Movieland

Hollywood e la cultura del grande sogno americano

Di

Editore: Ponte alle Grazie

3.8
(6)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 300 | Formato: Altri

Isbn-10: 8879282824 | Isbn-13: 9788879282826 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: L. Signorini

Genere: Non-narrativa

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  • 4

    Quando il cinema non era "che facciamo stasera?" "Boh, andiamo al cinema"

    Uno dei molti libri sul cinema o meglio su ciò che il cinema ha rappresentato per l’autore. Questo si ferma agli anni 80. Ma visto che l’amore è nato da bambino è soprattutto il cinema degli anni d’or ...continua

    Uno dei molti libri sul cinema o meglio su ciò che il cinema ha rappresentato per l’autore. Questo si ferma agli anni 80. Ma visto che l’amore è nato da bambino è soprattutto il cinema degli anni d’oro 40/50 che l’autore ricorda. Le prime immagini che si fissano nella mente di un bimbo e lo trasformano, col tempo, in un appassionato, più lucido perché la magia non è più la stessa. Ma è comunque magia.

    Il primo amore fu Gene Tierney, dagli occhi chiarissimi e gli zigomi altri, minuta e bruna. Oggi sconosciuta, ma ripescate, se potete, alcuni suoi bellissimi film: Il fantasma e la signora Muir (commedia deliziosa), Laura o Vertigine (un giallo), Il cielo può attendere (commedia molto Lubitsch).
    L’erotismo di Gilda che sembra spogliarsi senza togliersi nulla. Aggiungo personalmente l’eleganza di un suo abito da gaucho che lascia lo stomaco scoperto. Lo stomaco, non l’ombelico.
    La voce e la figura potenti di Welles (naso e occhi di fanciullo) e il mondo di sospetto, timore, paura, fallimento di Quarto potere. 24 anni e crea il mostro Charles Foster Kane.
    Un’intera generazione caduta ai piedi di Cary Grant. E poi ritrovarsi davanti Marlon Brando e la bellezza di Newmann: Paul oggetto di ammirazione ma Marlon oggetto di sofferenza.
    E Bogart che ghignava e moriva. In tantissimi film. In Una pallottola per Roy nasce il Bogart del fascino. Il mistero del falco e ci si ritrova innamorati di Humphrey.
    L’Europa produceva capolavori: La grande illusione, M il mostro di Dusseldorf, Roma città aperta, Vivere. Ma Movieland produceva sogni. Solo Hollywood avrebbe potuto trovarsi con un film di serie B che diventa un cult: Casablanca.

    Ma non dimentica il muto anche ricercando e narrando di alcuni personaggi: Louise Brooks (con il suo inarrivabile e copiatissimo –inutilmente- caschetto di capelli neri) e Langlois il “costruttore” della Cineteca francese, ossessionato dal collezionismo.
    O il muto “di ritorno”: Viale del tramonto, con il fantasma di oggi (William Holden) che racconta e i fantasmi di ieri che celebrano (Gloria Swanson, von Stroheim, Buster Keaton, De Mille).
    Niente di nuovo per un appassionato, ma è comunque godibile.
    Inoltre l’autore insospettate conoscenze, tra gli altri, di Calvino, Pirandello e Primo Levi, con il quale chiude il libro.

    Quest’estate ho visto quel delizioso film francese che è The artist. Però mi sono chiesta come può essere apprezzato da chi non ne sa nulla? Da chi non ha potuto, per esempio, fare collegamenti con il Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia (commedia “parlata” sul cinema “muto”) e le atmosfere di Luci della ribalta di Chaplin? Spero che lo sia stato ugualmente, come omaggio a cioè che il cinema è, o è stato, cioè “immagine” più che parola, a dimostrazione che l’immagine può trasmettere molto di per se stessa. Nulla di più fiabesco della comparsa del Rex tra onde di plastica nera in Amarcord.

    ha scritto il 

  • 4

    "Posso affermare, senza volere fare il melodrammatico, e senza rancore, che Hollywood ha rovinato la mia vita. Mi ha infatti lasciato in uno stato di adolescenza perenne, alla ricerca di un tipo di am ...continua

    "Posso affermare, senza volere fare il melodrammatico, e senza rancore, che Hollywood ha rovinato la mia vita. Mi ha infatti lasciato in uno stato di adolescenza perenne, alla ricerca di un tipo di amore inventato da Louis B. Mayer e dai suoi colleghi, magnati della Paramount, della Columbia e della Twentieth Century Fox". Questa paradossale dichiarazione d'amore per il grande schermo, buona da spendere come moneta sonante nell'anno del centenario, l'ha messa nero su bianco in un libro del 1988 il romanziere americano Jerome Charyn, nato a New York nel 1937 da un immigrato polacco, sceneggiatore, membro dell'Actors' Studio e autore di una ventina di titoli (in Italia l'editore e/o ha pubblicato "Il pesce gatto", "Paradise man" e l'intrigante romanzo-reportage "Metropolis", viaggio nelle viscere della Grande Mela, mentre Interno Giallo ha dato alle stampe la saga sull'immigrazione "Panna Maria").
    "Movieland" è il più appassionato e intimo dei libri di Charyn e al tempo stesso il meno facile da etichettare: è una storia di Hollywood (e del cinema) dagli anni Dieci ai nostri giorni, ma anche un romanzo sul cinema. E' il diario puntiglioso di un "comune spettatore" ricco di talento e sensibilità, ma anche il giornale di bordo di un'educazione sentimentale attraverso il cinema. "Ho desiderato donne di sogno, come Rita Hayworth, il cui messaggio è sempre stato che l'amore è fatale, un sistema di punizione divina. Di qualsiasi cosa dicesse o facesse a Rita non importava proprio nulla. Aveva una tale forza da riuscire ad eseguire la danza più erotica togliendosi semplicemente un guanto (in "Gilda"). Ma non fu solo Rita. Qualcuno mi deve avere infilato in un cinematografo quando ero ancora nella culla, perché le prime avventure e fantasie mi sono venute dallo schermo. Ricordo gli occhi orientaleggianti di Gene Tierney quando ancora succhiavo il biberon...". Il cinema come attrazione fatale. Sfilano così Marilyn Monroe col suo "magnifico odore", Marlon Brando "segreto lato femminile, ambigua sorella dell'anima" dello spettatore Charyn. E ancora Orson Welles che ha "modi da gigante e sguardo da bambino", Humphrey Bogart che "moriva più di qualsiasi altro attore al mondo", mille altri. E a noi comuni spettatori viene il sospetto di essere "dalla parte sbagliata dello schermo".
    Scritto il 13/5/1995.

    ha scritto il