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Monnè, oltraggi e provocazioni

Di

Editore: Feltrinelli (Universale Economica; 1923)

3.3
(18)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 261 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8807819236 | Isbn-13: 9788807819230 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Egi Volterrani ; Postfazione: Christiane Kourouma

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Protagonista della storia è il re di Soba, un centro dell'impero mandingo: Gighi Keita, il cui regno dura centovent'anni e la cui terra viene conquistata e sottomessa dai "Nazareni" (ossia i bianchi) francesi a inizio 900. I cantori delle imprese reali, i griot, celebrano la gloria di Gighi che ha impedito la conversione del suo popolo dalla religione musulmana al cristianesimo, anche se in realtà il re nulla può contro una dominazione che porta morte e distruzione tra gli africani. I francesi promettono a Gighi un treno che collegherà il suo regno al resto del mondo, ma per farlo lo obbligano a procurar loro manovalanza. Il popolo di Gighi muore così di stenti nella costruzione della ferrovia, e i francesi in più fanno giurare fedeltà alla loro bandiera e pretendono che gli africani si arruolino e combattano al loro fianco nella prima e poi nella seconda guerra mondiale contro gli Allamà, i tedeschi. Quando poi Pétain prenderà il potere e a Soba arriverà il nuovo governatore francese, Bernier, Gighi verrà deposto e sostituito dal figlio Bema, avuto dalla giovane Mussokorò (la favorita di cui in un flashback viene raccontata la storia). La ricca vicenda del romanzo, che narra di un'intera civiltà (con tanto di regni, cantori, tradizioni, miti, indovini) spazzata via dalla storia a opera del colonialismo, costituisce un autentico epos, scandito da metafore, termini africani, più voci narranti. Senza manicheismo nella rappresentazione di negri buoni e bianchi cattivi, mostra come gli africani abbiano contribuito alla propria sottomissione con peccati loro (interesse, ingenuità, ambizione ecc.), non ultima la cecità di Gighi che sino alla fine non capisce l'errore commesso, ossia di aver creduto che la ferrovia fosse un omaggio francese alla sua regalità anziché l'ennesimo strumento di sfruttamento da parte dei bianchi.
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  • 4

    Romanzo epico sulla colonizzazione francese esaminata dal punto di vista africano, interessante come struttura narrativa con l'alternanza degli "io" narranti e per la finestra che apre su mondi e culture ormai scomparsi ma la cui conoscenza potrebbe aiutare a comprendere l'Africa odierna.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo romanzo è una dura condanna contro il colonialismo sia nelle sue forme violente di oppressione e sia nell’atteggiamento paternalistico verso gli indigeni, e anche contro gli stessi capi delle tribù che per miopia e egoismo personale non hanno esitato a sacrificare il proprio popolo.
    Un lib ...continua

    Questo romanzo è una dura condanna contro il colonialismo sia nelle sue forme violente di oppressione e sia nell’atteggiamento paternalistico verso gli indigeni, e anche contro gli stessi capi delle tribù che per miopia e egoismo personale non hanno esitato a sacrificare il proprio popolo. Un libro molto bello e mi sono piaciuti tantissimo i proverbi africani: brevi e molto efficaci.

    “Avere nella propria cerchia un uomo libero nei propri giudizi è indispensabile ad ogni potere. Il capo che intorno a sé non ha che stregoni e cortigiani pronti ad applaudirlo e adularlo è un uomo solo: per quanto parta, non incontra che se stesso, per quanto ascolti, non ode che i propri detti.”

    “Non abbiamo mai saputo odiare né capire che dalle maledizioni degli altri potesse nascere la nostra fortuna; forse è perché non siamo mai riusciti a venirne fuori, a dispetto di tutte le rivoluzioni che ci hanno fatto vivere: il socialismo, il liberalismo, il partito unico, la lotta contro il sottosviluppo e la corruzione e tutti gli altri slogan che non comprendiamo e che ripetiamo fino alla nausea nel susseguirsi degli anni. E’ a causa della nostra pelle o della nostra religione che ci accade? Un giorno, lo sapremo. Se è per il colore della pelle, diremo pubblicamente che le nostre sfacciate sorelle della città, che si sbiancano la pelle per essere più provocanti, hanno ragione. Se è per la religione, chiederemo al muezzin di gridare un mattino ad Allah che cinque preghiere al giorno e un mese di digiuno meritano, se non considerazione, almeno un po’ di pietà…”

    ha scritto il