Mornings in Jenin

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Publisher: Bloomsbury Publishing

4.4
(962)

Language: English | Number of Pages: 480 | Format: eBook | In other languages: (other languages) French , Portuguese , Spanish , Italian , German , Arabic , Dutch

Isbn-13: 9781408810811 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Hardcover

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
Palestine, 1948. A mother clutches her six-month-old son as Israeli
soldiers march through the village of Ein Hod. In a split second, her
son is snatched from her arms and the fate of the Abulheja family is
changed forever. Forced into a refugee camp in Jenin and exiled from the
ancient village that is their lifeblood, the family struggles to
rebuild their world. Their stories unfold through the eyes of the
youngest sibling, Amal, the daughter born in the camp who will
eventually find herself alone in the United States; the eldest son who
loses everything in the struggle for freedom; the stolen son who grows
up as an Israeli, becoming an enemy soldier to his own brother.



Mornings in Jenin is a devastating novel of love and loss,
war and oppression, and heartbreak and hope, spanning five countries and
four generations of one of the most intractable conflicts of our
lifetime.

Sorting by
  • 5

    Il dramma del popolo palestinese, le vergogne israeliane: un libro indimenticabile!

    Romanzo capolavoro, sia per la forza del racconto storico, sia per l'altissima qualità della scrittura dell'autrice. Storia stupenda di una famiglia, che è in realtà storia di un popolo oltraggiato.
    R ...continue

    Romanzo capolavoro, sia per la forza del racconto storico, sia per l'altissima qualità della scrittura dell'autrice. Storia stupenda di una famiglia, che è in realtà storia di un popolo oltraggiato.
    Racconto del "nazismo" sionista ai danni del popolo palestinese nell'indifferenza delle grande potenze: 70 anni fa, come oggi, una vergogna infinita.
    Un libro che rimane, con un segno profondo, nell'animo. Indimenticabile, uno dei più bei libri letti negli ultimi 10 anni.

    said on 

  • 4

    Una lettura davvero coinvolgente e necessaria, che rende quel che promette e fa vivere da dentro la storia palestinese. Se posso trovare un difetto è l'eccesso di lirismo, soprattutto nel finale. ...continue

    Una lettura davvero coinvolgente e necessaria, che rende quel che promette e fa vivere da dentro la storia palestinese. Se posso trovare un difetto è l'eccesso di lirismo, soprattutto nel finale.

    said on 

  • 5

    Assolutamente mille volte DA LEGGERE

    Eccezionale. Se siete persone sensibili, preparate fazzoletti. Un´emozione grande. Andrebbe introdotto nelle scuole.

    said on 

  • 5

    null

    Ogni mattina a Jenin
    Susan Abulhawa
    Primo avvertimento, se lo volete leggere preparatevi ad uno scossone.
    Qui troviamo quanta intensa possa essere la cattiveria umana.
    Ogni mattina a Jenin, è un roman ...continue

    Ogni mattina a Jenin
    Susan Abulhawa
    Primo avvertimento, se lo volete leggere preparatevi ad uno scossone.
    Qui troviamo quanta intensa possa essere la cattiveria umana.
    Ogni mattina a Jenin, è un romanzo con personaggi inventati ma tratto da fatti reali.
    Durante la lettura mi sono trovata di fronte ad un fiume di sofferenza, gente torturata, uccisa a sangue freddo e infanzia violata.
    I bambini devono giocare, andare a scuola e divertirsi, non trovarsi di fronte a cadaveri, armi e privazioni.
    Amal la protagonista e la voce narrante di questo romanzo, ci racconta ciò che ha provato sulla sua pelle, la morte dei genitori, la perdita dei fratelli...
    Io mi chiedo dove finisce la giustizia e inizia l'ingiustizia?
    Combattono in nome del proprio Dio, gli stessi ebrei ghettizzati durante la seconda guerra mondiale, si comportano allo stesso modo.
    Occupano la Palestina, radono al suolo tutto ciò che si infrapone tra loro è l'obbiettivo finale.
    Hanno ghettizzato a loro volta gli Arabi.
    [...] Spara. Non siete diversi dai nazisti che volevano impedirmi di prendermi cura degli ebrei durante la seconda guerra mondiale...
    In una guerra non ci sono ne vincitori ne vinti, si perde in partenza.
    Arriverà il momento che ogni popolo vivrà in pace senza prevaricare il prossimo?
    È un utopia lo so, ma educando i giovani alla non violenza magari ci si riesce.
    Questa è una lettura che andrebbe proposta alle scuole.

    said on 

  • 4

    Una Fallaci al contrario?

    Nella mia ricerca di letture che mi restituiscano una visuale diversa del conflitto culturale contemporaneo tra Islam e mondo occidentale, questo “ogni mattina a Jenin” andrà ad occupare un tassello i ...continue

    Nella mia ricerca di letture che mi restituiscano una visuale diversa del conflitto culturale contemporaneo tra Islam e mondo occidentale, questo “ogni mattina a Jenin” andrà ad occupare un tassello importante: soprattutto in quanto la visione del conflitto israelo-palestinese dal punto di vista dei secondi sino ad ora brillava per la sua assenza (o per la sua estrema limitatezza, soprattutto in relazione con la propaganda filoisraeliana martellante degli anni pre Obama).
    E’ un ottimo romanzo, prima di tutto. Un romanzo che ha pieno successo nel restituire con profondità ed intensità i colori, gli aromi, gli odori di una terra meravigliosa e martoriata, ulteriormente accresciuti dallo struggimento del ricordo.
    Susan Abulhawa ha vissuto sulle sue spalle il dolore dell’esilio, e si vede. Grazie alla eccellente ambientazione ed ad una prosa dosata con maestria, le pagine scivolano via una dopo l’altra e diventa difficile non appassionarsi alle avventure, ai sogni ed alle sofferenze della famiglia Abulheja: sofferenze che si dipanano per quattro generazioni durante l’intera guerra tra Israele e Palestina, proprio nell’epicentro del conflitto: la Cisgiordania in generale e Jenin (“la roccaforte del terrorismo”) in particolare.
    Ecco quindi che tanti anni dopo Inshallah (la giornalista scrittrice che ama la guerra / perché le ricorda quando era giovane e bella) torno a vedere lo stesso conflitto dall’altra parte della barricata: dopotutto anche dall’altra parte ci sono uomini e donne che amano e soffrono. Epperò. Epperò sarebbe superficiale dare della brutta e cattiva ad Oriana Fallaci ed alzarsi in piedi ad applaudire Susan oh che brava oh che bella. Sarebbe superficiale perché se mi guardo dentro, il risultato del mio contatto con l’immigrazione musulmana (a volte anche intenso: io sono cresciuto in una periferia industriale, più o meno degradata) ha lasciato un segno che non è poi così morale come mi piacerebbe pensare che fosse.
    Quella arabo/musulmana è una civiltà immensa ed antichissima con la quale stiamo avendo problemi gravi anche per colpa nostra e me ne rendo conto, ma non è una civiltà qualsiasi. Sebbene ammantata di positività ed idealizzazione, voltando le pagine di ogni mattina a Jenin da tipico occidentale un leggerissimo pizzico di conflitto interiore lo ho sentito. Perché comunque vediamo un mondo che sa amare ed esaltarsi, ma anche un mondo violento, retrogrado e sessista, un mondo che si rapporta con l’esterno in termini di ostilità e di violenza, un popolo che non ha perso e non potrà forse mai perdere la sua vocazione ad essere conquistatore. Leggendo questo libro ho più volte pensato alla mia visita dell’estate scorsa alla moschea cattedrale di Cordova: è il monumento dell’umanità intera alla convivenza civile. Eppure la guida (puro cattoico ideologizzato dell’ Andalusia del sud, occorre dirlo) si è fatto scrupolo di accompagnarmi alla porta della preghiera sulla cui indimenticabile bellezza era scritto in arabo antico che Dio aveva creato il mondo perché gli arabi lo dominassero.

    Fa risonanza con l’orgoglio guerriero di questo popolo la terribile assenza delle sofferenze dell’altra parte. Un libro che vuole essere contro la guerra, che vuole smascherarne le menzogne giustificatorie (e spesso ci riesce) non può tacere le sofferenze dell’altra parte, il pianto delle altre madri, il volo dal cinquantesimo piano e oltre delle vittime dell’ 11 Settembre. Peggio ancora: nel momento in cui cita quelle morti, lo fa in fretta in poche righe e controvoglia, come se l’autrice sia stata costretta da una sorta di scrupolo di coscienza o peggio ancora da un vincolo editoriale. Peccato, perché quando capita all’improvviso si ha l’impressione di leggere una Fallaci all’incontrario.
    Però poi alla fine, il lettore ha il diritto di pretendere da un popolo amareggiato da ingiustizie enormi quell’equilibrio che l’ Occidente (che fino all’ 11 Settembre ha assistito a quel conflitto quasi da convitato di pietra) non ha saputo darsi? Forse no. Perché la tentazione anche in questi giorni di vedere l’immigrazione dei profughi siriani come una minaccia da cui difendersi coi metodi del parrucchino biondo è forte, e pochi anche qui da noi vi resistono.
    Forse per avere una corretta visione d’insieme è davvero necessario leggere sia la Fallaci che la Abulhawa (insieme ad Amos Oz, ad Abraham Yehoshua, a Mohsin Hamid, ad Amy Waldman ed a mille altri, una tragedia di questo tipo pretende uno studio intenso, altrimenti tanto vale comprarsi una parrucca bionda) e costruirsi un’immagine polidimensionale. Di certo, l’immagine sanguinaria e carognesca quasi da Satana dei fumetti che viene data del popolo ebraico è un punto debole della storia, per restituire l’umanità del popolo ebraico ci si è ridotti a far rapire un bambino palestinese da un soldato ebreo. Per favore.

    Due conclusioni sicuramente traggo da questa opera comunque bella ed importante. La prima è che, come ben viene spiegato in questo libro, l’odio genera odio che genera odio. L’olocausto palestinese è figlio e conseguenza diretta della Shoah. Ed allora forse ha ragione il Generale Oz quando nei suoi libri sostiene che l’unica via per la pace sta nel far nascere uno stato palestinese e soprattutto nel trovare un modo di fare giustizia che prescinda dalle tentazioni di vendetta di una parte o dell’altra. E’ duro ma necessario, anche perché non si vedono dei Gandhi o dei Mandela in Medio Oriente in questo momento e probabilmente figure di questo tipo non sono compatibili con questi due popoli.

    La seconda è che più penso alle figure più negative della storia di quella terra tormentata ( da Ariel Sharon a George W. Bush, da Osama bin Laden a Netanyahu) più mi convinco che negli anni dell’ avvento di Trump votare a destra sia un crimine contro l’umanità.
    Pensiero poco democratico e forse ingenuo, ma tant’è.

    said on 

  • 0

    Olocausto palestinese

    Un libro che fa senz'altro riflettere su una realtà poco conosciuta e distorta dai media.
    Tuttavia, generalmente diffido dalle storie che dipingono dei carnefici in maniera troppo tassativa. Per quant ...continue

    Un libro che fa senz'altro riflettere su una realtà poco conosciuta e distorta dai media.
    Tuttavia, generalmente diffido dalle storie che dipingono dei carnefici in maniera troppo tassativa. Per quanto i torti e le ingiustizie siano innegabili.

    Lo stile di scrittura non mi è piaciuto troppo.

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  • 4

    Bello, davvero molto bello. La storia del conflitto israelo-palestinaese attraverso le storia di una famiglia. Una storia tragica , allucinante, quasi insopportabile da leggere , ma con grandi pagine ...continue

    Bello, davvero molto bello. La storia del conflitto israelo-palestinaese attraverso le storia di una famiglia. Una storia tragica , allucinante, quasi insopportabile da leggere , ma con grandi pagine di umanità. Mi ha emozionato, coma da un po' nessun libro era riuscito a fare, e non sono riuscita a fermarmi. L'ho dovuto leggere tutto di un fiato
    Grazie a Gloria, che me lo ha fatto conoscere

    said on 

  • 3

    Il valore letterario non è eccelso, anche se vi sono sprazzi di notevole poesia. Quello di testimonianza lo è molto di più, senza dimenticare che, in una delle situazioni più complesse della storia de ...continue

    Il valore letterario non è eccelso, anche se vi sono sprazzi di notevole poesia. Quello di testimonianza lo è molto di più, senza dimenticare che, in una delle situazioni più complesse della storia del mondo, vi è solo una campana. Che ha molte ragioni, ma glissa su qualsiasi torto, da un punto di vista di un popolo evidentemente lacerato da tutto quanto ha subito.

    said on 

  • 0

    Una scrittura insieme raffinata e scorrevole riesce a trasmettere tutta l'intensità emotiva e l'orrore del conflitto, ad essere straziante senza mai cadere nella disperazione.
    Mio padre ha una bizzarr ...continue

    Una scrittura insieme raffinata e scorrevole riesce a trasmettere tutta l'intensità emotiva e l'orrore del conflitto, ad essere straziante senza mai cadere nella disperazione.
    Mio padre ha una bizzarra passione per la storia e la cultura ebraica, israeliana, soprattutto, che lo ha sempre portato a parteggiare in tal senso, anche su episodi indifendibili - e un po' di questa visione mi è stata trasmessa per osmosi.
    Mi ci voleva proprio, questa lettura che spariglia le carte e mostra il lato più spietato proprio di coloro che sono stati vittima del sadismo altrui: con ciò non voglio dire che gli ebrei siano "i cattivi", ma che - è una banale verità - nell'essere umano carnefice e vittima coesistono, sempre.

    said on 

  • 5

    «Gli alberi avevano perso le foglie per il freddo dell'inverno e i tronchi argentati degli ulivi si ergevano spogli come vecchie mani colossali, come guardiani nodosi e contorti del tempo, che spuntav ...continue

    «Gli alberi avevano perso le foglie per il freddo dell'inverno e i tronchi argentati degli ulivi si ergevano spogli come vecchie mani colossali, come guardiani nodosi e contorti del tempo, che spuntavano dal terreno, pazientemente rassegnati ad aspettare la stagione della fioritura. Le case, alcune centenarie e con folti rampicanti aggrappati ai muri, punteggiavano i pendii, e i pastori si spostavano con le loro greggi. Molti anni dopo, Amal avrebbe ripensato a quella fertile bellezza che aveva dato per scontata, mai immaginando che qualcosa di così antico e straordinario potesse essere cancellato o che qualcuno volesse cancellarlo» (p.143)

    Ho dato cinque stelle a questa epopea di una famiglia palestinase dal 1948 fino ad oggi, perché è un libro in cui si avverte l'urgenza di essere scritto, una storia che doveva essere raccontata. Necessaria come, in verità, pochi libri lo sono, anche fra quelli belli.
    È un lungo canto d'amore per la propria terra: attraverso una scrittura sensuale e commovente l'autrice prova a ricreare i colori, gli odori, i suoni di quella patria che le è stata strappata. Difficile, mentre si legge, non immaginare i vasti pendii baciati dal sole e coperti da antichi ulivi come se fossero lì, davanti a noi. O non sentire il profumo di quelle rose tanto amate e il suono del nye che si spande nell'aria della sera.
    Infine ho amato questo libro perché, nonostante la disperazione, la crudeltà e il cordoglio da cui è attraversato, a prevalere è sempre l'amore, in qualcuna delle sue forme. In ogni pagina si possono trovare piccoli 'frammenti di Dio', come recita uno degli ultimi capitoli, ovvero tracce di speranza e tenerezza, simili a un lungo sentiero di sassolini bianchi, da seguire per ritrovare la nostra umanità.

    said on 

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