Nascita di un ponte

Di

Editore: Feltrinelli (I narratori)

3.1
(40)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 253 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese

Isbn-10: 8807030594 | Isbn-13: 9788807030598 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: M. Baiocchi , A. Piovanello

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Nella città impossibile di Coca, in un immaginario West contemporaneo, sulla sponda del fiume, ai margini della giungla e della storia, tutto può cominciare a muoversi e a pulsare, tutto può cambiare per l'arrivo del ponte e di coloro che lo faranno nascere. Come un potente magnete, il ponte attira a sé i destini incrociati di uomini e donne, visti fotograficamente in campo lungo, come massa eroica al centro di una storia corale, o zoomati fino al primissimo piano, nel dettaglio puntuale delle vite più diverse, nella geometria - lucida come un teorema - delle passioni. Ma la vera protagonista di queste pagine, insieme al ponte, è l'incredibile lingua che lo plasma. Lingua "poietica", lingua necessaria e senza sbavature. Lingua capace, nel flusso inesausto delle parole, di nominare e scoprire le cose. In un tour de force inaudito, Maylis de Kerangal intona un canto epico, teso come i cavi che reggono quell'audace struttura.
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    Nascita di un ponte

    Non è poi così tardi imbattersi solo oggi in Maylis de Kerangal: se da una parte è vero che Nascita di un ponte è la settima fatica dell’autrice nonché sua prima opera edita nel nostro Paese, dall’al ...continua

    Non è poi così tardi imbattersi solo oggi in Maylis de Kerangal: se da una parte è vero che Nascita di un ponte è la settima fatica dell’autrice nonché sua prima opera edita nel nostro Paese, dall’altra è altrettanto vero che restano da scoprire della stessa ben altri sei romanzi; il che porta a sperare che il differito debutto della scrittrice francese in terra italica venga sapientemente compensato con la pubblicazione dell’intera sua creazione letteraria: si attendono nuove scosse.

    Questo perché Nascita di un ponte è roba forte, che sa prendere allo stomaco.

    Un ponte deve dunque esser tirato su, nella città di Coca, non precisato luogo di una California che sa di altri tempi, di giorni di conquista, quando, così, d’emblée, si arrivava da lontano, per sfangarla. E in effetti una fantasmagorica umanità – unico e indivisibile corpo, vero protagonista del romanzo – si ritrova gerarchicamente concentrata sulle rive di un fiume a pianificare, sondare, eseguire gli ordini. L’atmosfera è elettrica, niente deve esser lasciato al caso, e come si potrebbe? Il dettaglio è l’estrema ratio, il ponte sarà un miracolo sotto tutti i rispetti. Ma uno stormo di uccelli in migrazione arresta l’ingranaggio, e niente lavoro per tre settimane, tra la gioia di chi si darà ai bagordi, e il dolore di chi nel proprio mestiere sublima ferite mai rimarginate. E volati via i sabotatori, si dovrà far fronte anche allo sciopero minacciato dagli operai: si sa, lo spettacolo deve andare avanti, venga l’imprevisto dall’esterno o dall’interno; la complessità è del resto di questo mondo, e non ci si tira indietro, non fa parte del contratto.

    Un evento però sembra dare il tono alla vicenda tutta: lo scontro, sotto la pioggia e nel fango, tra chi rappresenta la ragione della monumentale opera e chi rappresenta il sentimento che, in quella terra nato e cresciuto, sente adesso forte il pericolo.

    È una rappresentazione di prim’ordine quella che ci dona Maylis de Kerangal; attraverso una scrittura immediata e senza fronzoli, spietatamente diretta allo scopo, centra con indubbio talento quella dialettica che vede l’uomo e i suoi progetti inseguirsi e mordersi la coda, e chiedersi se il fine, dacché mondo è mondo, giustifica in ultimo la sopraffazione, di sé, dell’altro da sé: ci sono momenti incantati in cui chiunque, in un modo o nell’altro, viene in chiaro della propria esistenza, a volte dando seguito alla rivelazione, altre accantonandola; sono tanti i cadaveri eccellenti che nemmeno le più sfavillanti luci del più maestoso dei ponti riusciranno mai a nascondere, è in fondo una questione di ombre da addomesticare.

    Maylis de Kerangal non ha la presunzione di indicare la strada, riesce invece con grazia femminea a rendere accattivante e sfavillante, per quanto tragica nella sua immanenza, anche l’umanità al suo nadir, consegnandola di petto per quello che è: umana, troppo umana. E comunque ancora capace di grandi opere.

    ha scritto il 

  • 2

    Mi aspettavo che il protagonista fosse il Ponte, o almeno che la costruzione del Ponte fosse l’elemento centrale intorno a cui ruotare le vicende delle persone. In realtà il ponte è solo un pretesto, ...continua

    Mi aspettavo che il protagonista fosse il Ponte, o almeno che la costruzione del Ponte fosse l’elemento centrale intorno a cui ruotare le vicende delle persone. In realtà il ponte è solo un pretesto, attorno al quale ruotano vicende anonime, poco probabili e poco credibili. L’indubbia tecnica stilistica dell’autrice finisce per lasciare freddi e sterili i suoi personaggi, salvo qualche eccezione. Di quasi tutti non capiamo veramente cosa pensino, li vediamo agire ma non ne comprendiamo le azioni. E il quadro complessivo risulta confuso, incompleto, irrisolto. Il contesto ambientale è poco credibile, con una foresta stile amazzonia e laghi ghiacciati. Abbiamo dei cinici e spietati mafiosi che dopo aver fallito un attentato in modo dilettantesco puniscono inesorabilmente ed esemplarmente il responsabile del fallimento, ma rinunciano a perseguire i propri interessi. Abbiamo un sindaco la cui ambizioni sono legate al Ponte, di cui non sappiamo come finire la storia. Abbiamo personaggi poco credibili le cui sorti ci apparivano misteriose all’inizio del romanzo e ci appaiono ancora più misteriose al termine. Quindi, o io non ho capito nulla di questo romanzo, oppure questo romanzo è sbagliato nella sua progettazione. Parla di troppe cose, divaga troppo, come se avesse paura di non avere abbastanza da dire sulla costruzione del Ponte. Ed è un peccato, perché il coraggio di affrontare questa storia avrebbe meritato maggiore coerenza. Mi ricordo la Dismissione di Ermanno Rea, o American Ground di Langewiesche, e mi chiedo se per raccontare questa storia fosse così necessario inventare un luogo e una città inesistenti, o se al contrario una “gabbia” di maggiore realismo e verosimiglianza non avrebbe aiutato la de Kerangal a non perdersi in vicende inutili, tenendo l’occhio fermo sul tema principale.

    ha scritto il 

  • 3

    Essendomi innamorata di “Riparare i viventi”, ho voluto leggere anche questa opera precedente della medesima autrice.
    Mi sono trovata in mano un ormai raro esempio di libro che si regge solo sulla scr ...continua

    Essendomi innamorata di “Riparare i viventi”, ho voluto leggere anche questa opera precedente della medesima autrice.
    Mi sono trovata in mano un ormai raro esempio di libro che si regge solo sulla scrittura. Di solito è il contrario, intrecci magari intriganti e scritture mosce. Qui intreccio non ce n’è, c’è una storia, un fil rouge, che è la costruzione di un ponte che cambierà per sempre la fisionomia di un luogo e quindi anche le vite di chi ci abita. L’impressione è quella di un quadro popolato da molte figure, mi viene in mente le Moulin dde la Galette di Renoir, in cui cogli l’insieme, un attimo cristallizzato per sempre, e solo focalizzando l’attenzione su un punto preciso cogli il dettaglio, l’uomo o la donna, e li vedi nel singolo atto che stanno compiendo.
    Stessa cosa capita in questo libro, dove la cifra di scrittura è tale da sostituire perfettamente l’immagine visiva, ma secondo me non in grado di donare la stessa emozione. Del Moulin de la Galette porti via con te la Bellezza. La scrittura, per quanto fantastica, non ha la stessa capacità, non ti si fissano dentro parole e frasi come sono in grado di fare le immagini. Ti si fissa ciò che la scrittura traghetta, cioè le persone e le loro storie, e il traghetto è l’emozione.
    Qui l’emozione manca completamente, o almeno è mancata a me. Non c’è nessun Virgilio che ti guida sul ponte, o meglio c’è ed è l’autore medesimo che ogni tanto, qua e là, si palesa come io narrante, un’entità astratta in cui, lungi dall’identificarti, ti infastidisce.
    Alla fine mi sono annoiata e volevo solo finirlo, e questo mi dispiace, con una tale capacità di scrittura.

    ha scritto il 

  • 3

    Una bella sfida per l'autrice parlare della storia intorno alla nascita di un ponte, tra calcestruzzo, gare d'appalto, problemi ambientali e nello stesso raccontare la vita di uomini e donne che giran ...continua

    Una bella sfida per l'autrice parlare della storia intorno alla nascita di un ponte, tra calcestruzzo, gare d'appalto, problemi ambientali e nello stesso raccontare la vita di uomini e donne che girano intorno ad esso. La sfida riesce grazie alla sua scrittura vivace e di grande impatto, ma l'argomento non è comunque riuscito a catturarmi del tutto. C'è poi da dire che nonostante l'abilità nel narrare eventi ti carattere scientifico (dimostrata anche nel libro "Riparare i viventi" che ha vinto il premio Merck per la narrativa scientifica) parlare di "effetto Joule" per i calori dei corpi che si scaldano in un amplesso non ha molto senso.

    ha scritto il 

  • 0

    presentato su Non Ho Sonno Magazine!

    Abbiamo parlato di questo libro nel n.6 di Non Ho Sonno Magazine, rivista gratuita di arte, cinema, libri, musica, fotografia e tanto altro, scaricabile da www.nonhosonno.com

    ha scritto il