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Nottetempo, casa per casa

Di

Editore: Mondadori

3.7
(157)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 192 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804434341 | Isbn-13: 9788804434344 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 4

    NOTTETEMPO, CASA PER CASA è una lettura difficile.
    Difficile innanzi tutto sotto il profilo linguistico: le raffinate civiltà che si sono succedute e stratificate in ogni parte della Sicilia di parole ne hanno generate tante. E Consolo le capta facendole assurgere a simbolo di una storia mi ...continua

    NOTTETEMPO, CASA PER CASA è una lettura difficile.
    Difficile innanzi tutto sotto il profilo linguistico: le raffinate civiltà che si sono succedute e stratificate in ogni parte della Sicilia di parole ne hanno generate tante. E Consolo le capta facendole assurgere a simbolo di una storia millenaria ed affascinante, ricca di vicende e di cultura.
    Anche la dimensione corale - “verghiana” - del libro non agevola il lettore: troppo ricca di echi e di richiami lo disorienta, lo affatica, ma lo spinge anche a comprendere.
    Ma qual è lo scopo di questo progetto stilistico? Consolo, scavando nel profondo della storia isolana, riportando alla luce fatti apparentemente secondari, cerca la verità; la quale spesso si nasconde proprio in ciò che viene giudicato marginale, ritenuto poco significativo.
    Si pensi al peso ermeneutico che potrebbe avere – qualora lo si conoscesse - un episodio, ignorato dai più, come la rivolta contadina di Alcara Li Fusi (al centro del capolavoro SORRISO DI IGNOTO MARINAIO).

    ha scritto il 

  • 4

    Scrittura eccellente.
    Alla lettura risulta ostico e complesso, forse per la pressochè totale assenza di trama, che tuttavia è anche un punto di forza, almeno nella misura in cui si apprezza di più l'eleganza e la poeticità della forma.
    Il più autobiografico tra i libri di Consolo: app ...continua

    Scrittura eccellente.
    Alla lettura risulta ostico e complesso, forse per la pressochè totale assenza di trama, che tuttavia è anche un punto di forza, almeno nella misura in cui si apprezza di più l'eleganza e la poeticità della forma.
    Il più autobiografico tra i libri di Consolo: appreso ciò, dicono si apprezzi meglio a partire dalla seconda lettura.
    Per chi ha tempo non aspetti tempo.

    ha scritto il 

  • 2

    La giuria che ha attribuito a questo non-romanzo il Premio Strega del 1992, ha probabilmente voluto dare un riconoscimento all'Autore per le nuove ed inusitate forme espressive, per la sperimentazione di una prosa forbita e, a volte, lirica, per un registro lessicale dotto, anche se non sempre pi ...continua

    La giuria che ha attribuito a questo non-romanzo il Premio Strega del 1992, ha probabilmente voluto dare un riconoscimento all'Autore per le nuove ed inusitate forme espressive, per la sperimentazione di una prosa forbita e, a volte, lirica, per un registro lessicale dotto, anche se non sempre piacevole. Siamo nella sua terra d'origine, la Sicilia, negli anni del Fascismo, dove una miriade di personaggi, di situazioni e di luoghi, un po' reali un po' idealizzati, si susseguono e si affastellano per "richiamare" e deplorare un mondo ingiusto in un contesto dove però, i valori hanno ancora radici salde. Tuttavia, risulta molto difficile al lettore apprezzarne l'inedito stile letterario "da avanguardia", soprattutto per la quasi totale assenza di trama e per la "pesantezza" di alcuni passi che annoiano.

    ha scritto il 

  • 5

    Minne & nuvole

    Una scrittura ipercalorica, colorata, decorata, saporitissima e, in qualche strano modo, profumata. Come una provocante Minna di sant'Agata.
    Una storia che si sviluppa a sbuffi, come un cumulo di nuvole barocche.

    ha scritto il 

  • 5

    Una Sicilia sospesa tra i suoi arcaismi, le tradizioni e le superstizioni, resi ancora più evidenti dal linguaggio prezioso di Consolo, e il risveglio portato dalle fedi socialista e anarchica, con le manifestazioni che sfoceranno in tragedie, e il fascismo in agguato.
    In questo mondo si mu ...continua

    Una Sicilia sospesa tra i suoi arcaismi, le tradizioni e le superstizioni, resi ancora più evidenti dal linguaggio prezioso di Consolo, e il risveglio portato dalle fedi socialista e anarchica, con le manifestazioni che sfoceranno in tragedie, e il fascismo in agguato.
    In questo mondo si muove Petro, il protagonista, unico ancora lucido in una famiglia che l'uscita dalla propria condizione ha portato alla follia, e che per essere tale, per aver rivendicato i suoi diritti, compreso quello all'amore, dovrà alla fine darsi alla latitanza.

    ha scritto il 

  • 0

    La memoria di Vincenzo Consolo

    Qua potete trovare il ricordo di Vincenzo Consolo Scritto da Giulia Stucchi nel primo anniversario della sua morte.

    http://labalenabianca.com/2013/01/21/la-memoria-di-vincenzo-consolo/

    Buona lettura sulla Balena Bianca!

    ha scritto il 

  • 4

    "Si mise in ginocchio a terra, appoggiò le braccia alla pietra bianca della macina riversa di quello che era stato un tempo un mulino a vento, e cercò di scrivere nel suo quaderno - ma intinge la penna nell'inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell'ossidiana, co ...continua

    "Si mise in ginocchio a terra, appoggiò le braccia alla pietra bianca della macina riversa di quello che era stato un tempo un mulino a vento, e cercò di scrivere nel suo quaderno - ma intinge la penna nell'inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell'ossidiana, cosparge il foglio di polvere, di cenere, un soffio , e si rivela il nulla, l'assenza di ogni segno, rivela l'impotenza, l'incapacità di dire, di raccontare la vita, il patimento."

    ha scritto il 

  • 4

    IL “MALE CATUBBO” E LA RISCOPERTA DELLA PAROLA


    "Muoveva brancolando, mugolando, come ferito, ferito da parte a parte dentro il cuore dalla lama che non sorgeva da causa, che non aveva nome. E si mordeva le mani, si strappava al collo la camicia. Il volto scarno, sotto il nero crespo della ...continua

    IL “MALE CATUBBO” E LA RISCOPERTA DELLA PAROLA

    "Muoveva brancolando, mugolando, come ferito, ferito da parte a parte dentro il cuore dalla lama che non sorgeva da causa, che non aveva nome. E si mordeva le mani, si strappava al collo la camicia. Il volto scarno, sotto il nero crespo della barba, era del color della malaria."

    Il racconto di Consolo si apre con la descrizione di un episodio di licantropia che, carico di valore simbolico e intriso di evidenti riferimenti antropologici, ci cala subito nel contesto in cui si svolge la vicenda. La condanna alla licantropia patita dal padre di Petro, vero e proprio protagonista e personaggio connettivo di un’opera con una forte propensione allo svolgimento corale, nasce da causa oscura, “che non aveva nome”; essa presenta i sintomi di una “nostalgia per un diverso lido” difficilmente collocabile nello spazio e nel tempo, forse perché si tratta di un non luogo, di un’utopia di felicità e di senso che è soltanto possibile vagheggiare. La sua presenza nell’animo, quanto meno a livello ideale, è tuttavia sufficiente a indurre il “luponario” a guardare alla luna, inoltrando in tal modo una richiesta al “dio della distanza e dell’assenza”, a “un ignoto dio, impassibile o efferato” che non consola il supplice delle proprie sofferenze e non alimenta in lui alcuna speranza di elevarlo a sé e di liberarlo così dai ceppi che lo avvincono alla materia e alla storia.

    "Davanti a quella vastità deserta, a quell’ottusa quiete, sentì ancora più la pena, lo sgomento – se è in serbo per noi un altro approdo, se aleggiando va l’anima nostra, la nostra nostalgia per un diverso lido, è certo figura d’esso quest’apparenza notturna e scolorata, questa squallida scena, questo livido limbo, quest’esistenza anemica, è nel fuoco, nel guizzo della fiamma la natura della vita."

    Il “limbo” in cui licantropo si barcamena penosamente non è dunque compromesso tra due dimensioni, quella umana e quella divina, né designa un rapporto privilegiato con la natura, vale a dire la possibilità di attingere a quella purezza originaria che sgorga soltanto dalla condizione animale, spontanea e immune dal compromesso sociale; nulla di sovrumano e di mitico risiede in una condizione che di inveterato e tristemente ricorrente presenta solo la sofferenza, lo stato di servaggio e la negazione del libero arbitrio inteso come possibilità di essere artefici del proprio destino. Non il privilegio di sentirsi qualcosa in più degli uomini, ma l’atavico senso di persecuzione provato dagli ultimi degli uomini.

    "Sembrava il supplice, l’orante disperato del dio della distanza e dell’assenza, d’un ignoto dio, impassibile o efferato. Ai suoi singhiozzi, ai suoi strazi non rispondeva che il fiotto morto e lento frangersi sugli scogli e il silenzio torpido, come il respiro sordo e beffardo di quel cielo e di quel mare."

    Il discendere da una stirpe maledetta e l’assurda pretesa di migliorare la propria posizione sociale sono le uniche motivazioni che Petro riesce a ricondurre non solo all’origine della malattia paterna, ma anche a quella costante propensione all’amarezza e alla rassegnazione che cova in lui come nel padre e nelle due sorelle, afflitte da forme di nevrosi che le portano di fatto ad autoescludersi dalla vita.

    "Da quale offesa, sacrilegio viene questa sentenza atroce, questa malasorte?” si chiedeva Petro. Forse, pensava, da una colpa antica, immemorabile. Da quel cognome suo forse di rinnegato, di marrano di Spagna o di Sicilia, che significava eredità di ansime, malinconie, rimorsi dentro nelle vene. (…) Oppure pagava il prezzo, il padre, del passaggio dalla povertà e soggezione alla condizione di padrone d’una casa, di ettari di terra a Santa Barbara, avuti in lascito, per pura affezione, per l’onestà e cura di mezzadro, dallo stravagante don Michele, avverso alla nobiltà, al nipote don Nené, al paese intero, vissuto in volontario esilio, con i Marano, con i suoi libri, in quel ritiro orgoglioso di campagna (ma il barone Cicio, i pari suoi, saputo il testamento, malvagiamente avevano preso a oltraggiar l’erede col nome di Bastardo)."

    Il male oscuro che attanaglia la famiglia di Petro sembra dunque da intendersi come una sorta di pessimismo cosmico di cui il presente è una delle tante sue manifestazioni succedutesi nel corso della storia. Si distingue infatti in modo assai nitido nelle pagine di Consolo un retroterra culturale che rimanda a Verga, Pirandello, Vittorini, Sciascia, cioè a una linea di autori siciliani che riscontrano nella realtà dell’isola, amara metafora di una condizione umana che va ben al di là delle coste di Trinacria, una situazione di immobilità che nega qualsiasi prospettiva di autentico progresso morale e civile, nella quale i più deboli soffrono un inesorabile destino di povertà, dolore e discriminazione sociale.

    "E il dolore suo sembrò a Petro sorto non solamente dalla madre troppo presto assente, dal padre malinconico, piagato, da Serafina torpida, di pietra, da Lucia che sola e orgogliosa se n’andava per altra strada, ma da qualcosa che aveva preceduto la sua, la nascita degli altri. Era così per lui, per la famiglia o pure per ogni uomo, per ogni casa? Di questo luogo, di questa terra in cui era caduto a vivere, di ogni terra?"

    Petro avverte comunque che l’epoca presente è forse la più infelice di tutte. Sono gli anni del fascismo, in cui dilagano, reclutando un numero sempre crescente di adepti e di scherani, non soltanto ideali politici improntati a una cieca irrazionalità, ma anche nuovi modelli di vita fondati sull’ignoranza e sull’edonismo sfrenato, che trovano nella conventicola di Aleister Crowley, trapiantatasi nella Cefalù degli anni ’20 in cui è ambientata la narrazione, una superstiziosa e perversa sublimazione. Non sarà un caso quindi se proprio i personaggi più corrotti di quel microcosmo siciliano verranno risucchiati nel cono oscuro della setta: tra di essi anche il pastore Janu, simbolo panico di una innocenza primigenia che viene traviata e strumentalizzata non solo dalla scelleratezza del Crowley, ma anche, a ben vedere, da una modernità allo sbando che annichilisce qualunque forma di purezza.

    "Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell’insania. E corrompeva il linguaggio, stramangiava le parole, il senso loro – il pane si faceva pena, la pasta peste, il miele fiele, la pace pece, il senno sonno."

    Parimenti all’innocenza e all’onestà anche la cultura è disprezzata in quanto minaccia costante al privilegio e alla prevaricazione nei confronti dei più deboli; allo stesso modo la lingua, veicolo della cultura e alfiere di verità e giustizia, è brutalizzata e stravolta al punto da risultarne impoverita e da vedere neutralizzata la propria carica potenzialmente eversiva.

    "Petro non aveva trasporto per quei fogli, quei linguaggi, che tante volte gli riuscivano grevi, oscuri, come oscuro era per lui, e pauroso, il presente, il vicino, tutto quanto nel mondo si svolgeva, guerra e pace, penuria e sciali, soprusi e avvilimenti, privilegi e angherie, scontri fra ceti, assassinii dei re, dei tiranni, rivoluzioni popolari, come quella del Diciassette nella Russia… Conosceva e capiva la Russia narrata da Tolstoj Dostoevskij Cechov Gogol, come la Francia narrata da Victor Hugo e da Balzac, l’Italia da Manzoni e Verga… Questi scrittori grandi davano degli uomini, di un luogo e un tempo, l’immagine più vera, più della politica, che a Petro sembrava allontanasse la realtà, come i numeri e le figure della geometria, verso l’astrazione, il generale."

    Non è un caso che il racconto sia nutrito di suggestioni metaletterarie che dispongono il lettore a riflettere sulla natura, sulle forme e sugli intenti comunicativi della letteratura: Consolo sembra infatti affidare un ruolo di reazione allo squallore e alla pochezza morale proprio alla scrittura e allo stesso Petro, il quale, attraverso un percorso di crescita da vero e proprio romanzo di formazione, di essa scoprirà gradualmente il valore di testimonianza e la funzione di strumento di denuncia. Una concezione della letteratura come garante di verità contro la lettura adulterata e tendenziosa della realtà imposta dal potere ai suoi sudditi come dogma di fede.
    Il cambiamento semantico delle parole e la corruzione del linguaggio sono conseguenza della perdita di senso della vita stessa, che investe anche il lessico comunemente destinato ad indicarne gli aspetti e a spiegarne i meccanismi e le dinamiche: una sorta di impotenza della lingua attuale che mostra la necessità di rifondare la realtà su basi nuove e sincere col contributo di un codice comunicativo rinnovato, che recuperi l’antico significato delle cose. Una palingenesi della parola che l’esilio tunisino di Petro e di altri siciliani, come lui “ribelli”, sembra, se non annunciare, quanto meno auspicare come antidoto al caos e al non senso.

    ha scritto il 

  • 3

    Tre stelle e mezza

    Sotto un titolo parecchio intrigante, si trova una lettura alquanto singolare, direi complessa.
    Trattasi di una serie di episodi cefalutani, più o meno legati tra loro, come delle cronache della vita di paese, che attraverso i personaggi, le ambientazioni, alcuni eventi e alcuni dialoghi, r ...continua

    Sotto un titolo parecchio intrigante, si trova una lettura alquanto singolare, direi complessa.
    Trattasi di una serie di episodi cefalutani, più o meno legati tra loro, come delle cronache della vita di paese, che attraverso i personaggi, le ambientazioni, alcuni eventi e alcuni dialoghi, ricostruiscono un’immagine della Sicilia negli anni venti. Queste cronache sono rapide, neanche delle istantanee, sono come una sorta di schizzi, e forse questo mi ha un po’ deluso, mi ha dato come un senso di superficialità. Gli scioperi, le proteste e l’avvento del fascismo sono proposti solo per immagini, delle istantanee di piazza. Il tema della follia, così ben introdotto al principio, viene presto abbandonato per non essere più ripreso; mentre la figura di Aleister Crowley e la comunità di misteriosi esoterici al “tempio” mi paiono un po’ come l’elemento intruso.

    All’inizio parte bene, con delle belle atmosfere arricchite dai tanti aggettivi che rendono il testo difficile ma in modo gustoso: dal punto di vista stilistico è un singolare miscuglio tra Verga (da cui prende un certo verismo e una certa coralità del racconto: la girandola di personaggi fa sembrare Cefalù come una specie di Macondo), Tomasi di Lampedusa ( per le ambientazioni siciliane, sia negli antichi palazzi dei nobili che nelle scene di campagna) e D’Annunzio (con il lessico ed il periodare aulici e ricercati). E proprio questo suo aspetto dannunziano è quello che, con il procedere della lettura, mi ha messo a disagio. Il linguaggio aulico e ricercato inizialmente è piacevolmente barocco, si fatica a credere che si tratti di un testo scritto nel 92, però con il procedere delle pagine l’eccesso di ricercatezza - che è probabilmente il vero filo conduttore dell‘opera - finisce per appesantire la lettura. Lo sfoggio di erudizione con cui, in più passaggi del libro, viene proposta una vera e propria raffica di nomi, cose, descrizioni dà un eccessivo senso di pesantezza: dalla ricchezza di un linguaggio barocco si passa all’esagerazione di un rococò. Posso capire che in una scena, ad esempio, come quella del baccanale, il lungo elenco possa servire a dare enfasi, a dare impulso ad una scena che altrimenti finirebbe per sembrare solo un casino di campagna, ma a mio avviso il satanismo proposto in questi termini, infilato nel romanzo in questo modo un po’ forzato, non è emozionante né avvincente, è solo una ridda di inutili orpelli.

    Forse non l’ho capito ma ho avuto la sensazione della mancanza di un vero approfondimento, che rimane non detto perché affogato in un mare di estetica. Alla fin fine, l’approssimarsi della tragedia viene espresso quasi senza alcun riferimento preciso, senza descrizioni e parole dirette, ma solo attraverso l’atmosfera e le sensazioni. E questo è un pregio o un difetto, a seconda del punto di vista.

    ha scritto il