NEMESIS

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4.0
(1117)

Language: Deutsch | Number of Seiten: 218 | Format: Others | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Italian , Spanish , Catalan , Dutch , Greek , French

Isbn-10: 3446236422 | Isbn-13: 9783446236424 | Publish date: 

Category: Education & Teaching , Fiction & Literature , History

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Buchbeschreibung
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  • *** Dieser Kommentar enthält Spoiler! ***

    4

    Nemesi

    Di Philip Roth si è detto di tutto e di più. Lo scrittore statunitense di origine ebraica è, probabilmente, il più grande narratore vivente ed anche in questo libro mantiene fino in fondo le aspettati ...weiter

    Di Philip Roth si è detto di tutto e di più. Lo scrittore statunitense di origine ebraica è, probabilmente, il più grande narratore vivente ed anche in questo libro mantiene fino in fondo le aspettative.
    Siamo nel luglio del 1944. Mentre la stragrande maggioranza degli americani di sesso maschile è partita per la guerra, il protagonista Bucky Cantor – inabile alla leva per problemi alla vista – si trova a gestire una situazione difficile. Coordinatore delle attività in un campo giochi, assiste al dilagare di un’epidemia di poliomielite, che miete vittime tra i suoi allievi (soprattutto tra i più giovani).
    Ultimo romanzo di Roth prima del ritiro definitivo dalla scena letteraria, “Nemesi” è un testo ricco di significati. La tragedia della malattia e dell’improvvisa scomparsa, il contagio che colpisce a tradimento gli innocenti, il rapporto con un Dio che dovrebbe essere buono ma in realtà permette tali crudeltà: questi sono i punti cardine di una vicenda appassionante, eccezionalmente ricca di pathos e partecipazione rispetto alle altre opere di uno scrittore che – molto spesso – si è dimostrato piuttosto algido nella descrizione dei sentimenti e delle relazioni umane.
    Ci troviamo al cospetto di un Roth del tutto insolito, in cui l’elemento “fattuale” (quello che riguarda cioè la descrizione degli eventi) egemonizza il racconto, prevalendo sulle poderose ponderazioni a cui Roth ci ha abituato in altri romanzi, quali ad esempio “pastorale Americana” o “La macchia umana”. L’America sullo sfondo – un paese impegnato in un sanguinoso conflitto – assurge al ruolo di coprotagonista della storia, con un presidente (FDR) reso invalido dalla stessa malattia che ha colpito i ragazzi di Bucky.
    La “Nemesi” del titolo, alla fine, diventa per il protagonista una sorta di palla al piede che condizionerà il resto della sua esistenza: la convivenza con un doloroso quanto irrefrenabile senso di colpa e la sua costante, continua, tragica espiazione.

    gesagt am 

  • 5

    Ingredienti: un animatore sportivo idolo dei suoi ragazzi, una partita da giocare non più contro gli allegri compagni-avversari del campo giochi ma contro un nemico più drammatico e crudele (poliomiel ...weiter

    Ingredienti: un animatore sportivo idolo dei suoi ragazzi, una partita da giocare non più contro gli allegri compagni-avversari del campo giochi ma contro un nemico più drammatico e crudele (poliomielite), un futuro radioso e vitale che farà scivolare indietro nel passato, come il masso di Sisifo, tutta la sua vitalità e splendore.
    Consigliato: a chi pensa che Dio sia la causa del bene del mondo (e del male?), a chi vive chiedendosi il perché del proprio destino.

    gesagt am 

  • 5

    Diseducazione religiosa

    Di solito si parla di educazione sentimentale che, sulla scia di Flaubert, è diventata quasi un modo di dire; in questo romanzo, si può forse parlare di educazione religiosa o, meglio, di diseducazion ...weiter

    Di solito si parla di educazione sentimentale che, sulla scia di Flaubert, è diventata quasi un modo di dire; in questo romanzo, si può forse parlare di educazione religiosa o, meglio, di diseducazione religiosa, i cui esiti non sono prevedibili.
    Nemesi è l'ultimo romanzo di Philip Roth prima dell’addio alla scrittura.
    La nemesi è la vendetta atta a riparare i torti con la punizione dei colpevoli.
    Ma il punto è: qual è la colpa?
    Il romanzo è ambientato a Newark, città natale di Roth, nel 1944, in pieno periodo bellico; il protagonista, il giovane Eugene Cantor (soprannominato Bucky dal nonno), lavora in un parco giochi come animatore.
    Tutto procede per il meglio, fino a quando, all'improvviso, sulla cittadina si abbatte un'epidemia di polio, che vede tra le vittime soprattutto bambini e ragazzini, e in particolare nel quartiere ebraico. Paura, angoscia, incredulità e senso dell'assurdo vanno a diffondersi sempre più, mentre Bucky cerca in ogni modo di placare questi sentimenti negativi e di riportare tutto alla normalità.
    E poi c’è l’ignoranza, un’ignoranza che mette timore, che mette di fronte al lato più meschino dell’umanità: le voci che calunniano il matto del paese o quei bulli di origini italiane che erano andati a sputare sul campo da gioco dei ragazzi, o le accuse di chi si chiede perché sia morto un bambino piuttosto che un altro. Un comportamento esecrabile, sicuramente, ma che fa parte della natura umana, e allora chi può negare che in caso di necessità possa riguardare anche una persona qualunque?
    Bucky combatte la propria battaglia personale con fermezza e convinzione, ma le contingenze lo mettono di fronte all'ineluttabilità di questa tragedia più grande di lui.
    E qui è logorato dal senso di colpa e di inutilità, che era iniziato anni prima, quando era stato escluso dal servizio militare a causa della sua miopia, mentre i suoi compagni erano al fronte a rischiare quotidianamente la vita. Nemmeno gli ideali trasmessi dal nonno bastano a limitare i danni.

    «Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo. Qual è allora il senso della vita?»

    Marcia, la fidanzata di Bucky, lo convince a trasferirsi a Indian Hill, per coltivare il loro amore: questa è probabilmente la scelta determinante nella sua vita, in quanto si trova a decidere se sia il caso di perseguire il proprio bene o di votare la propria vita interamente alla tutela degli altri; Bucky accetta, ma in lui si insinua il senso di colpa per aver abbandonato i ragazzi che avevano bisogno della sua presenza, spostandosi in quel paradiso non toccato dalla polio.
    Da qui ha origine una serie di pagine molto intense sul tema della responsabilità individuale e sulla possibilità o meno di imputare la colpa a un eventuale Dio, che assume qui le sembianze ora della tirannia della contingenza, ora di un Demiurgo malvagio.
    Emerge, in tutta la sua complessità, il carattere di Bucky:

    «In uno come Bucky il senso di colpa potrebbe sembrare assurdo, ma in realtà è inevitabile. Una persona così è condannata. Niente di ciò che fa è all'altezza dell'ideale che nutre dentro di sé. Non sa mai dove finisce la sua responsabilità. Non accetta i propri limiti perché gravato da un'austera bontà naturale che gli impedisce di rassegnarsi alle sofferenze degli altri, non riconoscerà mai di avere dei limiti senza sentirsene in colpa.»

    Questo è uno di quei libri che a prima vista potrebbe sembrare sterile, per la crudezza della rappresentazione che fatica a figurarsi in termini pragmatici, ma diventa a poco a poco sempre più nitido e inseribile nel contesto più ampio dell'animo umano. È un libro molto difficile, non tanto per lo stile quanto per la realtà che viene presentata senza mediazioni: dalla scelta della malattia, una malattia che genera “storpi” e fa perdere ogni traccia di dignità all'essere umano, all'automatica immedesimazione con Bucky, che non deriva da un’eccessiva introspezione psicologica ma dalla mera presentazione dei fatti.
    La nemesi, allora, è la vendetta che Bucky attua contro se stesso, incapace di perdonarsi per una colpa subdola, inspiegabile. E quando l’essere umano si rende conto che i propri slanci ascensionali sono vani, che tutto si riduce alla sua natura fragile e transeunte, all'essere nient’altro che un debole corpo, sorgono tanti interrogativi, ma anche l’impossibilità di darvi una risposta.

    gesagt am 

  • 3

    Tre e mezzo

    I primi due capitolo presentano un Roth medio, che poi è comunque superiore a molti altri scrittori, ma è il terzo e ultimo capitolo a sigillare con il fuoco il romanzo e a restituirci il Roth più gra ...weiter

    I primi due capitolo presentano un Roth medio, che poi è comunque superiore a molti altri scrittori, ma è il terzo e ultimo capitolo a sigillare con il fuoco il romanzo e a restituirci il Roth più grande, quello che tira le amare somme della vita e del destino.

    gesagt am 

  • 4

    Quando sei la nemesi di te stesso

    Non avevo mai letto niente di Philip Roth. Leggerò sicuramente altri libri di Philip Roth. Non si può giudicare un autore da un libro soltanto, ma una cosa di Roth l’ho capita: non ha peli sulla lingu ...weiter

    Non avevo mai letto niente di Philip Roth. Leggerò sicuramente altri libri di Philip Roth. Non si può giudicare un autore da un libro soltanto, ma una cosa di Roth l’ho capita: non ha peli sulla lingua, non ti nasconde niente.

    Il resto della recensione qui: https://thegrowingupchronicle.wordpress.com/2015/10/08/nemesi-philip-roth/

    gesagt am 

  • 3

    Un altro ragazzo perfetto convinto che quel che succede nel mondo dipenda da lui, preda di un narcisistico delirio d'onnipotenza. Il caso ci rovina la vita già di suo, senza che noi lo si aiuti così.
    ...weiter

    Un altro ragazzo perfetto convinto che quel che succede nel mondo dipenda da lui, preda di un narcisistico delirio d'onnipotenza. Il caso ci rovina la vita già di suo, senza che noi lo si aiuti così.
    Un libro sul senso di colpa dopo tutta la fatica che ho fatto a liberarmi dai miei. Uffa.

    gesagt am 

  • 4

    Chi è l'untore?

    Romanzo profondamente doloroso, dalla prosa lineare e dal contenuto complesso, a più livelli interpretativi, con al centro un'epidemia di poliomielite scoppiata in una torrida estate degli anni Quaran ...weiter

    Romanzo profondamente doloroso, dalla prosa lineare e dal contenuto complesso, a più livelli interpretativi, con al centro un'epidemia di poliomielite scoppiata in una torrida estate degli anni Quaranta nella cittadina americana di Newark.
    Se i venti di guerra che soffiano dall'Europa e dal Pacifico sono accompagnati da uno spirito patriottico che tiene alto il morale della popolazione, la polio, invece, è un nemico invisibile che prostra ed umilia i sommersi e i salvati, costretti, questi ultimi, ad assistere impotenti al triste spettacolo di giovani vite falcidiate o rovinate per sempre dalla deformità fisica.
    Figura tragica il protagonista, Bucky Cantor, giovane di belle speranze, animatore di un campo giochi del quartiere ebraico, energico e carismatico come i saldi principi che regolano da sempre la sua esistenza.
    Questa, in effetti, è la storia più triste che possa essere raccontata: la progressiva devastazione di un essere umano, la fine inesorabile, per implosione, della sua gioia di vivere.
    A chi dare la colpa dell'epidemia? Al caldo, alle mosche, al latte, all'acqua? Chi è l'untore? Gli italiani, gli ebrei, lo scemo del quartiere? Perché Dio, se esiste, ha permesso tutto questo?
    Non sembra esserci una verità assoluta, per quanto si annaspi nella sua ricerca, e il timore della contaminazione è talmente percettibile che a tratti si avverte l'esigenza di interrompere la lettura per tornare alla realtà e scrollarsi di dosso un senso di venefica oppressione.
    Le domande, però, restano, e la parola che dà il titolo al romanzo, Nemesi, è come la tessera di un mosaico - una delle tante - che va tristemente al suo posto, mentre si pensa a Kafka, altro scrittore ebreo che del senso di inadeguatezza e colpa fece la sua cifra espressiva.
    Ma in questo caso la discesa agli inferi del personaggio principale è progressiva, e i rivolgimenti psicologici che ne mutano a poco a poco l'atteggiamento, determinandone la metamorfosi, si direbbe che portino già in se stessi il germe della condanna.
    Emozionante la scena in flashback del finale, con la descrizione di un'impeccabile performance atletica che restituisce dignità ad un corpo e ad uno spirito offesi dalla crudeltà del destino: un accorato e nostalgico inno alla vita.

    gesagt am 

  • 3

    Non mi ha convinto fino in fondo. Forse un po' troppe banalizzazioni, forse l'eccessivo concentrarsi sul Dio che ti punisce "a tradimento", forse un filo di approssimazione/superficialità. Forse anche ...weiter

    Non mi ha convinto fino in fondo. Forse un po' troppe banalizzazioni, forse l'eccessivo concentrarsi sul Dio che ti punisce "a tradimento", forse un filo di approssimazione/superficialità. Forse anche solo un po' di noia.

    gesagt am 

  • 5

    Siamo tutti Mr. Cantor

    Bucky Cantor è un ventitreenne che si ritrova, nel 1944, negli anni della seconda guerra mondiale, ad affrontare le conseguenze di una tremenda epidemia di Polio che colpisce un quartiere della sua Ne ...weiter

    Bucky Cantor è un ventitreenne che si ritrova, nel 1944, negli anni della seconda guerra mondiale, ad affrontare le conseguenze di una tremenda epidemia di Polio che colpisce un quartiere della sua Newark. Egli è un insegnante si trova ad animare il parco giochi durante l'estate quando la malattia comincia a colpire alcuni dei suoi ragazzi, con conseguenze tragiche.

    Una delle prime cose a cui ho pensato è che anche noi ventitreenni di oggi siamo dei Bucky Cantor, benché le sue vicende si svolgano in un altro luogo ed in un altro tempo. Siamo ancora decisamente giovani, ma non più dei ragazzini e cominciamo a farci un'idea degli intoppi che incontreremo nel corso della vita. Cominciamo a comprendere che abbiamo delle responsabilità per le quali i nostri familiari hanno, probabilmente, cercato di prepararci e che noi siamo disposti ad affrontare. Cominciamo a capire, anche, che spesso la vita è ingiusta e che molte volte i nostri ideali verranno messi in discussione, ma allo stesso tempo ci manca quel cinismo tipico delle età più avanzate della vita che porta ad un sentimento di rifiuto dei propri ideali giovanili e disillusione che caratterizza, spesso, i più anziani.

    Ed è così che si svolge la parabola di Mr Cantor. Sente di avere delle responsabilità verso i ragazzini che anima durante le torride giornate nel suo quartiere colpito dalla polio ed è convinto di avere la chiave per poter gestire un problema del genere, fino al momento in cui la sua amata gli offre il modo per scappare dall’inferno con cui ha a che fare, andando ad animare i ragazzi di un campo estivo fuori città. Ed è, forse, questo il primo grande tema con cui Roth ci porta ad avere a che fare, il senso di colpa. Ci sono delle volte in cui capita di sottrarsi alle proprie responsabilità alla ricerca di una soluzione più rapida per affrontare le difficoltà che si pongono sul nostro cammino. Come possiamo affrontare una decisione sbagliata che ci ha portato verso un’altra direzione non prevista, per paura? Mr Cantor ci fa capire che spesso non è più possibile e che ognuno di noi dovrà trovare il modo per affrontarne le conseguenze. La fuga di Bucky da Newark, infatti, condanna molti ragazzi del campo estivo alla terribile malattia, portata da egli stesso inconsapevolmente per amore. Ed alla fine ne cade vittima, sentendosi in colpa per ogni cosa, finché la sua vita non ne uscirà completamente distrutta.

    Roth consegna un romanzo che trafigge l’anima con un punteruolo. Ci racconta delle paure e dei dubbi di un giovane costretto ad affrontare un problema più grande di lui, soverchiante, che mette in crisi le convinzioni che crede di avere alla sua età. Ci racconta della morte improvvisa di un bambino. Ci racconta dell’idea che abbiamo di noi stessi e dell’immagine che diamo. Ci racconta della strenua ricerca di un colpevole per il male che osserviamo e che ci piega.

    Si tratta davvero di una bella lettura, una di quelle che non lascia indifferenti. Ormai, penso sia chiaro che lo consiglio senza riserve.

    Siamo tutti dei Mr Cantor.

    gesagt am 

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