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Necropoli

By Boris Pahor

(260)

| Paperback | 9788881127191

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Book Description

171 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    Un incredibile viaggio nelle molteplici crudeltà dell’essere umano.

    La crudeltà del sopraffare e quella del sopravvivere per poi passare tra la crudeltà della memoria, del ricordo e quella del nascondere del negare, la crudeltà dell’egoismo, della forza e della debolezza.
    Si potrebbe andare avanti all’infinito, ma fo ...(continue)

    La crudeltà del sopraffare e quella del sopravvivere per poi passare tra la crudeltà della memoria, del ricordo e quella del nascondere del negare, la crudeltà dell’egoismo, della forza e della debolezza.
    Si potrebbe andare avanti all’infinito, ma forse vale la pena di leggere Pahor nel suo viaggio nel era crematoria per interpretare le nostre bassezze, ognuno a modo nostro.
    Un era a righe, bicolore, triste, fredda, dove o si urla o si tace sperando che finisca, alcune volte senza porsi il problema del come finirà.
    La speranza più grande è che alla fine la crudeltà della memoria domini il rischio del ritorno di quella tragica era.
    Pahor semina nel suo raccontare momenti, emozioni, convincimenti che piano piano diventano più intensi per colore e potenza positiva, dove l’essere umano deve muoversi alla solidarietà, malgrado la crudele memoria del male passato.

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    Franco said on Feb 8, 2014 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    <<E l'uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità e' indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, ...(continue)

    <<E l'uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità e' indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, nel proprio ordine di preoccupazioni misurato col bilancino, il bisogno di un atto di fierezza.>>

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    F said on Oct 30, 2013 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    L'autore ritorna al campo di concentramento in cui è stato prigioniero tanti anni prima. Ogni angolo, un ricordo che affiora.

    Non so come ha fatto, ma è riuscito a trasformare l'orrore in qualcosa di molto vicino alla poesia. I ricordi sono doloros ...(continue)

    L'autore ritorna al campo di concentramento in cui è stato prigioniero tanti anni prima. Ogni angolo, un ricordo che affiora.

    Non so come ha fatto, ma è riuscito a trasformare l'orrore in qualcosa di molto vicino alla poesia. I ricordi sono dolorosi, ma lui non si lascia trascinare nel vortice, né vuole trascinarci il lettore. Anche se è stato protagonista diretto, guarda e descrive i fatti come se fosse un osservatore. Osserva invece che subire. E in fondo a tutto il dolore, c'è sempre l'amore per la vita che non viene mai del tutto distrutto, neanche nei momenti peggiori.
    Sará per questo che a 100 anni è ancora vivo.

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    mikisong said on Jul 21, 2013 | 1 feedback

  • 1 person finds this helpful

    già mi sembra un sacrilegio dare un giudizio alle memorie di un sopravvissuto... detto questo, se non se ne può fare a meno Pahor rimane complesso, denso e sempre intimista, riflessivo, non sempre facile da seguire. lentamente nella sua visita ai luo ...(continue)

    già mi sembra un sacrilegio dare un giudizio alle memorie di un sopravvissuto... detto questo, se non se ne può fare a meno Pahor rimane complesso, denso e sempre intimista, riflessivo, non sempre facile da seguire. lentamente nella sua visita ai luoghi del suo orrore ti porta nel gorgo scurdo dei ricordi, ti porta nel labirinto dal quale temi di non poter uscire più. Difficile guardare a lungo sull'orlo dell'abisso senza perdere l'equilibrio e la speranza. Non c'è limite all'orrore dell'animo umano, l'essere umano non si pone limiti nella sua brutale capacità di orrore.. e come resistere, come mantenere il filo sottile che ti porta fuori, che ti fa soppravvivere. Nessuno lo sa, i sopravvisuti cercano di fare i conti con i ricordi e il senso di colpa per di loro non è tornato.

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    Ferminadaza said on May 12, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    NECROPOLI

    Nato nel 1913 a Trieste, lo sloveno Boris Pahor, da bambino rimase sconvolto dall’incendio della Narodni Dom, sede delle organizzazioni degli sloveni triestini ed edificio multifunzionale culturale, ad opera delle squadre fasciste nel 1920. Un fatto ...(continue)

    Nato nel 1913 a Trieste, lo sloveno Boris Pahor, da bambino rimase sconvolto dall’incendio della Narodni Dom, sede delle organizzazioni degli sloveni triestini ed edificio multifunzionale culturale, ad opera delle squadre fasciste nel 1920. Un fatto che rimase così impresso nella sua mente da comparire molto spesso nel corso delle sue innumerevoli opere letterarie. Soldato dell’esercito italiano in Libia nel 1940, ritorna a Trieste quando la città è sotto l’occupazione tedesca e si arruola nelle truppe partigiane slovene. Catturato dai nazisti sarà internato in vari campi di concentramento sia in Francia che in Germania ( Natzweiler-Struthof, Dachau, Bergen-Belsen). Sopravvissuto grazie alla sua attività di interprete e di infermiere, per i suoi scritti fu più volte candidato al Nobel per la Letteratura e insignito di numerosi premi e onorificenze conferitegli da molti paesi europei e non.
    Necropoli è certamente il suo libro più conosciuto. Pubblicata in Italia con incredibile ritardo, quest’opera autobiografica riguardante la sua prigionia nel campo alsaziano di Natzweiler- Struthof, viene resa nota soprattutto nell’edizione Fazi, accompagnata da una splendida prefazione di Claudio Magris e dopo la presentazione alla trasmissione televisiva “ Che tempo che fa”( 17 Febbraio 2008) condotta da Fabio Fazio.
    E’ un’opera profonda, densa della sofferenza di un’umanità schiacciata, avvilita, privata della dignità, ridotta a una necropoli di crani rasati, ossa sottili ricoperte di pelle screpolata, gonfia, purulenta, umiliata e ferita, avvolta in stracci fetidi impregnati di fluidi corporei, sotto il fumo nero che tutto avvolge di morte, di non vita. Una massa multicefala stremata dal lavoro, dalla fame, in lotta per una crosta di pane ammuffito, livida per il freddo che penetra nelle loro divise zebrate di juta, terrorizzata dalle giornate scandite dalle urla dei tedeschi e dall’abbaiare dei cani lupo, soggiogata dalle nefandezze distribuite a piene mani e dall’indifferenza, non meno feroce, del popolo tedesco che, girando la testa dall’altra parte, finge di non sapere, di non conoscere, di negare ciò che sta avvenendo. (emblematico, nel libro, l’episodio delle ragazze tedesche che ignorano volutamente la presenza di quella lunga fila di prigionieri disperati, sporchi e scheletrici, sanguinanti e deboli, e passano oltre, come se il nulla i loro occhi avessero visto).
    Pahor, tornato nel 1966 nel campo di Natzweiler- Struthof, si mescola ad una comitiva di turisti recatisi a visitare quel luogo ora trasformato in luogo di memoria. Ma i ricordi lo assalgono con ondate dolorose, perché lui ha visto e vissuto l’indicibile, l’inenarrabile, l’impossibile. Nessuna delle persone presenti è in grado di capire, altrimenti i bambini non verrebbero lasciati correre sulla ghiaia intrisa di cenere d’ossa o i due fidanzatini appartati, non avrebbero voglia di scambiarsi il primo bacio e di esprimere il loro bene in un luogo dove il Male, quello vero e ineluttabile, è stato ed è ancora padrone di ogni ricordo.
    Pahor ci racconta la Shoa delle minoranze, seguendo il corso dissestato e smarrito dei suoi stati d’animo attraverso le vicende di tanti eroi silenziosi, di uomini di valore senza un fucile in mano, che affrontarono il dolore e la morte senza mai disintegrare e sterminare la loro umanità, la loro piccola fiammella di vita e di speranza, quella luce in fondo ai loro occhi solo apparentemente spenti. E il cercare di non pensare, né a un passato, né ad un futuro, ma mostrare solo un “ attaccamento al nudo manifestarsi momentaneo dell’esistere”senza stuzzicare la morte, vendicativa e irridente, con pensieri di bene, con attese di inutili risorse da spendere in un domani che non arrecherà nessun cambio di sorte.
    Il linguaggio di Pahor è pesante come un macigno, faticoso come il respiro di un agonizzante, lento come il passo di tanti zoccoli di legno trasportati da masse umane sfinite sulla ghiaia del campo, avvolto dal filo spinato della colpevolezza dei reduci che, senza avere il coraggio di reagire né di parlare, si sono chiusi nel loro bozzolo di tormento e di afflizione senza riuscire a dar voce a tutti quelli che non ce l’avevano fatta.
    Ma chi è stato nel campo, non potrà mai uscirne. Sarà là per tutta la vita e fuori, dall’altra parte del muro, ci sarà tutto il resto, ci saranno tutti gli altri, quelli destinati per natura a disperdere un ricordo che non fu il loro perché non vissuto sulla propria pelle, quelli per cui la memoria di ciò che fu non dovrà mai spegnersi, affinchè essi non possano negare l’esistenza del Male, sempre in agguato, nella folle storia dell’intera umanità.

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    Maristella said on Apr 30, 2013 | Add your feedback

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