Mornings in Jenin

By

Publisher: Bloomsbury Publishing

4.4
(984)

Language: English | Number of Pages: 480 | Format: eBook | In other languages: (other languages) French , Portuguese , Spanish , Italian , German , Arabic , Dutch

Isbn-13: 9781408810811 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
Palestine, 1948. A mother clutches her six-month-old son as Israeli
soldiers march through the village of Ein Hod. In a split second, her
son is snatched from her arms and the fate of the Abulheja family is
changed forever. Forced into a refugee camp in Jenin and exiled from the
ancient village that is their lifeblood, the family struggles to
rebuild their world. Their stories unfold through the eyes of the
youngest sibling, Amal, the daughter born in the camp who will
eventually find herself alone in the United States; the eldest son who
loses everything in the struggle for freedom; the stolen son who grows
up as an Israeli, becoming an enemy soldier to his own brother.



Mornings in Jenin is a devastating novel of love and loss,
war and oppression, and heartbreak and hope, spanning five countries and
four generations of one of the most intractable conflicts of our
lifetime.

Sorting by
  • 4

    “…eravamo tre generazioni sospinte dalla forza ostinata di una storia senza riscatto, truffata dal destino ma riunita in quel momento per chiedere di essere raccontata.”.

    Una storia/vita che nasce dal ...continue

    “…eravamo tre generazioni sospinte dalla forza ostinata di una storia senza riscatto, truffata dal destino ma riunita in quel momento per chiedere di essere raccontata.”.

    Una storia/vita che nasce dall’intreccio di tante storie/vite che riguardano non solo diverse generazioni quanto differenti religioni, molteplici e crudeli esperienze di vite non vissute, di culture soffocate, di identità percosse, di dignità calpestate, di uomini e donne, di bambini/e, di giovani e vecchi che nel giro di una manciata di anni hanno assistito al totale degrado della ‘Vita’ stessa, offesa e vilipesa in nome di una errata concezione dell’appartenenza.
    Il grido disumano che emerge da ogni pagina, da ogni riga, da ogni parola detta e/o taciuta di questo scritto sfodera artigli che graffiano le coscienze di tutti, di chi crede di stare nel giusto e di chi impone le proprie ragioni, ma è complicato arginare contrasti, se non si riesce a vedere oltre il proprio egoismo smisurato oppure se non si sa o non si vogliono ipotizzare soluzioni meno dolorose.
    Sentimenti come l’amore e l’amicizia, come l’altruismo e la compassione, come la fratellanza e la condivisione, in tempi di guerra armata e in tempi di finta pace, non hanno la forza di manifestarsi se non in brevi periodi e in situazioni estreme, per ovvi motivi, ma è certo che il sentire della coscienza supera di gran lunga l’insensibilità della mente.
    Quando i personaggi parlano dell’importanza dei libri e della cultura come fonti di opposizione alla guerra, manifestano tutta la loro speranza in un mondo che sa fare tesoro del proprio passato per costruire una realtà diversa e combattono, in senso positivo, perché si rifugga dall’ignoranza nel suo più intenso significato.
    Dal 1941 al 2002, dall’Europa alla Palestina e ad Israele, da queste terre martoriate agli USA e ritorno, attraverso lo spirito di intere generazioni, si rappresentano gli aspetti più cruenti di una storia che si ripete sempre uguale a se stessa per la capacità dell’uomo di infliggere sofferenza, per privare il proprio simile della salvifica dignità, per infierire sulle paure altrui nella certezza di sfuggire alle proprie.
    Come non considerare e riconoscere come universali e quanto mai attuali queste parole: “La mattina dopo, i profughi si alzarono dalla loro inquietudine con la consapevolezza che stavano per essere lentamente cancellati dal mondo, dalla sua storia e dal suo futuro”. In breve uno sguardo spietato e diretto dell’autrice sulle indicibili atrocità subite da coloro che non potevano e non possono che sentirsi ”Denudati della propria umanità” .

    Vissi nel presente, tenendo nascosto il passato”.

    said on 

  • 5

    Il dramma palestinese.
    La storia di una generazione, dalla libertà alle stragi dei campi profughi, con una umanità ed amore inimmaginabile.
    Da leggere.

    said on 

  • 5

    Una delle rarissime volte in cui do 5 stelle a un libro. Era da tanto che non mi accadeva di ritrovarmi così coinvolto in una narrazione. Consigliato a tutti, soprattutto a chi si approccia alla quest ...continue

    Una delle rarissime volte in cui do 5 stelle a un libro. Era da tanto che non mi accadeva di ritrovarmi così coinvolto in una narrazione. Consigliato a tutti, soprattutto a chi si approccia alla questione palestinese per la prima volta. Eccezionale.

    said on 

  • 5

    null

    Romanzo eccezionale che riesce a coniugare gli orrori di una strage ripetuta quotidianamente con storie d'amore familiari.
    Grande penna, coinvolgente ed emozionante nonostante la cruda e triste realtà ...continue

    Romanzo eccezionale che riesce a coniugare gli orrori di una strage ripetuta quotidianamente con storie d'amore familiari.
    Grande penna, coinvolgente ed emozionante nonostante la cruda e triste realtà narrata.

    said on 

  • 5

    “Il sole si alzò dietro ai carri armati e alle vedette israeliane, l’arancione inondò il cielo, illuminando la parte della mia vita che era ormai perduta per sempre.”

    Una tragedia senza fine, seguita personalmente quasi in diretta, nelle cronache dei giornali e telegiornali dalla guerra dei sei giorni a oggi, e raccontata da Susan Abulhawa con estrema lucidità visi ...continue

    Una tragedia senza fine, seguita personalmente quasi in diretta, nelle cronache dei giornali e telegiornali dalla guerra dei sei giorni a oggi, e raccontata da Susan Abulhawa con estrema lucidità visiva e concretezza di sentimenti.
    Una storia, quella del popolo palestinese, che provoca rabbia e sdegno per come sono andate le cose, per come a pagare per l’olocausto alla fine siano stati quelli che non c’entravano niente e per come sia stato possibile che tutto questo potesse accadere.
    La scrittrice fa rivivere nel racconto la storia di una famiglia della palestina, dall’inizio dell’occupazione israeliana, con il resoconto di tutte le nefandezze subite ad opera degli invasori, in un crescendo aberrante di violenze e soprusi di ogni genere compiuti nella totale indifferenza del resto del mondo, in un contesto, ancora oggi, pervaso da una sorta di invulnerabilità degli israeliani a cui è permesso fare di tutto, con ritorsioni spesso spropositate, in un conflitto di cui difficilmente se ne vedrà la fine finché saranno le armi a parlare.
    Il racconto non è impregnato di un sentimento anti-israeliano a tutti i costi, quello che interessa all’autrice è trasmettere la storia, attraverso le vicende di questa famiglia, di una terra strappata con cinica violenza ai suoi abitanti, di secoli di vita vissuta cancellati coi cingoli dei carri armati, di legami e affetti familiari stroncati da un’invasione totalmente illegittima, compiuta con il beneplacito delle grandi potenze di allora, per ripagare gli ebrei di un olocausto di cui sembra nessuno si accorgesse mentre si compiva.
    E’ un libro ad alta intensità emotiva permeato da una grande tensione poetica, contenuta nelle innumerevoli descrizioni dei luoghi amati e ricordati; nel rapporto con i componenti della famiglia, persi o ritrovati; nelle varie scene e momenti di vita con tutte le persone che affollavano quel mondo, ricordi indelebili, anche se inframezzati dalle violenze subite.
    Pagine, in qualche caso, veramente struggenti da centellinare ed assaporare parola per parola, scritte come solo chi ama profondamente la propria terra potrebbe fare ed è disposto a viverla anche in un contesto, disperato e disperante, come quello attuale.

    Uno dei passaggi più belli, a mio parere, contenuti nel libro…

    “Avevamo poche cose e pochissime necessità. Non ho mai visto un parco giochi e non ho mai nuotato nel mare, ma la mia infanzia è stata magica sotto l’incanto della poesia e dell’alba. Non ho più trovato un luogo sicuro come l’abbraccio di mio padre, quando nascondevo la testa nella cavità del suo collo e delle sue spalle robuste. Non ho più conosciuto un momento più dolce dell’alba…”

    said on 

  • 5

    Il dramma del popolo palestinese, le vergogne israeliane: un libro indimenticabile!

    Romanzo capolavoro, sia per la forza del racconto storico, sia per l'altissima qualità della scrittura dell'autrice. Storia stupenda di una famiglia, che è in realtà storia di un popolo oltraggiato.
    R ...continue

    Romanzo capolavoro, sia per la forza del racconto storico, sia per l'altissima qualità della scrittura dell'autrice. Storia stupenda di una famiglia, che è in realtà storia di un popolo oltraggiato.
    Racconto del "nazismo" sionista ai danni del popolo palestinese nell'indifferenza delle grande potenze: 70 anni fa, come oggi, una vergogna infinita.
    Un libro che rimane, con un segno profondo, nell'animo. Indimenticabile, uno dei più bei libri letti negli ultimi 10 anni.

    said on 

  • 4

    Una lettura davvero coinvolgente e necessaria, che rende quel che promette e fa vivere da dentro la storia palestinese. Se posso trovare un difetto è l'eccesso di lirismo, soprattutto nel finale. ...continue

    Una lettura davvero coinvolgente e necessaria, che rende quel che promette e fa vivere da dentro la storia palestinese. Se posso trovare un difetto è l'eccesso di lirismo, soprattutto nel finale.

    said on 

  • 5

    Assolutamente mille volte DA LEGGERE

    Eccezionale. Se siete persone sensibili, preparate fazzoletti. Un´emozione grande. Andrebbe introdotto nelle scuole.

    said on 

  • 5

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    Ogni mattina a Jenin
    Susan Abulhawa
    Primo avvertimento, se lo volete leggere preparatevi ad uno scossone.
    Qui troviamo quanta intensa possa essere la cattiveria umana.
    Ogni mattina a Jenin, è un roman ...continue

    Ogni mattina a Jenin
    Susan Abulhawa
    Primo avvertimento, se lo volete leggere preparatevi ad uno scossone.
    Qui troviamo quanta intensa possa essere la cattiveria umana.
    Ogni mattina a Jenin, è un romanzo con personaggi inventati ma tratto da fatti reali.
    Durante la lettura mi sono trovata di fronte ad un fiume di sofferenza, gente torturata, uccisa a sangue freddo e infanzia violata.
    I bambini devono giocare, andare a scuola e divertirsi, non trovarsi di fronte a cadaveri, armi e privazioni.
    Amal la protagonista e la voce narrante di questo romanzo, ci racconta ciò che ha provato sulla sua pelle, la morte dei genitori, la perdita dei fratelli...
    Io mi chiedo dove finisce la giustizia e inizia l'ingiustizia?
    Combattono in nome del proprio Dio, gli stessi ebrei ghettizzati durante la seconda guerra mondiale, si comportano allo stesso modo.
    Occupano la Palestina, radono al suolo tutto ciò che si infrapone tra loro è l'obbiettivo finale.
    Hanno ghettizzato a loro volta gli Arabi.
    [...] Spara. Non siete diversi dai nazisti che volevano impedirmi di prendermi cura degli ebrei durante la seconda guerra mondiale...
    In una guerra non ci sono ne vincitori ne vinti, si perde in partenza.
    Arriverà il momento che ogni popolo vivrà in pace senza prevaricare il prossimo?
    È un utopia lo so, ma educando i giovani alla non violenza magari ci si riesce.
    Questa è una lettura che andrebbe proposta alle scuole.

    said on 

  • 4

    Una Fallaci al contrario?

    Nella mia ricerca di letture che mi restituiscano una visuale diversa del conflitto culturale contemporaneo tra Islam e mondo occidentale, questo “ogni mattina a Jenin” andrà ad occupare un tassello i ...continue

    Nella mia ricerca di letture che mi restituiscano una visuale diversa del conflitto culturale contemporaneo tra Islam e mondo occidentale, questo “ogni mattina a Jenin” andrà ad occupare un tassello importante: soprattutto in quanto la visione del conflitto israelo-palestinese dal punto di vista dei secondi sino ad ora brillava per la sua assenza (o per la sua estrema limitatezza, soprattutto in relazione con la propaganda filoisraeliana martellante degli anni pre Obama).
    E’ un ottimo romanzo, prima di tutto. Un romanzo che ha pieno successo nel restituire con profondità ed intensità i colori, gli aromi, gli odori di una terra meravigliosa e martoriata, ulteriormente accresciuti dallo struggimento del ricordo.
    Susan Abulhawa ha vissuto sulle sue spalle il dolore dell’esilio, e si vede. Grazie alla eccellente ambientazione ed ad una prosa dosata con maestria, le pagine scivolano via una dopo l’altra e diventa difficile non appassionarsi alle avventure, ai sogni ed alle sofferenze della famiglia Abulheja: sofferenze che si dipanano per quattro generazioni durante l’intera guerra tra Israele e Palestina, proprio nell’epicentro del conflitto: la Cisgiordania in generale e Jenin (“la roccaforte del terrorismo”) in particolare.
    Ecco quindi che tanti anni dopo Inshallah (la giornalista scrittrice che ama la guerra / perché le ricorda quando era giovane e bella) torno a vedere lo stesso conflitto dall’altra parte della barricata: dopotutto anche dall’altra parte ci sono uomini e donne che amano e soffrono. Epperò. Epperò sarebbe superficiale dare della brutta e cattiva ad Oriana Fallaci ed alzarsi in piedi ad applaudire Susan oh che brava oh che bella. Sarebbe superficiale perché se mi guardo dentro, il risultato del mio contatto con l’immigrazione musulmana (a volte anche intenso: io sono cresciuto in una periferia industriale, più o meno degradata) ha lasciato un segno che non è poi così morale come mi piacerebbe pensare che fosse.
    Quella arabo/musulmana è una civiltà immensa ed antichissima con la quale stiamo avendo problemi gravi anche per colpa nostra e me ne rendo conto, ma non è una civiltà qualsiasi. Sebbene ammantata di positività ed idealizzazione, voltando le pagine di ogni mattina a Jenin da tipico occidentale un leggerissimo pizzico di conflitto interiore lo ho sentito. Perché comunque vediamo un mondo che sa amare ed esaltarsi, ma anche un mondo violento, retrogrado e sessista, un mondo che si rapporta con l’esterno in termini di ostilità e di violenza, un popolo che non ha perso e non potrà forse mai perdere la sua vocazione ad essere conquistatore. Leggendo questo libro ho più volte pensato alla mia visita dell’estate scorsa alla moschea cattedrale di Cordova: è il monumento dell’umanità intera alla convivenza civile. Eppure la guida (puro cattoico ideologizzato dell’ Andalusia del sud, occorre dirlo) si è fatto scrupolo di accompagnarmi alla porta della preghiera sulla cui indimenticabile bellezza era scritto in arabo antico che Dio aveva creato il mondo perché gli arabi lo dominassero.

    Fa risonanza con l’orgoglio guerriero di questo popolo la terribile assenza delle sofferenze dell’altra parte. Un libro che vuole essere contro la guerra, che vuole smascherarne le menzogne giustificatorie (e spesso ci riesce) non può tacere le sofferenze dell’altra parte, il pianto delle altre madri, il volo dal cinquantesimo piano e oltre delle vittime dell’ 11 Settembre. Peggio ancora: nel momento in cui cita quelle morti, lo fa in fretta in poche righe e controvoglia, come se l’autrice sia stata costretta da una sorta di scrupolo di coscienza o peggio ancora da un vincolo editoriale. Peccato, perché quando capita all’improvviso si ha l’impressione di leggere una Fallaci all’incontrario.
    Però poi alla fine, il lettore ha il diritto di pretendere da un popolo amareggiato da ingiustizie enormi quell’equilibrio che l’ Occidente (che fino all’ 11 Settembre ha assistito a quel conflitto quasi da convitato di pietra) non ha saputo darsi? Forse no. Perché la tentazione anche in questi giorni di vedere l’immigrazione dei profughi siriani come una minaccia da cui difendersi coi metodi del parrucchino biondo è forte, e pochi anche qui da noi vi resistono.
    Forse per avere una corretta visione d’insieme è davvero necessario leggere sia la Fallaci che la Abulhawa (insieme ad Amos Oz, ad Abraham Yehoshua, a Mohsin Hamid, ad Amy Waldman ed a mille altri, una tragedia di questo tipo pretende uno studio intenso, altrimenti tanto vale comprarsi una parrucca bionda) e costruirsi un’immagine polidimensionale. Di certo, l’immagine sanguinaria e carognesca quasi da Satana dei fumetti che viene data del popolo ebraico è un punto debole della storia, per restituire l’umanità del popolo ebraico ci si è ridotti a far rapire un bambino palestinese da un soldato ebreo. Per favore.

    Due conclusioni sicuramente traggo da questa opera comunque bella ed importante. La prima è che, come ben viene spiegato in questo libro, l’odio genera odio che genera odio. L’olocausto palestinese è figlio e conseguenza diretta della Shoah. Ed allora forse ha ragione il Generale Oz quando nei suoi libri sostiene che l’unica via per la pace sta nel far nascere uno stato palestinese e soprattutto nel trovare un modo di fare giustizia che prescinda dalle tentazioni di vendetta di una parte o dell’altra. E’ duro ma necessario, anche perché non si vedono dei Gandhi o dei Mandela in Medio Oriente in questo momento e probabilmente figure di questo tipo non sono compatibili con questi due popoli.

    La seconda è che più penso alle figure più negative della storia di quella terra tormentata ( da Ariel Sharon a George W. Bush, da Osama bin Laden a Netanyahu) più mi convinco che negli anni dell’ avvento di Trump votare a destra sia un crimine contro l’umanità.
    Pensiero poco democratico e forse ingenuo, ma tant’è.

    said on 

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