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Mornings in Jenin

By

Publisher: Bloomsbury Publishing

4.5
(666)

Language:English | Number of Pages: 480 | Format: eBook | In other languages: (other languages) French , Portuguese , Spanish , Italian , German , Arabic , Dutch

Isbn-13: 9781408810811 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
Palestine, 1948. A mother clutches her six-month-old son as Israeli
soldiers march through the village of Ein Hod. In a split second, her
son is snatched from her arms and the fate of the Abulheja family is
changed forever. Forced into a refugee camp in Jenin and exiled from the
ancient village that is their lifeblood, the family struggles to
rebuild their world. Their stories unfold through the eyes of the
youngest sibling, Amal, the daughter born in the camp who will
eventually find herself alone in the United States; the eldest son who
loses everything in the struggle for freedom; the stolen son who grows
up as an Israeli, becoming an enemy soldier to his own brother.



Mornings in Jenin is a devastating novel of love and loss,
war and oppression, and heartbreak and hope, spanning five countries and
four generations of one of the most intractable conflicts of our
lifetime.

Sorting by
  • 4

    "Il suo cuore, ahimé, non era per niente di ghiaccio. Era una lava agitata, tenuta a freno dalla volontà, dalla stretta delle sue mascelle e dall'instancabile mano tremante. E il contenuto di quel cuore affiorava solo raramente. Forse ad allontanarla dalla realtà no fu tanto la serie infinita di ...continue

    "Il suo cuore, ahimé, non era per niente di ghiaccio. Era una lava agitata, tenuta a freno dalla volontà, dalla stretta delle sue mascelle e dall'instancabile mano tremante. E il contenuto di quel cuore affiorava solo raramente. Forse ad allontanarla dalla realtà no fu tanto la serie infinita di tragedie che si abbatterono sui palestinesi, quanto un amore inscommensurabile che non riusciva a darsi quiete."

    said on 

  • 4

    Susan Abulhawa ha scritto un romanzo struggente che può fare per la Palestina ciò che il Cacciatore di aquiloni ha fatto per l'Afghanistan. Di vibrante realismo e inesorabilmente diretto alla verità, racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a ...continue

    Susan Abulhawa ha scritto un romanzo struggente che può fare per la Palestina ciò che il Cacciatore di aquiloni ha fatto per l'Afghanistan. Di vibrante realismo e inesorabilmente diretto alla verità, racconta con sensibilità e pacatezza la storia di quattro generazioni di palestinesi costretti a lasciare la propria terra dopo la nascita dello stato di Israele e a vivere la triste condizione di "senza patria".
    Attraverso la voce di Amal, la brillante nipotina del patriarca della famiglia Abulheja, viviamo l'abbandono della casa dei suoi antenati di ‘Ain Hod, nel 1948, per il campo profughi di Jenin. Assistiamo alle drammatiche vicende dei suoi due fratelli, costretti a diventare nemici: il primo rapito da neonato e diventato un soldato israeliano, il secondo che invece consacra la sua esistenza alla causa palestinese. E, in parallelo, si snoda la storia di Amal: l'infanzia, gli amori, i lutti, il matrimonio, la maternità e, infine, il suo bisogno di condividere questa storia con la figlia, per preservare il suo più grande amore.
    La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, si snoda nell'arco di quasi sessant'anni, attraverso gli episodi che hanno segnato la nascita di uno stato e la fine di un altro. In primo piano c'è la tragedia dell'esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, come rifugiati, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta. L'autrice non cerca i colpevoli tra gli israeliani, che anzi descrive con pietà, rispetto e consapevolezza, racconta invece la storia di tante vittime capaci di andare avanti solo grazie all'amore.

    Un libro commovente e crudo, ma di grande impatto e commovente

    said on 

  • 5

    Straziante, duro, eppure vero

    La storia di tre generazioni di palestinesi, dal 1948 in poi, una vera e propria epopea narrativa che racconta finalmente Jenin dalla parte di chi non parla mai: dei vinti.
    E' un libro duro, implacabile. Implacabile nel giudizio negativo sulle politiche israeliane e americane, ma mai contro ...continue

    La storia di tre generazioni di palestinesi, dal 1948 in poi, una vera e propria epopea narrativa che racconta finalmente Jenin dalla parte di chi non parla mai: dei vinti.
    E' un libro duro, implacabile. Implacabile nel giudizio negativo sulle politiche israeliane e americane, ma mai contro le persone (commovente quando Amal ritrova il fratello perduto, che ha vissuto in una famiglia ebrea e ha assunto valori ebraici, e arriva a considerarlo fratello al di là di tutto, anche dei suoi evidenti torti). Non mancano riferimenti alla cultura araba, considerata positivamente ma che come tutte le culture è soggetta a cattiverie, esagerazioni, violenze, in specie contro la donna.
    Mi ha colpito in particolare un brano in cui Fatima spiega che amare per gli americani (e intendo io, per estensione, gli occidentali) è molto diverso dall'amare palestinese. All'inizio la cosa mi è sembrata scorretta, ma riflettendo mi è venuto in mente l'amore dei miei nonni, usciti dalla seconda guerra mondiale; e sì, è diverso dal nostro. L'amore di chi ha visto l'orrore è diverso da chi ne ha sentito solo parlare dai tg, ed è in questo e in niente altro che ci si differenzia: l'essere in pace e l'essere in guerra.
    Particolarmente straziante il resoconto della guerra del Libano e del massacro di Shabra el Sathila, di cui a scuola non si studia niente. E illuminante il fatto che dei soldati israeliani, figli dei superstiti dell'Olocausto, si trovino a far da custodi alla carneficina di altri esseri umani. L'insensatezza di tutto questo colpisce come uno schiaffo e ci rende responsabili se non altro per tutti quei momenti in cui dimentichiamo e lasciamo che sia.
    Leggete questo libro se volete per un attimo capire cosa nutre il terrorismo, le ferite dell'anima che impediscono tuttora di raggiungere una pace che sarebbe comunque squilibrata, l'incapacità drammatica di una classe politica di essere all'altezza del suo compito, l'assurdo controsenso di un popolo che ha visto la propria oppressione farsi in qualche modo a sua volta violenza su persone immeritevoli.
    La ragione non sta mai da una sola parte, questo è vero. Ma dovrebbe non essere consentito mai dimenticare da quale parte muoiono i bambini, dov'è che manca tuttora assistenza medica, dov'è che ancora la gente vive in campi profughi. La giustizia non può che gridare che Israele e con lui l'Occidente intero ha molto su cui riflettere e moltissimo da farsi perdonare.

    said on 

  • 5

    Un'atroce, struggente descrizione della situazione palestinese, narrata attraverso gli occhi di tre diverse generazioni: un excursus che parte dal 1941 e arriva al 2003. Ogni mattina a Jenin è un libro che va bevuto, letto più volte, sottolineato, sia per la bellezza stilistica, sia per qu ...continue

    Un'atroce, struggente descrizione della situazione palestinese, narrata attraverso gli occhi di tre diverse generazioni: un excursus che parte dal 1941 e arriva al 2003. Ogni mattina a Jenin è un libro che va bevuto, letto più volte, sottolineato, sia per la bellezza stilistica, sia per quanto viene raccontato. Meraviglioso.

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  • 4

    "La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza fa piangere le pietre" (quarta di copertina).
    Per tentare di capire.

    said on 

  • 4

    English at its best - 02 nov 14

    Non è un libro di bella scrittura, a volte si perde un po’, a volte sembra troppo didascalico. Ma è un libro scritto con il cuore e che al cuore colpisce. Fin dall’inizio, tra l’altro, mi risuonava come un eco di sottofondo il bellissimo “Ritorno ad Haifa” di Ghassan Kanafani, uno dei più bei lib ...continue

    Non è un libro di bella scrittura, a volte si perde un po’, a volte sembra troppo didascalico. Ma è un libro scritto con il cuore e che al cuore colpisce. Fin dall’inizio, tra l’altro, mi risuonava come un eco di sottofondo il bellissimo “Ritorno ad Haifa” di Ghassan Kanafani, uno dei più bei libri sulla Palestina che abbia mai letto. E nelle note finali, è la stessa Susan che confessa di aver avuto l’idea di scrivere questo libro proprio dopo aver letto il libro di Kanafani. Ho detto colpisce al cuore, perché, e devo dire non è facile ammetterlo, ci sono punti che forse non per la scrittura in sé, ma per quello che evoca, mi ha fatto venire un groppo in gola, come non succedeva veramente da anni ed anni. Ed è anche, contrariamente a quanto edulcorano le note di quarta, un libro partigiano, nel senso etimologico. Cioè un libro di parte, che sta dalla parte dei palestinesi, e ne racconta la incredibile odissea dal 1941 al 2002. Sessanta anni di una storia che, anche ora, non finisce, non finirà, non vedo come possa finire. Certo, ha un occhio di compassione anche verso qualche ebreo. Perché non è giusto fare di tutta l’erba un fascio. Qui sono tutti buoni, lì sono tutti cattivi. Forse non fa ammenda che qui, cioè dalla sua parte, non sono tutti buoni, forse ci sono motivazioni ed anche giustificazioni. Ma non sono tutti buoni. Tuttavia, volendo colpire per far riflettere, sceglie di “semplificare”, di non essere prudentemente equidistante. Ed ecco allora che seguiamo la complessa vicenda della famiglia Abulheja, cominciando a conoscerla nella sua terra natale di ‘Ain Hod, e seguendo le prime gesta del patriarca, Yehja Muhammed, per poi proseguire per circa 60 anni fino alla pronipote Sara Majid. Li seguiamo come in una specie di via Dolorosa, dove ad ogni tappa ci viene strappato un pezzo di cuore. E pur essendo, magari (anche se non sempre) vicende note, sempre male fanno. L’inizio, appunto, nel ’41, in Palestina, con il patriarca, gli ulivi che sostentano la famiglia, ed i due figli di lui, Hassan e Darwish. È il tempo dei primi profughi dall’Europa, i primi che riescono a fuggire alla Shoah. Vediamo l’amicizia, che rimarrà immutata per sempre, tra Hassan e Ari l’ebreo, uno che ha la tempra dei Grossman, dei Yehoshua e degli Oz. Ebreo ma mai radicale, che sempre ricorda il male fatto ai suoi parenti in Germania. Seguiamo anche l’amore tra Hassan e l’indomita Dalia, la nascita di Yussef, poi quella di Ismail. Qui, comin-ciano le dolenti note. Siamo arrivati al ’48, gli inglesi si ritirano, l’Onu decide per la nascita di due Stati, ma gli israeliani (forti degli appoggi soprattutto americani) occupano gran parte del territorio. E scacciano Yehja ed i suoi dalle loro case. Nella fuga, Darwish viene ferito e trascorrerà il resto della vita su di una sedia a rotelle. E Ismail viene rapito da un soldato, e “ebraizzato”. Dalia non si riprenderà più, anche se la vita sua e di Hassan viene allietata dalla nascita di Amal (che significa “speranza”). Vediamo nascere le tende di Jenin, che dovevano essere provvisorie, ma diventeranno definitive. E vediamo a grandi passi crescere il muro di incomprensione invalicabile tra i due popoli. Si avvicina a grandi passi la guerra dei 6 giorni (1967), dove scomparirà Hassan, e la famiglia subirà gravi perdite. Amal è mandata a studiare in orfanotrofio a Gerusalemme (che muore di dolore anche Dalia) e Yussef, dopo uno scontro con l’ebreo David (che poi è suo fratello rapito Ismail) fugge in Giordania e si arruola nell’OLP di Arafat. Seguiamo allora Amal, che studia, prende borse di studio e si trasferisce in America, si laurea, diventa cittadina americana. Ma quando il fratello la chiama dal Libano dove l’OLP è stato costretto a rifugiarsi, torna in patria. Si innamora di Majid, il bel medico, che sposa e con cui procrea Sara. Ma siamo negli anni ’80, e vediamo nascere anche il conflitto libanese. Amal e Sara riescono a fuggire in America, mentre Majid e la famiglia di Yussef vengono uccisi nei massacri di Sabra e Chatila guidati dal generale Ariel Sharon. Yussef sembra a questo punto decidere di diventare terrorista e farsi saltare in aria con un’autobomba (ma non si riuscirà mai a saperlo di certo). Amal e Sara continuano la loro vita in America, fino a che, dopo l’11 settembre, vengono rintracciate da David-Ismail cui il padre, morendo, ha confessato la vicenda di 50 anni prima. Le due donne, allora, tornano ancora in Palestina, ancora a Jenin, dove Amal ritrova la sua vecchia amica Huda (l’amicizia tra le due giovani è uno dei pezzi migliori della prima parte). Ma in un nuovo attacco a Jenin, per salvare Sara anche Amal muore. Finisce così, senza nessuna speranza di pace, se non nell’idea che esistano le Sara (nome caro ad entrambe le religioni) e gli Ari che lotteranno fino alla morte per uno spiraglio di pace. Ma sono passati più di 10 anni dalla fine del libro, e non abbiamo fatto neanche mezzo passo in avanti. Certo, come detto, il libro è scritto da una donna profugo palestinese, e si sente. Ma si sente anche che non fa di tutto gli ebrei un fascio, come non giustifica tutti gli eccessi degli arabi. Cerca di comprenderli, ma con che difficoltà! In fondo, è un libro in cui tutti sono vittime, e non si vede uno spiraglio di pace, in nessuno scenario futuro. Ma andrebbe letto da tutti quelli che poco conoscono la storia mediorientale, che sicuramente dà alcuni elementi di giudizio in più. Ed io leggendolo, sono tornato in quei luoghi che amo, che ho visto negli ultimi 20 anni, da Gerusalemme a Beirut, e rabbia e lacrime non hanno faticato a trovare la loro via. Finisco ribadendo quanto scritto sopra: non è un bel libro, ma un libro che bisogna leggere.
    “Ho sempre trovato difficile non commuovermi alla vista di Gerusalemme … La sua visione, da lontano o da dentro il labirinto delle mura, mi trasmette un senso di dolcezza. Ogni centimetro di questa città racchiude i segreti di civiltà antiche … è stata conquistata, distrutta e ricostruita … Eppure, in qualche modo, Gerusalemme trasmette umiltà.” (174)
    “L’amore non può conciliarsi con l’inganno.” (326)

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  • 0

    Un escursus in oltre 50 anni del conflitto israelo palestinese, che ancora oggi miete vittime e orrore tra le due popolazioni inermi. La guerra non vince mai, ma si nutre del sangue delle vittime a prescindere dalle fazioni.
    Per la prima volta non riesco a dare una valutazione a un libro. ...continue

    Un escursus in oltre 50 anni del conflitto israelo palestinese, che ancora oggi miete vittime e orrore tra le due popolazioni inermi. La guerra non vince mai, ma si nutre del sangue delle vittime a prescindere dalle fazioni.
    Per la prima volta non riesco a dare una valutazione a un libro.
    Infatti la metabolizzazione delle emozioni che mi ha suscitato ha richiesto qualche giorno. Se dovessi valutare "di pancia" darei 4 stelle, nonostante la scrittura retorica; ma se faccio entrare in funzione la razionalità, allora emergono mille dubbi e tanto imbarazzo personale.
    Imbarazzo perchè di fatto mi pone di fronte al fatto della mia conoscenza di questo dramma piuttosto superficiale o, comunque, non organica ed esaustiva.
    Imbarazzo perchè le dettagliate descrizioni (e ribadisco il temine "descrizioni") dei presunti crimini perpetrati con tanta efferatezza dai soldati israeliani ci dimostrano che, se fossero reali, non c’è proprio possibilità di trarre lezioni dalla storia, neanche da parte di chi ne è rimasto vittima e non esita a trasformarsi poi in carnefice.
    Imbarazzo perché, se non è un romanzo ma una cronaca di 50 anni di persecuzioni e genocidi, dove è il contraddittorio?
    Per evitare fraintendimenti, preciso che non ho dubbi che ci sia un problema di un popolo palestinese defraudato della propria terra, quello è innegabile, ma davvero tutta la responsabilità e le colpe sono solo nelle mani sporche degli Israeliani? Ma davvero si può giustificare il terrorismo (come si mi sembra di percepire dalla lettura), e non ha importanza da parte sia, arabo o israeliano è ininfluente, perché è sempre il popolo inerme la vittima principale? O piuttosto anche i nostri Stati, Nazioni, o come vogliamo definirli, parte della cosiddetta "Comunità Internazionale" hanno le mani sporche di tutto questo sangue? Perchè la guerra, in fondo, fa profitto, quindi, perché cercare una vera soluzione di pace?
    Ecco, questo romanzo mi lascia un gran desiderio, anzi una necessità di comprendere documentandomi e una altrettanto grande amarezza: quella per la immane tragedia senza fine che solo per un caso fortuito non vivo sulla mia pelle: non sono araba, ma questo è solo un caso del destino!

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  • 5

    Ci ho impiegato una vita per finire questo libro.
    Ogni pagina è stata un coltellata, dovevo riprendere fiato e sensi ad ogni frase.
    Lacerante, ma illuminante.
    Bellissimo, ma straziante.

    Se siete deboli di cuore non leggetelo, se volete arricchirvi l'anima e non solo allor ...continue

    Ci ho impiegato una vita per finire questo libro.
    Ogni pagina è stata un coltellata, dovevo riprendere fiato e sensi ad ogni frase.
    Lacerante, ma illuminante.
    Bellissimo, ma straziante.

    Se siete deboli di cuore non leggetelo, se volete arricchirvi l'anima e non solo allora si, leggetelo...

    said on 

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