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Montedidio

Di

Editore: Feltrinelli

4.1
(2647)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 144 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo , Polacco

Isbn-10: 8807016001 | Isbn-13: 9788807016004 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Narratore: Erri De Luca

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Teens

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Descrizione del libro
"Chi salirà nel monte di Dio? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro." Unquartiere di vicoli a Napoli: Montedidio. Un ragazzo di tredici anni va abottega da Mast'Errico, il falegname. E' l'inizio della sua vita nuova, lavita che a sera, a casa, in una casa vuota per l'assenza del padre e per lamalattia della madre, il ragazzo va scrivendo su una bobina di carta avuta inregalo dal tipografo di Montedidio. Ha anche un altro regalo, che porta semprecon sé, un "bùmeran", un legno nato per volare che il padre ebbe a sua voltada un marinaio di passaggio. Così passano i giorni: Mast'Errico gli insegna ilmestiere e Don Rafaniello, uno scarparo che Mast'Errico tiene ospite abottega, gli insegna a pensare sugli uomini e sulle cose.
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  • 5

    "Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia". Allora don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza? "Giusto, così a ogni mancanza dai il benvenuto, le fa ...continua

    "Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia". Allora don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza? "Giusto, così a ogni mancanza dai il benvenuto, le fai un’accoglienza." Così quando sarete volato io non devo sentire la mancanza vostra? "No, dice, quando ti viene da pensare a me io sono presente." Scrivo sul rotolo le parole di Rafaniello che hanno rivoltato la mancanza sottosopra e ora sta meglio così. Lui fa coi pensieri come con le scarpe, le mette capovolte sul bancariello e le aggiusta."

    Napoli presentata da lui è pura poesia. Ma penso che, se dovesse mettersi a scrivere di lavatrici, l'effetto sarebbe sempre lo stesso. E' uno scrittore formidabile, unico. Questo libro entra nella top ten dei miei preferiti.

    ha scritto il 

  • 5

    Non c'è nulla da dire su De Luca che non sia già stato detto. Avevo il mio libro preferito di quest'Uomo, Montedidio lo supera... Una crescita interiore forte, potente, bambini che affrontano cose così enormi e le superano, credo proprio perché sono bambini.. 5/5 con lode

    ha scritto il 

  • 4

    Un paio d’anni fa ho avuto il piacere di vedere e ascoltare Erri de Luca al Salone del Libro di Torino e mi sono scoperto ad osservare che il suo modo di parlare sembrava rispecchiarsi molto bene nella sua scrittura: il ritmo regolare del suo eloquio, privo di brusche accelerazioni o di ripensam ...continua

    Un paio d’anni fa ho avuto il piacere di vedere e ascoltare Erri de Luca al Salone del Libro di Torino e mi sono scoperto ad osservare che il suo modo di parlare sembrava rispecchiarsi molto bene nella sua scrittura: il ritmo regolare del suo eloquio, privo di brusche accelerazioni o di ripensamenti e incertezze, con una sottile musicalità quasi da cantastorie; l’attenzione sempre percepibile per la scelta delle parole; il suo modo di scandire una voce potente e cristallina da attore di teatro e, al tempo stesso, l’apparente fatica di parlare con una lingua che pareva non essere la sua più autentica, quella con cui parla la voce della sua anima. Anche in questo romanzo breve, infatti, la napoletanità emerge come un dato centrale della sua biografia e proprio dal contrasto tra la lingua italiana e il dialetto napoletano prende avvio una riflessione di carattere antropologico intessuta all’interno della narrazione: l’italiano è una lingua straniera (p.20), lingua del Potere (“con l’italiano uno si difende meglio”, p.7), dunque una lingua distante, fredda, quasi burocratica (“scrivo in italiano perché è zitto e ci posso mettere i fatti del giorno, riposati dal chiasso del napoletano”, p.7), una lingua incapace di comunicare le passioni che smuovono il napoletano, inabile ad esprimere la diversa sensibilità che lo caratterizza, in definitiva una lingua morta. Erri descrive un mondo di povertà materiale, ma non spirituale; con i suoi personaggi mette in scena un popolo che vanta un suo codice morale e un suo proprio senso dell’onestà non imposto da un’educazione esteriore (“o si dice in faccia o si sta zitto”, p.71), gente che si prende molta confidenza persino con Dio, intrattiene con lui un rapporto blasfemo, fin quasi a negarne l’esistenza (“Rafaniello dice che a forza di insistere Dio è costretto a esistere, a forza di preghiere si forma il suo orecchio, a forza di lacrime nostre i suoi occhi vedono, a forza di allegria spunta il suo sorriso”, p.57) o l’interessamento per le umane vicende (“Sì, vede tutto [il padreterno], ma se non ci penso io a aggiustare le cose, se ne sta a guardare lo spettacolo”, 50), ci litiga, lo prende a male parole o se lo prende per mano, quasi fosse un pischello cui bisogna insegnare proprio tutto; ma è un privilegio che questo popolo si è preso per ciò che ha vissuto, perché “ha conosciuto lo schifo” (p.69), ha visto troppo dolore e troppa violenza - una violenza che si sente nel corpo (“la mossa sbagliata di un altro schioda un coperchio e salta fuori il sangue maligno”, p.132) – e conosce l’arroganza della morte (“a Napoli la morte non si vergogna di niente”, p.67). Una massa di dolore che ti attraversa da parte a parte solo quando ne è vittima un essere non toccato dal peccato, com’è il caso di un asino, nel racconto di don Rafaniello (“il suo grido invece è inutile, gigantesco, riguarda solo lui e Dio, l’uomo è escluso”). A Napoli ci si deve arrangiare per vivere, perché non c’è Dio cui rivolgersi, né uomo o istituzione che non mettano davanti a tutto i lori interessi particolari, non c’è niente di sicuro cui aggrapparsi né fondamenta solite sulle quali costruire le proprie fortune, non si può nemmeno aver la pretesa di desiderare qualcosa (“L’anno passato non mi sognavo di chiedere questo, è successo da solo, senza un desiderio”, p.97); il caso sembra essere il vero padrone delle vite dei napoletani. Un esempio può chiarire ulteriormente questo aspetto: anche a Napoli, come in ogni dove, c’è chi lavora e chi vive del lavoro altrui, ma non a caso lì si usa sempre il verbo “tenere invece di avere. Avere è presuntuoso, invece tenere lo sa che oggi tiene e domani chi sa se tiene ancora” (p.89). In questo panorama di macerie, ciò che tiene vivo e vitale, persino allegro, il napoletano è forse la banale consapevolezza che noi non bastiamo a noi stessi, in nessun caso, e che l’Altro può essere la nostra vera ricchezza, ciò che tutto cambia, persino il nostro modo di vedere il mondo, persino la coscienza di noi stessi e della vita (“pare che ci vuole un’altra persona che avvisa”, p.46). Il legame affettivo si configura anche come legame di sopravvivenza e questo lo rende ancora più intenso, indissolubile (“I nostri corpi alleati fanno i nodi”, p.101). In conclusione, nei romanzi di Erri è così: ogni parola ha un peso specifico molto più alto della media “letteraria”, si nota un rispetto profondo per la sacralità del linguaggio, della parola pronunciata, detta o scritta, e quindi la cura nello scegliere sempre quell’unica parola giusta che attende di essere detta. Di conseguenza, le sue frasi ti sferzano il viso come un vento deciso che trasporta neve e ghiaccio, lasciando sulla pelle una sensazione di freschezza nuova, ma segnando il viso fino a renderlo diverso da quel che era. Poco conta, in fondo, la trama dei suoi numerosi scritti, la cui brevità è inversamente proporzionale alla densità di contenuti, poiché i personaggi sono fantasmi del pensiero, come esseri creati da un Dio per dare voce ai propri pensieri. [http://johndellaforesta.blogspot.it/2014/06/recensione-erri-de-luca-montedidio.html]

    ha scritto il 

  • 5

    "Montedidio" di Erri De Luca

    Un libro breve e intenso, che consiglio da anni a tutti quelli che mi capitano sotto le grinfie ^_^ , è Montedidio di Erri De Luca.
    Il racconto è dedicato al quartiere napoletano che De Luca celebra anche nel titolo: se ne descrivono le radici, se ne offre l'essenza...
    Il realismo che delinea pe ...continua

    Un libro breve e intenso, che consiglio da anni a tutti quelli che mi capitano sotto le grinfie ^_^ , è Montedidio di Erri De Luca. Il racconto è dedicato al quartiere napoletano che De Luca celebra anche nel titolo: se ne descrivono le radici, se ne offre l'essenza... Il realismo che delinea persone e luoghi è controbilanciato dalla poesia e dalla delicatezza dell'irrazionalità della vicenda narrata. Lo stile è essenziale e raffinato; ci sono elementi linguistici dialettali che con la loro musicalità creano una specie di magia... Non dirò molto di più, per non svelare nulla a chi lo leggerà per la prima volta e potrà godere della bellezza della prosa incantatrice di De Luca. Le pagine presentano molti spazi bianchi, la parola è quasi sospesa, sembra di leggere un testo scritto per il teatro. "Vanno bene per gli angeli le ali, a un uomo pesano. A un uomo per volare deve bastare la preghiera, quella sale sopra le nuvole e piogge, sopra soffitti e alberi. La nostra mossa di volo è la preghiera."

    http://lanostralibreria.blogspot.it/2014/04/consigliato-montedidio-di-erri-de-luca.html

    ha scritto il 

  • 4

    Quella stramaledetta, meravigliosa poesia

    La vita, i sogni, la scoperta dell'amore di un piccolo ragazzo di un quartiere povero di Napoli, costretto dalla miseria a crescere troppo in fretta: una piccola storia, di quelle che si scrivono nei diari segreti, di quelle di cui i maschi si vergognano a parlare in giro perchè fa tanto femmminu ...continua

    La vita, i sogni, la scoperta dell'amore di un piccolo ragazzo di un quartiere povero di Napoli, costretto dalla miseria a crescere troppo in fretta: una piccola storia, di quelle che si scrivono nei diari segreti, di quelle di cui i maschi si vergognano a parlare in giro perchè fa tanto femmminuccia, ma che spesso nascondono dentro di sè delle fortissime luci che non si riescono a trovare negli scritti impegnati.

    E' un piccolo bellissimo libro perchè riesce a riprodurre proprio bene a tutti i livelli gli anni tra l'infanzia e l'adolescenza: il mistero dell'atrazione sessuale, l'eccitazione del gioco e dell'immaginazione, il rapporto con gli adulti che si fa via via più complesso. Ma non è questo che me lo ha fatto piacere quanto la capacità che ha di rendere quella magia che la città di Napoli ha e che resiste a qualsiasi tentativo di spiegarla.

    Quella magia resa molto bene dall'indimenticabile personaggio di Don Rafaniello. E' un ebreo misero che vaga per il mondo per raggiungere la terra promessa, che si è fermato a Napoli come ciabattino. Un angelo gli ha detto che raggiungerà la terra santa con le ali che gli stanno nascendo sotto la gobba. Agli occhi del piccolo protagonista questo non sembra per nulla strano, anzi verifica giorno per giorno la crescita delle ali e va alla ricerca per lui della posizione migliore da cui lanciarsi in volo l'ultimo dell'anno, nel momento in cui il ragazzo stesso lancerà per la prima volta il suo magico "Bumeràn".

    Napoli è una città che manda in crisi da qualsiasi punto la si guardi. Ingovernabile, incivile, in tutto fa incazzare come una vipera ogni volta che la si guarda dal Nord, ma fatta di gente calda e luminosa come il sole che la illumina, che quando incontra una persona in difficoltà si può star certi che saranno gli ultimi a lasciarla sola.

    Io nei quartieri poveri di Napoli ci sono stato da ragazzo, in una trasferta con gli scouts. E ho visto le strade con le pozze di vomito a terra, i ragazzini che vendevano film pornografici piratati sui marciapiedi, il cielo oscurato dalle lenzuola stese ad asciugare. Ma anche la mano sulla mia spalla quando mi ero isolato in crisi, i giovani napoletani che non mi hanno lasciato stare finchè non ho sorriso; e quando sono tornato a casa dopo pochi mesi la mia buca delle lettere (che era sempre vuota) strabordare di lettere, cartoline, saluti in un improbabile italiano strabordante di errori di ortografia ma proprio per questo tanto più simpatico.

    Proprio il linguaggio, un altro grande punto di forza. Erri de Luca si pone fin da subito in modo esplicito il problema della lingua con cui scrivere, per bocca del suo piccolo napoletano. E riesce in modo magistrale a rendere la vitalità e la vivacità del dialetto partenopeo pur scrivendo in italiano con un finissimo lavoro di cesello sulla scelta dei vocaboli, degli accenti, delle situazioni.

    E' merce rara, al giorno d'oggi una simile attenzione alla lingua, ma secondo me "Montedidio" non va letto per questo. Perchè la storia del brutto e gobbo angelo Rafaniello e del suo piccolo amico povero con "Bumeran" va letta come se fosse una poesia.

    ha scritto il 

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