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Non dire notte

By Amos Oz

(527)

| Paperback | 9788807720000

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Book Description

160 Reviews

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    Misticanza con yogurt - 06 lug 14

    Un bellissimo libro, triste dalla prima all’ultima pagina. Ecco, se volete un libro triste, credo che questo sia da mettere tra i cinque di testa. Eppur tuttavia, non è un libro triste nel senso che spiace alla lettura, che, appunto, intristendo, ci ...(continue)

    Un bellissimo libro, triste dalla prima all’ultima pagina. Ecco, se volete un libro triste, credo che questo sia da mettere tra i cinque di testa. Eppur tuttavia, non è un libro triste nel senso che spiace alla lettura, che, appunto, intristendo, ci faccia allontanare. È triste come triste a volte può essere la vita. Ma come la vita è pieno di tanti momenti, di tante sfaccettature. Inoltre Oz, che continuo a sostenere meriti il Nobel, ce lo racconta alternandosi nelle vesti dei due protagonisti della storia: il maturo Theo (non vecchio, ma vissuto, ed estrapolerei dal contesto sia un sessantenne o poco più) e la sua compagna Noa (di una quindicina d’anni più giovane). Il racconto, attraversando alcuni mesi della loro storia, ne ripercorre la genesi, e ne riporta le attuali condizioni, consentendo, nelle due prospettive, di verificare ancora una volta quanto ben espresso nel libro di Barnes (“Il senso di una fine”). La difficoltà di conoscere l’altro, e la diversità di peso che ad una stessa vicenda danno i diversi attori della stessa. Anche qui, come in molti altri libri di Oz, la storia è poca, forse esile, forse solo pretesto. Theo e Noa vivono da qualche anno (sei? sette?) nell’insediamento di Tel Kedar, non lontano da Tel Aviv. La loro è una relazione che si presenta stanca, con tanti momenti di tensione. Theo è disilluso, quasi pauroso della vita, dopo aver dato tanto e passato tanto fino a pochi anni prima. Con quel misto di saggezza e di paura continua a vivere il suo rapporto con Noa. Non bella, forse, ma piena di slanci, che a volte si appoggia troppo a Theo, a volte, per ripicca, se ne allontana per una pretesa di indipendenza. Vediamo quotidianamente, da una parte e dall’altra, tutti i possibili errori che si possono commettere in un rapporto. Theo che ha paura di imporre la sua età come metro di giudizio, la sua esperienza come fonte di saggezza. Noa che ha paura di chiedere aiuto quando ne ha bisogno, e che lo rifiuta quando si avvicina non richiesto. Eppure la loro storia, che ci viene raccontata attraverso i capitoli trasversali, è una storia dell’incontro di due persone destinate ad innamorarsi. Theo, urbanista (e i disegnatori di luoghi sono capitali per Israele ed i suoi insediamenti che, metro dopo metro, conquistano tutti i territori, anche il deserto), di successo, riconosciuto, ma non politicamente sorretto, a seguito di cambi governativi, viene allontanato. E chiede di andare a lavorare in America Latina, dove, scordandosi della patria natia, continua ad avere riconoscimenti, anche se non tangibili, ma di stima, per tutte le situazioni che continua a proporre e realizzare. Ed impara l’andamento lento del popolo latino. E la capacità di ascoltare. Accumulando anche una fortuna, che Israele continua a pagarlo. In un passaggio all’ambasciata israeliana in Venezuela, conosce Noa. Che capita lì dopo tanti rovesci in patria: madre che fugge da giovane e va a vivere in Nuova Zelanda, padre maniaco di cartoline, che si ammala, costretto su di una sedia a rotelle, zia che si prende cura di lei bambina e del padre, ma che è matta come un cavallo. E ad un certo punto, Noa deve prendere in mano le redini della vita familiare, sacrificando se stessa per la famiglia. Muore la zia, muore anche il padre, che tanto bene non stava neanche lui, visto che lascia tutto all’unico parente maschio (un nipote) e niente alla figlia. Noa, delusa e sola, decide di accettare un periodo all’estero, lei insegnante ed amante della letteratura. Ed appunto conosce Theo, di quindici anni più grande. Nasce il grande amore. Theo continua a girare ed a progettare per il Sud America, incontrandosi di tanto in tanto con Noa. Ma sempre più vicini e coinvolti. Ci sono immagini d’amore dolcissime (lui che cura lei ammalata). Noa decide di tornare in patria, chiede a Theo di seguirla. Lo fanno, e si trasferiscono appunto a Tel Kedar. Dove Theo praticamente fa una vita da pensionato, distaccato, tra caffè, scacchi, radio, musica classica, e ricordi. Noa insegna, e viene coinvolta emotivamente dalla morte, forse per droga, di un suo alunno. Il padre vorrebbe istituire un centro di cura per drogati e chiede a Noa, come insegnante cui il figlio voleva bene (ma lei non se n’era mai accorta) di farsi promotrice. Questo avvenimento segna il leit motiv della storia attuale, delle dispute tra detto e non detto di Theo e Noa. Con la presentazione, al contorno, di tutta la fauna di Tel Kedar: la donna sindaco (in gioventù amica di Theo, ed il cui marito è morto in guerra in un’unità operativa comandata dal padre dell’alunno morto), il cinquantenne farfallone (che cerca di scopare, o lo fa, tutte le belle donne del villaggio, facendo una corte stonata anche a Noa, per poi mettersi con la timida Linda), Ludimir (il pensionato contestatore pronto a tutte le cause delle minoranze), Natalia (giovane immigrata russa, lavorante alle pulizie per Theo, e di cui lui si prende cura, trovando nuova vitalità con i di lei parenti e facendo loro trovare un lavoro). Tra un ricordo e l’altro, tra un tentativo di mettere in piedi il centro, con tutti contro, l’acquisto di una casa per lo stesso con i soldi di Theo, il tirarsi indietro del padre, e tanti altri micro avvenimenti, si procede per i mesi della primavera e dell’estate nel villaggio. Ma la potenza di Oz è rappresentarci i continui attriti tra Theo e Noa, ed i momenti, dolcissimi, intensi, dove fanno l’amore, dove si accudiscono, dove siedono vicini sul divino a sentire musica. E tanti altri che vi lascerò scoprire, come vi lascerò il non detto se succede qualcosa o meno per il centro, per la città, per loro due. La bellezza e la tristezza del libro, sono in questa descrizione dell’invecchiamento dell’amore (non tanto delle persone). E questo suo persistere, resistere, risbocciare quando lo avevamo dato per perso. Sarebbe tutto bello se fosse sempre come quando incontriamo il giovane irlandese che per amore di una Daphne gira tutti i kibbutz d’Israele, perché sa che lei lavora in uno, ma non sa come si chiama, ma sa che la ama. Oz capisce (e ci fa capire) che la vita non sono solo questi momenti. Ma sono il dolore al ginocchio, l’indecisione se comperare o no un abito colorato, il bisogno di avere un conforto, la rabbia di averlo ma in modo diverso da come lo si voleva (d’altra parte, Theo usa i suoi modi, ed il suo bello è la capacità di immutarsi nel tempo, a volte anche facendomi arrabbiare come un cane randagio). Oz poi usa il nome Kedar, che è quello di uno dei più oltranzisti insediamenti israeliani in Cisgiordania, come contrappasso, per esaltare (anche se mai in modo diretto) la necessità di una tolleranza globale. Come si rispetta l’arabo, che dopo il felafel sta introducendo anche lo shwarma nella ristorazione locale. Come si rispetta il matto, che va tutti i giorni all’Ufficio postale a chiedere quando arriva il profeta Elia. Ed al funerale del matto, imparo una nuova parola: eulogia. Parlare bene di. Frase derivante dal greco che si usa nei funerali ebraici e cristiani dove si fa l’eulogia del morto. Beh, io vorrei (come si fece per mio padre) non che se ne parlasse bene, ma se ne parlasse con rispetto. Come Oz parla dell’amore di Theo e Noa. E come questo amore tante note ha scatenato nelle mie memorie, vicine e lontane. Tanto che sto scrivendo una trama forse troppo lunga. Qui ci si ferma, invitando a leggere Oz, sia questo che altro. Lessi delle critiche che ne parlavano come troppo lento, quasi stancante. Io non lo trovo certo vivace. Ma trovo coinvolgente il suo modo di porre ed affrontare i problemi. E meglio farlo piano, in questo mondo a volte troppo spesso urlante.

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    Giogio53 said on Jul 6, 2014 | Add your feedback

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    Storia di Theo e Noa,lui sessantenne paesaggista in pensione,lei quarantacinquenne insegnante di lettere che vivono ai margini del deserto del Negev .Dopo la morte di un suo alunno per droga,Noa si immerge in un progetto di costruzione di un centro d ...(continue)

    Storia di Theo e Noa,lui sessantenne paesaggista in pensione,lei quarantacinquenne insegnante di lettere che vivono ai margini del deserto del Negev .Dopo la morte di un suo alunno per droga,Noa si immerge in un progetto di costruzione di un centro di riabilitazione per tossicodipendenti che poi,per mille difficolta',non viene realizzato e che mette a dura prova la sua relazione con Theo. Ciascuno dei due narra la storia secondo il proprio punto di vista,descrivendo i vari abitanti della cittadina di Tel Kedar,il clima ostile caldo e ventoso della citta'; ma ne esce anche un ritratto del rapporto di coppia che nonostante tutto e' ancora molto tenero e profondo......"Chi ha un poco di bonta' trova bonta' ovunque....."

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    beba said on Apr 16, 2014 | Add your feedback

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    Dopo aver stroncato 'Una storia di amore etcc..', con la 'Scatola nera' ho pensato che non fosse, dopotutto, malaccio. Ma con quest'ultimo si è proprio rivelato la solita palla di Oz. Non è proprio per me - capitolo chiuso.

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    AdrianaT. said on Mar 9, 2014 | Add your feedback

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    esile storia di coppia e scrittura magistrale

    comunque scorre ed e' pieno di echi affascinanti, di modi e di luoghi, nulla di superfluo...bello.

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    valter15 said on Feb 1, 2014 | Add your feedback

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    Magistrale!

    Il romanzo è una lunga meditazione sull'amore e sulla storia, su cosa possiamo o non possiamo fare, sul valore dei sogni e sulla miseria degli esseri umani. Sono sette o otto pagine struggenti, che contengono tutto il senso del libro: fino a che punt ...(continue)

    Il romanzo è una lunga meditazione sull'amore e sulla storia, su cosa possiamo o non possiamo fare, sul valore dei sogni e sulla miseria degli esseri umani. Sono sette o otto pagine struggenti, che contengono tutto il senso del libro: fino a che punto sappiamo amare, quand'è che preferiamo la quiete al disordine della passione?
    Come sempre Amos Oz riesce ad entrare nei meccanismi psicologici più profondi che si intersecano e intrecciano nell'animo umano, sa raccontarci la vita reale nelle sue sfumature e contraddizioni. Ci parla di un microcosmo, di una piccola situazione, ma nello stesso tempo ci indica un percorso di vita. Ascoltare: è questa la parola chiave. E da qui nasce il concetto di "compromesso" che, come spiega in un'intervista rilasciata alla Feltrinelli di Milano il 2 Marzo 2007, non significa "rinuncia" o "concedere ogni cosa" ma "tentare di incontrare l'altro a metà strada". Noa e Theo si allontanano e si riprendono, questo è il loro compromesso: ognuno tenacemente legato al proprio io ma anche tenacemente pronto ad accogliere l'altro e a immaginarlo, a immaginare di essere lui per comprenderlo.
    Un libro delicato, intimo, profondo.

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    Ines said on Jan 31, 2014 | Add your feedback

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