Niente di nuovo sul fronte occidentale

Di

Editore: Mondadori (Oscar classici moderni)

4.3
(4327)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 225 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Chi tradizionale , Spagnolo , Francese , Rumeno , Svedese , Portoghese , Ceco , Polacco

Isbn-10: 8804326654 | Isbn-13: 9788804326656 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Stefano Jacini

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Ancora adolescenti, Paul Borner e i suoi compagni vengono strappati ai banchi di scuola per essere inviati al fronte delle Fiandre, dove affronteranno una realtà di morte e distruzione. La vita diventerà allora soltanto sopravvivenza, un angoscioso aggrapparsi agli istinti di conservazione e un disperato rinsaldare i vincoli di cameratismo per fugare la paura e trovare reciproco sostegno. Un sostegno che tuttavia si affievolirà sempre più, perché uno dopo l'altro i compagni cadranno e Paul Borner, proprio quando avrà ritrovato la forza di guardare al futuro e l'armistizio sarà imminente, morirà colpito da un'ultima granata, mentre il bollettino militare grottescamente annuncerà: "Niente di nuovo sul fronte occidentale". Pubblicato nel 1929, quasi un decennio dopo la fine della Prima guerra mondiale, questo romanzo-diario - uno dei primi best seller del Novecento, anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne venne fatta - formula un messaggio pacifista che ai toni vigorosi dell'impegno civile preferisce quelli struggenti della malinconia e che enormemente contribuì alla sua fortuna.
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  • 4

    Primo libro sulla prima guerra mondiale che ho letto.
    Disarmante la differenza tra la vitalità della morte nel fronte e la placida agonia di chi sta a casa. Sul fronte puoi morire per qualsiasi ragion ...continua

    Primo libro sulla prima guerra mondiale che ho letto.
    Disarmante la differenza tra la vitalità della morte nel fronte e la placida agonia di chi sta a casa. Sul fronte puoi morire per qualsiasi ragione, dalle schegge di shrapnel alla pazzia indotta dall'artiglieria. Ma è proprio in questo fazzoletto di terra imbevuta di sangue che il protagonista riesce a vivere assieme ai suoi camerati ormai inadatto alla vita sociale di prima del conflitto. Un libro da leggere assolutamente.

    ha scritto il 

  • 5

    Al confine della vita

    Pubblicato undici anni dalla fine del conflitto, raggiunse un successo di pubblico per il messaggio pacifista ma fu osteggiato da chi faceva leva sul diffuso malumore su cui si alimentarono il naziona ...continua

    Pubblicato undici anni dalla fine del conflitto, raggiunse un successo di pubblico per il messaggio pacifista ma fu osteggiato da chi faceva leva sul diffuso malumore su cui si alimentarono il nazionalsocialismo in Germania e il fascismo in Italia.Dire che nel 1933 finì al rogo pare quasi superfluo.
    E oggi? Che effetto fa , leggere oggi, quest’opera?
    Il 24 maggio ricorrerà il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia e spesso ho pensato alla dialettica tra interventisti e neutralisti che animò il nostro contesto storico. Sapere quali ragioni ci portarono al conflitto non è di gran conforto. Visitare i luoghi che oggi sono sormontati da sacrari, campane della pace, lapidi siglate da cronologie troppo brevi, montagne dilaniate dalla presenza bellica, permette di toccare con mano.
    Leggere l’esperienza dei nostri dalla penna di Lussu significa scoprire le drammatiche condizioni dei soldati-bambini, dei soldati-contadini, dei ragazzi del ’99 e dell’inefficienza siglata Italia.
    Leggere Erich Maria Remarque significa elevarsi a una visione trans- frontaliera.
    Siamo sul fronte occidentale non in quello italiano dell’altopiano di Asiago narrato da Lussu.
    Se Lussu non si abbandona mai alla denuncia, Remarque invece scrive con l’ottica del reduce, di chi è consapevole che la guerra è stata solo un grande bluff.
    Lui partito invasato dalle parole di un suo professore, lui volontario perde e perde tutto. Perde la sua gioventù, perde le sue certezze, perde la “concezione del mondo” che gli avevano insegnato; si mostra fortemente critico rispetto alla sua patria da subito e a maggior ragione dopo dieci anni. Il reduce fa sentire la sua voce e con essa quella di una generazione privata di sogni, bellezza, amore, futuro perché già schiacciata dai conflitti che la grande guerra non ha affatto risolto. Il reduce non ha futuro: chi torna sa già che tutto gli apparirà vuoto e desolante e l ’unica certezza sarà quella della guerra. “Crediamo alla guerra”, il resto è falsità. Gli uomini? “Povere scintille di vita”.
    Racconta, descrive, non tralascia i particolari, non concordo con chi vi vede una prosa scarna, da stile giornalistico. Ho apprezzato una scrittura sincera, intrinsecamente commovente, a tratti poetica quando elevata a considerazioni sulla condizione umana. Il realismo è necessario per capire e ringrazio di aver potuto sapere ciò che non si racconta mai.
    Mi ha aiutato a capire la drammatica universalità della condizione del soldato, mi ha ricordato quanto sia importante la pace, mi ha ricordato pure quanto siamo indifferenti alla sofferenza che accompagna i nostri giorni. Mi ha commosso e mi ha fatto arrabbiare. Conservo il ricordo di pagine indelebili .
    Ne consiglio vivamente la lettura.

    ha scritto il 

  • 5

    Gioventù tradita

    Violenza, paura, pena, dolore, vertigine, inutilità, sacrificio, scempio...come tanti pugni in faccia tutti questi concetti escono dalle pagine di questo libro e mi colpiscono, ma la vera pugnalata ch ...continua

    Violenza, paura, pena, dolore, vertigine, inutilità, sacrificio, scempio...come tanti pugni in faccia tutti questi concetti escono dalle pagine di questo libro e mi colpiscono, ma la vera pugnalata che mi fa sanguinare metaforicamente il cuore è il tradimento alle spalle di un'intera generazione di giovani, giovanissimi che si erano appena affacciati alla vita e che si sono visti falciare a milioni nelle trincee della prima guerra mondiale.
    Questa è la cosa su cui più mi ha fatto riflettere quest'opera, studenti traditi dai propri insegnanti, ventenni e diciottenni mandati al macello da ricchi signori di mezza età per i propri comodi, in nome di una Patria che come una dea Kalì assetata di sangue, porge la gola di giovani innocenti alla lama della guerra.
    Da far leggere a scuola e per dire sempre "No!" ad ogni conflitto!

    ha scritto il 

  • 4

    " 'E' buffo a pensarci' continua Kropp. 'Noi siamo qui per difendere la patria,nevvero? Ma i francesi stanno di là, anche loro per difendere la patria. Chi ha ragione?'
    'Forse gli uni e gli altri' dic
    ...continua

    " 'E' buffo a pensarci' continua Kropp. 'Noi siamo qui per difendere la patria,nevvero? Ma i francesi stanno di là, anche loro per difendere la patria. Chi ha ragione?'
    'Forse gli uni e gli altri' dico io, senza crederci troppo.
    " 'Vero: però rifletti un po' che siamo quasi tutti povera gente. E anche in Francia la gran maggioranza sono operai, manovali, piccoli impiegati. Perchè mai un fabbro od un calzolaio francese dovrebbe prendersi il gusto di aggredirci? Credi a me, sono soltanto i governi. Prima di venir qui, io non avevo mai visto un francese, e per la maggior parte dei francese sarà andata all stesso modo quando a noi. Nessuno ha chiesto il loro parere, come non hanno chiesto il nostro'
    'E allora a che scopo la guerra?' domanda Tjanden.
    Kat alza le spalle: 'Ci deve essere gente a cui la guerra giova'.
    'Be', io non sono del numero' sghignazza Tjaden.
    'Né tu, né altri qui.'
    'Credo piuttosto che si tratti di una specie di febbre' dice Alberto. 'In fondo non la vuole nessuno, e poi, a un dato momento, ecco che la guerra scoppia. Noi non l'abbiamo voluta, gli altri sostengono la stessa cosa; e intanto una metà del mondo la fa, e come!' "

    Protagonisti di Niente di nuovo sul fronte occidentale sono dei ragazzi, nello specifico si tratta di Paolo Borner e i suoi compagni, poco più che adolescenti, che allo scoppio della guerra vedono la loro vita sgretolarsi, costretti a lasciare i banchi di scuola vengono mandati al fronte.
    Quello che li aspetta è desolazione, morte, paura e rabbia: nonostante la situazione di terrore c'è una certa ripetitività nella loro vita di guerra quotidiana, le giornate sembrano scandite non più dal tempo ma dalla luce e dai rumori, l'attesa è sempre lunga e straziante, la paura per il prossimo attacco e per i continui bombardamenti, la fame attanaglia ogni stomaco perchè non c'è abbastanza cibo, il fetore della morte che arriva da ogni dove, la paura di perdere la propria vita e di perdere i compagni.
    Nemmeno il pensiero della famiglia riesce più a rasserenare gli spiriti: gli uomini sono terrorizzati ad ogni nuovo congedo, perchè tornare a casa significa rivedere gli affetti e i visi pieni di paura sì ma anche di orgoglio e amore, significa essere tempestati di domande e ricordare la vita prima della guerra e agli amici caduti, ma soprattutto tornare a casa significa affrontare la nuova realtà e prendere consapevolezza di non essere più quel ragazzo giovane e spensierato che aveva dei sogni, significa arrendersi all'evidenza di non poter, non voler e non saper, raccontare agli affetti l'orrore della guerra e come ti cambia, come uccide le speranze, come invecchia il corpo e lo spirito, come ti riduce ad una macchina per la sopravvivenza.

    "Non siamo più giovani, non aspiriamo più a prendere il mondo d'assalto. Siamo dei profughi, fuggiamo noi stessi, la nostra vita. Avevamo diciott'anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l'esistenza: Ci hanno costretti spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall'attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra. "

    In mezzo a tutti questi sentimenti negativi e i momenti bui c'è un unico spiraglio di luce: il cameratismo. La vita è così dura e tragica che avere dei propri compagni al proprio fianco ne fa un elemento imprescindibile: ragazzi che vengono formati per uccidere altri ragazzi, macchine da guerra e soldatini che vengono comandati a bacchetta, la rinuncia forzata ad avere una personalità, un'opinione e una voce li trasforma da giovani uomini a cavalli da circo. Se c'è un cosa buona della guerra è la solidarietà che si viene a creare proprio tra quegli uomini: amicizie indissolubili al fronte, compagni d'armi che rischiano la propria vita per salvare quella dell'amico, chi si ferisce per l'altro, chi mente per l'altro, chi fa comunella contro un superiore, chi ruba per l'altro e chi condivide con gli altri. Senza questo legame sarebbero anime che vagano solitarie alla ricerca di una via di scampo che non esiste.

    "Oggi nella patria della nostra giovinezza noi si camminerebbe come viaggiatori di passaggio: Gli eventi ci hanno consumati; siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Sapremmo forse vivere, Nell dolce terra: Ma quale vita? Abbandonati come fanciulli,disillusi come vecchi, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti."

    Lo stile di Remarque è breve, diretto, schietto e incisivo. E', nella sua semplicità, quanto di più dimostrativo ci possa essere ed è perfetto per il raggiungimento dello scopo: descrivere la realtà della guerra al fronte e la disillusione di un'intera generazione, quella che partì piena di speranza e orgoglio per la propria patria per poi tornare con gli occhi chiusi o, a chi era andata meglio, con la vita spezzata dall'orrore e dalla morte, senza alcun futuro.

    "Io sono giovane, ho vent'anni: ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e la insensata superficialità congiunta con un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l'uno contro l'altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perchè tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell'altra del fronte, in tutto il mondo; lo vede e lo vive la mia generazione."

    ha scritto il 

  • 3

    Ingredienti: una generazione di adolescenti brutalmente invecchiati dalla prima guerra mondiale, una compagnia tedesca sterminata in pochi mesi di trincea, la vita da recluta in caserma, da soldato al ...continua

    Ingredienti: una generazione di adolescenti brutalmente invecchiati dalla prima guerra mondiale, una compagnia tedesca sterminata in pochi mesi di trincea, la vita da recluta in caserma, da soldato al fronte e da ferito in ospedale, l’incapacità di raccontare ai propri familiari le tragedie vissute.
    Consigliato: a chi (non) crede nel carattere idealistico e romantico delle guerre, a chi vuol provare il senso di fratellanza e debolezza camminando sul ciglio tra vita e morte.

    ha scritto il 

  • 5

    1929 e non pare...

    Emozione. Commozione. Impotenza. Rabbia. Paura. Certezza. Carenza. Cameratismo. Coraggio. Forza. Rassegnazione...insomma emozione. E anche scritto con incredibile modernità. Le pagine volano.

    ha scritto il 

  • 5

    “Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: «Niente di nuovo sul fronte occidentale»”

    Prima guerra mondiale: oltre sedici milioni di morti; più di venti milioni di mutilati. Cifre impressionanti che circoscrivono un dramma ad approssimativi numeri ma che non possono dare conto di tutte ...continua

    Prima guerra mondiale: oltre sedici milioni di morti; più di venti milioni di mutilati. Cifre impressionanti che circoscrivono un dramma ad approssimativi numeri ma che non possono dare conto di tutte quelle anime rotte dentro. Adolescenze spezzate che vengono strappate nei giorni più belli. Corpi straziati che se anche sopravvivono non riusciranno più a dare un senso ad un’esistenza che li ha feriti così a fondo.
    Una guerra (questa Prima Guerra Mondiale) che perfino lo storico fatica a comprendere nella sua genesi (“I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra”) figuriamoci un comune cittadino o un semplice studente.
    Attraverso la voce del giovane Paul Baumer, Remarque narra se stesso. La sua storia è quella dei suoi compagni di scuola: studenti diciannovenni che si trovano nel giro di poco tempo catapultati dal banco di scuola alla caserma, prima, e al fronte, poi.
    Infervorati dalla retorica nazionalista degli insegnanti sognano eroiche avventure.
    Diciannove anni e lo scontro con la realtà trasforma velocemente l’innocenza nella brutalità inutile dello scontro uomo contro uomo.

    ”(…) spesso sto davanti a me stesso come davanti a un estraneo, quando in ore tranquille un enigmatico riflesso del passato mi mostra, come in uno specchio appannato, i contorni del mio essere attuale: e allora mi stupisco come quell’elemento misteriosamente attivo, che si chiama vita, abbia potuto adattarsi anche ad una forma siffatta. Tutte le altre manifestazioni sono come in letargo, la nostra esistenza è soltanto un ininterrotto vigilare contro la minaccia della morte. Questa vita ci ha ridotti ad animali appena pensanti, per darci l’arma dell’istinto; ci ha impastati di insensibilità, per farci resistere all’orrore che ci schiaccerebbe se avessimo ancora una ragione limpida e ragionante; ha svegliato in noi il senso del cameratismo, per strapparci all’abisso del disperato abbandono; ci ha dato l’indifferenza dei selvaggi per farci sentire, ad onta di tutto, ogni momento della realtà, e per farcene come una riserva contro gli assalti del nulla. Così meniamo un’esistenza chiusa e dura, tutta in superficie, e soltanto di rado un avvenimento accende qualche scintilla. Ma allora divampa in modo inatteso una fiammata di passione aspra e terribile. Sono questi i momenti pericolosi, che ci rivelano come il nostro adattamento sia tutto artificiale; come esso non sia affatto la calma, ma uno sforzo terribile per mantenere la calma.”

    ha scritto il 

  • 5

    Ci sono libri.

    [ I gruppi e le discussioni, è notorio, sono il nerbo di questo sito. Ivi si svolse - non troppo tempo fa, quasi da rendere inadeguato il passato remoto - un interessante torneo tennistico in cui si c ...continua

    [ I gruppi e le discussioni, è notorio, sono il nerbo di questo sito. Ivi si svolse - non troppo tempo fa, quasi da rendere inadeguato il passato remoto - un interessante torneo tennistico in cui si contesero la coppa i migliori ( o gli estratti? non ricordo) autori europei del novecento.
    In semifinale andarono I Buddenbrook, Cuore di Tenebra, il Processo e Se questo è un uomo; in finale Il processo - Kafka vs. I Buddenbrook- Mann: questo vinse per 13-15.
    Il quartetto dimostra l’assoluta “ignoranza generazionale” ( senza voler essere offensiva ma solo per sottolineare come l’evoluzione/involuzione del linguaggio condizioni la visione del mondo) di altra declinazione artistica dello stato di eccezione che non sia la categoria estetica del parallelo fra “guerra” e “arte” ( Onestamente è nel Mann della Montagna Magica che questo dispiegamento è senza veli; vittime di questa errata interpretazione estetizzante furono il pur finalista Kafka e il ben piazzato Celine che devono il buon/ottimo risultato “all’estetica dell’eccezione”più che alla riflssione; un miracolo inspiegabile sarebbe, quindi, l’arrivo alle finali di Cuore di Tenebra e Se questo è un uomo se il primo non fosse rubricato come la versione noir del romanzo d’avventure e il secondo come testimonianza).
    L’ esempio di questa (forse balzana) teoria di “ignoranza generazionale” è nella storia di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nel torneo: al primo turno si scontrò con “Espiazione” e raggranellò il doppio dei voti, 14-7: erano due libri sul rifiuto di una stessa guerra mondiale ( la I^), argomento che non si prestava alla post-scrittura dell’inglese (il tedesco salvato, pertanto, dalla media di età over quaranta per la presenza di tante/i matusa sordi alla sirena del modernismo?).
    Al secondo turno tenzonò con Henry Potter : contro ogni aspettativa (la mia) non lo sbaragliò, raggranellando anche qua il doppio dei voti: 14-7. Fu quando si trovò di fronte “Il gigante dell’assurdo” Queneau, con “Esercizi di stile” – locuzione “mitica” secondo Barthes- che uscì di scena anche se per soli due voti: 9-11.
    Se teniamo conto che per esprimere il voto la condizione “sine qua non” era aver letto entrambi i libri, se ne deduce che almeno due estimatori di Remarque abbandonarono il loro campione.
    Abbandono che ha almeno due cause. Da una parte il disinteresse della critica per questo autore, seguito al grande successo dei primi anni dalla pubblicazione e dalla messa all’indice del libro nella Germania nazista: questo oblio dei "maggiorenti" della cultura l’ha reso misconosciuto tra le nuove generazioni.
    Dall’altra, soprattutto, la mera interpretazione “antimilitarista” del romanzo che, alla fine, ha, nei lettori, dei competitors più glamour, in primis i due capolavori di Hemingway ( che lo stesso Remarque considerava un modello): “Addio alle armi e Per chi suona la campana, che raccontavano la guerra come una roba da eroi e da uomini veri, omettendone gli orrori e l'inutilità di quel massacro. Per le generazioni future diventarono solamente due bei romanzi. Con il tempo inevitabilmente si è perduta la loro connotazione diretta con la guerra reale” (cit.).]

    Nonostante la scrittura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” non abbia nulla da invidiare a quella di Hemingway, si è dileguato nel tempo etichettato come romanzo di genere.
    L’ho riletto in questi giorni. Me lo sono ritrovato tra le mani mentre cercavo “La sonata a Kreutzer” nello scomparto “Romanzi Russi e tedeschi”( catalogazione a pene di cane, ne convengo) e mi è venuto in mente il torneo anobino e la sua debacle .
    Vi posso assicurare che non di testimonianza si tratta e tantomeno di romanzo di genere, ma di ben altro che a quindici anni, quando comprai il tascabile all’edicola, non avevo messo a fuoco ma solo intuito.
    Dietro l’esperienza personale, infatti, c’è lo scandagliare nella psiche umana, da scrittore, nelle condizioni di stato di eccezione come lo erano la guerra per Remarque e i campi per Levi; né la mera cronaca più o meno truculenta, né un romanzo antimilitarista ma la rappresentazione di una condizione psicologica ed esistenziale traumatica di un’intera generazione davanti alla morte e alla violenza. Più che sui fatti (la trincea, gli assalti e le ritirate, la fame, la paura e la morte) tutto il romanzo ruota attorno alle aporie morte/forza della vita, autoconservazione/distruzione davanti alle quali quello che è stata la cultura in tempo di pace crolla. Si lotta per l’autoconservazione e necessariamente si deve dimenticare il passato civile pena l’impazzimento.
    E soprattutto questo riaffiorare, negli stati di eccezione, dell’animalità che convive con la mente civilizzata non può assolutamente essere raccontato perché questo significherebbe dover prendere pienamente coscienza di una verità impossibile da sopportare: non nascosero i sopravvissuti nei lager la loro storia?

    Le uniche parole che hanno senso sono “armi da fuoco, tenda, miniere, gas, serbatoi, macchine, bombe a mano - parole, parole, ma includono il grigio del mondo”.

    I soldatini ( sono i ragazzini del ‘99) lottano contro il rischio di impazzire, con l’animalità basata solo sul soddisfacimento dei bisogni primari, sul dimenticare velocemente, sul non pensare mai, sulla battuta di spirito come presa di distanza e strumento di autodifesa. Il ritorno alla vita, nelle brevi licenze, li mette di fronte a questa vergognosa regressione che nel mondo di prima appare oscena pertanto indicibile.
    “Non è una regressione morale ma uno stato pre-morale: la natura umana più profonda non è buona o cattiva, ma è formata da impulsi elementari volti al soddisfacimento di determinati bisogni fondamentali”: una delle poche analisi di Freud condivisibili.

    Ecco: forse troppo lontano dall’occidente odierno questa verità. Settant’anni di assenza di stato d’eccezione rendono mere testimonianze questi poveri libri che non possono farla franca alle eliminatorie del torneo. Ma siamo sicuri che nei Cie non sia in vigore uno stato di eccezione che giustifica il mancato soccorso di una donna lasciata morire, mentendo sulla sua vera causa di morte? Trombosi polmonare massiva: sarebbe spirata in un attimo!

    16/01/207
    http://ilmanifesto.info/come-sopravvivere-allafasia-dellorrore/

    ha scritto il 

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