Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Non tutti i bastardi sono di Vienna

Di

Editore: Sellerio (La memoria, 829)

3.7
(654)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 363 | Formato: Copertina morbida e spillati

Isbn-10: 8838925003 | Isbn-13: 9788838925009 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook

Genere: Fiction & Literature , History , Teens

Ti piace Non tutti i bastardi sono di Vienna?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
«Maggiore, la guerra è assassinio, sempre... voi ora volete solo dare un esempio: uccidere dei signori non è come uccidere dei contadini! Negando la grazia voi contribuite... sto dicendo voi, barone von Feilitzsch, perché qui ci siete voi... contribuite a distruggere la civiltà di cui voi ed io... e questo ragazzo... facciamo parte, e la civiltà è più importante del destino degli stessi Asburgo, o dei Savoia». Orgoglio, patriottismo, odio, amore: passioni pure e antiche si mescolano e si scontrano tra loro, intorbidate più che raffrenate dal senso, anch’esso antico, di reticenza e onore. Villa Spada, dimora signorile di un paesino a pochi chilometri dal Piave, nei giorni compresi tra il 9 novembre 1917 e il 30 ottobre 1918: siamo nell’area geografica e nell’arco temporale della disfatta di Caporetto e della conquista austriaca. Nella villa vivono i signori: il nonno Guglielmo Spada, un originale, e la nonna Nancy, colta e ardita; la zia Maria, che tiene in pugno l’andamento della casa; il giovane Paolo, diciassettenne, orfano, nel pieno dei furori dell’età; la giovane Giulia, procace e un po’ folle, con la sua chioma fiammeggiante. E si muove in faccende la servitù: la cuoca Teresa, dura come legno di bosso e di saggezza stagionata; la figlia stolta Loretta, e il gigantesco custode Renato, da poco venuto alla villa. La storia, che il giovane Paolo racconta, inizia con l’insediamento nella grande casa del comando militare nemico. Un crudo episodio di violenza su fanciulle contadine e di dileggio del parroco del villaggio, accende il desiderio di rivalsa. Un conflitto in cui tutto si perde, una cospirazione patriottica in cui si insinua lo scontro di psicologie, reso degno o misero dall’impossibilità di perdonare, e di separare amore e odio, rispetto e vittoria. E resta un senso di basso orizzonte, una claustrofobia, che persiste ironicamente nel contrasto con lo spazio immenso delle operazioni di guerra.
Ordina per
  • 2

    Se invece di essere un lettore qualunque fossi un po’ più scaltrito nell’uso degli strumenti della critica letteraria, saprei forse esprimere con qualche precisione il motivo per cui questo libro mi ha lasciato alla fine dei conti insoddisfatto. Eppure è un romanzo di piacevole lettura, fondato s ...continua

    Se invece di essere un lettore qualunque fossi un po’ più scaltrito nell’uso degli strumenti della critica letteraria, saprei forse esprimere con qualche precisione il motivo per cui questo libro mi ha lasciato alla fine dei conti insoddisfatto. Eppure è un romanzo di piacevole lettura, fondato su un racconto che, seppure con qualche arrotolamento su se stesso, è originale e avvincente. Mentre lo leggevo, però, pensavo ai quaderni che Irene Némirovsky riempiva per mettere a fuoco i personaggi che poi avrebbero agito nei suoi romanzi. Pagine e pagine di scritti non finalizzati alla pubblicazione ma alla costruzione di personalità definite e credibili, che non nascono e muoiono nella singola pagina del racconto ma ci arrivano con un passato, un carattere pienamente formato, una precisa individualità. Nella villa Spada di Refrontolo (Treviso) occupata dall’esercito austriaco dopo la disfatta di Caporetto sembrano invece passare figurine ritagliate nella carta e tutte più o meno già viste altrove: il nonno originale e la nonna tutta d’un pezzo, la zia zitella e il generale triste, l’aviatore inglese, lo sconosciuto misterioso, la cuoca brontolona e la figlia scema, il parroco con l’alitosi e la cugina di città disinvolta e un po’ puttana. E tutto scorre su un registro medio e non troppo ardito, senza cadute e senza voli, anche quando la vicenda prende una piega tragica che all’inizio non ci si aspetterebbe.
    L’imperatore Giuseppe II disse una celebre sciocchezza a proposito del Ratto dal serraglio di Mozart, e cioè che c’erano troppe note. Se l’ha detta un imperatore posso certamente ricucinarmela io: da leccarsi i baffi a saper fare un’opera prima così ma nell’opera seconda io ci metterei un po’ meno note e un po’ più piani e forti, perché alla fine dei conti sono le sfumature che danno il sale all’arrosto.

    ha scritto il 

  • 5

    Bello, bello, bello! La Grande Guerra raccontata attraverso la storia di una famiglia dell'alta borghesia veneta. Ho adorato soprattutto il personaggio del Nonno. Molesini è davvero un grande!

    ha scritto il 

  • 4

    "Le vittorie hanno ben poco da raccontare; sono le sconfitte quelle che insegnano"

    Alla fine di qualsiasi guerra ci sarà un vincitore politico, un'allenza trionfatrice ma di fatto sono tutti sconfitti.
    L'unico aspetto positivo della guerra è che consente di comprendere a quali livelli possono essere portate le asticelle della sopportazione, del coraggio, della frustrazion ...continua

    Alla fine di qualsiasi guerra ci sarà un vincitore politico, un'allenza trionfatrice ma di fatto sono tutti sconfitti.
    L'unico aspetto positivo della guerra è che consente di comprendere a quali livelli possono essere portate le asticelle della sopportazione, del coraggio, della frustrazione e dell'abiezione.
    La guerra dovrebbe avere una funzione "didattica" ma chi dovrebbe assimilare gli insegnamenti è davvero ottuso così le guerre continuano a proliferare e continueranno ad essere alimentate per i soliti motivi: religione, petrolio, per meri interessi commerciali.
    I manuali di storia continueranno ad ingrossarsi, la gente continuerà a morire e gli esseri umani continueranno ad uccidersi come racconta Andrea Molesini in questo bel romanzo.

    ha scritto il 

  • 3

    La Grande Guerra vista da una prospettiva diversa. Non dalle trincee ma da una villa del trevigiano, dove una ricca famiglia si trova, suo malgrado, a dover "ospitare" gli ufficiali nemici e imparare a conviverci. Resistere. E sopravvivere.
    Bella storia, scritta con garbo, con piccoli inser ...continua

    La Grande Guerra vista da una prospettiva diversa. Non dalle trincee ma da una villa del trevigiano, dove una ricca famiglia si trova, suo malgrado, a dover "ospitare" gli ufficiali nemici e imparare a conviverci. Resistere. E sopravvivere.
    Bella storia, scritta con garbo, con piccoli inserti in dialetto veneto. Un po' carente sul finale, forse.
    I personaggi son ben caratterizzati ma con il protagonista non ho avuto grande empatia e gli altri sono poco simpatici. Tranne il nonno, scrittore saggio e sarcastico, e la mia preferita, Maria, donna forte e malinconica...

    ha scritto il 

  • 5

    Un bellissimo romanzo storico, giustamente premiato. Nel descrivere una situazione assolutamente realistica e storicamente valida e vera, Molesini affronta ora con ironia, ora con sentita partecipazione sia il realismo e l’orrore di azioni militari sia il manifestarsi di sentimenti, emozioni asso ...continua

    Un bellissimo romanzo storico, giustamente premiato. Nel descrivere una situazione assolutamente realistica e storicamente valida e vera, Molesini affronta ora con ironia, ora con sentita partecipazione sia il realismo e l’orrore di azioni militari sia il manifestarsi di sentimenti, emozioni assolutamente non banali nella popolazione civile, che nella retrovia viene a trovarsi “ospite in casa propria”. Tutti i personaggi sanno di vivere una situazione estrema e dolorosa, mostrano l’angoscia di chi combatte non con le armi ma con la propria coscienza e il senso di dignità, anche gli avversari, i nemici!!! Qui però non c’è solo la descrizione della guerra ma anche la descrizione della fine di un mondo, quella “finis Austriae”, che corrisponde alla fine di un mondo di belle maniere, di educazione perfetta, di nobiltà di sentimenti. La guerra spazzerà via tutto questo, non risparmiando né vincitori né vinti. Forse è per questo che non si sente nessun odio fra i protagonisti, perché c’è forse una certa rassegnazione e la pietosa consapevolezza di essere vittime inermi di qualcuno lontano, uomini tra uomini che la follia umana ha costretto a commettere azioni che non si sarebbero mai commesse. La narrazione scorre fluida e armonica con momenti di pathos in cui si impenna per descrivere un particolare dramma, anche se non giunge mai alla dismisura. E’ un romanzo che avvince e commuove dall’inizio alla fine!

    ha scritto il 

  • 4

    "Il mio collegio era dei domenicani e i padri consideravano la salute del corpo importante almeno quanto quella dell’anima, su cui erano - e la cosa stupiva non poco - propensi ad ammettere una certa ignoranza."

    ha scritto il 

  • 3

    Il mio commento, ponderato e meditato è: "Boh!"
    Molesini racconta una storia, la racconta bene ma non è riuscito a farmi provare empatia per i personaggi (tranne forse il nonno) o interesse per lo spaccato di vita al tempo di guerra... e dire che il materiale c'era.
    Non scrive male, m ...continua

    Il mio commento, ponderato e meditato è: "Boh!"
    Molesini racconta una storia, la racconta bene ma non è riuscito a farmi provare empatia per i personaggi (tranne forse il nonno) o interesse per lo spaccato di vita al tempo di guerra... e dire che il materiale c'era.
    Non scrive male, ma in alcuni punti le descrizioni (ad esempio dei boschi) mi sono sembrate piatte.
    Insomma, non male ma non credo che mi ricorderò qualcosa tra 3/5 anni.

    ha scritto il 

  • 4

    “….e poi si dice che gli italiani non hanno il senso dello Stato! Ma è lo Stato che non ha il senso degli italiani”.
    C’è il nonno Guglielmo, le cui sentenze sono fulminanti. “Agli stupidi piace mettere la stupidità in vetrina, e non c’è niente di meglio della parola per questo”. ...continua

    “….e poi si dice che gli italiani non hanno il senso dello Stato! Ma è lo Stato che non ha il senso degli italiani”.
    C’è il nonno Guglielmo, le cui sentenze sono fulminanti. “Agli stupidi piace mettere la stupidità in vetrina, e non c’è niente di meglio della parola per questo”. C’è la nonna Nancy, appassionata collezionista di apparecchi per clisteri di ogni tipo. A dispetto dei suoi settant’anni, era alta e dritta, forte e bella, una pantera canuta. C’è la zia Maria o Donna Maria, bella e fiera, che non disdegna la corte degli uomini, specialmente se affascinanti ufficiali. C’è Paolo, che racconta la storia, adolescente inquieto, orfano di entrambi i genitori, cresciuto a Villa Spada con i nonni e la zia. Feci il giro del parco, l’aria mi pungeva gli occhi e mi accendeva la mente, pensavo al discorso del nonno. “Bisogna imparare a tirar calci”. Sono troppo buono e mite, pensavo.
    E poi i servi: la cuoca tuttofare Teresa, la figlia Loretta, piacente ma di scarso intelletto, il custode Renato, in realtà un maggiore del regio esercito. E ancora Giulia …matta, bella, rossa. Uno schiaffo di lentiggini. E Don Lorenzo, il parroco dall’alito che uccide. In poche pagine Andrea Molesini ci presenta tutti o quasi i personaggi in commedia. Che sarebbe una bella e pruriginosa commedia nella campagna trevigiana – …i signori – in quegli anni, almeno – non finivano in gattabuia, e non erano nemmeno matti, semmai eccentrici: un signore era cleptomane, non ladro, e una signora ninfomane, mai puttana - se non ci fosse di mezzo il dramma della Grande Guerra e la splendida villa non fosse occupata e adibita a comando nemico dagli austroungarici.
    Il libro è il bildungsroman di Paolo nei mesi seguenti la capitolazione di Caporetto, con la convivenza forzata tra gli occupanti e i padroni, il mesto e sgangherato tentativo di questi di ottenere informazioni da trasmettere alle truppe italiane oltre Piave. Mentre il cibo scarseggia e la fame si fa sentire (Teresa si ingegna a cucinare anche con gatti e ratti….), si instaura una sorta di reciproco rispetto tra gli ufficiali austriaci e la famiglia Spada. Il barone, quando usciva dal suo ufficio, una stanza al piano terra, sul lato più distante dalla strada, passava del tempo con noi: con la zia – in paese già si chiacchierava – ma anche con me e il nonno – Solo la nonna si teneva alla larga: era rimasta fedele all’idea di opporre all’invasore la sua cortese scortesia. Non mancano gli episodi di violenza, mentre l’epilogo della vicenda della famiglia di Paolo lascia intravedere un filo di speranza in più rispetto a quanto, sullo sfondo, ci mostra la Storia con la s maiuscola. E così la mattanza si porterà via razza e rango, e le grandi nazioni si faranno più piccole, e non è detto che questo farà il mondo migliore.
    Mi sono deciso a leggere “Non tutti i bastardi sono di Vienna” dopo aver conosciuto l’autore ad una presentazione torinese. In genere mi tengo lontano dai libri che vincono i premi – e glielo dissi al momento di porre l’autografo sulla mia copia – ma in quella occasione era stato convincente. Dimenticavo, il titolo, che potrebbe dare origine a un tormentone (in realtà tanti bastardi sono di Torino ecc…..), si riferisce a una frase di don Lorenzo nel momento in cui accoppa un grosso topo da far cucinare.
    Il vero guaio è che a generali cretini potrebbero succedere sergenti cretini.

    ha scritto il 

Ordina per