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Morte dell'erba

Urania Classici Fantascienza 49

Di

Editore: Mondadori (Urania Classici Fantascienza)

3.8
(296)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 217 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese

Isbn-10: A000035472 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Mario Galli ; Curatore della serie: Carlo Fruttero , Franco Lucentini ; Illustrazione di copertina: Karel Thole

Disponibile anche come: eBook

Genere: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy , Social Science

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Descrizione del libro
Alla stessa razza dei Trifidi appartiene questo Virus Chung-Li, che partendo in sordina dall'Estremo Oriente si sposta a poco a poco verso l'Europa resistendo a tutti i veleni, a tutti gli isotopi, a tutte le difese che la scienza occidentale innalza contro di lui. Secondo il classico schema di Wyndham, anche John Christopher adotta il punto di vista di una famiglia inglese tradizionale, che assiste dapprima con distacco, con tranquillità, alla lenta avanzata dell'invisibile nemico. Ma da un mese all'altro, da una stagione all'altra, le cose cominciano a cambiare anche nella solida Inghilterra. Scarseggiano i cereali, la carne, e tutta la catena alimentare dell'uomo è in pericolo. La gente ha paura, nonostante le assicurazioni ufficiali e gli appelli alla calma. Le grandi città rischiano il caos totale e la morte per fame. Chi vuole uscirne trova posti di blocco militari, e deve farsi strada a fucilate. Nella disgregazione dell'ordine sociale, ognuno ridiventa lupo, volpe, serpente. E la salvezza è incerta, la lotta per sopravvivere spietata, la mente dei profughi lontana.
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  • 1

    A sto punto meglio fumarsela prima che muoia tutta...

    Sono un attimo perplessa... ma solo un attimo.
    Ecco ora sono affranta...

    Dalla quarta: "pubblicato per la prima volta nel 1956, La morte dell'erba è diventato da allora un classico della narrativa sup ...continua

    Sono un attimo perplessa... ma solo un attimo.
    Ecco ora sono affranta...

    Dalla quarta: "pubblicato per la prima volta nel 1956, La morte dell'erba è diventato da allora un classico della narrativa superando di gran lunga i ristretti confini del genere e della fantascienza."
    Ok per dire, negli anni 50 per esempio Asimov aveva già cominciato a scrivere I robot e l'Impero, e di fantascienza ne sapeva abbastanza, e anche come visionario non era per niente male.
    Ora di questo autore (a me sconosciuto finora oibò) non avevo letto nulla, ma dalla prefazione effettivamente mi aspettavo un autore di pari livello. Facendo delle ricerche questo signore tra l'altro ha scritto parecchio e pubblicato molto su Urania, che a quanto ne so io non pubblica carciofi.
    Dunque in questo libro si delinea una storia apocalittica nella quale un virus letale che parte dall'oriente uccide l'erba e di conseguenza praticamente ogni tipo di cibo futuro, e sembra una buona storia, ma la narrazione??? Cioè per farvi capire, prendete una vostra lista della spesa, buttate là una trama possibile tra un peperone che muore per un virus e i cetrioli che scappano, le bistecchine di pollo che si seccano e muoiono, e alla fine dovete abbattere anche la fettina di asiago che sta di fianco al pollo.
    Prendete poi della carta igienica per tamponare il disastro e seppellire i morti, una bottiglia di acqua dove gettare i cadaveri, e alla fine anche lo yogurt va a male.
    Ecco fatto "la morte della spesa".
    Punto.
    Fine.

    Non c'è un minimo di tridimensionalità in questo libro, e nessuna suspance, nessun battito cardiaco che salta, e nemmeno i buoni o i cattivi vi faranno in qualche modo prendere le parti di uno o dell'altro.
    Praticamente indifferenti, chiuderete il libro, e direte: "grazie dio, ora posso andare al supermercato" (ci sono le offerte questa settimana eh)

    ha scritto il 

  • 2

    Me la sono cercata...

    Beh, lo so, avrei dovuto immaginarlo: il filone post-apocalittico novecentesco in salsa british è così...una brevissima e secca introduzione sulle cause scatenanti e, in men che non si dica, ci si rit ...continua

    Beh, lo so, avrei dovuto immaginarlo: il filone post-apocalittico novecentesco in salsa british è così...una brevissima e secca introduzione sulle cause scatenanti e, in men che non si dica, ci si ritrova immersi nel Medioevo prossimo venturo in una campagna disabitata e carica di insidie.
    Attenzione focalizzata sulla psicologia dei personaggi e non sulla catastrofe in sè, ridotta a squallidi e impietosi quadretti del Far West che sta lì in agguato, oltre la facciata della cosiddetta civiltà.
    Per chi apprezza il genere, è il massimo, io, francamente, alla cruda realtà, preferisco ancora gli stemperati giardini dell'Eden, che non sono nè prossimi nè venturi, ma sempre ben presenti per chi abbia la fantasia per individuarli.

    ha scritto il 

  • 4

    Il post apocalittico, se ben scritto s’intende, è capace di catturare nel morboso voyeurismo della possibile e plausibile bestialità che cova nell’essere umano civilizzato e trae ispirazione, se non f ...continua

    Il post apocalittico, se ben scritto s’intende, è capace di catturare nel morboso voyeurismo della possibile e plausibile bestialità che cova nell’essere umano civilizzato e trae ispirazione, se non fondamento, ne Il signore delle mosche che William Golding scrisse nel 1952 e pubblicò nel 1954.
    Il merito degli epigoni è stato soprattutto quello di traslare dall’isolamento a calamità estranee, spesso generate dall’uomo stesso, la causa scatenante del feroce bisogno di sopravvivenza capace di travolgere qualsiasi legge o coscienza.
    Penso a Io sono leggenda di Richard Matheson apparso nel 1954 e, appunto, a La morte dell'erba pubblicato nel 1956, fino ad arrivare al mastodontico L'ombra dello scorpione di Stephen King, allo spesso trascurato The Postman di David Brin e a due capolavori assoluti quali Cecità di Saramago e La strada di McCarthy.
    La morte dell'erba ha nella sua brevità la forza incisiva di trasmettere la spietata rapidità dell’imbarbarimento di persone comuni capaci di passare dal bridge all’assassinio in un contesto sociale completamente e repentinamente sovvertito.
    Davvero ben delineata e centrata la sindrome del capobranco e la figura del suo boia, come pure l’opposizione dei due fratelli che sfugge alla banalizzazione restando sempre accennata, fino a esplodere nel dolceamaro finale.

    ha scritto il 

  • 0

    Il romanzo si è rivelato diverso da come lo avevo immaginato dalla sinossi. La storia, infatti, non ruota attorno alla scelta di un ingegnere londinese di trasformarsi in agricoltore per sopravvivere ...continua

    Il romanzo si è rivelato diverso da come lo avevo immaginato dalla sinossi. La storia, infatti, non ruota attorno alla scelta di un ingegnere londinese di trasformarsi in agricoltore per sopravvivere ad una carestia - causata da un virus che colpisce le graminacee - bensì di come lo stesso riesca ad arrivare alla fattoria, di proprietà del fratello, nonostante disti "solo" una quarantina di chilometri da Londra.

    All'epoca della pubblicazione - correva l'anno 1956 - la storia è stata inserita nel filone fantascientifico-catastrofic, quello che io chiamo stile The day after: dalla Cina si diffonde in tutto il mondo un'epidemia vegetale, causata da un virus, che attacca inizialmente solo le coltivazioni di riso e successivamente tutte le altre graminacee. Ne consegue una carestia, che provoca la morte di tutte le specie la cui sopravvivenza dipende da grano e derivati, uomo compreso. Nel nostro caso la prima a scomparire è l'humanitas, intesa come pietas.

    Il grado di civiltà raggiunto dall’uomo in quattromila anni di evoluzione impiega poco più di un giorno a sgretolarsi sotto la pressione della lotta per la sopravvivenza.

    Gli anni in cui John Christopher scrive sono quelli del dopoguerra e in circolazione ci sono ancora molte armi e molti veterani di entrambe le guerre mondiali. Non credo, tuttavia, che oggi servirebbe più tempo per far switchare il cervello di chiunque in modalità tiro al bersaglio.

    È stato scientificamente provato che chiunque, in determinate circostanze, può trasformarsi in uno spietato assassino.

    Il romanzo mi ha ricordato altre due mie recenti letture: Suite francese, in cui la Nemirowsky descrive la fuga dei parigini all'avvicinarsi dell'esercito nazista e la conseguente, progressiva, perdita di senso civico dei fuggiaschi e Il club dei Bilderberg, dove compare un virus che attacca le coltivazioni. Si tratta dell'UG99 e, per chi non lo sapesse, esiste veramente, motivo per cui il romanzo di John Christopher è stato ripescato dagli archivi e definito "profetico".

    Mi auguro che non si arrivi mai agli estremi descritti nel romanzo, tuttavia "è pericoloso giungere ad una conclusione partendo dal ragionamento che, nel nostro breve periodo di osservazione, non ci siamo mai trovati di fronte ad un virus tanto aggressivo. Un uomo può vivere tutta una vita e non vedere nemmeno una cometa. Il che non significa che le comete non esistono".

    Leggendo il romanzo non mi ha mai sfiorato il dubbio che le reazioni di tutte le persone che conosco, compreso me stessa, non sarebbero state quelle dei protagonisti. Mors tua, vita mea è un vecchio proverbio e i nostri vecchi erano incredibilmente saggi.

    La morte dell’erba è un libro che consiglio a tutti, perchè propone l'argomento "lotta per la sopravvivenza" in un’ottica insolita. Non si può scaricare la colpa su cause esterne, come le guerre o I motivi religiosi. I virus appartengono alla Terra tanto quanto noi. L'uomo nei secoli si è dimostrato una specie altamente adattabile e, come diceva Darwin, in natura non vince il più forte, ma chi riesce meglio ad adattarsi al mutare delle condizioni. Secondo le teorie speciste l'uomo è la specie terrestre (avendo letto il Quinto Giorno di Schätzing la precisazione "terrestre" è d'obbligo) più intelligente ed evoluta. Io credo che i virus siano degli avversari temibili e che solo la superbia e l'arroganza tipica degli esseri umani impediscano ai più di vedere la realtà. D'altro canto questa mia convinzione non mi è di nessun conforto e, nel caso, non potrà mai essermi di nessun aiuto. Obiettivamente sarebbe molto più utile imparare a sparare.

    ha scritto il 

  • 3

    Nel complesso una lettura gradevole per appassionati del genere distopico e apocalittico. E' uno dei capostipiti del genere, però il libro sembra invecchiato male e alcune parti sono un po' datate o t ...continua

    Nel complesso una lettura gradevole per appassionati del genere distopico e apocalittico. E' uno dei capostipiti del genere, però il libro sembra invecchiato male e alcune parti sono un po' datate o troppo superficiali. L'edizione eBook è buona.

    ha scritto il 

  • 4

    Forse il vento diminuisce per l'agnello appena tosato?

    Libro forse troppo breve ma bellissimo. A leggerlo oggi si può anche considerarlo banale visto il mercato cinematografico e letterario saturo di trame che narrano di epidemie, di guerriglie e di un mo ...continua

    Libro forse troppo breve ma bellissimo. A leggerlo oggi si può anche considerarlo banale visto il mercato cinematografico e letterario saturo di trame che narrano di epidemie, di guerriglie e di un mondo apocalittico. Ma visto che è stato scritto nel 1956, lo scenario e la crudeltà delle situazioni magistralmente narrate, sono così attuali anche oggi che c'è veramente poco da stare allegri...

    "Io credo nell'autoconservazione, e per iniziare la lotta non aspetto di avere il coltello alla gola. Non è un atto di buon senso dare l'ultima crosta di pane dei nostri bambini a un mendicante affamato."

    "Ho una strana sensazione, e cerco di ignorarla. Di fronte a questo, essere oggetto di derisione ha poca importanza.”
    I personaggi principali con i loro dialoghi sono un punto di forza di questo romanzo, uno tra tutti il signor Pirrie magistralmente descritto dalle parole di Roger Buckley, amico del signor Custance: “non ci sono molti Pirrie in circolazione. E’ la perla nell’ostrica… dura e brillante, ma, per quanto riguarda l’ostrica, una malattia.”

    ha scritto il 

  • 3

    Non vi sono grandi colpi di scena in questo romanzo, né situazioni aberranti come potrebbero verificarsi ( e Si Verificano ) nella diuturna realtà delle catastrofi, naturali o indotte dall'uomo che si ...continua

    Non vi sono grandi colpi di scena in questo romanzo, né situazioni aberranti come potrebbero verificarsi ( e Si Verificano ) nella diuturna realtà delle catastrofi, naturali o indotte dall'uomo che siano. Tuttavia, lo si apprezza per la sua chiara descrizione del rovinoso crollo dell'etica convenzionale in situazioni di isolamento ( un po' come ne : Il signore delle Mosche, di W. Golding del 1954 ). Lo si legge distrattamente, senza troppo impegno, ma c'è qualcosa che mi colpisce : la capacità dell'Autore di prevedere il manifestarsi dell'incapacità umana di affrontare con determinazione, e collaborazione scevra da interessi politico-militari, un virus potenzialmente capace di portarci vicino all'estinzione della vita animale e umana. Vi sembra che esageri ? Andate a cercare notizie del fungo Ug99 scoperto nel 1999 in Uganda ( come l'Ebola), e successivamente diffusosi nell'arco degli anni dal 2001 al 2007 in Kenya, Etiopia, Yemen e Pakistan. Fungo in possesso della devastante forza di bloccare la capacità del grano di nutrirsi. Ecco, di questo libro mi ha colpito soprattutto l'introduzione di Robert Macfarlane , nell'edizione BEAT edita da Neri Pozza ( Ott. 2014).

    ha scritto il 

  • 5

    un visionario, come Ballard: ci sono autori che si possono apprezzare per questa capacità predittiva, ma Christopher è pure bravo a scrivere con uno stile asciutto ed emozionante.

    nel 1956 ha scritto ...continua

    un visionario, come Ballard: ci sono autori che si possono apprezzare per questa capacità predittiva, ma Christopher è pure bravo a scrivere con uno stile asciutto ed emozionante.

    nel 1956 ha scritto in pratica la sceneggiatura di tutti i film, che sarebbero stati girati decine di anni dopo, su pandemie zombie e sciagure naturali.

    ha scritto il 

  • 5

    John e David Custance sono due ragazzini che alla morte del padre vanno a trovare il nonno che vive in una vallata a nord dell’Inghilterra, Westmorland. Il luogo è chiuso in una gola e bagnato da un f ...continua

    John e David Custance sono due ragazzini che alla morte del padre vanno a trovare il nonno che vive in una vallata a nord dell’Inghilterra, Westmorland. Il luogo è chiuso in una gola e bagnato da un fiume impetuoso chiamato Lepe. Trascorrono qualche mese e tra i due fratelli sorgerà la netta sensazione su quella che sarà la loro inclinazione di vita.

    David pensa che la valle sia un paradiso e vorrebbe farsi insegnare dal nonno a coltivare la terra e stabilirsi lì. John invece è un matematico, sicuro di voler diventare un ingegnere. Così sarà per entrambi.
    La recensione continua su Contorni di noir:

    http://contornidinoir.it/2014/11/john-christopher-la-morte-dellerba/

    ha scritto il 

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