Niente di nuovo sul fronte occidentale

Di

Editore: Mondadori (Oscar classici moderni)

4.3
(4188)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 225 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Chi tradizionale , Francese , Portoghese

Isbn-10: 8804326654 | Isbn-13: 9788804326656 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Stefano Jacini

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Ancora adolescenti, Paul Borner e i suoi compagni vengono strappati ai banchi di scuola per essere inviati al fronte delle Fiandre, dove affronteranno una realtà di morte e distruzione. La vita diventerà allora soltanto sopravvivenza, un angoscioso aggrapparsi agli istinti di conservazione e un disperato rinsaldare i vincoli di cameratismo per fugare la paura e trovare reciproco sostegno. Un sostegno che tuttavia si affievolirà sempre più, perché uno dopo l'altro i compagni cadranno e Paul Borner, proprio quando avrà ritrovato la forza di guardare al futuro e l'armistizio sarà imminente, morirà colpito da un'ultima granata, mentre il bollettino militare grottescamente annuncerà: "Niente di nuovo sul fronte occidentale". Pubblicato nel 1929, quasi un decennio dopo la fine della Prima guerra mondiale, questo romanzo-diario - uno dei primi best seller del Novecento, anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne venne fatta - formula un messaggio pacifista che ai toni vigorosi dell'impegno civile preferisce quelli struggenti della malinconia e che enormemente contribuì alla sua fortuna.
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  • 5

    1929 e non pare...

    Emozione. Commozione. Impotenza. Rabbia. Paura. Certezza. Carenza. Cameratismo. Coraggio. Forza. Rassegnazione...insomma emozione. E anche scritto con incredibile modernità. Le pagine volano.

    ha scritto il 

  • 5

    “Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: «Niente di nuovo sul fronte occidentale»”

    Prima guerra mondiale: oltre sedici milioni di morti; più di venti milioni di mutilati. Cifre impressionanti che circoscrivono un dramma ad approssimativi numeri ma che non possono dare conto di tutte ...continua

    Prima guerra mondiale: oltre sedici milioni di morti; più di venti milioni di mutilati. Cifre impressionanti che circoscrivono un dramma ad approssimativi numeri ma che non possono dare conto di tutte quelle anime rotte dentro. Adolescenze spezzate che vengono strappate nei giorni più belli. Corpi straziati che se anche sopravvivono non riusciranno più a dare un senso ad un’esistenza che li ha feriti così a fondo.
    Una guerra (questa Prima Guerra Mondiale) che perfino lo storico fatica a comprendere nella sua genesi (“I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra”) figuriamoci un comune cittadino o un semplice studente.
    Attraverso la voce del giovane Paul Baumer, Remarque narra se stesso. La sua storia è quella dei suoi compagni di scuola: studenti diciannovenni che si trovano nel giro di poco tempo catapultati dal banco di scuola alla caserma, prima, e al fronte, poi.
    Infervorati dalla retorica nazionalista degli insegnanti sognano eroiche avventure.
    Diciannove anni e lo scontro con la realtà trasforma velocemente l’innocenza nella brutalità inutile dello scontro uomo contro uomo.

    ”(…) spesso sto davanti a me stesso come davanti a un estraneo, quando in ore tranquille un enigmatico riflesso del passato mi mostra, come in uno specchio appannato, i contorni del mio essere attuale: e allora mi stupisco come quell’elemento misteriosamente attivo, che si chiama vita, abbia potuto adattarsi anche ad una forma siffatta. Tutte le altre manifestazioni sono come in letargo, la nostra esistenza è soltanto un ininterrotto vigilare contro la minaccia della morte. Questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, per darci l’arma dell’istinto; ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all’orrore che ci schiaccerebbe se avessimo ancora una ragione limpida e ragionante; ha svegliato in noi il senso del cameratismo, per strapparci all’abisso del disperato abbandono; ci ha dato l’indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà, e per farcene come una riserva contro gli assalti del nulla. Così meniamo un’esistenza chiusa e dura, tutta in superficie, e soltanto di rado un avvenimento accende qualche scintilla. Ma allora divampa in modo inatteso una fiammata di passione aspra e terribile. Sono questi i momenti pericolosi, che ci rivelano come il nostro adattamento sia tutto artificiale; come esso non sia affatto la calma, ma uno sforzo terribile per mantenere la calma.”

    ha scritto il 

  • 5

    Ci sono libri.

    [ I gruppi e le discussioni, è notorio, sono il nerbo di questo sito. Ivi si svolse - non troppo tempo fa, quasi da rendere inadeguato il passato remoto - un interessante torneo tennistico in cui si c ...continua

    [ I gruppi e le discussioni, è notorio, sono il nerbo di questo sito. Ivi si svolse - non troppo tempo fa, quasi da rendere inadeguato il passato remoto - un interessante torneo tennistico in cui si contesero la coppa i migliori ( o gli estratti? non ricordo) autori europei del novecento.
    In semifinale andarono I Buddenbrook, Cuore di Tenebra, il Processo e Se questo è un uomo; in finale Il processo - Kafka vs. I Buddenbrook- Mann: questo vinse per 13-15.
    Il quartetto dimostra l’assoluta “ignoranza generazionale” ( senza voler essere offensiva ma solo per sottolineare come l’evoluzione/involuzione del linguaggio condizioni la visione del mondo) di altra declinazione artistica dello stato di eccezione che non sia la categoria estetica del parallelo fra “guerra” e “arte” ( Onestamente è nel Mann della Montagna Magica che questo dispiegamento è senza veli; vittime di questa errata interpretazione estetizzante furono il pur finalista Kafka e il ben piazzato Celine che devono il buon/ottimo risultato “all’estetica dell’eccezione”più che alla riflssione; un miracolo inspiegabile sarebbe, quindi, l’arrivo alle finali di Cuore di Tenebra e Se questo è un uomo se il primo non fosse rubricato come la versione noir del romanzo d’avventure e il secondo come testimonianza).
    L’ esempio di questa (forse balzana) teoria di “ignoranza generazionale” è nella storia di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nel torneo: al primo turno si scontrò con “Espiazione” e raggranellò il doppio dei voti, 14-7: erano due libri sul rifiuto di una stessa guerra mondiale ( la I^), argomento che non si prestava alla post-scrittura dell’inglese (il tedesco salvato, pertanto, dalla media di età over quaranta per la presenza di tante/i matusa sordi alla sirena del modernismo?).
    Al secondo turno tenzonò con Henry Potter : contro ogni aspettativa (la mia) non lo sbaragliò, raggranellando anche qua il doppio dei voti: 14-7. Fu quando si trovò di fronte “Il gigante dell’assurdo” Queneau, con “Esercizi di stile” – locuzione “mitica” secondo Barthes- che uscì di scena anche se per soli due voti: 9-11.
    Se teniamo conto che per esprimere il voto la condizione “sine qua non” era aver letto entrambi i libri, se ne deduce che almeno due estimatori di Remarque abbandonarono il loro campione.
    Abbandono che ha almeno due cause. Da una parte il disinteresse della critica per questo autore, seguito al grande successo dei primi anni dalla pubblicazione e dalla messa all’indice del libro nella Germania nazista: questo oblio dei "maggiorenti" della cultura l’ha reso misconosciuto tra le nuove generazioni.
    Dall’altra, soprattutto, la mera interpretazione “antimilitarista” del romanzo che, alla fine, ha, nei lettori, dei competitors più glamour, in primis i due capolavori di Hemingway ( che lo stesso Remarque considerava un modello): “Addio alle armi e Per chi suona la campana, che raccontavano la guerra come una roba da eroi e da uomini veri, omettendone gli orrori e l'inutilità di quel massacro. Per le generazioni future diventarono solamente due bei romanzi. Con il tempo inevitabilmente si è perduta la loro connotazione diretta con la guerra reale” (cit.).]

    Nonostante la scrittura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” non abbia nulla da invidiare a quella di Hemingway, si è dileguato nel tempo etichettato come romanzo di genere.
    L’ho riletto in questi giorni. Me lo sono ritrovato tra le mani mentre cercavo “La sonata a Kreutzer” nello scomparto “Romanzi Russi e tedeschi”( catalogazione a pene di cane, ne convengo) e mi è venuto in mente il torneo anobino e la sua debacle .
    Vi posso assicurare che non di testimonianza si tratta e tantomeno di romanzo di genere, ma di ben altro che a quindici anni, quando comprai il tascabile all’edicola, non avevo messo a fuoco ma solo intuito.
    Dietro l’esperienza personale, infatti, c’è lo scandagliare nella psiche umana, da scrittore, nelle condizioni di stato di eccezione come lo erano la guerra per Remarque e i campi per Levi; né la mera cronaca più o meno truculenta, né un romanzo antimilitarista ma la rappresentazione di una condizione psicologica ed esistenziale traumatica di un’intera generazione davanti alla morte e alla violenza. Più che sui fatti (la trincea, gli assalti e le ritirate, la fame, la paura e la morte) tutto il romanzo ruota attorno alle aporie morte/forza della vita, autoconservazione/distruzione davanti alle quali quello che è stata la cultura in tempo di pace crolla. Si lotta per l’autoconservazione e necessariamente si deve dimenticare il passato civile pena l’impazzimento.
    E soprattutto questo riaffiorare, negli stati di eccezione, dell’animalità che convive con la mente civilizzata non può assolutamente essere raccontato perché questo significherebbe dover prendere pienamente coscienza di una verità impossibile da sopportare: non nascosero i sopravvissuti nei lager la loro storia?

    Le uniche parole che hanno senso sono “armi da fuoco, tenda, miniere, gas, serbatoi, macchine, bombe a mano - parole, parole, ma includono il grigio del mondo”.

    I soldatini ( sono i ragazzini del ‘99) lottano contro il rischio di impazzire, con l’animalità basata solo sul soddisfacimento dei bisogni primari, sul dimenticare velocemente, sul non pensare mai, sulla battuta di spirito come presa di distanza e strumento di autodifesa. Il ritorno alla vita, nelle brevi licenze, li mette di fronte a questa vergognosa regressione che nel mondo di prima appare oscena pertanto indicibile.
    “Non è una regressione morale ma uno stato pre-morale: la natura umana più profonda non è buona o cattiva, ma è formata da impulsi elementari volti al soddisfacimento di determinati bisogni fondamentali”: una delle poche analisi di Freud condivisibili.

    Ecco: forse troppo lontano dall’occidente odierno questa verità. Settant’anni di assenza di stato d’eccezione rendono mere testimonianze questi poveri libri che non possono farla franca alle eliminatorie del torneo. Ma siamo sicuri che nei Cie non sia in vigore uno stato di eccezione che giustifica il mancato soccorso di una donna lasciata morire, mentendo sulla sua vera causa di morte? Trombosi polmonare massiva: sarebbe spirata in un attimo!

    16/01/207
    http://ilmanifesto.info/come-sopravvivere-allafasia-dellorrore/

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Per anni e anni la nostra occupazione è stata di uccidere, è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà, dopo? Che sarà di noi?

    Niente di nuovo sul fronte occidentale è il libro che ha consacrato Remarque quale autore di storie autobiografiche che raccontano dell'orrore della guerra. Il romanzo è ambientato tra il 1914 e il 19 ...continua

    Niente di nuovo sul fronte occidentale è il libro che ha consacrato Remarque quale autore di storie autobiografiche che raccontano dell'orrore della guerra. Il romanzo è ambientato tra il 1914 e il 1918, durante gli anni della Prima guerra mondiale. Il racconto segue un gruppo di giovani soldati tedeschi, tutti diciannovenni, che spinti dai loro insegnanti si arruolano per un conflitto che fino in fondo neanche comprendono. Partiti per quella che pensavano sarebbe stata un'avventura, pian piano realizzano l'orrore della guerra e l'inutilità di quel conflitto che spazzerà via una generazione e si lascerà dietro solo morte e dolore.
    Storie come questa, romanzi che sono basati su esperienze personali, ci permettono di comprendere più chiaramente, o almeno provarci, quello che la guerra è stata per chi l'ha vissuta.
    Remarque ci porta sul fronte, tra le trincee durante le battaglie più violente, insieme a un gruppo di diciannovenni tedeschi che appena affacciatisi alla vita, si trovano a combattere per sopravvivere e tornare a casa, in una guerra che decimò un'intera generazione e sconvolse il mondo intero.
    Paolo Baumer e i suoi compagni passano dai banchi scolastici alla trincea, dalla penna al fucile, dalle ore di spensieratezza ad ore di incertezza e paura, dalla vita alla morte. Leggere questo libro non è semplice, rapportarsi con la storia nemmeno, perchè non è semplicemente un libro sulla guerra, è un libro sugli effetti della guerra. Leggere delle vicende di questi ragazzi che per anni vissero nell'incertezza e nel terrore di vedere la propria vita spezzata in un istante è stato duro come ricevere un pugno nello stomaco.
    Remarque racconta tutto con estrema semplicità, lascia che sia la storia stessa a raccontarsi, ma allo steso tempo non risparmia nulla al lettore, ci viene raccontato tutto: le azioni di guerra, gli ospedali di campo, le ferite, il ritorno a casa per una licenza, la vita di trincea, il cameratismo. La storia è cruda, diretta, ma ha anche pagine in cui toni sognanti e malinconici la fanno da padrone, nella speranza che si arrivi presto ad un armistizio. Quello che emerge in ogni pagina è l'inutilità di quella guerra, l'orrore di quei giorni che sembravano non avere mai fine nella speranza che la fine di quel conflitto arrivasse prima della fine della loro vita.
    Il romanzo si concentra anche sugli effetti psicologici della guerra, su quello che avrebbe significato ricominciare a vivere dopo aver vissuto anni come soldati. Cosa sarebbe accaduto una volta terminato il conflitto? Come si poteva tornare a vivere una vita normale dopo aver ucciso e lottato per sopravvivere? Remarque descrive quella che fu in un certo senso la fine di una generazione, il disincanto e la disillusione di tanti giovani che persero la possibilità di anche solo pensare a un futuro. Racconto imperdibile, una lettura obbligata.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Lettura indispensabile, spiace solo averla fatta così tardi. Poco da dire a riguardo.

    MOLTO da dire, invece, sull'incredibile spoiler regalato dalla Mondadori nella descrizione sul retro del libro. Ch ...continua

    Lettura indispensabile, spiace solo averla fatta così tardi. Poco da dire a riguardo.

    MOLTO da dire, invece, sull'incredibile spoiler regalato dalla Mondadori nella descrizione sul retro del libro. Che poi uno lo sa già che Paolino alla fine muore, eh. E però.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo libro mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la guerra fa schifo e che, per quanto riguarda le condizioni dei soldati, la prima guerra mondiale è un po’ la regina dello schifo. E non s ...continua

    Questo libro mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la guerra fa schifo e che, per quanto riguarda le condizioni dei soldati, la prima guerra mondiale è un po’ la regina dello schifo. E non solo perché in guerra si uccide e si viene uccisi. O perché passare le vostre giornate in una trincea fangosa e puzzolente in mezzo a ratti e cadaveri con i proiettili che sibilano sulla vostra testa non è in cima alla lista dei vostri desideri. O perché rischiare la vostra vita solo perché il vostro sovrano o chi per lui vorrebbe proprio annettere l’Alsazia o la Galizia vi fa un po’ incazzare. Ma anche perché, ci dice Remarque, la guerra uccide qualcosa che hai dentro, forse l’ingenuità, forse l’innocenza, forse la capacità di vivere serenamente.

    “Questo libro non vuol essere né un atto d'accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raccontare di una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate –venne distrutta dalla guerra.”

    Nonostante la semplicità ci linguaggio Remarque riesce a farci capire l’inutilità e la follia della guerra,

    “Un ordine ha trasformato queste figure silenziose in nemici nostri; un altro ordine potrebbe trasformarli in amici. Intorno a un qualche tavolo un foglio scritto viene firmato da pochi individui che nessuno di noi conosce, e per anni diventa nostro scopo supremo ciò che in ogni altro caso provocherebbe il disprezzo di tutto il mondo e la pena più grave…Ogni sottufficiale per la sua recluta, ogni professore per i suoi alunni è un nemico peggiore che costoro non siano per noi. Eppure noi torneremmo a sparare contro di loro ed essi contro di noi, se fossimo liberi.”

    la sofferenza temporanea del momento e soprattutto quella che resta sempre,

    “Ho sempre osservato che l'orrore si può sopportare finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide, quando ci si ripensa.”

    l’incapacità di tornare a vivere una vita normale, il cameratismo, la disillusione, la compassione e l’umanità.

    “Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un'altra volta qua dentro, non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un'idea, una deduzione presente nel mio cervello, che portava a quella risoluzione. È questa deduzione che io ho pugnalato. Soltanto ora vedo che sei un essere umano come me. Prima ho pensato alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci accomuna… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello. Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e risorgi; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare”

    Devo dire la verità. Non è un libro facile. A volte mi faceva proprio stare male e certe scene (il bombardamento al cimitero, il cieco all’ospedale…), anzi a dire la verità quasi tutte, so che non le dimenticherò mai, perché nonostante l’abbia letto un paio di anni fa le ricordo benissimo. Quindi vi consiglio di non leggerlo in un periodo in cui siete un po’ giù, ma di leggerlo. Perché credo che se tutti leggessero e capissero questo libro il mondo sarebbe un posto leggermente migliore. Mica per niente Hitler, che progettava una nuova guerra, proibì, e fece bruciare nei roghi del 1933, questo libro. E poi Remarque è così…non lo so, gli darei subito un abbraccio.

    ha scritto il 

  • 5

    Niente di nuovo sul fronte occidentale è sicuramente uno dei libri più utili che una persona potrà leggere, principalmente per il suo valore umano, più che storico. Il perché lo si evince da subito at ...continua

    Niente di nuovo sul fronte occidentale è sicuramente uno dei libri più utili che una persona potrà leggere, principalmente per il suo valore umano, più che storico. Il perché lo si evince da subito attraverso quello che potremmo definire "postulato banale": la guerra è inutile.

    La storia è quella di un piccolo gruppo di ragazzi ventenni, che dal paesino tedesco vengono convinti a partecipare al primo grande orrore del secolo breve. Sulle loro vite non c'è un potere deterministico, quanto più probabilmente un semplice e puro caso, a tratti nichilista. Il romanzo è stranamente poco monotono. In quanto romanzo sulla guerra mi aspettavo ore dure. Invece non è un romanzo sulla guerra in senso stretto e specialistico, quanto un romanzo sul valore e sugli effetti della guerra.

    Proprio per questo motivo, Remarque non lascia il minimo spazio a uno stile ermetico, quanto a uno stile chiaro e sincero, in certi punti troppo sincero. Attraverso un racconto in prima persona lascia trasparire la banalità e la normalità della vita al fronte intervallate dai momenti bellici, duri, dove la morte - come afferma il protagonista, Paul - sembra girare e scegliere a caso chi cadrà. Ed è quindi la morte l'elemento speciale del romanzo? Ancora no. Remarque lascia tracce rancorose contro le persone che stanno "in alto", a partire dagli insegnanti. Gli insegnanti che convincono ragazzi nemmeno diplomati a prendere parte a una barbarie senza tempo. Loro sanno che è giusto, da spettatori. Più volte viene posto l'accento sulla questione "chi guarda/chi fa", in toni di elegante scherno. Non è nemmeno una semplice critica borghese, poiché l'ideale borghese è quello a cui aspira la maggior parte dei ragazzi. E' una critica giusta a una situazione ingiusta. E il re? Guglielmo II sarebbe stato al sicuro indipendentemente da una guerra oppure no.

    La dimensione esistenziale viene battuta a livelli poco filosofici, ma pragmatici. Il protagonista deve far fronte a ciò che lo distoglie dalla guerra: gli affetti, un futuro (in cui poco crede), le ragazze e il buon cibo. Basta una visita in licenza alla sua famiglia per rievocare in lui la normalità di adolescente, poco applicabile a un campo di guerra. Di fatto, la sua soggettività viene minacciata da questa breve immersione nella normalità. A casa si è uno, in guerra si è un altro: questo, in parole povere, il secondo messaggio del romanzo. Non è così scontato, poiché l'uomo si abitua e si riscopre, molto spesso attinge al suo istinto animale.

    "Finché siamo in guerra, le giornate al fronte, a mano a mano che passano, precipitano, ad una ad una come pietre, nel fondo della nostra coscienza, troppo grevi perché pel momento ci si possa riflettere sopra. Se lo facessimo, esse ci ucciderebbero; infatti ho sempre osservato che l'orrore si può sopportare finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide, quando ci si ripensa.
    A quella stessa guisa per cui andando avanti diventiamo belve, poiché solo in tal modo sentiamo di poterci salvare, così tornati a riposo ci trasformiamo in burloni superficiali, in dormiglioni impenitenti. Non possiamo fare altrimenti, si direbbe che vi siamo costretti. Vogliamo vivere ad ogni costo, e perciò non possiamo ingombrarci di sentimenti, che, decorativi in tempo di pace, sarebbero qui assolutamente fuor di luogo."

    Anche gli animali sono una parte integrante del romanzo, come se rimandassero a quella vita ordinaria che ai soldati viene negata. La morte atroce del gruppo dei cavalli è, da un certo punto di vista, qualcosa che rimanda all'universale condiviso, sempre in funzione della morte.

    Remarque non commenta nulla, lascia che siano il suo protagonista e gli eventi a parlare, perché c'è poco da commentare. Anche nei momenti di ironia (ce n'è tanta), se non linguistica, proprio concettuale, in cui l'anelito alla normalità è il desiderio più grande.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Non ora! Non ora! Non ora, proprio all'ultimo istante

    Come affermava Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, questo libro, che narra attraverso gli occhi del soldato tedesco Paul Baeumer gli orrori della Grande Guerra, ha avuto un successo ...continua

    Come affermava Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, questo libro, che narra attraverso gli occhi del soldato tedesco Paul Baeumer gli orrori della Grande Guerra, ha avuto un successo straordinario non tanto o non solo perchè era un libro sulla guerra, ma perché era un libro sul dopoguerra.
    Cosa succede, cioè, ad una generazione, coltivata nel sapere e nel dovere morale, nella relazione civile, alla quale si è detto per venti anni che non si uccide perché non si deve uccidere, e alla quale improvvisamente gli si dice il contrario: uccidi? E poi ancora, dopo alcuni anni, che non bisogna auccidere più?
    Ecco, Remarque cerca, nel racconto tanto crudo quanto poetico della vita al fronte, di rintracciare l'origine di questa domanda. E si intravede bene da questa ottica, pur nella consapevolezza storica di cosa succederà poi, tutti i germi delle future e disperanti sorti del mondo.
    La morte casuale e non eroica, l'impersonalità di ogni accadere, l'essere trasportati dalla necessità ad un orizzonte di primitività, istintuale, in netto contrasto con la struttura morale e civile dell'europa del primo Novecento.
    Una vita così altra, quella della guerra, da far vivere con dolore anche le rare parentesi delle licenze, perché distolgono e illudono ancora di poter tornare a rapporti umani e che il vivere possa non essere solo trincea.
    Questa generazione alle armi ha perso, a soli venti anni, quando la tensione al futuro è massima, anche la sola possibilità di pensare un futuro e tutto questo non potrà essere cancellato da un armistizio o da un trattato di pace.
    Ma questa generazione esperisce anche l'uccidere in forma anonima. Il mitragliere che falcia i soldati all'assalto non ingaggia nessun duello con nessunn uomo specifico: egli abbatte è basta. Non uccide, stermina. Non determina morti, ma numeri sulla lista dei caduti. E come non andare col pensiero ai crimini che verranno perpretrati durante la Seconda Guerra Mondiale?
    Quando a Paul capiterà, di ferire e di veder morire un soldato specifico, in un casuale corpo a corpo e, frugando nel portafogli, ne conoscerà nome e cognome, residenza, nomi dei cari, fotografie, lo shock sarà enorme.
    E quando, nel 1918, le voci di pace si rincorrono e Paul pensa di potersi comunque riappropriare della vita, in una giornata descritta nel bollettino con "niente di nuovo sul fronte occidentale", troverà la morte, sia pure con una espressione serena sul volto.

    ha scritto il 

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