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Mrs. Dalloway

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Publisher: The Hogarth Press

4.0
(4016)

Language:English | Number of Pages: | Format: Others | In other languages: (other languages) Spanish , Portuguese , Chi traditional , French , German , Italian , Catalan , Swedish , Polish , Czech , Dutch , Turkish

Isbn-10: A000043860 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Audio Cassette , Hardcover , Library Binding , Audio CD , Mass Market Paperback , eBook , Leather Bound

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
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  • 4

    La Convenzione di Londra.

    Della traduzione di Nadia Fusini mi fido di più. L’edizione Feltrinelli l’ho comprata un sabato mattina nella in stazione col venticinque di sconto, cinque minuti prima che mi partisse l’Italo, però p ...continue

    Della traduzione di Nadia Fusini mi fido di più. L’edizione Feltrinelli l’ho comprata un sabato mattina nella in stazione col venticinque di sconto, cinque minuti prima che mi partisse l’Italo, però poi non sono riuscito a leggerlo durante il viaggio per Firenze, la donna che ho sposato e una coppia di sue amiche mi hanno coartato nella scrittura di un piccolo quadernino delle domande (titolino goliardico “Hot-anta voglia di rispondere!”) da porre durante l’addio al nubilato al quale stavano andando loro, mentre io andavo all’addio al celibato del convivente della donna che avrebbero festeggiato, e quindi mi sono trovato a formulare domande che la promessa sposa avrebbe dovuto rivolgere a se stessa per declamarle in pubblico durante l’addio al nubilato del tipo: “Come giustificherò alle forze dell’ordine accorse dietro segnalazione le urla che si sprigionavano dalla nostra camera d’albergo durante la prima notte nuziale?”, e altre carinerie ottimistiche dello stesso tenore. Domande che la Woolf avrebbe giudicato come sicuramente inappropriate, lei o la sua signora Dalloway perché, come chiede la stessa Woolf a se stessa, bisogna essere scientifici: scientificamente è innegabile la rigidità vittoriana che permea il romanzo di Clarissa Parry in Richardson, questa signora delle feste che l’ultima volta ha palpitato autenticamente quando ha picchiettato le labbra di una amica sua ora con cinque figlie e non romanticamente morta o reietta, qualcuno se la voleva ricordare immaginandosela così, o quando ha rifiutato la proposta d’amore di Peter Walsh, un altro che siccome giocherella con un coltellaccio da quando è minorenne è convinto di essere alternativo alla società che critica ma alla quale ritorna e alla quale supplica di sistemarlo in qualche maniera perché economicamente è un disastro e non sa come permettersi la sua prossima moglie indiana.

    Tecnicamente la Woolf ha voluto essere innovativa e lo è stata, però la sua volontà di esserlo pesa sulla sua opera come un animale troppo addestrato per sapersi abbandonare a qualche numero pazzerello e imprevisto che è poli l’apice di ogni vera disciplina: sapersi dimenticare di sé perché tanto, se occorresse, il coniglio saprebbe sempre apparire dal cilindro e il cilindro dal nulla.

    La Woolf lavora con il registro del patetico – difficilissimo ma, da solo, insufficiente, per i miei gusti da urlatore di domande sconce sull’Alta Velocità.

    Il gioco dei destini da incrociare seppure alla lontanissima se ha bisogno di un reduce di guerra come deuteragonista per circolare non riusce a avvincermi, dove tutto finisce per collimare, per completare, credo si perda il meglio: ovvero l’imperfezione che è l’unico tratto innegabile della condione degli uomini e delle donne in qualsiasi epoca e al di là dello spirito del mondo che se lo si vuole a tutti i costi incarnare finirà con l’incartare te e basta.

    Le frasi scientificamente esatte non mancano nel romanzo, come “Aveva l’impressione costante che vivere, anche solo un giorno, fosse molto, molto pericoloso.” o “Tutti hanno dei ricordi; ma quello che lei amava era qui, ora, di fronte a lei, quella grassa signora in taxi.” Il guaio è che la scienza per raccontare la vita dal di dentro deve sempre studiara da morta o al massimo vivisezionandola quindi procurandole dolore ingiustificato. La letteratura non è una scienza, quindi non è affatto vero che bisogna essere scientifici, anche se hai varcato l’epoca della tecnica e quel che ti spaventi di più è di sentirti fuori moda.

    La Londra de “La signorà Dalloway” è la proiezione dalla feconda contraddittorietà della Woolf; i suoi personaggi non sono i testimoni di un mondo in pezzi ma di una personalità che ce la mette tutta perché non capiti a lei quello che vuole raccontare come a cose fatte del mondo. Il personaggio che è stato capace di ritagliarsi un margine di autonomia, e a risultare qualcosa in più di un riflesso della personalità della scrittrice, è la signorina Kilman, la zitella livorosa, però è così secondaria la sua vicenda che non altera l’equilibrio freddamente calcolato del romanzo, che a me sa troppo di ingredienti dosati al milligrammo per farmi dimenticare che non è qualcosa di naturale ma qualcosa di artificiale. Il romanzo mi sembra sia ancora la stanza tutta per sé della Woolf, la fresca cripta, la bellissima vita nella celletta laboriosa sul punto di esplodere.

    L’episodio che ho preferito è quello con Richard che torna a casa con il mazzo di fiori e che non riesca a dire a sua moglie, a Clarissa, che la ama, che gli era venuta voglia di passara da casa per regalarle dei fiori e dirle quanto la ama, perché non sta bene, non è dicibile, la Londra frigida della Woolf è una forteza senza sbarre, contro la quale nessuna arma convenzionale può avere effetto. Per questo è necessario farle saltare tutte in aria, a gambe all’insù per santa Cleopatra!, ‘ste convenzioni che producono stragi di massa con fattore zombie incluso.

    “Scusatemi agente, ho dimenticato di nastrargli la bocca prima di cominciare a tortutarlo di piacere alla vietnamita” sarebbe stata una risposta gagliarda da parte della promessa sposa; probabile ne abbia date di migliori, ma io non c’ero, e per le donne il bello di un segreto sta nel non dirlo, a differenza degli uomini a cui piace averne per il piacere di poterle ricattare: “Te lo dico a patto che poi tu”. Sono certamente di più le donne che vogliono una stanza tutta per sé per sé che gli uomini che non vogliono una stanza tutta per sé in special modo per poterci ospitare una donna lei sì tutta per sé cioè tutta tutta loro.

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  • 1

    La signora Dallonia di Busto Arsizio, zona residenziale.

    Ho adocchiato il nome del traduttore, Pier Francesco Paolini, e mi sono detto così: questo sarà stato un contemporaneo di De Roberto (De Roberto è morto a Catania nel 1927) che tra le sue ultime attiv ...continue

    Ho adocchiato il nome del traduttore, Pier Francesco Paolini, e mi sono detto così: questo sarà stato un contemporaneo di De Roberto (De Roberto è morto a Catania nel 1927) che tra le sue ultime attività da lucido mica tanto avrà tradotto il romanzo della Woolf (La signora Dalloway è del 1925), per questo la traduzione sa di Statuto Albertino, sa di “non puoi dargli tutti i torti a quei dilettanti sbaragliati dei futuristi”; la Newton avrà approfittato del copyright scaduto sulla traduzione e via: pubblicato. Allora lo cerco su wiki e scopro che Paolini è nato nel 1928, a Senigallia, e che è morto da pochissimo, a marzo di quest’anno, a Roma, e mi sono sentito carogna, fosse morto da un dieci anni mi sarei sentito meno carogna, ma è morto tre mesi fa. Oltre alla Woolf per la Newton (nel 1992) Paolini ha tradotto Vonnegut per la Feltrinelli (2007), Capote per la Mondadori (2004), Irving per la Rizzoli (2000) e Pynchon, Pynchon!, nel 1991 per la Rizzoli: e io “Vineland” di Pynchon per la Rizzoli l’ho letto e è tradotto benissimo! Non che io conosca gli originali, ma la qualità dell’italiano e dei suoi registri nella traduzione merita, e è credibile, che sia un lavoro di fino da una lingua all’altra. Invece “La signora Dalloway” nella traduzione di Paolini è insopportabile da leggere, la sostanza per carità resta, ma più la leggevo più mi dicevo “Che la Woolf scrivesse così non ci può credere nessuno, la piazzano tra Proust e Joyce e il suo inglese sarebbe il corrispettivo della ferragine sintattica avanzata da Paolini?” Ho resistito, in letteratura l’abnegazione ci vuole, facendomi andar bene i ‘cosunque’, i ‘leggiera’ con quelle i in mezzo come le sorelle minori che si mandavano a far da candela quando le sorelle maggiori uscivano con i fidanzanti (il ménage à trois diventava una necessità, oltre che un must), il “Palazzo Buckingham” come non si sarà mai più detto dopo l’invenzione del televisore, ho accettato persino la coniugazione verbale ‘evoluisce’ ma sull’attacco di frase “Lunghesso tutto il Viale(…)” ho mollato, pensando che se Paolini fosse mai capitato tra le mani di Virginia Woolf, la Woolf lo avrebbe spellato vivo a mani nude, e hai voglia, da parte di Paolini, di spiegarle che la Newton per le traduzioni pagava una miseria e non si meritava di meglio, la Woolf certe ambage economiche non avrebbe potute afferrarle, come la sua snob signora Dalloway, che tra le mani di Paolini è diventata più una sciura rincoglionita che una altolocata nevrastenica londinese.

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  • 3

    Ma la Woolf

    Finalmente mi sono cimentata con la Woolf per la prima volta in questa vita... Non è stata una passeggiata, questo libro non fila liscio come una coda tedesca alle poste, è tuttavia un gran romanzo, s ...continue

    Finalmente mi sono cimentata con la Woolf per la prima volta in questa vita... Non è stata una passeggiata, questo libro non fila liscio come una coda tedesca alle poste, è tuttavia un gran romanzo, seppur piccolo in quanto a dimensioni. Due mondi, o forse più, che corrono paralleli senza mai incontrarsi, non direttamente almeno... Quello dei ricchi viziati alla Fitzgerald, e quello della classe media, mista e non perfettamente in bolla dal punto di vista psicologico. Che poi... sono pronta ad andare immediatamente contro questa mia ultima affermazione.. è tutto da stabilire che semplicemente perché uno vede la realtà più chiaramente di altri possa essere considerato "non in bolla". In ogni caso, un romanzo all'apparenza pigro, buono per gli amanti veri della letteratura ben progettata e scritta, raffinato cinico e profondo. Buona lettura..

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  • 5

    che meraviglia la scrittura della Woolf, che ti travolge ricchissima di particolari, di sensazioni, così da rendere un percorso di pochi passi, ad esempio, pieno di avvenimenti, di cose che succedono ...continue

    che meraviglia la scrittura della Woolf, che ti travolge ricchissima di particolari, di sensazioni, così da rendere un percorso di pochi passi, ad esempio, pieno di avvenimenti, di cose che succedono tutto intorno alla protagonista. E poi il suo amore passato, e la sua vita presente, le altre donne, gli uomini. Tutto così ben delineato e descritto, in modo appassionante e completo.
    "...connetteva le varie sue parti assieme, quanto diverse solo lei sapeva, quanto incompatibili, e riunite così, per il mondo soltanto, intorno ad un unico centro, in un unico prisma, in un'unica donna che , assisa in salotto, costituisce un punto d'incontro, un polo d'attrazione radioso per alcune oscure vite..."
    Così in un giorno d'estate, le onde si rigonfiano, si frangono e ricadono; si raccolgono e cadono; e il mondo intero sembra dire "questo è tutto" sempre più ponderosamente, finchè persino il sole, dire anch'esso: questo è tutto. Più non temere, dice il cuore, fear no more, dice il cuore, affidando il suo fardello al mare, che sospira collettivamente per tutti i dolori, e si rinnova, ricomincia, raccoglie, lasciare cadere."

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  • 0

    Scusa Virginia, è colpa mia ma non ce l'ho fatta. Dopo 30 pagine senza punteggiatura ho rinunciato. Magari un giorno, con più tempo e più calma, ci riproverò...

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  • 5

    "In the triumph and the jingle and the strange high singing of some aeroplane overhead was what she loved; life; London; this moment of June.”

    "Did it matter then, she asked herself, walking towards Bond Street, did it matter that she must inevitably cease completely? All this must go on without her; did she resent it; or did it not become c ...continue

    "Did it matter then, she asked herself, walking towards Bond Street, did it matter that she must inevitably cease completely? All this must go on without her; did she resent it; or did it not become consoling to believe that death ended absolutely?”

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  • 5

    è il cuore che conta

    Questo libro descrive una giornata - dalla mattina alla sera - di una signora dell'alta società inglese, Clarissa Dalloway, che sulla soglia dei cinquantanni decide di dare un party. Clarissa, però, n ...continue

    Questo libro descrive una giornata - dalla mattina alla sera - di una signora dell'alta società inglese, Clarissa Dalloway, che sulla soglia dei cinquantanni decide di dare un party. Clarissa, però, non è l'unica protagonista del libro. Septimus Warren Smith - un reduce di guerra - incontra tre volte Clarissa o persone del suo ambito nel corso della giornata. E' proprio dalla relazione tra la ricca nobildonna piena di charme e l'uomo dai nervi distrutti che esce fuori la verità ultima del libro - la bellezza della vita che trae la sua linfa proprio dalla sua fragilità. Al centro della riflessione della Wolf la natura ultima della vita - e dell'amore - in un libro in cui solide realtà si mischiano a speranze distrutte, in cui sono proprio le persone più vicine a farci soffrire, al punto che a volte dobbiamo tenerle a distanza. Un libro sulla fragilità umana. E curiosamente l'autrice ci avvisa proprio alla fine, dopo aver parlato tutto il tempo di relazione inconcludenti, sbagliate, 'What the brain matter compared to the heart?' (che cosa importa il cervello comparato al cuore?). Questa frase, collocata proprio alla fine della giornata, in un tempo di bilanci stupisce doppiamente perché chi l'ha scritta ha disquisito per duecento pagine sulla natura conflittuale dei sentimenti ed è una delle più cervellotiche e brillanti scrittrici del XX secolo.... Un libro bellissimo, davvero bellissimo

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  • 5

    Adaltavoce, legge magnificamente Paola Pitagora. Un giorno a Londra dopo la grande guerra, con le solite cose, le solite azioni, i soliti volti, e soprattutto ricordi, pensieri, sofferenza. Alta borgh ...continue

    Adaltavoce, legge magnificamente Paola Pitagora. Un giorno a Londra dopo la grande guerra, con le solite cose, le solite azioni, i soliti volti, e soprattutto ricordi, pensieri, sofferenza. Alta borghesia in particolare, ma non solo.

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  • 0

    Pensa tu che penso anch'io...

    Troppo pensierosa questa signora. Capisco che è bello, in certi momenti, leggere quei pensieri e lasciarsi trasportare con lei in giro per Londra e per la sua mente, per la sua memoria ecc.
    Io però ad ...continue

    Troppo pensierosa questa signora. Capisco che è bello, in certi momenti, leggere quei pensieri e lasciarsi trasportare con lei in giro per Londra e per la sua mente, per la sua memoria ecc.
    Io però adesso non me la sento, nel senso che non ce la faccio proprio, non devo passare un esame, non devo dimostrare a me stesso qualcosa, e siccome ho molti altri libri in attesa, preferisco alzare bandiera bianca assai presto, cioè dopo una ventina di pagine (e un'occhiata al prosieguo, nel libro stesso e nei commenti online).
    Addio Virginia, non sei la mia donna ma ti ammiro lo stesso e con un po' d'invidia per chi ti sa apprezzare.

    said on 

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