Non mi uccise la morte

Di ,

Editore: Castelvecchi

4.0
(50)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 112 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8876154086 | Isbn-13: 9788876154089 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Illustratore o Matitista: Toni Bruno

Genere: Fumetti & Graphic Novels

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Descrizione del libro
La notte del 15 ottobre del 2009, il giovane geometra Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia dei Carabinieri nei pressi del Parco degli Acquedotti di Roma e trovato in possesso di una piccola quantità di hashish. I militari, dopo aver perquisito l’abitazione di Cucchi, arrestano il ragazzo e lo portano in caserma. Al momento dell’arresto – contrariamente a quanto si è sostenuto – Stefano gode di ottima salute e frequenta quotidianamente un corso di prepugilistica. Il giorno dopo il suo arresto, processato per direttissima nel tribunale di piazzale Clodio, ha il volto segnato ma sta ancora bene. Quello è l’ultimo momento in cui i genitori di Stefano Cucchi hanno la possibilità di vedere loro figlio. Perché, una volta condotto nelle celle di sicurezza del tribunale e, da lì, nella sezione penale dell’ospedale Sandro Pertini, Stefano Cucchi emergerà dall’incubo in cui è precipitato soltanto grazie a una serie di immagini raccapriccianti: gli occhi incavati e la mascella rotta come uniche testimonianze di un trattamento crudele e disumano. “Decretato” morto la mattina del 22 ottobre, Stefano Cucchi da quel momento in poi diventa il simbolo dei diritti negati e dei tanti – troppi – omicidi commessi nelle carceri, sotto la tutela dello Stato. Non mi uccise la morte racconta con partecipata sofferenza gli ultimi giorni di vita del ragazzo e, con coraggio, squarcia il velo di omertà che è sembrato calare su un caso che ha commosso l’Italia.
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  • 3

    Forse è vero che l'iperstimolazione mediatica porta ad una diffusa atrofizzazione emotiva perchè nulla sembra più smuovere "l'opinione pubblica" di cui le singole anime annegano "instupidite" in un ca ...continua

    Forse è vero che l'iperstimolazione mediatica porta ad una diffusa atrofizzazione emotiva perchè nulla sembra più smuovere "l'opinione pubblica" di cui le singole anime annegano "instupidite" in un calderone di messaggi e immagini reiterati all'infinito tali da perdere quasi di incisività e forza. Tutto assimilato superficialmente da cervelli disabituati a sforzi elaborativi che definiscano in cornici palpabili la complessità e la rispondenza al reale di quell'immagine. Oltre a questo esiste un lassismo che nasce da comportamenti pigri ed egoisti per cui si lascia che la rabbia nascente da ciò che si percepisce ingiusto venga anestetizzata ruotando vigliaccamente lo sguardo dove non vi sia necessità di mettere a fuoco il dolore. Di questo libro solo le foto di Stefano dovrebbero essere sufficienti. Credo si debba guardare quelle foto con attenzione perché non si può fingere che non esista uno “Stato patrigno” a cui non è possibile affidare il nostro senso di giustizia che viene offeso in questa storia di vita, come in altre raccontate nel saggio a fine fumetto, dai tutori dell’ordine e da chi dovrebbe giudicare i comportamenti di questi. Non è un ragionamento sui massimi sistemi, è la vita strappata con violenza fisica e psicologica ripetuta e atroce ad un ragazzo come tanti.
    “Cucchi è morto perché anoressico, drogato e sieropositivo?”
    “Tu, tu perché vivi? Tu che esibisci oscenamente la tua imbecillità alla mia sensibilità”

    ha scritto il 

  • 3

    Disegni e sceneggiatura un po'... poveri. Ma il saggio sulle vittime dell'ordine pubblico in Italia, di Cristiano Armati, vale tutto il libro, davvero.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro utile per non dimenticare uno dei fatti di cronaca più oscuri degli ultimi anni (assieme ad un breve accenno a molti altri casi simili): quello della morte ancora senza verità né giustizia di ...continua

    Un libro utile per non dimenticare uno dei fatti di cronaca più oscuri degli ultimi anni (assieme ad un breve accenno a molti altri casi simili): quello della morte ancora senza verità né giustizia di Stefano Cucchi.
    Un buon modo per interrogarsi sul nostro sistema carcerario e sul modo in cui vengono gestite le indagini e, nel caso ci si arrivi, i processi, quando questi coinvolgano rappresentanti delle forze dell'ordine. Il muro di silenzi, omertà e complicità che si innalza e che diventa difficile da abbattere. A volte ci si riesce, quando a mobilitarsi sono centinaia di cittadini. A volte, purtroppo, i casi tornano nell'oblio della vita quotidiana.
    Quello di Stefano Cucchi è un caso aperto e non dimenticato. La speranza, l'unica possibile, è che non resti senza verità e giustizia.

    ha scritto il 

  • 4

    Apertura ad una urgenza

    Una narrazione di ciò che è accaduto alla famiglia Cucchi, una illustrazione di questa e un saggio finale che arriva a sfiorare alcune riflessioni a partire dai casi italiani di violenza da parte di c ...continua

    Una narrazione di ciò che è accaduto alla famiglia Cucchi, una illustrazione di questa e un saggio finale che arriva a sfiorare alcune riflessioni a partire dai casi italiani di violenza da parte di corpi di polizia verso corpi non di polizia.
    E forse è quest'ultimo ad avere maggiore risonanza una volta finito di leggere il libro; narrare ciò che è accaduto a Stefano, ma nella misura in cui questo si faccia ulteriore punto di partenza, insieme agli altri casi, per una urgente riflessione sui corpi di polizia e soprattutto su tutto ciò che li performa incessantemente. Partendo dalla funzione dei ruoli stessi, ad un livello sociale, già Zimbardo ci suggeriva una maggiore attenzione alla struttura guardia/detenuto. Foucault stesso si chiedeva da dove venisse la singolare pretesa di rinchiudere per correggere. La struttura attuale certo non favorisce la genuina messa in questione di certi costrutti storici, dalle istituzioni (carceri, cie, ecc) alle leggi (armi da fuoco ai vigili urbani, tso, legge Reale, ecc.) passando inevitabilmente e soprattutto per il linguaggio, attraverso ciò che da un piano sociale s'è poi prodotto nell'immaginario (la sicurezza, la trasparenza, il clandestino, ecc). Ruoli e posizioni dunque, ma anche linguaggi e immaginari che trasversalmente li attraversano, in un movimento performativo che produce poi i suoi sfoghi cutanei. Ciò che non si può più fare è lasciare che questi sfoghi vengano curati solo in superficie - ammesso che almeno questo si riesca a fare, tramite la giustizia. Esiste una malattia, o meglio, un certo tipo di sanità, che circola in continuazione e che ha la capacità di creare i più disparati sintomi, da Stefano a Gabriele, passando per la violenza sulle prostitute o per le cariche di Brescia degli ultimi giorni. L'urgenza è forse quella di ammalare questa sanità, almeno nella misura in cui le sia data la possibilità di mettere in discussione il suo stesso concetto di natura.

    ha scritto il 

  • 4

    Può accadere, a quanto pare, che in dominio di persone cui è attribuito il monopolio dell'uso della violenza e della forza, o di altre, ancora, che hanno il potere della scienza medica, può accadere c ...continua

    Può accadere, a quanto pare, che in dominio di persone cui è attribuito il monopolio dell'uso della violenza e della forza, o di altre, ancora, che hanno il potere della scienza medica, può accadere che per sadismo o per ignavia, un essere umano possa morire soffrendo, inascoltato, reso oggetto, brutalizzato.
    Questa storia illustrata - sul valore artistico della quale non so dire nulla: non sono esperto di fumetti, né li amo - con le foto terribili che l'accompagnano e i due brevi scritti che fungono da ingresso e uscita di una oscurissima galleria, ha il merito di costringerci a ricordare, a sapere, quanto fragile sia e delicato il patto che regge il nostro faticoso convivere. Patto assediato da pulsioni che rischiano di farsi cultura, se già non lo sono diventate: cultura di sopraffazione e di negazione dell'Altro, degli spazi e dei tempi dell'Altro, addirittura del suo corpo, luogo antico e nuovo di esercizio di violenze illimitate.

    ha scritto il 

  • 5

    Letto tutto d'un fiato in questa giornata un po' afosa, mi ha veramente scossa.
    Può un fumetto dare emozioni? Indubbiamente sì, e della qualità che si sceglie di trasmettere, in questo caso il profond ...continua

    Letto tutto d'un fiato in questa giornata un po' afosa, mi ha veramente scossa.
    Può un fumetto dare emozioni? Indubbiamente sì, e della qualità che si sceglie di trasmettere, in questo caso il profondo senso d'angoscia dalla parte dei genitori, lo schifo generico per un sistema di "giustizia" che di "giusto" non ha niente.
    La storia di Cucchi, non è solo la sua, purtroppo. A fine fumetto si trovano quindi le altre storie di chi è morto di carcere o della violenza delle "forze dell'ordine".
    Bello e ben fatto, si trova anche in creative commons sul sito di Toni Bruno, scaricabile gratuitamente.

    ha scritto il 

  • 4

    "non mi uccise la morte
    ma due guardie bigotte
    mi cercarono l'anima a forza di botte."

    Stefano Cucchi
    assassinato dallo stato

    http://www.nonmiucciselamorte.info/ ...continua

    "non mi uccise la morte
    ma due guardie bigotte
    mi cercarono l'anima a forza di botte."

    Stefano Cucchi
    assassinato dallo stato

    http://www.nonmiucciselamorte.info/

    ha scritto il 

  • 0

    Testi-Moni(to)

    A chi interessa

    qui è possibile effettuare il download gratuito.

    http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/07/11/“verita-e-giustizia-per-stefano-cucchi”-l-moretti-t-bruno-non-mi-uccise-la-morte-dow ...continua

    A chi interessa

    qui è possibile effettuare il download gratuito.

    http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/07/11/“verita-e-giustizia-per-stefano-cucchi”-l-moretti-t-bruno-non-mi-uccise-la-morte-download-gratuito/

    ha scritto il 

  • 4

    NON MI UCCISE LA MORTE su Nazione Indiana

    di Saverio Fattori

    Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André acco ...continua

    di Saverio Fattori

    Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi di hashish e mai più reso alla famiglia. E mai titolo poté essere così folgorante. Stefano Cucchi assassinato dallo Stato. Il cartello chiudeva con questa frase.

    Le immagini del corpo dopo il supplizio per qualche giorno sono state visibili su alcuni giornali e telegiornali. Forse hanno turbato la debilitata coscienza dell’italiano lobotomizzato da anni devastati e vili. Forse lo hanno solo infastidito, avrà indugiato qualche secondo come quando si arriva sulla scena di un incidente automobilistico fresco, prima di virare con il telecomando su un telequiz con le domande facili e i concorrenti ritardati mentali. Le tumefazioni tondeggianti attorno agli occhi, la pupilla schizzata fuori dalle palpebre, le fratture alla spina dorsale, quella magrezza estrema, trentasette chili, davvero rimaneva solo l’anima da far saltar fuori e da sputare come il nocciolo di una ciliegia. Le ossa sovraesposte, il viola pesante, tutto ci parla della bestialità della natura umana, di cadaveri scheletrici ammonticchiati, di filo spinato, di fatti lontani che bussano di nuovo alla porta, di intolleranza isterica e folle. Le facce dei torturatori, come sottolinea Cristiano Armati nel breve ma illuminate saggio che chiude questa grafic novel, non le vedremo mai.

    Luca Moretti (fondatore della rivista TerraNullius e autore di Cani da rapina, uscito per Purple Press) si è occupato dei testi e delle pagine introduttive, Toni Bruno (illustratore, ha lavorato per la Newton Compton e per L’Unità, pubblicato fumetti per Coniglio Editore) dei disegni, il risultato è crudo, importante per la qualità e per l’importanza del tema. Queste pagine sono necessarie, mettono rabbia e lasciano una pena infinita per la famiglia, persone che credevano nelle istituzioni, fiduciosi verso gli uomini dello Stato. La madre Rita, il padre Giovanni e la sorella Ilaria non avevano ragione di dubitare che il figlio fosse in mani se non misericordiose, almeno non così pesanti. Stefano aveva qualche problema di tossicodipendenza, ma lavorava nello studio di geometra e da qualche tempo frequentava anche una palestra, la vita non ha sempre un happy end facile, qualche inciampo ci può stare prima della luce piena, la condanna sarebbe stata certa, reato colto in flagranza, ma lieve, avrebbe dovuto essere un ultimo ammonimento, nulla di definitivo e tragico, la famiglia Cucchi avrebbe aspettato Stefano e nulla era perduto. Solo la morte è per sempre. Stefano ha subito pestaggi in carcere, da chi l’anima gliela ha davvero cercato solo per gioco e per noia.

    All’ospedale Sandro Pertini (un nome che stride in questi tempi maledetti di restaurazione e di tentazioni autoritarie) non gli lasciavano vedere il figlio ricoverato, occorreva una firma del giudice in quanto detenuto. Sono ore di stallo, la posizione dei medici non è chiara, c’è quantomeno imbarazzo. Prendono tempo. Comunque tornate, deve arrivare l’autorizzazione. E non vi preoccupate, il ragazzo è tranquillo. Ma Stefano giace e tira gli ultimi stenti come un novello Sergio Citti giovinetto di Mamma Roma. O addirittura in ospedale arriva morto.

    Quante balle in questa storia, le balle di sempre, le assurdità reiterate perché come mantra impazziti possano intontire un popolo senza coscienza. Quel corpo devastato da una caduta dalle scale (tesi ribadita dal Ministro Alfano)? Dalla tossicodipendenza? Dall’Aids? Dalla anoressia (by Ministro Carlo Giovanardi)? I soliti nonsense classici che ricorrono in questi casi, menzogne che solo un popolo connivente può digerire. Nemmeno la retorica delle “Mele marce” è insufficiente giustificazione, nemmeno viene evocata. Il corpo e il viso martoriati di Stefano Cucchi urlano giustizia. Non sarà facile. Le parole di Carlo Giovanardi in un’intervista rilasciata a Maria Giovanna Maglie su Libero sono rivoltanti. Indegne di un paese civile maturo e laico. Non le riporterò con nessun “copia incolla”, non ce la faccio, il tasto destro del mouse si rifiuta, il senso etico del mio mouse è superiore a quello di un ministro qualunque del nostro governo. Sono parole ripugnanti e in antitesi con quel cattolicesimo di posa con cui questa gente si riempie la bocca. Prendono tranci di religiosità come fossero a un bancone di un bar all’ora dell’aperitivo, prendono quello che gli conviene al momento e lasciano la parte migliore. Si ingolfano, sono voraci.
    Poi ci vomitano addosso.

    L. Moretti e T. Bruno, Non mi uccise la morte, Castelvecchi (2010), pp.110, 12 euro.

    http://www.nazioneindiana.com/2010/04/24/non-mi-uccise-la-morte/

    ha scritto il