Nel paese dei Moratti

Sarroch-Italia: una storia ordinaria di capitalismo coloniale

Di

Editore: Chiarelettere

3.9
(50)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8861901182 | Isbn-13: 9788861901186 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Affari & Economia , Non-narrativa , Politica

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Descrizione del libro
"Il caso Sarroch è tipico del modello coloniale. Basta costruire una grande fabbrica per poter pretendere da chiunque viva lì intorno gratitudine per i posti di lavoro creati. Questo è ciò che resta di una cultura che da anni condanna l'Italia alla stagnazione economica e desertifica ogni prospettiva di futuro." Giorgio Meletti

26 maggio 2009. Mentre a Milano il presidente dell'Inter Massimo Moratti segue con apprensione i capricci dell'allenatore Mourinho e suo fratello Gianmarco tratta un prestito milionario con Banca Intesa, a Sarroch, in Sardegna, Daniele Melis, ventinove anni, Luigi Solinas, ventisette, Bruno Muntoni, cinquantotto, si preparano a entrare in una cisterna per lavori di pulizia e manutenzione. Giornate molto diverse. Ma in un tragico istante diventano una cosa sola. I tre operai lavorano e muoiono alla Saras, la raffineria creata negli anni Sessanta da Angelo Moratti.

Con passione e intelligenza narrativa, Giorgio Meletti attraversa i giorni e le ore in cui si consumano i fatti e racconta gli affari dei Moratti, i dividendi della raffineria (120 milioni di euro all'anno negli ultimi cinque anni), la quotazione in Borsa della Saras a un prezzo così alto da far scattare un'inchiesta giudiziaria, le perdite dell'Inter (circa 150 milioni di euro all'anno). Ma i protagonisti di quelle ore non sono solo i fratelli Moratti. Basta spostare appena un po' l'obiettivo. C'è l'amico di sempre Tronchetti Provera e lo spolpamento di Telecom, Marchionne che promette tranquillità agli operai di Termini Imerese, le grandi banche all'inseguimento dei crac finanziari. L'assenza di Epifani. Tutto concentrato in poche ore, che compongono la fotografia del capitalismo italiano.

La Sardegna come simbolo di una nazione da colonizzare. L'immagine che esce è quella di un'oligarchia asserragliata a difendere i privilegi acquisiti, di un paese vecchio. A pagare sono sempre gli ultimi. I lavoratori e i cittadini prigionieri nella loro terra.
http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/nel-paese-dei-moratti.php
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    Lasciamo perdere il voto. E' un'inchiesta cruda e triste sul rapporto tra impresa e territorio, la colonizzazione industriale, i morti che troppo spesso "ci scappano". Da leggere per chi considerasse ...continua

    Lasciamo perdere il voto. E' un'inchiesta cruda e triste sul rapporto tra impresa e territorio, la colonizzazione industriale, i morti che troppo spesso "ci scappano". Da leggere per chi considerasse Moratti "un signore" o un grande uomo.

    ha scritto il 

  • 5

    Eccellente reportage

    Eccellente reportage sulle storture del capitalismo italiano. Meletti si attiene ai fatti, senza infarcire il discorso con le sue opinioni, ricostruisce una vicenda tristissima con accuratezza e c' in ...continua

    Eccellente reportage sulle storture del capitalismo italiano. Meletti si attiene ai fatti, senza infarcire il discorso con le sue opinioni, ricostruisce una vicenda tristissima con accuratezza e c' invita a riflettere sul sistema capitalistico in generale e sull' Italia in particolare. Grande libro. Difficile d'altra parte che chiarelettere pubblichi cose insulse. Da consigliare a tutti quelli che mantengono un occhio critico sul sistema e non si sono lasciati ipnotizzare e lobotomizzare da certa TV.

    ha scritto il 

  • 4

    Una storia (vera) di affari, orchi e Moratti

    Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi ...continua

    Il Paese dei Moratti è il Paese in cui la fabbrica gioca il ruolo di un Geppetto spietato, creatore di illusioni e facitore di blasfemi sinonimi di quella grande storia in salita che è da considerarsi l’esistenza umana. Il Paese dei Moratti è popolato di Lucignoli e Mangiafuochi, attraenti imbonitori rivestiti di patine griffate ma contundenti. Il Paese dei Moratti è il locus dei tanti, piccoli, meravigliosi, innocenti Pinocchi costretti a mentire a se stessi nell’estremo tentativo di ripetersi che, da quelle morti, da quei tumori, da quello smog, transiti l’unica possibilità di liberazione, la verà libertà. E loro, lignei fanciulli protesi nello slancio verso la carnificazione; e loro, anime intorbidite e sogni seppelliti da cumuli annuali di scorie e liquami, loro sì, non posso fare altro che credervi. Non hanno soluzione diversa che donare il proprio tronco povero di clorofilla, sradicato di botto all’adolescenza, nelle mani di presidenti eleganti e compiti.

    Nel Paese dei Moratti, però, ci sono anche bui anfratti, parti di mondo dimenticate dall’uomo e da Dio, dove il sole non giunge ed il cielo non è che un’immaginazione ardita. Nel Paese dei Moratti ci sono spose bambine piangenti, salici costretti a seccare in tutta fretta da un dolore che azzera la linfa. Sono le lande popolate da lacrime, parenti vicini costretti alla lontananza, morte invece della vita, tombe al posto delle barche, cenere in sostituzione del mare.

    E “Nel paese dei Moratti”, autore il giornalista Giorgio Meletti (edizioni Chiarelettere, anno 2010), è una favola ruvida. Spoglia di etica. Inutile, in fondo, cercare la morale dove la morale non c’è. Una fiaba lucida ed impietosa raccontata con gli occhi di un cronista. Tanti pezzi che si completano l’un l’altro come trame composite e complementari. Meletti scrive ed è come se parlasse di null’altro che d’una storia povera, semplice. Quella di un giorno come gli altri, fatica, orari, lavoro, stringenze. Una narrazione triste del secolo che corre verso la desolazione della precarietà. E’ la storia di Daniele Melis, Bruno Muntoni e Gigi Salinas, innanzitutto. 29 anni, 27 anni, 58 anni. Ma è anche la storia di un minuscolo ecosistema chiamato Sarroch, 5 mila anime arroccate nella provincia di Cagliari, e di un ecosistema nell’ecosistema: la Saras, gioiello di famiglia della scuderia industriale dei fratelli Gianmarco e Massimo Moratti.

    Il 26 maggio 2009, mentre il primo tratta di un ingente prestito (190 milioni di euro) con la banca Intesa San Paolo, ed il secondo asseconda le lamentele dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, i tre operai, uomini cacciavite delle ditte esterne che lavorano in condizioni a dir poco disastrate nella Saras, muoiono in una cisterna della raffineria. A catena di reazione macabra. Prima Gigi, poi Bruno, infine Daniele. Tutti e tre immolati sull’altare dell’insicurezza sul lavoro. Muoiono asfissiati per inalazioni di azoto, una sostanza che è capace di azzerare, praticamente, le condizioni di vita attraverso una radicale riduzione dell’ossigeno. Alla Saras lo usano per pulire alcune cisterne.

    Un bocchettone infilato, una carta non firmata, una distrazione. Tre vite stroncate.

    Quella della Saras è una storia come poche. Contrariamente ad altri impianti industriali, non conosce mezze misure. Determina i rapporti intimi, permea la familiarità. A Sarroch, i cittadini la amano e la odiano. Rende, insieme, la vita e la morte. E’ capace di dare stabilità ed incertezza. Ma chi la ama sa anche odiarla. E chi la odia sa anche di doverle gratitudine. La Saras è un pezzo di mondo, un appezzamento di terra. E’ ciò che attiva rapporti di atavica dipendenza coloniale, addirittura feudale. Un abitante sardo, parlando con l’autore, sintetizza: “Il mio primo giocattolo mi è stato regalato dalla Saras all’asilo. Il mio primo panettone (mignon Alemagna) mi è stato dato dalla Saras alle elementari. I libri di scuola sino alle medie mi sono stati pagati dalla Saras. I piedi di catrame me li ha sporcati la Saras. Il fumo acre all’odore di cavolfiore arrivava dalla Saras. Il primo suono di sirena alle 8 del mattino l’ho sentito alla Saras”.

    Nessuno passa immune dalla Saras. Da quell’inferno che rigurgita malattie, ma sa inondare di soldi i suoi padroni. Loro, in perenne perdenza eppure abili a sfruttare le nefandezze finanziare di un mercato forte con i deboli e debole con i forti. Con i soldi sfilati alle banche, di quegli stessi istituti che non hanno fatto fronte ai debiti dei piccoli imprenditori onde, poi, pronarsi alle magagne azionarie dei fratelli milanesi, i Moratti hanno innalzato i dividendi. Ben consci di essere buona parte dell’azionariato Saras. E, in una sola manovra finanziaria, spalmata nell’arco triennale, sono stati capaci di sottrarre al mercato oltre un miliardo di euro, per convogliarlo nelle proprie tasche, giocandolo nell’azzardo pallonesco tinto di nerazzurro.

    Sarroch ed il suo dolore, Sarroch e le sue promesse mai mantenute, Sarroch ed i processi senza colpevoli, Sarroch e la perfidia spiacevole di un liberismo rapace sono la cima di un sistema ampio e consolidato. Un sistema popolato di orchi e uomini neri, di Tronchetti Provera e di Marchionne. Perché nel paese dei Moratti c’è davvero posto per tutti.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    ora denunciami Moratti!

    È il 26 maggio 2009 quando tre operai impegnati nella fermata di primavera negli stabilimenti della Saras a Sarroch, nel sud Sardegna, a pochi chilometri da Cagliari, restano uccisi all'interno di una ...continua

    È il 26 maggio 2009 quando tre operai impegnati nella fermata di primavera negli stabilimenti della Saras a Sarroch, nel sud Sardegna, a pochi chilometri da Cagliari, restano uccisi all'interno di una cisterna satura d'azoto. Una notizia alla quale siamo purtroppo abituati in Italia e forse è anche per questo che non ottiene la giusta risonanza, non almeno come l'incidente alla ThyssenKrupp di Torino. O è una forma di razzismo, come vuole suggerirci l'autore?
    O meglio ancora, la conseguenza di quel capitalismo coloniale che ci racconta nelle pagine di questo racconto di tre morti bianche e dei giochi di potere economico-finanziario che si muovono sopra le teste dei cittadini di Sarroch.
    Mentre ripercorriamo le ultime ore di vita dei tre operai, assistiamo anche ad una serie di operazioni che con questa piccola porzione della Sardegna sembrano non avere nulla a che fare. Vediamo Massimo Moratti impegnato ad ottenere un prolungamento del contratto di Mourinho all'Inter e suo fratello Gianmarco prodigarsi a concludere un accordo con Banca Intesa.
    Sono i giorni del Naomigate, giorni in cui l'equilibrio delle grandi banche è messo in crisi e ci si affanna disperatamente a salvare dalla bancarotta personaggi quali Romain Camille Zaleski, finanziere francese di origine polacca, che riesce ad ottenere grossi prestiti senza garanzie, perchè considerato “too big to fail”, mentre dall'altra parte vengono lasciati andare a fondo i piccoli imprenditori, che scelgono, nella loro solitudine, il suicidio al fallimento. Non possono mancare Tronchetti Provera e lo spolpamento di Telecom Italia, che hanno condannato al licenziamento migliaia di lavoratori e portato loro in tasca miliardi frutto di speculazioni, Marchionne e la Fiat, che sancisce la chiusura degli stabilimenti di Termini Imerese, mentre Lapo Elkann tiene lectio magistralis sul cosa significhi essere uno come Lapo Elkann, imprenditore, tassello fondamentale dell'economia italiana, solo per diritto di nascita. Questi sono, secondo Meletti, tutti esempi di capitalismo coloniale, che ha reso città e territori circostanti, ma talvolta l'intera nazione come nel caso Telecom, schiave del volere di chi si è impadronito dei loro terreni, distruggendo le economie locali alternative, con la promessa di posti di lavori sicuri fino a che il margine di profitto fosse rimasto interessante per i padroni, impedendo di fatto uno sviluppo autonomo del territorio e delle comunità. È lo stesso schema applicato in età coloniale dalla Compagnie delle Indie.
    Questo sistema sfrutta e si appoggia sull'altro problema fondamentale che va a braccetto con la sicurezza e gli incidenti sul lavoro: il precariato. Due dei tre operai, infatti, lavoravano per ditte che fornivano in subappalto lavoro per le operazioni straordinarie. Operai precari, sottopagati, senza alcun tipo di formazione. Carne da macello. All'indomani della tragedia non una parola dalla Cgil nazionale, il cordoglio della famiglia Moratti, le cifre proclamate riguardo gli investimenti in sicurezza (comunque inferiori allo stipendio di Julio Cesar, portiere dell'Inter), le posizioni della Marcegaglia, non estranea agli incidenti sul lavoro, le parole del Presidente della Regione Sardegna Ugo Capellacci. Tutte mosse di circostanza. Un'indignazione temporanea.
    Il bruciore che si sente e che Meletti ci descrive, ricorrendo anche alle parole lasciate su Facebook dai colleghi e amici dei tre lavoratori, è rabbia. Gli oltre 800 milioni di debiti dell'Inter, lo stipendio d'oro dei Moratti, le speculazioni borsistiche delle azioni Saras gonfiate fino a 6 euro di valore di vendita e sgonfiatesi subito dopo al loro valore reale di 1,5 euro, con enormi guadagni per la famiglia Moratti messi in cassaforte “per il business di famiglia” come loro dichiarano, si muovono sopra le vite dei giovani sarrochesi divisi tra chi nutre un odio sfrenato e chi con cautela critica ma non può ribellarsi contro quell'unica fonte di sostentamento. È un rapporto di amore ed odio quello che li lega alla Saras. Da una parte ci si sente figli coccolati, cresciuti sotto l'ombra dei bruciatori della raffineria più grande del Mediterraneo, dall'altra si rimpiangono quegli 800 ettari di costa strappati al turismo, alla pesca, all'agricoltura, alla pastorizia. Crea divisioni tra poveri: i privilegiati dipendenti della Saras con elmetti da 50 euro e i precari delle imprese appaltatrici a cui sono concessi quelli da 20 euro e i rischi peggiori.
    Le alternative sono negate perché il capitalismo coloniale ha fatto terra bruciata intorno a sé, ha strappato tutto a questa terra comprese le giovani vite di operai che sognavano un futuro migliore, normale, fatto di famiglia, lavoro, sacrifici. Sul Golfo degli Angeli intanto continuano le nuvole di fumo, le rosse fiamme in lontananza, la Saras si staglia all'orizzonte con alle spalle un mare malato di petrolio, dove i fenicotteri rosa paiono trovar naturale quella presenza ingombrante. Altrove si festeggiano le vittorie di Mourinho, Massimo Moratti può finalmente riconsegnare alla sua Milano la squadra che il padre Angelo rese indimenticabile.

    ha scritto il 

  • 4

    Riguarda tutti!

    Mi piace quando riesco a leggere qualcosa che dà un punto di vista diverso. Il valore di una inchiesta del genere è che fa diventare una tragedia apparentemente lontana da noi, dalla nostra routine e ...continua

    Mi piace quando riesco a leggere qualcosa che dà un punto di vista diverso. Il valore di una inchiesta del genere è che fa diventare una tragedia apparentemente lontana da noi, dalla nostra routine e dai nostri pensieri quotidiani in evento a noi vicino, ci costringe a porci domande, sia che siamo d'accordo oppure no, e vedere il mondo che scorre con le sue molte storie con occhi più capaci...

    ha scritto il 

  • 4

    “Nel paese dei Moratti” di Giorgio Meletti è un’agghiacciante inchiesta sul sistema industriale italiano e sulle imprese dei Moratti in particolare. Indagando sull’atroce morte di tre operai nella raf ...continua

    “Nel paese dei Moratti” di Giorgio Meletti è un’agghiacciante inchiesta sul sistema industriale italiano e sulle imprese dei Moratti in particolare. Indagando sull’atroce morte di tre operai nella raffineria Saras di Sarroch, vicino Cagliari, il giornalista mette a fuoco tutti gli imbrogli e le truffe che stanno dietro la brillante immagine del presidente dell’Inter. Il pamphlet nasce seguendo i tre poveri lavoratori nei giorni che precedono quel maledetto 26 maggio 2009 e, contestualmente, mette in primo piano fatti e circostanze, a prima vista irrilevanti, ma che poi finiranno per creare un quadro impressionante della nostra vita civile e politica. L’indagine di Meletti scagiona gli operai, che subito dopo l’incidente vennero tacciati di irresponsabilità e scarsa professionalità e mette sul banco degli accusati l’avidità dei padroni milanesi. I tre salariati dovevano pulire una cisterna di raffinazione, lavoro delicato ma di routine e invece di trovare l’ambiente di lavoro con tracce di anidride solforosa, come di solito, trovarono la cisterna satura di micidiale azoto, insufflato a loro insaputa e senza nessuna traccia dei capitolati dei lavori. Tutto ciò venne fatto per evitare alcuni giorni di fermo impianti che sarebbe costato denaro agli imprenditori. Per schivare ogni responsabilità, i dirigenti dello stabilimento arrivarono a incolpare il più giovane dei deceduti di essere entrato nella cisterna per fumare in santa pace, non sapendo che il povero Gigi, lavoratore precario a 900 euro al mese, non fumava. Insieme alla tragica vicenda dell’incidente, svelata senza i sotterfugi e le bugie della versione ufficiale il libro ci fa conoscere i retroscena più segreti dell’impero della Saras come la quotazione ufficiale, che rese la bella cifra di 1 miliardo e 710 milioni di euro di cui almeno 350-500 milioni furono sovrastimati per una stima gonfiata. Tutti questi soldi non vennero usati per gli investimenti, come sarebbe stato logico e come sarebbe avvenuto nel caso di un aumento di capitale ma entrarono direttamente nelle capaci tasche dei due scaltri imprenditori. Un’email intercettata ad uno dei banchieri collocatori delle azioni chi spiega a cosa servivano questi soldi, truffati agli azionisti. Un pezzo molto grosso di Jp Morgan, una delle banche d’affari che curarono il collocamento, lo spagnolo Emilio R. Saracho scrive: “Devi essere al corrente del fatto che abbiamo ottenuto 1,6 miliardi ma uno dei due deve ripagare 500 milioni di debiti e così quella parte non la vedremo per molto tempo.”
    La fretta dei Moratti per riattivare al più presto lo stabilimento durante la manutenzione programmata nasce anche dalla volontà di perdere meno soldi possibile durante la fermata della produzione. Anche nei periodi di crisi come nel fatale 2009 la Saras continuò ad erogare dividendi malgrado abbia perso 103 milioni di euro e per tali dividendi i due fratelli Moratti intascarono dal 2003 al 2008 la bella cifra di 60 milioni di euro ciascuno ogni anno. Alla vicenda della Saras nel libro vengono accostati i casi di altri dissesti finanziari come quello Telecom, quello Unicredit e altri casi esemplari della conduzione finanziaria allegra della Razza Padrona. Un libro da leggere e da rileggere per capire molte cose dell’attualità più vicina a noi e per renderci conto di come abbocchiamo sempre all’amo dell’oppio dei popoli moderno, la grande società dello spettacolo mondano-calcistica. Devo dire di essermi sentito parte in causa perché mio fratello lavora alla Saras ma in ogni caso questo documento è davvero sconvolgente.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro maledetto

    Così sembrerebbe a giudicare dalla denuncia che i Moratti hanno rivolto non solo al suo autore ma a CHIUNQUE lo pubblicizzi e lo diffonda! Che bruci sulla pubblica piazza come i libri di Marx e Freud ...continua

    Così sembrerebbe a giudicare dalla denuncia che i Moratti hanno rivolto non solo al suo autore ma a CHIUNQUE lo pubblicizzi e lo diffonda! Che bruci sulla pubblica piazza come i libri di Marx e Freud sotto il Nazismo, si discacci il reprobo autore dalla comunità dei degni e magari si dia fuoco pure a lui. Così finalmente giustizia (quella molto personale dei Moratti) sarà fatta. A chi invece vuol rischiare la galera, consiglio vivamente di leggerselo questo libro prima di bruciarlo per cancellare le prove, perchè è uno dei rari casi in cui la serietà dell'indagine giornalistica è anche accompagnata da una prosa vivace ed elegante che permette al gusto estetico di sopravvivere all'indignazione che indubbiamente i fatti narrati incutono nel lettore. E' un libro che si preferirebbe non dovesse esistere, ma che in un'Italia da terzo mondo è invece indispensabile che ci sia e che cozzi contro le coscienze dei benpensanti fino a sgretolarle. Auguri Meletti!

    ha scritto il 

  • 3

    Il libro racconta una vicenda di ordinaria tragedia sui luoghi di lavoro, inquadrandola nel contesto più ampio del funzionamento del capitalismo italiano. Eccede a volte un po' nella retorica e altre ...continua

    Il libro racconta una vicenda di ordinaria tragedia sui luoghi di lavoro, inquadrandola nel contesto più ampio del funzionamento del capitalismo italiano. Eccede a volte un po' nella retorica e altre volte l'andamento è un po' disorganico, ma è un libri che merita di essere letto.

    ha scritto il 

  • 4

    E' uno di quei libri che, soto sotto, non vorresti mai leggere. prima di tutto per la storia drammatica che racconta. Poi per il quadro desolante che fa del cosiddetto capitalismo italiano. Infine per ...continua

    E' uno di quei libri che, soto sotto, non vorresti mai leggere. prima di tutto per la storia drammatica che racconta. Poi per il quadro desolante che fa del cosiddetto capitalismo italiano. Infine per la sensazione che, pur davanti a una denuncia così circostanziata, nulla cambierà.
    Ma è troppo facile dire preferisco non sapere.
    Non posso dire se tutto ciò che è riportato è vero o è riferito in maniera corretta: certamente, giunti all'ultima pagina, si resta con l'amaro in bocca.
    tanto amaro in bocca che a fatica emerge la domanda necessaria: cosa possiamo fare? Cosa posso fare perchè tutto questo cambi?
    Se intento dell'autore era di gettare un sasso nello stagno ci è riuscito benissimo.
    Se intento dell'autore era di lanciare una provocazione il bersaglio è stato colto.
    Ora mi chiedo come si possa fare il passo mancante: costruire un progetto di sicurezza e tutela della salute sui luoghi di lavoro; definire regole per il sistema bancario che siano effettivamente trasparenti e produttive; definire principi e regole che possano monitorare, anche eticamente, i comportamenti delle aziende.
    L'autore non si schiera, perfino non si indigna o si scandalizza: da buon cronista racconta e lascia al lettore il passo successivo. Ma alla fine il buono di un libro come questo sta proprio nel suo esserci.

    ha scritto il