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New York Trilogy

(Old Edition) (New American Fiction Series, No 4-6)

By

Publisher: Sun and Moon Press

3.8
(5486)

Language:English | Number of Pages: | Format: Hardcover | In other languages: (other languages) Spanish , Chi traditional , French , Catalan , Italian , German , Chi simplified , Dutch , Swedish , Portuguese , Farsi , Czech

Isbn-10: 155713166X | Isbn-13: 9781557131669 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Audio Cassette , Others , eBook

Category: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Philosophy

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Book Description
Paul Auster's signature work, The New York Trilogy, consists of three interlocking novels: City of Glass, Ghosts, and The Locked Room—haunting and mysterious tales that move at the breathless pace of a thriller.
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  • 3

    Ho letto il libro con curiosità e piuttosto velocemente. ciascun racconto ed i suoi personaggi sembrano rincorrersi ed avvilupparsi su se stessi così pure i tre racconti. che dire: la scrittura è flui ...continue

    Ho letto il libro con curiosità e piuttosto velocemente. ciascun racconto ed i suoi personaggi sembrano rincorrersi ed avvilupparsi su se stessi così pure i tre racconti. che dire: la scrittura è fluida ma che vuol dire?

    said on 

  • 4

    Interessante trilogia di raffinati racconti gialli che escono un po' dagli schemi. E' stata la mia prima lettura di questo autore e devo dire che mi ha colpito.

    said on 

  • 4

    "Ogni vita è inspiegabile, continuavo a ripetermi. Per quanti fatti si riferiscano, per quanti dettagli vengano forniti, il nocciolo resiste alla rappresentazione."

    La Trilogia di New York, il mio secondo incontro con Paul Auster, è composta da tre racconti ambigui.
    Definirli di genere poliziesco mi sembra veramente assurdo, visto che le indagini culminano tutte ...continue

    La Trilogia di New York, il mio secondo incontro con Paul Auster, è composta da tre racconti ambigui.
    Definirli di genere poliziesco mi sembra veramente assurdo, visto che le indagini culminano tutte con un buco nell'acqua più o meno profondo. Non ci sono intrighi da dipanare, non ci sono assassini da smascherare, ci sono soltanto uomini che osservano altri uomini, gente che scruta nell'ombra, nascosta tra i bidoni della spazzatura o appostata con un binocolo alla finestra del palazzo di fronte. Uomini ossessionati dall'obiettivo assegnato loro che esaminano febbrilmente lettere e appunti alla ricerca di un indizio, di una pista: un concetto che sembra sfuggire, legato com'è al succedersi preciso e cadenzato degli eventi.
    Ma qui non c'è nessuna pista, ci sono soltanto vite umane che, in quanto tali, sembrano opporsi a qualsiasi tipo di ordine, oltre a quello cronologico.

    "In generale le vite sembrano sterzare bruscamente da un punto all'altro, urtare e sobbalzare, dimenarsi. Una persona prende una direzione, poi a metà strada svolta di colpo, si impantana, scarroccia, riparte. Niente è mai noto, e inevitabilmente giungiamo a una meta completamente diversa da quella verso cui eravamo partiti."

    Vi è chiaro il concetto?
    Se cercate letture lineari, popolate da personaggi da amare/odiare o in cui immedesimarvi, lasciate perdere questa sega mentale in tre atti che Auster mette in piedi con straordinaria maestria, inserendovi affascinanti digressioni riguardanti il linguaggio e la scrittura, che a loro volta si trasformano in seghe mentali subordinate, mentre il tema principale resta sempre lo stesso: la vita, o meglio la sua rappresentazione, attraverso gli strumenti di cui sopra, quelli della narrazione.

    Il libro perfetto per il lettore insonne e incline all'introspezione, che sono io ovviamente!
    Un labirinto che si innalza a partire dalle nostre convinzioni più radicate, un luogo surreale in cui finzione e illusione si mescolano impedendoci di distinguere i confini della realtà. Non ci sono certezze in questo mondo: il cattivo potrebbe essere chiunque, l'osservatore o l'osservato, e questa consapevolezza, in fondo così banale a pensarci, sembra ribaltare la visione comune delle cose, costantemente univoca su certi concetti di base. Qui invece non c'è niente di univoco, di scontato, di ovvio: il mistero avvolge ogni esistenza, anche la più noiosa, e ci ricorda ancora una volta che le apparenze ingannano e che non dobbiamo fidarci ad una prima occhiata ma andare oltre, indagare per saperne di più.

    Non aspettatevi nemmeno una descrizione di New York: non si tratta di un romanzo realtista, non ci sono descrizioni fedeli degli angoli più pittoreschi della città, ma solo un fondale cupo, sfocato e opprimente che riflette l'angoscia senza via d'uscita che anima i protagonisti, prigionieri di una ricerca che resterà insoluta, senza risposte.

    La percezione di un libro muta in base allo stato d'animo con cui ne affrontiamo la lettura e io mi sono abbandonata a questo libro in giorni tristi, come sempre mi succede quando ho il cuore spezzato, e non ho potuto fare a meno di trovare una piccola descrizione della persona che mi ha lasciato, anche tra le pagine di Auster.

    “Per la prima volta in vita sua si ritrova solo con se stesso, senza nulla di concreto fra le mani, nulla che gli faccia distinguere un momento da quello seguente. Non si è mai occupato granché del proprio mondo interiore, della cui esistenza era cosciente, ma come fosse un'entità ignota, inesplorata e pertanto oscura anche a lui. Se ben ricorda, si è sempre mosso velocemente sulla superficie delle cose, studiandone la scorza al solo fine di percepirle, considerandone una per passare subito alla successiva. Ha sempre goduto di questo rapporto col mondo, per cui alle cose non chiedeva nient'altro che di esistere. E fino ad ora sono esistite, stagliandosi evidenti alla luce del giorno, dichiarandogli senza incertezze ciò che erano, così perfettamente se stesse - e nient'altro - che non ha mai dovuto indugiare al loro cospetto né tornare a guardarle.”

    Lo scrivo non perché mi interessa che sappiate i fatti miei, ma perché sono io a voler tenere traccia dei miei pensieri e delle mie emozioni; così quando un giorno, a distanza di anni, rileggerò questo commento, mi ricorderò di questa persona e di quello che mi ha insegnato.

    said on 

  • 1

    Irritante e sconclusionato esercizio di stile che per una pragmatica come me ha solo difetti su difetti. Lettura lenta, cupa, pieni di fantomatici collegamenti tra le 3 storie, troppo campate in aria ...continue

    Irritante e sconclusionato esercizio di stile che per una pragmatica come me ha solo difetti su difetti. Lettura lenta, cupa, pieni di fantomatici collegamenti tra le 3 storie, troppo campate in aria per stuzzicare l'attenzione di chi legge. Solo l'ultimo racconto aveva un che di promettente, rovinato dalle pagine finali, molto rappresentative del mio stato di lettrice scocciata.

    said on 

  • 0

    Città di vetro

    Ero partita alla grande che li volevo leggere tutti in fila, ma dopo aver letto il primo ho deciso che mi do a qualcosa di meno impegnativo e poi leggo il secondo.
    Chiariamoci, sono solo 130 pagine, m ...continue

    Ero partita alla grande che li volevo leggere tutti in fila, ma dopo aver letto il primo ho deciso che mi do a qualcosa di meno impegnativo e poi leggo il secondo.
    Chiariamoci, sono solo 130 pagine, ma di una densità specifica notevole.
    Già dalle prime tre righe hai proprio la sensazione di avere davanti qualcosa che ha fatto la storia della letteratura.
    Non solo per come scrive, ma anche per cosa scrive, come lo intesse.
    E' un andare ad indagare nelle profondità dell'abisso della mente umana, della sua psiche, con una storia assurda sullo sfondo, talmente assurda che non si stenta a crederla vera, una storia piena di buchi che il lettore deve riempire da sé.
    Un qualcosa comunque che va digerito.

    said on 

  • 4

    "Non c'e' ne storia, nè intreccio, nè azione... nient'altro che un uomo seduto da solo in una stanza a scrivere un libro. Tutto qui..."

    La trilogia di New York si compone di tre racconti: "La città di vetro", "Fantasmi" e "La stanza chiusa".

    Son definite detective-stories... Mah!!! Nei racconti sì ci sono dei detective... ma con le a ...continue

    La trilogia di New York si compone di tre racconti: "La città di vetro", "Fantasmi" e "La stanza chiusa".

    Son definite detective-stories... Mah!!! Nei racconti sì ci sono dei detective... ma con le affinità di genere per me la finiamo lì...

    Il detective indaga sì, ma all'interno, nella stanza privata che è il suo cervello, alla ricerca di un senso della vita dell'uomo che non riesce a trovare.

    Il detective chi è? E' lo scrittore? E' il lettore? Tale indagine ha un senso? In una ciclica rincorsa alla reciproca necessità di impersonificazione tra lettore e scrittore, la risposta che dà Auster è che un senso non c'è, che ogni vita è inspiegabile, fatta di fatti accidentali e fine a se stessa ("la morale è che ogni vita è fine a se stessa. Che è come dire: le vite degli uomini non hanno senso"). Nessuno è in grado di comprendere il prossimo (nemmeno lo scrittore che, scrivendo, tenta di indagarlo), in quanto rimane esso stesso imperscrutabile a se stesso.

    I tre racconti, si comprende avanzando nella lettura, altro non sono che una storia sola, ma ad un diverso stadio di consapevolezza dell'autore (e di conseguenza del lettore che lo segue). Quindi, il lettore, arrivato alla terza lettura si è talmente scervellato per capire dove volesse andare a parare quest'uomo (Auster), che la terza storia non porta alcuna sorpresa, anzi forse è pure un po' troppo convenzionale con tutta la "palestra mentale" che ha fatto con i primi due racconti... :D

    Ergo, di giallo a mio giudizio c'è poco poco, ma, in compenso, il "pipponico" e il cervellotico son dispensati a pienissime mani: in estrema sintesi definirei il romanzo un non racconto (uno e trino), in un non luogo, di non persone.

    Di seguito i pensieri che mi hanno indotto i racconti da cui ho dedotto le riflessioni più sopra riportate.

    "Città di vetro" --> Il significato preponderante del racconto, a mio parere, sta nel gioco di specchi che è la finzione narrativa, nella necessità dello scrittore di impersonificare i personaggi di cui scrive, o almeno il ruolo del personaggio di cui scrive. La risoluzione è la follia in cui cade lo scrittore che ad un certo punto è impossibilitato a distinguere tra finzione e realtà. Che crede di coglierla attraverso gli appunti che prende in un taccuino rosso, ma il taccuino rosso contiene, fatamente, solo un pezzo della storia.
    ("Che significa per uno scrittore firmare un libro con il proprio nome? perchè alcuni decidono di nascondersi dietro ad uno pseudonimo? e, in tutti i casi, uno scrittore vive davvero una vita reale?")

    "Fantasmi"--> Blue investigatore, sotto commissione di White, assume l'incarico di pedinare Black. Black non fa altro che scrivere una storia, e sembra vivere (o avere scopo di vita) solo per il fatto che qualcuno lo osserva. Ma l'unico scopo di Blue è osservare Black...Ma forse anche Black osserva Blue... Non succede nulla se non l'osservazione reciproca di Black e Blue. E alla fine il lettore capisce...che sta leggendo la storia di Blue che osserva Black, che a sua volta osserva Blue, e questo è l'unico senso della storia... E qui emerge l'ironico e sottile sfottimento che Auster opera nei confronti del lettore, che legge per cercare un senso, ma l'unico senso che si trova è costruito a tavolino...
    (".. cosa ci faceva là dentro? Scriveva storie. Tutto qua Scriveva e basta? Scrivere è un mestiere per solitari. Ti prosciuga. In un certo senso, lo scrittore non ha una vita propria. Anche quando lo hai di fronte non c'e' veramente. Un altro fantasma. ")

    "La stanza chiusa" --> L'ultimo racconto rientra un po' più nei canoni di un racconto tradizionale. C'e' una trama appena piu' sviluppata, un racconto in cui c'e' pure un amore, c'è pure una presunto abbandono di un uomo della moglie, c'è pure un accenno di sviluppo amoroso, c'è una indagine, c'è sempre uno scrittore, c'è sempre un detective, c'è sempre una ricerca di identificazione tra chi insegue e chi è inseguito che porta a frustrazione per presa consapevolezza che la vita non ha senso.

    Auster quindi si mette a tavolino e svela attraverso i tre racconti il raffinato processo intellettuale di costruzione in laboratorio della storia, sempre la stessa storia che si sviluppa man di mano nella testa dello scrittore. I primi due racconti pare contengano il messaggio e l'idea, mentre il terzo racconto li "veste", è il racconto vero e proprio abbellito di particolari (ovviamente mia interpretazione)

    Auster talentuoso è talentuoso. Il romanzo così concepito e architettato per me ha del geniale. Il piacere che si trova in questa lettura non è nella lettura stessa ma nelle elucubrazioni che induce nel lettore, negli arrovellamenti che ti fa fare, nel compiacimento di esserti districato in mezzo alle matasse aggrovigliate e parecchio cerebrali.

    In questo romanzo ho trovato Auster forse un po' troppo compiaciuto, un po' troppo costruito...ma il grande merito che gli riconosco è che, alla terza lettura di una sua opera, non ho ancora visto una ripetizione, nè nello stile, nè nel genere di romanzo. Muta. E' capace di mutare. E per farlo, per me, bisogna essere bravi.

    Quattro stelle quindi ad Auster e al suo talento. Io, che ho il gusto del cervellotico durante la lettura mi son divertita, ma non è sicuramente un romanzo che consiglierei a cuor leggero.

    said on 

  • 1

    Quando la tecnica prevarica la sostanza, quando la naturalezza del racconto è messa in secondo piano rispetto alla volontà di dimostrare quanto si è bravi e sagaci. Artificioso e cervellotico, ripetit ...continue

    Quando la tecnica prevarica la sostanza, quando la naturalezza del racconto è messa in secondo piano rispetto alla volontà di dimostrare quanto si è bravi e sagaci. Artificioso e cervellotico, ripetitivo e superficiale. Una delusione, un libro letto fino in fondo unicamente per forza di volontà anche se l'interesse era svanito ormai da molto tempo.

    said on 

  • 4

    La Trilogia di New York è stato il primo libro di Auster che ho letto e mi ha positivamente sconvolta. Positivamente perchè Auster ha uno stile di scrittura e un’invettiva davvero brillanti e fuori da ...continue

    La Trilogia di New York è stato il primo libro di Auster che ho letto e mi ha positivamente sconvolta. Positivamente perchè Auster ha uno stile di scrittura e un’invettiva davvero brillanti e fuori dall'ordinario. Sconvolta perché mi sono smarrita nel labirinto di strade, personaggi, intrecci, taccuini rossi, giochi di specchi, di parole e di personalità. Io e la mia matitina (da perfette illuse detective) speravamo di cogliere e ricollegare i tantissimi dettagli ed indizi sparsi ad arte nei tre racconti. Ma il tentativo di dare un senso logico a questi racconti è puramente vano: sono storie senza finali che trasportano il lettore in un mondo sospeso di punti di domanda ed interpretazioni. Per me è stata un’esperienza folgorante!

    said on 

  • 2

    https://some1elsenotme.wordpress.com/2015/02/18/trilogia-di-new-york-di-paul-auster/

    La quarta dice:

    "Pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987, i tre romanzi Città di vetro, Fantasmi, L ...continue

    https://some1elsenotme.wordpress.com/2015/02/18/trilogia-di-new-york-di-paul-auster/

    La quarta dice:

    "Pubblicati per la prima volta tra il 1985 e il 1987, i tre romanzi Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa, che compongono la Trilogia di New York, sono diventati classici della letteratura americana contemporanea."

    Personalmente parlerei di tre lunghi racconti che vanno sul noir racchiusi in poco più di 300 pagine complessive. Parlerei di un primo racconto dolorosamente imbarazzante, in cui la prosa zoppa e immatura di Auster – è quel genere di testo in cui i protagonisti dicono cose come “chi va sano va piano e va lontano” e aspirano a sembrare arguti, quel genere di testo che assomiglia davvero troppo al primo manoscritto dello scrittore dilettante – non riesce a tenere in piedi un progetto di storia a incastri, con wannabe livelli e metalivelli di lettura, mai sufficientemente chiaro.

    Parlerei poi di un secondo racconto più conciso e certo meglio amalgamato – ma ancora non convincente – il quale riprende a grandi linee alcune delle tematiche sfiorate nel primo: l’osservare e l’essere osservati, i ribaltamenti di ruolo, i giochi di specchi di quasi velasqueziana memoria.

    Parlerei infine di un terzo più riuscito testo, dall’atmosfera vagamente E. A. Poe, un testo ben scritto e dal discreto ritmo, un testo che fila via snello ma che – anche qui – pur lanciando qua e là impastati suggerimenti su possibili collegamenti tra le tre parti, mai riesce a essere credibile fino in fondo. Troppe strizzatine d’occhio, insomma, ma poca concretezza.

    In ognuno dei tre racconti si parla di detective solitari, di persone misteriose da pedinare e di gente che scrive, che scrive sullo scrivere e che parla di libri scritti o da scrivere. Spesso si fa largo l’idea di star leggendo la stessa (essenza di) storia da tre punti di vista differenti, ma se tale era il proposito di Auster (e lo era), la sua scrittura non è riuscita a fare chiarezza al proposito. Per di più rimane viva la sensazione che la nebulosità comunicata non sia voluta, non sia perseguita scientemente, ma sia invece l’inatteso risultato di un’incapacità nella messa in scena. Gli espedienti utilizzati da Kieslowski (nella sua ben più riuscita trilogia) per ricordarci che c’è una certa continuità tra le parti qui non fanno un granché presa. Sembrano buttati lì tanto per, come sembrano spesso immotivati i repentini cambi di umore o le improvvise (e spesso assurde) decisioni di personaggi piatti e incomprensibili. Tutti risultati di una prosa che mi è parsa rigida e povera, perlomeno nei primi due racconti. Il terzo, ribadisco, è qualitativamente di altra caratura e sa tenere vivo l’interesse fino alle sue ultime pagine. E’ l’unico che, tutto sommato, merita di esser letto.

    said on 

  • 3

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2015/02/01693-la-trilogia-de-nueva-york-paul-auster.html

    En La trilogía de Nueva York Auster habla sobre el azar, la identidad, desapariciones, el lenguaje ...continue

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2015/02/01693-la-trilogia-de-nueva-york-paul-auster.html

    En La trilogía de Nueva York Auster habla sobre el azar, la identidad, desapariciones, el lenguaje de Dios, cuadernos rojos, la escritura, habitaciones cerradas e imágenes reflejadas, sobre los márgenes del yo, las mentiras y las personalidades múltiples, sobre la locura, la búsqueda de un paraíso nuevo, ausencias que pesan como fantasmas y presencias que se diluyen en la inacción, sobre ermitaños en la ciudad, detectives que no lo son y misterios sin un final claro, tres historias donde se la realidad se convierte en algo borroso y la propia identidad desaparece para dejar un vacío, donde un hombre reconstruye un cambio de personalidad y una extraña vigilancia antes de abordar su propia historia de azar, fantasmas y desapariciones. Son historias de detectives, una vuelta de tuerca al género negro, o un acercamiento donde lo que importa no es la resolución de un caso sino una investigación sobre la identidad propia.

    Los personajes son solitarios, viven en modestas casas, en pequeñas habitaciones donde construir una especie de muro (trasladan al Thoreau de Walden a una gran ciudad), seres ajenos a la sociedad que pasean por las calles por el placer de ralentizar sus pensamientos y desaparecer en un cómodo vacío interior, escritores/detectives que buscan llevar el azar hasta su última frontera, que vigilan a otras personas encerrados en habitaciones, tan solitarios y extremos los vigilantes como los vigilados, un juego que se inicia por azar y que acaba en desapariciones tanto físicas como emocionales, un estado catatónico. En Ciudad de cristal, un escritor ermitaño y que escribe con seudónimo, suplantará la personalidad de un desconocido para investigar un delirante caso. En Fantasmas, un detective vigila cada día a un hombre que sólo escribe delante de una ventana hasta que su vida queda detenida y atrapada en una pequeña habitación. En La habitación cerrada, un escritor se convierte en el custodio del legado de un amigo desaparecido, su vida trastocada por la desaparición del amigo, su ausencia que influye en cada uno de sus gestos, que lo lleva al límite de la cordura.

    Las habitaciones cerradas de Auster no son sólo físicas, también situadas dentro del cráneo. Quinn se aleja del mundo tras perder a su esposa e hijo y escribe con seudónimo historias de detectives en una habitación pequeña. En su infancia, Peter Stillman pasó por la oscuridad y el silencio de un encierro, su padre que quería descubrir cuál era el idioma propio de Dios. Azul vigila a Negro, ambos se vigilan desde sus respectivas habitaciones, ambos necesitan del otro para darle un sentido a su vigilancia. Fanshawe se recluye en una habitación para cumplir su promesa de morir a los sietes años de su desaparición. Auster inmoviliza a sus personajes en esas habitaciones, cuando salen de ellas algo sucede y pierden el paso, desaparecen o se internan en el vacío, en la duda última sobre su identidad, sobre quiénes son. Algunos de estos personajes reaparecerán en Viajes por el scriptorium, un ajuste de cuentas entre losa personajes y su creador (encerrado en una habitación y que asiste al juicio de sus personajes).

    Auster también se centra en la identidad, en deshacer las capas internas hasta quedar desnudos y vacíos. Quinn usa seudónimo para sus libros, escribe sobre un detective privado por el que ve el mundo, se hace pasar por un tal Paul Auster, y acaba siguiendo a un hombre viejo que experimentó con su hijo para buscar el lenguaje único antes de la torre de Babel. Quinn desaparece dentro de sí mismo, es un personaje literario o un detective, su identidad de deshace hasta que se convierte en un vagabundo que acecha no sabe qué, que sólo ve el cielo desde su escondite en un callejón, que olvida quién es, la inacción llevada al extremo. Azul pasa por un proceso similar, vigila a Negro, alguien que escribe junto a una ventana, el tiempo se ralentiza, la rutina depende del otro, es Thoreau y es un indio en mitad de la ciudad. El narrador de La habitación cerrada busca a su amigo desaparecido para seguir con la nueva vida que ha conseguido. Reúne pistas y persigue un fantasma. Y ese fantasma anida en su interior. La identidad de los personajes, las desapariciones de los otros y dentro de sí mismos, llegar a una especie de vacío donde no están claros los límites entre la realidad y la locura, ser ajenos a sí mismos.

    En La trilogía de Nueva York están los elementos que definirán los posteriores libros de Auster, el azar y la palabra y las historias dentro de la historia principal, la escritura directa y, también, abstracta, los finales difusos e inconclusos, las calles de Nueva York, el tono que recuerda a Kafka, Beckett o al Hamsun de Hambre. De las tres historias de esta trilogía, me quedo con La habitación cerrada (de Ciudad de cristal, la búsqueda del primer lenguaje y el nuevo mundo como un segundo paraíso, de Fantasmas, los paseos fuera de la habitación y las referencias a Thoreau)

    En Ciudad de cristal. ( … ) Verá, el mundo está fragmentado, señor. No sólo hemos perdido nuestro sentido de finalidad, también hemos perdido el lenguaje con el que poder expresarlo. Éstas son cuestiones espirituales, sin duda, pero tienen su correlación en el mundo material. Mi brillante jugada ha sido limitarme a las cosas físicas, a lo inmediato y tangible. Mis motivos son elevados, pero mi trabajo se desarrolla ahora en el reino de lo cotidiano. Por eso me malinterpretan a menudo. Pero no importa. He aprendido a no dar importancia a esas cosas.
    -Una respuesta admirable.
    -La única respuesta. La única digna de un hombre de mi talla. Verá, estoy en el proceso de inventar un nuevo lenguaje. Teniendo que hacer un trabajo como ése, no puedo preocuparme por la estupidez de los demás. En cualquier caso, todo es parte de la enfermedad que estoy tratando de curar.
    -¿Nuevo lenguaje?
    -Sí. Un lenguaje que al fin dirá lo que tenemos que decir. Porque nuestras palabras ya no se corresponden con el mundo. Cuando las cosas estaban enteras nos sentíamos seguros de que nuestras palabras podían expresarlas. Pero poco a poco estas cosas se han partido, se han hecho pedazos, han caído en el caos. Y sin embargo nuestras palabras siguen siendo las mismas. No se han adaptado a la nueva realidad. De ahí que cada vez que intentamos hablar de lo que vemos, hablemos falsamente, distorsionando la cosa misma que tratamos de representar. Esto ha hecho que todo sea confusión y desorden. Pero las palabras, como usted comprende, son susceptibles de cambio. El problema es cómo demostrarlo. Por eso trabajo ahora con los medios más simples, tan simples que hasta un niño pueda comprender lo que digo. Considere una palabra que remite a una cosa: “paraguas”, por ejemplo. Cuando digo la palabra “paraguas”, usted ve el objeto en su mente. Ve una especie de bastón con radios metálicos plegables en la parte superior que forman una armadura para una tela impermeable, la cual, una vez abierta, le protegerá de la lluvia. Este último detalle es importante. Un paraguas no sólo es una cosa, es una cosa que cumple una función, en otras palabras, expresa la voluntad del hombre. Cuando uno se para a pensar en ello, todos los objetos son semejantes al paraguas, en el sentido de que cumplen una función. Ahora, mi pregunta es la siguiente: ¿qué sucede cuando una cosa ya no cumple su función? ¿Sigue siendo la misma cosa o se ha convertido en otra? Cuando arrancas la tela del paraguas, ¿el paraguas sigue siendo un paraguas? Abres los radios, te los pones sobre la cabeza, caminas bajo la lluvia, y te empapas. ¿Es posible continuar llamando a ese objeto un paraguas? En general, la gente lo hace. Como máximo, dirán que el paraguas está roto. Para mí eso es un serio error, la fuente de todos nuestros problemas. Puesto que ya no cumple su función, el paraguas ha dejado de ser un paraguas. Puede que se parezca a un paraguas, puede que haya sido un paraguas, pero ahora se ha convertido en otra cosa. La palabra, sin embargo, sigue siendo la misma. Por lo tanto, ya no puede expresar la cosa. Es imprecisa; es falsa; oculta aquello que debería revelar. Y si ni siquiera podemos nombrar un objeto corriente que tenemos entre las manos, ¿cómo podemos esperar hablar de las cosas que verdaderamente nos conciernen? A menos que podamos comenzar a incorporar la noción de cambio a las palabras que usamos, continuaremos estando perdidos.

    ( ... )

    En Fantasmas. Hasta ahora Azul no ha tenido muchas oportunidades de permanecer inactivo, y esta nueva ociosidad le ha dejado un poco perdido. Por primera vez en su vida le parece que le han dejado a solas consigo mismo, sin nada a que agarrarse, nada que le permita distinguir un momento del siguiente. Nunca ha pensado mucho en su mundo interior, y aunque siempre ha sabido que estaba allí, ha sido un territorio desconocido, inexplorado y por tanto oscuro, incluso para sí mismo. Se ha movido rápidamente por la superficie de las cosas hasta donde puede recordar, fijando su atención en esas superficies sólo con el fin de percibirlas, valorando una y pasando a la siguiente, y siempre se ha conformado con el mundo tal cual era, sin pedir más a las cosas que su presencia allí. Y hasta ahora allí han estado, vívidamente grabadas contra la luz del día, diciéndole claramente lo que son, tan perfectamente ellas mismas y nada más, que nunca ha tenido que detenerse ante ellas o mirarlas dos veces. Ahora, de repente, con el mundo apartado de él, sin nada que ver excepto una vaga sombra llamada Negro, se encuentra pensando en cosas que nunca se le habían ocurrido, y esto también ha empezado a inquietarle. Si pensar es quizá una palabra demasiado fuerte en este momento, un término algo más modesto -especulación, por ejemplo- no se alejaría de la realidad. Especular, del latín speculatus, que significa espejo. Porque mientras espía a Negro al otro lado de la calle es como si Azul estuviera mirándose al espejo, y en lugar de simplemente observar a otro, descubre que también se está observando a si mismo. La vida se ha ralentizado tan drásticamente para él que Azul ahora es capaz de ver cosas que antes escapaban a su atención. La trayectoria de la luz que pasa por la habitación cada día, por ejemplo, y la forma en que el sol a ciertas horas refleja la nieve en el extremo más lejano del techo de su habitación. Los latidos de su corazón, el sonido de su aliento, el parpadeo de sus ojos, Azul es consciente de estos minúsculos acontecimientos, y por más que intenta no fijarse en ellos, persisten en su mente como una frase absurda repetida una y otra vez. Sabe que no puede ser verdad, y sin embargo, poco a poco, esta frase parece estar cobrando sentido.

    ( ... )

    En La habitación cerrada. Vagabundeé mentalmente durante varias semanas, buscando la manera de empezar. Toda vida es inexplicable, me repetía. Por muchos hechos que se cuenten, por muchos datos que se muestren, lo esencial se resiste a ser contado. Decir que fulanito nació aquí y fue allá, que hizo esto y aquello, que se casó con esta mujer y tuvo estos hijos, que vivió, que murió, que dejó tras de sí estos libros o esta batalla o ese puente, nada de eso nos dice mucho. Todos queremos que nos cuenten historias, y las escuchamos del mismo modo que las escuchábamos de niños. Nos imaginamos la verdadera historia dentro de las palabras y para hacer eso sustituimos a la persona del relato, fingiendo que podemos entenderle porque nos entendemos a nosotros mismos. Esto es una superchería. Existimos para nosotros mismos quizá, y a veces incluso vislumbramos quiénes somos, pero al final nunca podemos estar seguros, y mientras nuestras vidas continúan, nos volvemos cada vez más opacos para nosotros mismos, más y más conscientes de nuestra propia incoherencia. Nadie puede cruzar la linde que le separa de otro por la sencilla razón de que nadie puede tener acceso a sí mismo.
    Paul Auster
    La trilogía de Nueva York (traducción de Maribel de Juan. Anagrama)

    said on 

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