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Musashi

By Eiji Yoshikawa

(742)

| Paperback | 9788817114677

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Book Description

Dopo essere stato tradotto in inglese, francese e tedesco (oltre che in cinese e coreano), è comparso nelle librerie italiane "Musashi" (titolo originale: "Miyamoto Musashi"), uno dei più famosi romanzi giapponesi moderni. Nato dalla penna di Yoshika Continue

Dopo essere stato tradotto in inglese, francese e tedesco (oltre che in cinese e coreano), è comparso nelle librerie italiane "Musashi" (titolo originale: "Miyamoto Musashi"), uno dei più famosi romanzi giapponesi moderni. Nato dalla penna di Yoshikawa Eiji, prolifico autore di oltre una cinquantina di romanzi e racconti di ambientazione storica, e pubblicato in Giappone tra il 1935 ed il 1939, "Miyamoto Musashi" fu subito acclamato come esempio fra i più riusciti della letteratura popolare, teorizzata negli anni Venti e Trenta come prodotto capace non solo di interessare un vasto pubblico ma di offrire una buona alternativa alle proposte ormai ripetitive e cristallizzate dell'establishment letterario. Che poi proprio il romanzo storico venisse assunto come principale componente di questa letteratura, o addirittura si identificasse con essa, non fa meraviglia dal momento che tale genere poteva contare su una lunga e collaudata tradizione, e soprattutto perché i suoi ideali, così come si erano venuti consolidando, si prestavano assai bene ad essere utilizzati e integrati nella scala di valori che il nuovo Giappone, benché modernizzato, seguitava a proporre.
Ricordiamo che la diffusione, anche a livello popolare, di un genere narrativo ispirato a battaglie, contese fra grandi famiglie feudali e duelli di maestri di spada, era avvenuta dal XVII secolo in avanti ed era legata ad una sene di fenomeni storici e sociali ben conosciuti e analizzati: da una parte, l'instaurarsi di un governo che puntava per la sua stabilità su una struttura gerarchica e su un'ideologia volta per l'appunto a rafforzare i valori cavallereschi di lealtà, dovere, fedeltà al proprio signore; dall'altra, una sempre maggiore consapevolezza nazionale alimentata dall'intensa attività di scuole e studiosi, storici, filologi e letterati.
Il processo di forzata modernizzazione e le conseguenti trasformazioni che sconvolsero il Giappone a partire dal momento della cosiddetta restaurazione Meiji (1868) riverberarono anche sulla letteratura la necessità di un cambiamento coerente con i tempi, destinato però ad ereditare un patrimonio storico-avventuroso le cui potenzialità erano tuttaltro che esaurite: anzi, a partire specialmente dagli anni Venti, una moderna letteratura di massa efficacemente organizzata e controllata avrebbe provveduto a diffonderlo e a sfruttarlo. Naturalmente, le proposte furono di vario tipo. Sul piano di una rigorosa ricerca e di uno sforzo di ricostruzione di dati e fonti, si mosse Mori Ogai; i suoi racconti storici, scritti negli anni 1912-1916, rivelano la costante preoccupazione di comprendere, al di là di un facile coinvolgimento emotivo, quanto gli elementi di un codice d'onore feudale, che esigeva vendetta o autosacrificio fino al suicidio, fossero ancora significativi e operanti nel Giappone di inizio secolo.
Su un altro versante, vicino alle esigenze di lettori meno sofisticati e all'elaborazione di un moderno romance, si mosse un gruppo di scrittori (Naoki Sanjùgo, Shirai Kyàji, Shimozawa Ken, Osaragi Jiro) che si rivolsero, per trovare temi di ispirazione, soprattutto al tormentato periodo storico precedente la definitiva apertura del paese all'occidente e la caduta del governo shogunale, o ancora, agli anni turbinosi del "paese in guerra" nel secolo XVI. Due momenti di transizione, nella storia giapponese, di enorme importanza, che offrivano la possibilità di essere interpretati sotto luci diverse. Erano inoltre periodi di mobilità sociale, dove era plausibile inserire senza difficoltà figure di eroi, capaci di ottenere il successo con le proprie forze, eroi che ben potevano rispondere a esigenze di identificazione da parte del lettore moderno. In questo contesto si situa anche Yoshikawa Eiji, esordiente nel 1914 con "Enoshima monegatari" ("La storia di Enoshima") un racconto a forti tinte, fra vendette, fantasmi e oscure trame del deseino. Lo scrittore si afferma definitivamente nel 1924 con "Naruto hicho" ("Il manoscritto segreto di Naruto"), solo in superficie ispirato ai fermenti di opposizione al governo dello shogun a favore di una restaurazione dei poteri imperiali, verso la metà del XVIII secolo.
"Miyamoto Musashi" rappresentò per molti versi un superamento dei modelli precedenti per il tentativo di analisi della società descritta, ma specialmente perché aveva come nucieo il perfezionamento spirituale del giovane protagonista. Questo libro di Yoshikawa si presentava come la biografia di un personaggio storico già famoso, quel Miyamoto Musashi che, uscito dalla battaglia di Sekigahara (1600, l'ultimo grande scontro fra daimyo prima della pace Tokugawa), aveva impersonato la figura dell'uomo d'armi, dedito all'arte della spada e alla trasmissione delle sue tecniche segrete, partecipe, secondo la tradizione, di almeno sessanta duelli, con rivali agguerriti, dai quali sarebbe uscito sempre vittorioso; ma allo stesso tempo, anche pittore rinomato, scultore, forgiatore e autore di un trattato rimasto famoso. In breve, modello perfetto di una società che affiancava un'aristocratica esigenza intellettuale a ideali guerrieri altrimenti anacronistici nella lunga pace e dopo l'avvento delle armi da fuoco.
Non a caso, nella finzione del romanzo, alla abilità tecnica di spadaccino del giovane Musashi si accompagna un processo spirituale perseguito senza debolezze e cedimenti, in una rigida forma di ascetismo che lo porta a sacrificare ogni affetto e a superare le proprie debolezze umane. In questo Musashi non era molto diverso da altri eroi della narrativa giapponese popolare di fine Ottocento, pronti ad abbandonare la famiglia e a scegliere la morte come unico strumento che potesse soddisfare il loro senso del dovere e l'esigenza di giustizia. Analogamente, il rigore di Musashi non è volto al raggiungimento egoistico di successi e onori personali, ma sembra mirare al superamento di sé in vista di una fusione fra spada e zen, all'ottenimento di una sorta di illuminazione attraverso l'uso dell'arma, che rappresenta certo la proposta più affascinante di tutto il romanzo.
Ma a ben guardare, la figura del protagonista può essere vista sotto un'altra luce. Dal suo atteggiamento emergono una fiducia pressoché illimitata nella giustezza della causa scelta, una salda vocazione al sacrificio (proprio ed altrui), e la convinzione ottimistica che il risultato prefisso sarà raggiunto se solo ci si dedichi adesso con sufficiente abnegazione: in definitiva, un potenziale di fanatismo appena celato che poteva ben costituire un punto di riferimento singolarmente vicino alla propaganda d'anteguerra, a partire dai primi anni trenta volta a sottolineare l'esigenza dello sforzo comune, della "mobilitazione spirituale" dell'intera nazione. O, in altra prospettiva, la scelta di Musashi portava ad un adempimento di ordine etico neppure tanto lontano dagli insegnamenti confuciani del passato. D'altronde, l'evidente paradosso dei contrasto fra l'autoannientamento postulato in chiave vagamente zen e l'affermazione eroica di una propria supremazia sugli altri, ha costituito un elemento di richiamo anche nel Giappone democratico.
Non a caso, opportunamente rimaneggiato e smussato dei toni troppo tendenziosi, il libro di Yoshikawa Eiji ha rinnovato il suo successo, continuando ad offrire spunti per il cinema, il teatro, la televisione ed il fumetto, in innumerevoli riproposte dell'eroe puro, libero da debolezze e attaccamento alle passioni, dedito a temprare lo spirito attraverso l'assiduo uso della spada. Trasferito in una luce contemporanea e sfrondato di elementi culturali troppo visibilmente appartenenti al passato, è diventato specchio dell'esigenza di emergere all'interno di una società molto competitiva, che tuttavia incoraggia il conformismo e tende a limitare l'affermazione individuale.
(recensione pubblicata per l'edizione del 1985) recensione di Orsi, M.T., L'Indice 1986, n.8

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