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Non mi ami ancora

Di

Editore: Il Saggiatore (Tascabili Narrativa, 193)

3.0
(195)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 218 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8856502283 | Isbn-13: 9788856502282 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Andrea Buzzi

Genere: Fiction & Literature , Musica , Romance

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Descrizione del libro
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  • 3

    Non c’è profondità senza superficie

    Tirano avanti con assurde occupazioni che parrebbero uscite dalle fantasie scoppiate del primo Douglas Coupland i giovani protagonisti di “Non Mi Ami Ancora”. C’è la telefonista di un ufficio reclami che non è altro che un’installazione d’arte contemporanea. C’è il suo quasi ex-fidanzato, ...continua

    Tirano avanti con assurde occupazioni che parrebbero uscite dalle fantasie scoppiate del primo Douglas Coupland i giovani protagonisti di “Non Mi Ami Ancora”. C’è la telefonista di un ufficio reclami che non è altro che un’installazione d’arte contemporanea. C’è il suo quasi ex-fidanzato, psicologo improvvisato per animali dello zoo con qualche cedimento affettivo verso una giovane cangura depressa. Non può mancare l’impiegata in un porno-shop, quasi un must dell’universo indie americano degli ultimi due decenni. E infine il genietto della compagnia, perditempo cinefilo ossessionato da presunte implicazioni subliminali nel sottotesto de “La Bestia Umana” di Fritz Lang. Sono tutti trentenni, e ancora non è riuscito loro di combinare nulla di buono. Eccetto quando trascorrono assieme il loro tempo e suonano come se non ci fosse un domani nella loro band scalcagnata e ancora priva di nome, il solo espediente per accarezzare l’illusione della libertà. Proprio questo gruppo rock di belle speranze diventa il tramite per una svolta sostanziale, visto che il talento sembrerebbe esserci tutto, la purezza non è mai messa in discussione e un’opportunità inattesa arriva a bussare alla loro porta. Il deus ex machina, preme dirlo, è di quelli davvero insoliti: uno dei fissati di quel “demenziale archivio di lagnanze” che è la baracconata pseudoartistica in cui è coinvolta la bassista Lucinda, primattrice incontrastata del libro. Il suo “reclamante”, all’altro capo del telefono, la seduce con chiamate quotidiane tanto surreali quanto morbose, influenzandone l’immaginario e candidandosi, all’insaputa di tutti, come il paroliere perfetto di cui l’acerba creatura musicale ha bisogno per un salto di qualità fino a ora solo vagheggiato. Ma che sembra proprio sul punto di manifestarsi quando il suo primo concerto, in un loft preso d’assalto da un esercito di snob eccentrici, si traduce in un successo incredibile. Le offerte arrivano a pioggia e la fama è a un passo, distante giusto l’ospitata radiofonica di rito nella trasmissione del guru di turno, una sorta di John Peel americano. Ma nel frattempo troppe dinamiche, in prevalenza passionali, si sono innescate con l’incarnarsi di quella voce d’oro prima solo virtuale. E così, con l’integrità del quartetto minata nelle fondamenta, nulla di buono si profila forse all’orizzonte, al di là di qualche buon insegnamento sulla lealtà di cui fare tesoro per gli anni a venire.

    “Non c’è profondità senza superficie”. In questo romanzo minore, quasi marginale nella sua affettuosa deriva giovanilistica, Jonathan Lethem lo dice abbastanza chiaramente. Per una volta c’è grande leggerezza (a tratti anche troppa), si mima l’entusiasmo ingenuo di chi ancora non è condannato al disincanto grazie ad un’aderenza ammirevole, immersione mai insincera o posticcia in una realtà, quella del sottobosco della musica indipendente, evidentemente molto amata dall’autore. Così si ha modo di offrire, nel groviglio di stramberie e luoghi comuni su un degrado sempre più generalizzato, riflessioni non certo banali sul senso di inadeguatezza o spersonalizzazione, sulla solitudine e gli inganni dell’innamoramento, quasi un marchio registrato della giovinezza che sfuma. Certo non tutto funziona. Alcuni spunti sono fastidiosi per come non stanno in piedi, c’è molto di irreale a cominciare dalle virate caratteriali di quasi tutti i personaggi (un classico i cinici che si trasformano in cuori d’oro, anche se qui prevalgono i movimenti inversi), eppure è innegabile che l’eroina Lucinda, con la sua disastrata navigazione sentimentale del tutto priva di bussole, desti simpatia in modo alquanto naturale. Ancora una volta Lethem si conferma tuttavia prezioso soprattutto in qualità di scenografo. Al posto della Brooklyn malinconica de “La Fortezza della Solitudine”, fa pur sempre un discreto effetto l’afosa Los Angeles dei boulevard dimenticati, un nuovo villaggio Potemkin assolato e insieme desolato, il teatro perfetto per la parabola dei quattro eterni ragazzini in cerca d’autore (nel vero senso della parola). Delle quinte efficaci, un paio di caratterizzazioni azzeccate e poche pagine di sesso scritte con la dovuta grazia non bastano tuttavia a fare un gran libro. Già per il suo volume ridotto, è alquanto improbabile che questo “Non Mi Ami Ancora” aspirasse a esserlo, anche solo in quanto a intenzioni. Quando va bene è opera carina, non impegnativa ma neppure scialba, che si lascia divorare in agilità. Mancano tuttavia il dolente esistenzialismo de “La Fortezza della Solitudine”, così come gli straordinari vicoli ciechi narrativi di “Chronic City”, con ogni probabilità i due titoli imperdibili dell’autore. Che qui si diletta con mestiere senza offrire mai nulla di più stimolante.

    Forse, a ben vedere, quella frase sibillina era puramente autoreferenziale. Non esistono i mezzi capolavori senza i titoli prescindibili. E questa, che la si ami oppure no, è più che altro epidermide.

    ha scritto il 

  • 4

    Rispetto agli ultimi romanzi di Jonathan Lethem Non mi ami ancora è un episodio minore, non fosse altro che per le sue dimensioni contenute, oltre che per il setting più limitato e un approccio che m'è parso più semplice e quotidiano alla narrazione rispetto alla densità metaletteraria di Chronic ...continua

    Rispetto agli ultimi romanzi di Jonathan Lethem Non mi ami ancora è un episodio minore, non fosse altro che per le sue dimensioni contenute, oltre che per il setting più limitato e un approccio che m'è parso più semplice e quotidiano alla narrazione rispetto alla densità metaletteraria di Chronic City o all'intensità emotiva raggiunta ne La fortezza della solitudine. In Non mi ami ancora Lethem da spazio alla sua passione per rock e dintorni, oltre a ritornare sui temi fondanti la sua scrittura: arte e normalità, solitudine e meraviglia, disagio e integrazione. Il percorso che compie Lucinda, bassista di un'anonima band alla ricerca dell'occasione giusta, tra l'arte che le dà da mangiare e la crisi sentimentale che la indirizza tra le braccia di uno sconosciuto interlocutore telefonico, sarà anche sintomatico del vuoto in cui si muovono gli under trenta più o meno attivi culturalmente negli States ma, banalità per banalità, a me è parso soprattutto esemplare della necessità di mantenere attive curiosità e passione per non essere divorati dall'omologazione circostante. Senza scomodare i massimi sistemi, gli aspetti migliori del romanzo sono lo sguardo credibile sul sottobosco in cui fermentano le pulsioni del rock indipendente americano e, dal punto di vista strettamente letterario, c'è l'immersione nell'immaginario erotico-sentimentale della protagonista che dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il talento autoriale di Jonathan Lethem.  Ho letto Non mi ami ancora a poco tempo di distanza dal Despero di Gianluca Morozzi (vedi sotto). Potrebbe essere esercizio interessante confrontare l'approccio opposto a temi simili dei due autori. Per l'americano l'anima rock che distingue la sua storia suona consapevole, fredda e consolidata, mentre invece per l'italiano ha il sapore inconfondibile della nostalgia, guidato com'è dalle emozioni primarie, da rabbia e consolazione, nel tentativo estremo di fermare il tempo. Del resto il primo  racconta il rock nella sua età matura (Stati Uniti, oggi) mentre il secondo è ancora fermo alla sua adolescenza, con tutti i vantaggi della passione e i difetti tipici dell'età. Nel complesso non consiglierei Non mi ami ancora a chi già non conosce e apprezza Jonathan Lethem, ma io sono un fan, e come tale non ho potuto non gradire il romanzo.

    (Iguana blog: http://iguanajo.blogspot.it/2013/03/letture-jonathan-lethem-michele-mari.html )

    ha scritto il 

  • 4

    La traduzione è buona, nostante qualche scelta lessicale un po' strana e un po' arcaicizzante (percalle, bovindo o calaverna). Il libro nel suo insieme mi è piaciuto, una storia un po' scalcagnata di musica, gioventù e amore. O forse semplicemente di vita, libertà espressiva e sentimenti.

    ha scritto il 

  • 3

    Tiene ese toque a lo Bukowski, pero se queda a medias. Adoro y odio al mismo tiempo estas historias de realidad sin sentido, de dolor sin respuesta, y de esto que lees pero al final no te dejan algo a lo que pensar, si no que te dan ese atisbo de realidad. Donde las cosas no son blanca o negras y ...continua

    Tiene ese toque a lo Bukowski, pero se queda a medias. Adoro y odio al mismo tiempo estas historias de realidad sin sentido, de dolor sin respuesta, y de esto que lees pero al final no te dejan algo a lo que pensar, si no que te dan ese atisbo de realidad. Donde las cosas no son blanca o negras y la gente no es bondadosa ni malvada, simplemente personas... y aveces agradeces este tipo de libros porque te traen de vuelta a la realidad. Y si, esta realidad sucia como le llaman, porque aunque nos quieran hacer creer en los otros libros donde todo es sensual y tierno y sentimientos, aqui es todo mucho mas carnal, sucio, desagradable y humano.

    ha scritto il 

  • 4

    Buono anche se non eccezionale. Ancora molta musica, ma la scena questa volta è Los Angeles non Brooklyn. Giovani, ma non giovanissimi; vite un po’ spostate, ma non più di tanto; molto sesso, ma anche buoni sentimenti. Nel complesso un libro piacevole, non troppo impegnativo. Quasi un libro “legg ...continua

    Buono anche se non eccezionale. Ancora molta musica, ma la scena questa volta è Los Angeles non Brooklyn. Giovani, ma non giovanissimi; vite un po’ spostate, ma non più di tanto; molto sesso, ma anche buoni sentimenti. Nel complesso un libro piacevole, non troppo impegnativo. Quasi un libro “leggero” ma la vena paradossale e la brillantezza di scrittura lo mettono – appena – un gradino più su.

    ha scritto il 

  • 0

    Che amarezza!!!
    Una band da quattro soldi composta da:
    - una bassista estremamente confusa alla ricerca del grande amore e di protezione, che si è portata a letto praticamente più della metà dei personaggi maschili del romanzo;
    - un chitarrista solitario con sgabello incorporato, ossessionato dal ...continua

    Che amarezza!!! Una band da quattro soldi composta da: - una bassista estremamente confusa alla ricerca del grande amore e di protezione, che si è portata a letto praticamente più della metà dei personaggi maschili del romanzo; - un chitarrista solitario con sgabello incorporato, ossessionato dalla ricerca dei particolari in un film che avrà visto almeno duecento volte, - una batterista dai contorni sfocati, che lavora in un sexy shop; - un cantante rapitore di canguri, che dovrebbe rappresentare il “belloccio” del gruppo. Di contorno uno pseudo artista con una calvizie incipiente, il suo ufficio reclami e il “reclamante” Carl, descritto come un maialino paffuto, completamente ricoperto di peli, che per vivere inventa slogan, e che, però, è "un mago del sesso". Si ubriacano, si fanno le canne, fanno sesso e sognano di diventare famosi. Una storia...boh...non trovo nemmeno una definizione. Magari rappresentativa del disagio che serpeggia tra i trentenni? Se fossi nata e vissuta negli Stati Uniti, direi che Lethem con questo suo romanzo potrebbe essere definito “il Fabio Volo de noantri”. Ritenterò con Lethem, magari sarò più fortunata...

    ha scritto il 

  • 3

    Riflessi in superficie.

    Amo i colori acidi, mi piace indossarli, soprattutto il verde acido; ricordo ancora quando a trent'anni andavo a ballare all'Alien con la mia amica Donatella: avevo un collant verde ramarro - acido, ovviamente - che indossavo con un paio di short minigonna grigio ardesia, completamente in contras ...continua

    Amo i colori acidi, mi piace indossarli, soprattutto il verde acido; ricordo ancora quando a trent'anni andavo a ballare all'Alien con la mia amica Donatella: avevo un collant verde ramarro - acido, ovviamente - che indossavo con un paio di short minigonna grigio ardesia, completamente in contrasto con me, con una parte di me, che invece è più convenzionale e neutra, dai capelli al trucco.

    Al contrario ho un brutto rapporto con l'Arte concettuale e con l'Arte Contemporanea in genere (tranne luminose eccezioni, sia chiaro). Solo sentir parlare di installazioni mi innervosisce e mi provoca immediatamente l'orticaria, perché io, che amo visceralmente Leonardo da Vinci e Pierre August Renoir, difficilmente mi emoziono, sia pur apprezzandoli, davanti ad un'opera di Calder o di Duchamp.

    Eppure questo romanzo è proprio un mischione delle tinte che amo e al tempo stesso un'allegorica installazione; ed è forse proprio per questo che ci ho girato intorno come una visitatrice al Macro, diffidente e prevenuta, ma pronta a farmi rapire dai suoi colori e a lasciarmi contaminare dalla sua stravaganza.

    È la storia di quattro trentenni e della loro band, una band senza nome, in una Los Angeles che si vive solo nei locali e nelle case; è una storia 'underground' in cui ai colori acidi delle canzoni della band, al ruolo che Lucinda, una dei quattro, la più protagonista dei quattro, recita nell'installazione dell'artista e suo ex-fidanzato Falmouth, alla canguro depressa che Matthew il cantante della band rapisce dallo zoo dove lavora e ospita nella sua vasca da bagno, si contrappone il ritratto di una generazione in cerca di identità, ma soprattutto di amore, cercato, consumato e riciclato nelle sue forme più strane e inusuali. È una storia in cui ciascuno dei protagonisti, a modo suo, 'reclama' qualcosa, proprio come il 'reclamante' Carl, lo strano personaggio che balza fuori in carne e ossa dall'installazione di Falmouth e che diventa elemento disturbante per Lucinda e, come un pezzo del domino che cadendo genera una reazione a catena, destabilizzante per gli altri membri della band e lo stesso artista.

    'Non c'è profondità senza superficie' dice Lucinda sulla spiaggia di Malibu, scorgendo con gli occhi un mondo che non le era ancora mai apparso fino a quel momento, un mondo di coppie che passeggiano sulla spiaggia, di ristorantini sul mare, di focene che giocano nell'acqua; ed io ripenso all'ultima volta che sono stata da quelle parti, quando a portarmici era stato Romain Gary, nel bellissimo 'La promessa dell'alba', e al modo completamente diverso in cui questi due autori mi hanno fatto sedere sulla spiaggia e, guardando l'oceano, pensare alla vita; ripenso al tempo che è passato da allora, alle cose che sono successe, e mi chiedo se invece, tante volte, la profondità non nasconda solo la superficie.

    Non ti amo ancora, caro Lethem, ma posso provarci, in fondo all you need is love.

    ha scritto il 

  • 1

    Insulso, piatto, inutile.
    Com'è iniziato, così è finito. Sembra che le pagine non abbiano fatto crescere per niente la storia (se questa ci sia, poi, nel libro).
    Non mi è piaciuto per niente. Mentre leggevo pensavo ad altro. E quando un libro mi fa questo effetto, è proprio negativo.
    Neppure a d ...continua

    Insulso, piatto, inutile. Com'è iniziato, così è finito. Sembra che le pagine non abbiano fatto crescere per niente la storia (se questa ci sia, poi, nel libro). Non mi è piaciuto per niente. Mentre leggevo pensavo ad altro. E quando un libro mi fa questo effetto, è proprio negativo. Neppure a dire che lo abbia trovato pesante, ma solo insignificante.

    ha scritto il 

  • 2

    Storia o Stile?

    Storia o stile è stato, qualche tempo fa, il titolo di un'interessante conversazione su uno dei gruppi di anobii che frequento, in cui si sondava chi desse più importanza alla trama e ai personaggi di un libro e chi invece prediligesse l'eleganza della scrittura. In questo Lethem (giovanile, cred ...continua

    Storia o stile è stato, qualche tempo fa, il titolo di un'interessante conversazione su uno dei gruppi di anobii che frequento, in cui si sondava chi desse più importanza alla trama e ai personaggi di un libro e chi invece prediligesse l'eleganza della scrittura. In questo Lethem (giovanile, credo e spero per lui) non c'è, ahimè, né l'una né l'altro. L'unico spunto interessante, riguardante un certo marsupiale, è buttato via inutilmente. Del resto, è tutto il libro a essere inutile.

    ha scritto il