Noi marziani

Cosmo Argento 28

Di

Editore: Nord (Cosmo. Collana di fantascienza)

3.9
(592)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 198 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Finlandese , Francese , Olandese

Isbn-10: A000116700 | Isbn-13: 9788842900375 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Carlo Pagetti ; Illustrazione di copertina: Ferruccio Petriccioli

Disponibile anche come: Paperback , Altri , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Nota:
codice ISBN assegnato a posteriori dalla casa editrice, a partire da giugno 1993
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Non il libro che preferisco di Dick

    Un credibilissimo scenario, la colonizzazione di Marte a seguito della rovina del pianeta terra, ormai troppo inquinato e sovraffollato; la narrazione si snoda dando voce al pensiero dei vari personag ...continua

    Un credibilissimo scenario, la colonizzazione di Marte a seguito della rovina del pianeta terra, ormai troppo inquinato e sovraffollato; la narrazione si snoda dando voce al pensiero dei vari personaggi, in particolare quello di Arnie Kott, un personaggio molto importante nella colonia, e Jack Bolhen, un riparatore affetto da schizofrenia. Tra gli elementi che mi hanno colpito c'è la visione che Dick dà dei Bleekman: i veri marziani vengono descritti (in particolare da Arnie) come un popolo primitivo, poco evoluto e in via di estinzione. Vengono definiti "Bleekman addomesticati", "Bleekman selvaggi", "negri", e si parla più volte di contesti in cui vengono sfruttati e bistrattati dagli uomini. Tutto questo non può che far venire in mente la condizione degli indiani d'America, scacciati, sfruttati e decimati dai coloni europei, nonché lo schiavismo nero. L'idea che Dick mi sembra trasmettere è che l'uomo non può imparare dai suoi errori e non vuole astenersi dallo sfruttare popoli/razze in situazione di svantaggio.
    Nonostante abbia apprezzato alcuni stralci, questo libro non mi ha entusiasmato com'è accaduto per altre opere dell'autore.

    ha scritto il 

  • 3

    Non spicca!

    A parer mio non spicca per la brillantezza dei contenuti, il fulcro del romanzo riguarda il protagonista Jack con un passato da schizofrenico, il quale viene 'convinto' da un losco figuro ad intrapren ...continua

    A parer mio non spicca per la brillantezza dei contenuti, il fulcro del romanzo riguarda il protagonista Jack con un passato da schizofrenico, il quale viene 'convinto' da un losco figuro ad intraprendere in una sorta di viaggio, ossia il relazionarsi con un bambino austico, Manfred, in grado con la sola forza della mente di viaggiare nello spazio tempo, cosa che renderebbe il losco personaggio ricco e potente, e a cui aspira naturalmente.

    La trama da questo punto in poi favorisce emozioni altalenanti, e devo dire che verso la fine ci sono anche guizzi di spessore, tuttava a mio parere non può che essere archiviato come un buon romanzo di pseudo fantascienza, direi più incentrato sulle relazioni umane e sulla psicologia dell'essere umano stesso piuttosto che sulla fantascienza, ma nulla più.

    In definitiva, interessante sotto certi aspetti - quelli tipici di Dick -, carente su altri - di fantascienza c'è poco e niente.

    ha scritto il 

  • 3

    Se l’opera di Dick non è il punto migliore per entrare in contatto con la fantascienza, questo romanzo non è l’ingresso giusto per affrontare il mondo dello scrittore statunitense. Il quale scriveva t ...continua

    Se l’opera di Dick non è il punto migliore per entrare in contatto con la fantascienza, questo romanzo non è l’ingresso giusto per affrontare il mondo dello scrittore statunitense. Il quale scriveva troppo – nel 1964 assieme a ‘Noi marziani’ uscirono altri tre suoi lavori – non riuscendo a volte a dare il giusto equilibrio alle sue storie: in queste pagine assistiamo a una lunga presentazione dei personaggi, con un paio di sterzate improvvise, lungo i primi due terzi di una vicenda che poi subisce una brusca accelerazione nei restanti capitoli. In compenso, i temi cari allo scrittore sono ben chiari, visto che tutta la vicenda è caratterizzata da una parte dal desiderio di mostrare che l’uomo continua a essere guidato da grettezza e avidità in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo e dall’altra dall’interesse per la mente, per il suo funzionamento e per le connesse patolgie. Questo interesse diventerà un’ossessione nel corso degli anni, ma già qui domina la narrazione con la schizofrenia vista anche come un modo per proteggersi o una via di fuga da un presente mediocre e claustrofobico a cui, volenti o nolenti, si finisce per adattarsi, come fanno Jack Bohlen e la moglie in un finale che si potrebbe vedere come un banale happy-end se non fosse per le considerazioni di ben altro segno che lo accompagnano. Il predetto Jack è uno dei protagonisti di un romanzo a molte voci: esperto riparatore ma con un passato da schizofrenico, viene di punto inbianco incaricato dal potente Arnie Kott di cercare di relazionarsi con un bambino autistico, Manfred, la cui mente potrebbe aver la capacità di viaggiare nel tempo favorendo gli affari di Kott medesimo. Il quale non si ferma davnti a nulla per accrescere potere e conto in banca, non facendosi di certo scrupolo nel manipolare regole e persone, si tratti di Jack, Manfred, la sua amante o l’intero sindacato di cui è a capo: in lui c’è parecchio del vecchio barone di frontiera e del resto Marte colonizzato parzialmente e con un popolo indigeno destinato all’estinzione ma depositario di una strana saggezza, lascia intravedere in filigrana una visione disillusa dell’Ovest americano. Insomma, come spesso accade in Dick, la patina futuristica è davvero sottile con pochi accenni a eventuali invenzioni (fanta)scientifiche – l’umanità colonizza il terzo pianeta e usa ancora i telefoni, magari col filo? – perché l’interesse dell’autore sta più all’interno dei personaggi che nell’ambiente che li circonda: una prospettiva interessante, anche se è comprensibile che non susciti entusiasmi, però non sviluppata come sarebbe stato necessario perché il romanzo risulti del tutto efficace. Visto pure il consueto periodare disadorno, è assai probabile che il libro sia apprezzato soprattutto dai vecchi tifosi: tutti gli altri potrebbero non trovarvi grandi soddisfazioni.

    ha scritto il 

  • 0

    Noi. Marziani.

    Se vi aspettate omini verdi con le antenne siete stati tratti in inganno dal titolo.
    Un titolo esplicito, certo, ma che per Philip K. Dick significa qualcosa di ben diverso da quello che, condizionati ...continua

    Se vi aspettate omini verdi con le antenne siete stati tratti in inganno dal titolo.
    Un titolo esplicito, certo, ma che per Philip K. Dick significa qualcosa di ben diverso da quello che, condizionati da tantissima “altra” fantascienza, siamo abituati ad intendere noi.
    I Marziani ci sono, nessun imbroglio. Ma assomigliano piuttosto ad Aborigeni australiani, che vagano per il deserto del pianeta colonizzato fumando sigarette e affidandosi ai loro idoli semplici.
    Anche la prospettiva ucronica può deludere il lettore esigente: sulla terra ci sono ancora i due blocchi della Guerra fredda ma l’ONU riesce ad avviare un programma di colonie sul pianeta rosso, con l’intento non dichiarato di sgravare la Terra dal peso della sovrappopolazione.

    Chi è il protagonista del romanzo, un testo che nello stile classico di Dick segue molti personaggi in un intarsio di cambiamenti di prospettiva?
    Manfred, un bambino autistico. O, meglio, schizofrenico. Ma il disagio psichico viene definito poco per volta, e sono i lettori testimoni di una sorta di diagnosi graduale. Nulla viene concesso immediatamente. È necessario arrivarci.
    Confinato in un kibbutz della Nuova Israele, di fatto la colonia marziana più efficiente, Manfred sa pronunciare una sola parola: gubble, che viene reso in italiano con putrìo e che, nella versione originale richiama il “gabba gabba” del cinema degli anni trenta che ispirò anche i Ramones.

    La vita scorre attorno a lui: l’assillante problema dell’acqua che provoca liti di vicinato – e ci vuole uno sforzo immane per non considerare Dick profetico su quello che sarà la causa di tante guerre del terzo millennio; affaristi che cercano di speculare, niente di stupefacente; poca cultura, salvo i dischi di Arnie: su Marte sopravvivono i tecnici, i riparatori, gli artigiani. E quelli che si arrangiano trafficando cibi di lusso.
    C’è poi il solito refrain dickiano dell’adulterio, che coinvolge i personaggi più positivi – non c’è nessun buono o cattivo assoluto nella visione mai manichea di Dick.

    O forse, i buoni per una volta ci sono: Manfred e i Marziani, che saranno coloro grazie ai quali il bambino raggiungerà la sua giusta dimensione e troverà l’equilibrio.
    A costo di sofferenza.
    Perché “Noi Marziani” è un romanzo sull’alienazione mentale, e descrive il dolore psichico con una finezza che ho trovato solo nei testi del professor Eugenio Borgna.
    Manfred lo schizofrenico, colui che vive di un tempo proprio, in cui i concetti di passato presente e futuro si mescolano, infrangendo le barriere.
    A suo modo è un viaggio nel tempo, altro topos della fantascienza, ma non è prodotto da macchine con l’intento di cambiare la storia, è invece una condanna per chi lo porta, per chi strutturato secondo criteri “diversi dai nostri” – qualunque cosa voglia significare – non ha accesso alle relazioni.
    Eppure non è fuori dal nostro mondo. La presenza di Manfred riesce a modificare il mondo circostante. Anche per chi gli sta vicino le barriere del tempo e i criteri normali di interpretazione della realtà cadono.
    Una letteratura che in fondo traduce la psichiatria esistenzialista, quella che scorge l’affinità tra la malattia mentale e il disagio a cui i sani comunque non riescono a scampare – la condizione umana.
    E che non si arrende anche quando la cura sembra impossibile. E forse lo è. Ma quello che conta è almeno il tentativo di squarciare il muro dell’incomunicabilità, la sola salvezza è nelle relazioni. Quelle che Manfred riesce a stabilire con i Marziani, con cui potrà essere finalmente se stesso affrancato dalla peggiore delle schiavitù: la paura.

    Se vi aspettavate omini verdi con le antenne sarete rimasti delusi. Ma se avete accettato un viaggio anche più arduo, negli abissi e nelle vette della psiche, lottando non contro mostri rettiliformi ma contro l’alienazione e il muro che si pone nelle relazioni umane disgregando quanto ci definisce come uomini, allora avrete compreso anche il titolo.
    “Noi Marziani”. O meglio: noi.
    Marziani.

    ha scritto il 

  • 4

    La colonizzazione fantascientifica più realistica

    In questo libro Dick racconta la colonizzazione di Marte immaginandosela nell'unico modo che, a parer mio, potrebbe avvenire...una colonizzazione fallita in cui gli interessi cambiano e il pianeta div ...continua

    In questo libro Dick racconta la colonizzazione di Marte immaginandosela nell'unico modo che, a parer mio, potrebbe avvenire...una colonizzazione fallita in cui gli interessi cambiano e il pianeta diventa l'ennesimo fallimento della razza umana. Il tutto fa da sfondo, come scusa fantascientifica, alla solita indagine sulle vite di un gruppo di personaggi in viaggio senza meta come spesso accade nei romanzi di Dick.
    Nel mio caso è quello che cercavo quindi il libro mi è piaciuto molto e lo consiglierei a chiunque volesse assaporare l'atmosfera a metà tra beatnick e rassegnazione nichilista che spesso Dick regala.

    ha scritto il 

  • 4

    Un romanzo di fantascienza che potrebbe benissimo non esserlo, per questo sono riuscita a finirlo!
    Gli esseri umani in parte sono emigrati su Marte, hanno formato colonie e sottomesso i nativi (che ve ...continua

    Un romanzo di fantascienza che potrebbe benissimo non esserlo, per questo sono riuscita a finirlo!
    Gli esseri umani in parte sono emigrati su Marte, hanno formato colonie e sottomesso i nativi (che vengono chiamati blackman), ma sono sempre gli stessi esseri umani assetati di potere e irrispettosi della vita.
    La storia gira intorno ad un bambino autistico e la sua visione dissociata del mondo circostante. Uno dei potenti di Marte cercherà di usarlo per prevedere il futuro e aumentare i suoi affari.
    Vita e morte, passato e presente si alternano e la sensazione che rimane alla fine della lettura è un po’ di amarezza per quelle vite emarginate.

    ha scritto il 

  • 3

    Un'opera discreta di Dick: la confusione tra reale e allucinatorio, il ruolo ambiguo delle figure femminili e l'alienazione sono presenti anche qui e ben sviluppate. La pecca principale del romanzo è ...continua

    Un'opera discreta di Dick: la confusione tra reale e allucinatorio, il ruolo ambiguo delle figure femminili e l'alienazione sono presenti anche qui e ben sviluppate. La pecca principale del romanzo è il ritmo narrativo: per i primi tre quarti assistiamo ad uno sviluppo lento ed alla pittura di un affresco desolante sulla condizione umana su marte senza coinvolgimento e piuttosto noioso per poi risolvere l'intreccio (abbastanza banale) nelle ultime 40 pagine. Da leggere per gli appassionati ma sconsigliato a chi si accosta per la prima volta a PKD

    ha scritto il 

  • 0

    Un libro decisamente incasinato: tra personaggi schizofrenici, pseudoviaggi nel tempo e psicosi varie, seguire il filo (...il filo..) è decisamente complesso. Una piccola delusione deriva dal fatto ch ...continua

    Un libro decisamente incasinato: tra personaggi schizofrenici, pseudoviaggi nel tempo e psicosi varie, seguire il filo (...il filo..) è decisamente complesso. Una piccola delusione deriva dal fatto che di "marziano" c'è ben poco, anzi nulla
    , potrebbe essere ambientato ovunque, non è fantascienza sotto nessun aspetto. Alla fine mi ha lasciato un po' così, non si può dire che sia brutto, ma del tutto diverso da quello che uno si aspetta. boh, non so dare un giudizio così a caldo, sarebbe da rileggere più avanti per capire meglio ( ma non lo farò mai).

    ha scritto il 

  • 4

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2012/11/01217-tiempo-de-marte-philip-k-dick.html

    En Tiempo de Marte Dick habla de paranoia y autismo, de un niño cuyo tiempo interior no coincide con el ext ...continua

    http://despuesdelnaufragio.blogcindario.com/2012/11/01217-tiempo-de-marte-philip-k-dick.html

    En Tiempo de Marte Dick habla de paranoia y autismo, de un niño cuyo tiempo interior no coincide con el exterior y no puede comprender ni interactuar con el mundo que le rodea, de un hombre en el abismo de la locura que a veces se pierde en el tiempo, de un Marte sucio, fronterizo, caciquil, un mundo que es el futuro y no admite anomalías, de tierras conquistadas y nativos marcianos que vagan por el desierto, de tierras vírgenes por conquistar. Si Bradbury traslada la conquista de América a Crónicas Marcianas, Dick se acerca a aquellas historias de la conquista del oeste. La voz de Bradbury es limpia y fatalista, la de Dick fragmentada, desmañada desesperada.

    Dick divide la historia en varias voces y miradas. No hay héroes ni villanos de una pieza, sólo hombres y mujeres desubicados metidos en un enigma que desconocen e intentan esclarecer, actúan a impulsos sin saber realmente qué ocurre a su alrededor, si aquello que viven es real o una mentira de su mente. En Tiempo de Marte hay un niño autista capaz de trastocar el tiempo, una lucha por el agua y el territorio virgen, un técnico que sufre brotes esquizofrénicos y ve despedazado el orden del espacio y el tiempo, mujeres que viven en granjas solitarias y miran el paisaje desértico a través de las ventanas y se preguntan qué hacen en aquel planeta, contrabandistas y sindicalistas, objetos que se reconstruyen una y otra vez por la falta de nuevas piezas, robots que ejercen de maestros, campos de reclusión para aquellos niños anómalos que hay que esconder porque Marte es sinónimo de futuro y perfección.

    Los momentos más extraños y alucinados de Tiempo de Marte son las visiones del niño autista y del técnico psicótico, el tiempo parece despedazarse en sus visiones, el niño amedrentado porque no ve el tiempo que le rodea sino el futuro, la muerte que le espera a él y a cada rincón de ese planeta (la muerte como un edificio abandonado en mitad de una montaña rocosa), el técnico que no puede controlar algunos de sus ataques, se desconecta de la realidad, el tiempo se frena y ve los cuerpos como extraños mecanismos que se pudren piel adentro. El tiempo y el espacio producen fragilidad, ruido y laberintos.

    Decía Bolaño sobre Tiempo de Marte: Dick es el primero, y si no el primero, el mejor, en hablar sobre la percepción de la velocidad, la percepción de la entropía, la percepción del ruido del universo, en "Tiempo de Marte", donde un niño autista, como un Jesucristo mudo del futuro, se dedica a sentir y a sufrir la paradoja del tiempo y del espacio, la muerte a la que todos estamos abocados (Entre paréntesis, anagrama).

    Para serle franco, Papá Bueno, yo emigré a Marte porque tuve un episodio esquizofrénico a los veintidós años, cuando trabajaba para el Emporio Corona. Estaba al borde del colapso. Tuve que mudarme de un complejo urbano a un sitio más sencillo, más libre, un lugar primitivo de frontra; o emigraba o me volvía loco. Ese edificio cooperativo: ¿se imagina una cosa que agrupa, piso sobre piso, como un rascacielos, y con tanta gente como para necesitar supermercado propio? Yo me volví loco en la cola de la librería. Todo el mundo, Papá Bueno, hasta la última persona de esa librería y del supermercado... vivía en el mismo edificio que yo. Era una sociedad de un solo edificio, Papá Bueno. Y hoy el edificio es pequeño comparado con otros que han construido. ¿Qué me dice?
    - Vaya, vaya -dijo el Papá Bueno meneando la cabeza.
    - Le diré qué pienso yo -dijo Jack-. Pienso que esta Escuela Pública y ustedes, las máquinas docentes, van a criar una nueva generación de esquizofrénicos, descendientes de gente como yo, que se está adaptando muy bien a este planeta. Como preparan a los niños para un medio ambiente que no existe, les van a dividir la mente en dos. Además ese medio ya no existe ni en la Tierra; está obsoleto. Pregúntele al docente Whitlock si una inteligencia auténtica no tiene que ser práctica. Yo he oído decir eso: que la inteligencia debe ser una herramienta de adaptación.

    ( … )

    Ahora comprendo qué es la psicosis: una alienación total de la percepción respecto de los objetos del mundo exterior, sobre todo de los objetos que importan: la gente afectuosa. ¿Y qué ocupa su lugar? Una espantosa preocupación por... el inacabable ascenso y descenso de la marea del propio ser. Por los cambios que surgen dentro y sólo afectan al mundo interior. Es una escisión tal de los dos mundos que ninguno registra los movimientos del otro. Ambos siguen existiendo, pero cada cual por su cuenta.
    Es la detención del tiempo. El fin de la experiencia, de cualquier cosa nueva. Una vez que una persona se vuelve psicótica, ya nunca le ocurrirá nada.
    Y yo estoy en el umbral de eso. Tal vez siempre ha sido así; estaba implícito en mí desde el comienzo. Pero este niño me ha llevado muy lejos. Mejor dicho, he llegado muy lejos a causa de él.
    Una identidad coagulada, fija e inmensa que borra todo lo demás y ocupa todo el campo.

    ha scritto il 

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