e alla grazia suprema della coda, Melville descrive con dettaglio ben cinque movimenti particolari che il capodoglio fa con la coda, ognuno con scopi diversi. Alla fine le carte si scoprono: Melville è sconfinatamente innamorato della Balena. Stregato, irremidiabilmente attratto dalla cisterna meravigliosa del grosso capo, dal prodigio della sua mandibola scardinata, dal miracolo di simmetria della coda.
    E ancora oggi, tra mille battaglie per salvare gli oceani (ma c’è anche un capitolo CV sulle minaccie di estinzione della balena), gli si perdona tutto e si continua a leggere il libro. Le balene non sono mostri, oggi non incarnano più alcuna malvagità che sta al principio delle cose; sono creature meravigliose da amare e rispettare.
    L’immensità del Pacifico cuore della Terra che batte nelle sue maree, lo sconfinato sudario del mare, la balena inaudita che sparge seduzione, la tensione della caccia, la baleniera università della vita. A tratti faticosissimo da leggere. Alcuni capitoli stupendi: l’apertura, il capitolo CXI, il capitolo CXIV, la “sinfonia” del capitolo CXXXII, i tre conclusivi sulla caccia finale).
    Mi chiedo però: chi affronta oggi una lettura del genere. E’ ancora attuale? Non dico il libro in sé, ma la sua fruizione. E poi, lo leggerebbe mai oggi una donna? Quante donne hanno mai letto questo libro?
    Domande inutili. Come ogni grande opera, rimane il senso allegorico, il simbolo, non importa quanto correttamente applicato o interpretato. Il traghetto che salpa da Vado Ligure alla volta della Corsica con l’enorme scritta Moby Dick sul fianco, è comunque, piaccia o non piaccia, un modo di perpetrare l’eternità dell’opera.

    said on 

  • 5

    Commentary

    It's been sixteen years since I first read Moby Dick and in the meantime I've gone back and forth reading it at least half a dozen times, in various translations and in the original.

    It always fascina ...continue

    It's been sixteen years since I first read Moby Dick and in the meantime I've gone back and forth reading it at least half a dozen times, in various translations and in the original.

    It always fascinated me, I was never quite sure why.

    Yes, it is a pretty damn good story.
    Yes, it is written brilliantly.
    Yes, it is a masterpiece.

    But yet..., it wasn't just that, there was something more and different; after all there's plenty of pretty damn good stories written brilliantly adding up to masterpieces that I've read and never spent a second thought about.

    Very well then, it must be the allegory, the OCD level of commitment Ahab shows in chasing the whale must be a clear reference to the struggle of mankind to find a meaning, to find a purpose, but then again you might argue, and with some reason, that the whole four-hundred-and-odd pages can be recapitulated in the few final verses of Dante's Comedy, XXVI Canto, ending with:

    "Until the sea above us closed again"

    [infin che ’l mar fu sovra noi richiuso]

    But that's just unfair, if you really think about it, although the connection with Dante is real and is all but a coincidence.

    I don't think that's just the literary relevance either, I rank this in terms of mere quality on the page at least in the top 100 works I've read, but not in the top 10.

    And then one day, something reminded me of Matthew 6.19:

    "Lay not up for yourselves treasures upon earth, where moth and rust doth corrupt, and where thieves break through and steal
    But lay up for yourselves treasures in heaven, where neither moth nor rust doth corrupt, and where thieves do not break through nor steal
    For where your treasure is, there will your heart be also."

    something that immediately triggered this passage in my mind:


    "‘Well, Captain Bildad,’ interrupted Peleg, ‘what d’ye say, what lay shall we give this young man?’

    ‘Thou knowest best,’ was the sepulchral reply, ‘the seven hundred and seventy-seventh wouldn’t be too much, would it?—
    ’where moth and rust do corrupt, but LAY—’

    LAY, indeed, thought I, and such a lay! the seven hundred and seventy-seventh! Well, old Bildad, you are determined that I, for one, shall not LAY up many LAYS here below, where moth and rust do corrupt.
    It was an exceedingly LONG LAY that, indeed"

    And then it came to me, it's at the same time the archetypal, the ultimate and the definitive American novel, it's the translation into literature of what makes the American Society ticks, the stark contrast between high principles and bare pragmatism.

    The Pequod is made of a crew of people from all over the world with any color and religion you can think of, it is run as a tight ship by tough but fair and loyal officers and by a capable but arguably insane captain,and finally is owned by bigots who think you should lay your wealth not on earth, where moth and rust do corrupt...., but nevertheless won't shy from screwing their neighbor over to make the extra buck.

    You can easily take this out of the metaphor yourself.

    Social commentary it is and quite a good one, so good that most, if not all, of it is pretty still relevant to these days.

    You came for the great story, you stayed for the satire...

    said on 

  • 4

    Seppur sia per me raro abbandonare un libro in corso di lettura, ho più volte provato il desiderio di farlo con quest'opera. Nonostante abbia spesso provato frustrazione ed un odio tremendo, se così d ...continue

    Seppur sia per me raro abbandonare un libro in corso di lettura, ho più volte provato il desiderio di farlo con quest'opera. Nonostante abbia spesso provato frustrazione ed un odio tremendo, se così devo definirlo, nei confronti del suo autore, ho terminato la lettura, protrattasi per mesi a causa dello studio, di Moby Dick.
    http://vorticidiparole.blogspot.it/2015/06/recensione-moby-dick-di-herman-melville.html

    said on 

  • 4

    " Quel che sarebbe meglio lasciar perdere non sempre è la maledetta cosa che attrae di meno ! "

    " ... Quali estatici tormenti deve sopportare colui che è consumato da un unico insoddisfatto desiderio di vendetta ! "

    said on 

  • 3

    Bello Moby Dick, bello Starbuck, meraviglioso Achab, ma cavolo!
    Quante pagine sulle teste, code, attacchi, dimensioni, ossa, citazioni, movimenti, sfiatatoi delle balene mi deve propinare Melville pri ...continue

    Bello Moby Dick, bello Starbuck, meraviglioso Achab, ma cavolo!
    Quante pagine sulle teste, code, attacchi, dimensioni, ossa, citazioni, movimenti, sfiatatoi delle balene mi deve propinare Melville prima di ritenersi soddisfatto? Certo, ora ho sicuramente una cultura di cetologia e di organizzazione baleniera invidiabile, però la storia ne soffre troppo.

    said on 

  • 3

    Sia se avete questo libro sullo scaffale e non lo avete ancora letto, sia se non lo avete e vi state domandando se leggerlo o no, forse state leggendo la recensione per prendere una decisione. La magg ...continue

    Sia se avete questo libro sullo scaffale e non lo avete ancora letto, sia se non lo avete e vi state domandando se leggerlo o no, forse state leggendo la recensione per prendere una decisione. La maggior parte delle recensioni non credo sia molto positiva. E' un romanzo d'altri tempi, diciamolo, è un classico dei nostri nonni, ma che non lascia spazio alla voglia di svagarsi e divertirsi. E' un lungo romanzo che non vi parlerà soprattutto di Moby Dick, ma delle balene in generale. Alla fine saprete le loro rotte, quanto sono grandi, come vivono e cosa mangiano, la loro anatomia e tutti gli autori o i passi della Bibbia che hanno citato o si sono occupati di parlare delle balene in generale. La storia, drammatica, è scritta dal punto di vista di un uomo che decide di imbarcarsi e quindi cerca la nave e l'equipaggio giusto. Per almeno metà del libro non sarete in mezzo al mare e anche quando lo sarete saprete tutto sugli uomini dell'equipaggio e sugli usi delle baleniere. Ci sono dei momenti in cui viene voglia di rimandare il libro in un angolo nascosto della libreria, o per alcuni forse anche direttamente a far parte di un bel falò, ma lo stile dell'autore, un po' all'antica, appassionato, descrittivo ed emozionante, ha il potere di condurti con lui sulla baleniera, e se resisti fino all'ultimo, anche se con tristezza o anche rabbia, ti accorgerai che il tuo cuore è rimasto un po' sul "Pequod" ed è come se avessi visto tutto dal ponte della nave, ti accorgerai di aver preso le parti di qualcuno dell'equipaggio, immedesimandoti di più in questo o quello, e ti accorgerai che gli sforzi per finire il libro, in fondo, ne valevano la pena.

    said on 

  • 2

    Moby Dick è il peggior "classico" che abbia letto finora.
    Narrativa leeeeeeenta, pathos non pervenuto, dialoghi poco realistici.
    Peccato, perché avevo buone aspettative.

    said on 

  • 4

    In fin che 'l mar fu sovra noi richiuso

    La storia di Moby Dick è essenzialmente una grande storia di hybris , al pari dei grandi miti greci. Anzi, è in realtà stata scritta già molto tempo prima, nella manciata di versi conclusivi del ca ...continue

    La storia di Moby Dick è essenzialmente una grande storia di hybris , al pari dei grandi miti greci. Anzi, è in realtà stata scritta già molto tempo prima, nella manciata di versi conclusivi del canto XXVI dell'Inferno . Ma tra Ulisse e Achab vi è una sostanziale differenza. Il primo è stato ucciso dalla propria sete di sapere, dalla volontà di varcare i limiti imposti da un dio incomprensibile ed inesorabile. Il secondo, invece, per primo ha conficcato gli arpioni in una meraviglia della natura, pretestuosamente rappresentata come mostruosa per giustificare la crudeltà insaziabile dell'essere umano, che nulla può toccare o possedere senza distruggere. E' Achab a fare di Moby Dick un mostro, semplicemente proiettando in esso le ossessioni e i demoni della sua coscienza. Nessuna meraviglia, dunque, se la natura si riprende i suoi diritti, se si vendica di una violenza tanto gratuita quanto crudele, trascinando il colpevole, la creatura senziente che ha scelto volontariamente il Male, e precipitandolo con sé negli abissi.

    https://costellazioniletterarie.wordpress.com/2015/04/10/a-ciascuno-la-sua-balena-achab-e-il-dottor-house/

    said on 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    4

    Non si esce vivi da Melville... Ma consiglio l'esperienza!

    Ce lo sdoganiamo questo tomo prolisso e timorato di cinquecento pagine sulle balene?
    L'ho finito questa notte dopo tre mesi di lettura a strappo;
    l'ho detestato, l'ho odiato, l'ho insultato picchiando ...continue

    Ce lo sdoganiamo questo tomo prolisso e timorato di cinquecento pagine sulle balene?
    L'ho finito questa notte dopo tre mesi di lettura a strappo;
    l'ho detestato, l'ho odiato, l'ho insultato picchiando sulle pagine e, leggendo la biografia dell'autore, maledicendo il suo creatore, urlandogli che si, gli stava bene che nessuno se lo fosse mai filato e fosse morto nell'anonimato, perchè a noi delle balene non ce ne frega niente!
     
    Ho passato interi capitoli a leggere blaterii noiosi e pedanti sulle migliaia di tipologie di denti dei leviatani, ho passato interi capitoli a sentirlo correggere con spocchia teologi, scienziati, naturalisti, esploratori, pittori, lapicidi, ritrattisti, scultori, saggisti, astronomi, astrologi, maghi, prostitute, meteorologi, marinai, pescatori, bottai, inglesi, olandesi e spingere con tutta la forza della propria logorrea quello sputo di sabbia umida che è Nantucket tra le terre mitiche, alla destra di Atlantide alla sinistra di Roncobilaccio!
     
    Vi giuro, più d'una volta ho deciso di lasciarlo;
    a pagina cento, ad esempio, quando ancora Achab non s'era fatto vivo ed io credevo fermamente che Ismaele si fosse innamorato di Queequeg e tutto il romanzo fosse un sotterfugio per narrare le gioie di una convivenza con i cannibali e la loro pipa-tomahawk! 
    A pagina cinquanta, dopo il sermone di padre Mapple, letto come un giovanissimo chierichetto che alla messa, alle spalle del prete fa girare l'incensiere e prende uno scappellotto dalla suora!
    A pagina duecento settanta, dove elenca tutti i ritratti della balena e se ne esce con la convinzione che San Giorgio non può certo aver ucciso un drago, una vile lucertola non è adeguata a incarnare la malvagità, sicuramente il drago era un leviatano e San Giorgio deve averlo caricato A CAVALLO DI UNA FOCA! 
    - ve lo giuro, ve lo giuro -
     
    Ci ho letto in mezzo "Alpinisti Ciabattoni" di Cagna e tutta la raccolta di poesie di Emily Dickinson per edulcorare la traversata...
    Io detestavo Moby Dick...
    detestavo...
    Perchè su cinquecento pagine, a pagina quattrocento ancora di questa stramaledetta Balena non c'era l'ombra...
    Perchè su cinquecento pagine, a pagina quattrocentoventi, ancora di questa stramaledetta Balena non c'era l'ombra...
    E l'odio mi saliva, e visceralmente ribolliva incandescente, e il livore, e il rancore, e la voglia di uccidere questo libro era come la voglia di Achab di uccidere quella diavolo di balena bianca!
    E arrivato a pagina quattrocentocinquanta, io ancora non sapevo che prestissimo l'avrebbero avvistata, ma qui Achab, in un pomeriggio armonioso e caldo, guarda la sua ombra specchiarsi nel mare e la vede scendere negli abissi, e Starbuck, il prudente, lo vede piangere, e gli si accosta, e gli parla come parlerebbe ad un padre distrutto, e Achab gli risponde come si risponde a un figlio, ed entrambi sembrano d'accordo che fosse una follia dar la caccia a questo mostro, ma a quel punto, Achab lo guarda e gli sussurra "Achab non esiste più, Achab fa solo il volere del fato, Achab è il suo destino".
    E dunque io ho compreso che quel libro io non volevo realmente finirlo, ma io non esistevo più, e dovevo ormai compiere il destino...
     
    Dopo cinquecento pagine, quattrocentocinquanta delle quali bollerei forse come le più inutili della storia della letteratura, io ho chiuso il libro.
     
    epilogo
    Melville è un martire, si fa odiare, si fa detestare, fa violenza sul lettore, gli descrive nei minimi dettagli le balene per montargli nel cuore quel rancore che è il rancore di Achab, un rancore nei confronti del volume e nei confronti di QUELLA balena, e lo prepara, con l'introduzione più lunga della storia, lo fomenta, soffia sul fuoco, alimenta e attizza e dunque, una volta che quella stramaledettissima Moby Dick soffia, là, e il libro che rimane è ormai sottile, il lettore ha la medesima sensazione di Achab che fissa gli occhi del Parsi dilaniato nei ramponi...

    Non si esce vivi da Melville... Ma consiglio l'esperienza!

    said on 

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