Non gli ho detto arrivederci

I figli dei deportati parlano

Di

Editore: La Giuntina

3.9
(14)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Altri

Isbn-10: 8885943047 | Isbn-13: 9788885943049 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1ª ed.

Genere: Storia

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Descrizione del libro
"Se avessi potuto dimenticare totalmente il passato, forse avrei potuto vivere come gli altri, essere felice di ciò che ho, e non pensare a ciò che non ho più. Non ho fotografie dei miei genitori, non ho la loro ultima lettera; non ho tomba dove raccogliermi. Un solo documento: 'Scomparsi... Auschwitz 1943'". Così si esprime uno di coloro che hanno accettato di incontrarsi con Claudine Vegh. Sono tutti orfani ebrei i cui genitori sono morti nei campi di sterminio. Trentacinque anni dopo acconsentono a parlarne. A quell'epoca avevano fra i cinque e i tredici anni; ancora oggi hanno l'impressione di vivere 'per caso'. La stella gialla, la separazione brutale, i nascondigli, la mutilazione della loro identità, la lotta con la sopravvivenza, il contatto con ambienti sconosciuti, ostili o protettivi, i sentimenti ambivalenti verso gli scomparsi e, soprattutto la speranza insensata di vederli tornare, nonché il tentativo, in seguito, di tagliare ogni legame con questo passato e di reinserirsi nella società: ecco ciò che svelano questi colloqui, ecco ciò che è rimasto nascosto nella vita di questi figli di deportati, per i quali, come dice Bruno Bettelheim nella postfazione, il lutto si è rivelato impossibile. E trentacinque anni dopo è sempre il solito lamento: "Non gli ho detto arrivederci".
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  • 5

    Questo libro è stato per me fonte di ispirazione, per cui lo custodisco dentro di me come qualcosa di sacro. Da queste interviste ad ex fanciulli deportati è nato il mio spettacolo "Non gli ho detto n ...continua

    Questo libro è stato per me fonte di ispirazione, per cui lo custodisco dentro di me come qualcosa di sacro. Da queste interviste ad ex fanciulli deportati è nato il mio spettacolo "Non gli ho detto neanche arrivederci", che in parte ne ha rispecchiato il titolo. Secondo spettacolo di una trilogia sulla memoria iniziata con "Non colpevole". Dunque, è un libro che ormai da tempo non giudico più come un semplice libro, ma come una stella cometa, una guida insomma che mi accorgo di citare continuamente. Si tratta di una serie di interviste a ex bambini che hanno vissuto la deportazione propria e dei propri genitori che molto spesso non hanno più visto tornare a casa. Un irrisolto mostruoso e profondamente crudele, la semplice parola arrivederci, una parola a volte di quotidiana banalità, può diventare il fulcro fondante di una crescita difficile e dolorosa. Aver visto portare via il proprio padre o la propria madre senza averle potuto dire una semplice parola come "arrivederci" apre secondo me un abisso difficile da digerire. Ecco, perché nel titolo del mio spettacolo avevo aggiunto quel "neanche", mi dava l'idea che il "neanche" rendesse più di ogni altra cosa l'estrema irrazionalità di una situazione che non ha mai avuto un perché. Io lo consiglio, indipendentemente dalla traduzione, che a tratti non sarà proprio il massimo, ma è un vademecum dell'assurdità da tenere sempre con sè. Una parola, una sola parola come "arrivederci" può cambiare il nostro destino.

    ha scritto il 

  • 5

    Una serie di interviste-incontro con alcuni figli di deportati, quella "generazione perduta" che ha subito gli effetti devastanti dovuti alla scomparsa di uno o di entrambi i genitori nei campi di con ...continua

    Una serie di interviste-incontro con alcuni figli di deportati, quella "generazione perduta" che ha subito gli effetti devastanti dovuti alla scomparsa di uno o di entrambi i genitori nei campi di concentramento. Claudine Vegh li avvicina con estremo pudore e delicatezza e li lascia parlare. Toccante e doloroso.

    ha scritto il 

  • 4

    "Vedi, la stella gialla, io l'ho portata"

    Il libro è un mémoire, una raccolta di colloqui raccolti e trascritti da Claudine Vegh realizzata per completare la sua specializzazione in psichiatria. Gli intervistati, che negli anni che vanno dal ...continua

    Il libro è un mémoire, una raccolta di colloqui raccolti e trascritti da Claudine Vegh realizzata per completare la sua specializzazione in psichiatria. Gli intervistati, che negli anni che vanno dal 1940 al 1945 erano tutti bambini, sono adulti che raccontano la loro esperienza di figli di deportati che hanno perso uno o entrambi i genitori durante l’ultima guerra (l’autrice stessa ha perduto il padre). Sparisce un genitore, talvolta tutti e due, un fratellino, una sorella e a questa prima tragedia, quella cioè della separazione, ne seguono altre. Questi bambini venivano alloggiati da chi poteva accoglierli, spesso un parente, un amico ma anche e non di rado presso sconosciuti e mai in via definitiva. Trasportati, spostati, costretti alla gentilezza passeggera, all’amore per caso e comunque sempre esposti all’angoscia e alla solitudine. Tutti hanno aspettato il ritorno di un padre, di una madre o di entrambe. Per molti non è tornato nessuno e anche quando hanno smesso di sperare hanno continuato ad aspettare perché quello che manca non finisce mai di mancare. Il ritorno, il non-ritorno, zii, vicini, conventi, case, istituti, nascondigli, volti che la memoria non mette più a fuoco, lettere lanciate dai vagoni piombati e giunte per caso ai destinatari, uno sguardo, una parola, che poi sono diventati l’ultimo sguardo e l’ultima parola. L’occidente travolto da uno sciame di orfani. L’angoscia sale pagina dopo pagina e, al di là di qualsiasi spiegazione psicologica, il dolore è insopportabile.

    “Quando i poliziotti li hanno portati via io ero dalla vicina e guardavo dalla finestra. Mia madre ha alzato la testa verso di me e molto discretamente mi ha fatto un cenno, tutto qui.
    Questa scena io la rivedo sempre.”

    ha scritto il 

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