O Castelo

Por

Editor: Público

4.2
(2732)

Language: Português | Number of Páginas: 411 | Format: Softcover and Stapled | Em outros idiomas: (outros idiomas) English , French , German , Spanish , Dutch , Italian , Swedish , Polish , Turkish , Catalan , Greek , Norwegian , Croatian , Russian , Chi traditional

Isbn-10: 9896820953 | Isbn-13: 9789896820954 | Data de publicação:  | Edition 1

Também disponível como: Paperback , Others

Category: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Philosophy

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Descrição do livro
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  • 4

    Il libro-limbo

    Romanzo incompiuto, è vero, ma comunque affascinante e con una sua completezza e di una coerenza estrema, per quanto involontaria (?): personaggio e storia rimangono in un limbo. K. resta impaniato in ...continuar

    Romanzo incompiuto, è vero, ma comunque affascinante e con una sua completezza e di una coerenza estrema, per quanto involontaria (?): personaggio e storia rimangono in un limbo. K. resta impaniato in un meccanismo - la macchina burocratica? la società? - che genera disforia, che disattende puntualmente le attese. Sia a livello microscopico, nei dialoghi, con le risposte che danno i personaggi, vuoi incongrue vuoi meramente, crudelmente contrastanti rispetto a quanto espresso, sia a livello macroscopico, negli eventi e nelle intenzioni fondanti, primo fra tutti quello di assumere l'incarico per il quale il protagonista è stato chiamato. Il moloch da incubo della burocrazia, ovvero il leviatano che fagocita consuma annichilisce agendo ovunque, dà luogo a un senso di prigionia, a un'asfissia, a una percezione di disagio così palpabili nei rapporti umani rappresentati - schiavi di convenzioni assurde e di astruse convinzioni - che le note di grottesco che sovente le accompagnano quasi non danno sollievo. Riscatta nondimeno, in un certo senso, e dà un brivido di voluttuosa consapevolezza, la percezione del kafkiano, quel sentimento di intensa suggestione che spinge sul limitare del riso, senza tuttavia dar modo di cedervi, al cospetto dello spettacolo allegorico di una realtà dipinta facendo un uso prepotente dello straniamento e di un surrealismo ante litteram delle situazioni che curiosamente racconta molto del consesso umano.

    dito em 

  • 5

    Al castello mi attendano pure; oppure: Il miglior trattato sulla stupidità.

    Mi chiedo cosa ci sia di incompiuto nel bellissimo romanzo incompiuto di Kafka, che fa tutto un giro sebbene di quell’oca che è l’umano quando sottostà alle illogiche logiche del potere al quale s’at ...continuar

    Mi chiedo cosa ci sia di incompiuto nel bellissimo romanzo incompiuto di Kafka, che fa tutto un giro sebbene di quell’oca che è l’umano quando sottostà alle illogiche logiche del potere al quale s’attanaglai da solo dopo essersele inventate, e Max Brod, coi suoi maneggiamenti (l’edizione curata da Gandini tiene conto di varianti e frammenti espulsi) si è dimostrato il più desiderabile degli editor, fedele alle esigenze del testo mica alle volontà di chi l’ha stilato.

    E stamattina stessa leggo sul sito “Primo amore”, in un articolo di tal Jonny Costantino alla continua ricerca di una verve moreschiana che non ha, un aforisma di Chamfort, perfetto corollario per il romanzo di Kafka:

    “Il filosofo guarda a quello che si definisce ‘avere una posizione’ come i tartari guardano alle città, cioè come a una prigione. È un cerchio in cui le idee si comprimono, si concentrano, togliendo all’anima e alla mente la loro estensione e le loro capacità di sviluppo. L’uomo con una grande posizione nella società ha solo una prigione più grande e più adorna. Chi ce l’ha piccola sta in una segreta.”

    dito em 

  • 3

    Onorevoli che d'onorevole hanno ben poco.

    Avete mai fatto caso a come la gente, in generale, modifichi il proprio comportamento in base allo stato sociale della persona a cui si relaziona? Arriva l'industrialotto ignorante e cafone, il parass ...continuar

    Avete mai fatto caso a come la gente, in generale, modifichi il proprio comportamento in base allo stato sociale della persona a cui si relaziona? Arriva l'industrialotto ignorante e cafone, il parassita inutile di un qualsiasi altolocato dirigente pubblico o peggio di tutti un politico "magnaschei" tanto incapace quanto arrogante e gli si stendono davanti tappeti rossi, ci si prostra annullandosi fin quasi a rasentare l'autoflagellazione: perché la gente è convinta, che più è grasso e grosso il sacco di pane e più è probabile che da questo si riesca a raccattare qualche briciola; ma spesso o quasi sempre ci si scorda che quel grosso e grasso sacco di pane lo riempiamo noi con i nostri sacrifici, il sangue versato con il nostro lavoro e quell'incapacità, quell'inettitudine, quella cafonaggine viene alimentata dalla nostra ignoranza e dalla nostra propensione a essere un cedevole gregge di pecoroni. E di briciole per i poveracci ne restano sempre ben poche, e i portoni del Castello per loro resteranno sempre ermeticamente sbarrati. Poi arriva il foresto Agrimensore K., lui non la vede come il gregge, e questo sancisce la sua condizione di reietto. Ne avesse finito uno di romanzo il buon Franz! Vabbè, non siamo ai livelli, a mio modesto parere, di America o il Processo, ma resta prepotente anche in quest'opera la capacità di solcare illuminando la coscienza del lettore.

    dito em 

  • 5

    Burocrazia dell'anima

    L'impatto della scrittura di Kafka sul lettore è apparentemente logica, lucida: con più attenzione ci si accorge invece come sia straniante, proprio alla pari con la mentalità dei protagonisti, psicol ...continuar

    L'impatto della scrittura di Kafka sul lettore è apparentemente logica, lucida: con più attenzione ci si accorge invece come sia straniante, proprio alla pari con la mentalità dei protagonisti, psicologicamente non delineati, che ragionano in modo così razionale da rasentare il maniacale, tanto da diventare figure a volte paradossali. I personaggi sono totalmente in balia dell'ambiente che li circonda, da cui vengono fagocitati. Proprio per questo nei racconti di Kafka la libertà individuale diventa quindi una costrizione, un elemento di instabilità impossibile da preservare in un contesto sociale che cerca di apparire conformista a tutti i costi, risultando così esageratamente grottesco. Proprio come la burocrazia odierna.

    Il genio di Kafka sta nella capacità di veicolare queste sfumature con uno stile di scrittura apparentemente semplice, anche perché le pagine scorrono via che è un piacere.

    dito em 

  • 5

    “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” "Cupo" ma romantico

    Incompiuto, alienante, complesso, surreale, insomma, secondo me: “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” e dunque, chi più di Kafka, alienato in un mondo che pur conosce bene, avreb ...continuar

    Incompiuto, alienante, complesso, surreale, insomma, secondo me: “das verfremdende Werk eines entfremdeten Schriftstellers” e dunque, chi più di Kafka, alienato in un mondo che pur conosce bene, avrebbe potuto scrivere un'opera "estraniante" che ci fa comprendere fino in fondo l'assurdità di alcuni comportamenti umani conseguenza di quella incapacità di comunicare che nessuno meglio di lui ha saputo descrivere.
    L’agrimensore K., protagonista delle vicende, raggiunge un villaggio in cui dovrà lavorare. Su un’altura, distante e quasi illusorio, sorge il Castello, sede dell’amministrazione e del governo del villaggio. Klamm, uno dei funzionari dell’irraggiungibile castello, è l’unico mediatore con cui K. può sperare di entrare in contatto per ricevere informazioni sulle proprie mansioni e sulla propria permanenza in un villaggio che gli si dimostra immediatamente ostile e incomprensibile. Eppure, come il castello che rappresenta, anche Klamm è sfuggevole e lontano. Solo Frieda, cameriera di una locanda, si avvicina all’agrimensore e lo elegge a proprio compagno di vita, lasciandosi alle spalle le precedenti esperienze. Entriamo allora in una dimensione assolutamente fisica, animalesca, che trascende le incomprensioni sociali e psicologiche, e per alcuni critici anche psichiche.
    Quale il senso nascosto tra le righe: tanti, tantissimi, infiniti: il terribile capitalismo che aliena ed emargina l’uomo che si oppone al sistema? Psicoanalisi che vede in questo vano ma costante tentativo l’impotenza dell’essere umano? Filosofia? L’esistenzialismo che guarda l’uomo abbandonato alla sua esistenza sulla terra e che dovrebbe dare un senso alla propria vita solo per il fatto di essere qui ed orai?
    No, niente di tutto questo. Leggerei il nostro K. sempre in chiave “romantica”. Romanticismo non come categoria storica ma eterna categoria dello spirito.

    dito em 

  • 5

    "E in cosa vedi l'influsso del castello?" K. domandò. "Momentaneamente non sembra essersi intromesso ancora."

    Ogni proposizione si attorciglia su se stessa, deflagrando poi in miliardi di piccole postille dalle quali si generano infiniti universi, ognuno dei quali svincolato da qualsiasi logica, legge, senso. ...continuar

    Ogni proposizione si attorciglia su se stessa, deflagrando poi in miliardi di piccole postille dalle quali si generano infiniti universi, ognuno dei quali svincolato da qualsiasi logica, legge, senso. Un incubo, dove si passa e ripassa attraverso un'apertura, e questa si riduce di un po' ad ogni nostro attraversamento, fino a sfiorarci, fino a toccarci, fino ad avvilupparci, fino a strangolarci, ma noi imperterriti continuiamo il nostro avanti e indietro, incomprensibile perfino a noi stessi.
    Mi chiedo ancora cosa ci sia sotto tutto questo arrovellamento di testa e parole.
    A pagina 225 però un pensiero improvviso:
    e se il castello non si intromette perché non può intromettersi, semplicemente non esistendo? E se questa costruzione, che dall'alto terrorizza e dirige il villaggio sottostante, fosse solo un'allucinazione di massa, una trasposizione delle nostre paure, un idolo, edificato tempi addietro, del quale continuiamo a rispettare le più assurde leggi e restrizioni? Leggi e restrizioni ovviamente create da noi, da qualche nostro avo, col tempo diventate mostruose costruzioni/costrizioni alle quali siamo avvinghiati? Un castello che non è altro che il riflesso della nostra ombra, deformato da innumerevoli specchi lungo innumerevoli anni, che ha assunto connotati di una creatura quasi reale, enorme, mostruosa, autonoma, alla quale sottostiamo perché, in fondo, è l'unica cosa "vera" in questo universo senza senso? E i tentativi dell'agrimensore di farsi accettare dal castello, e di conseguenza dal villaggio, possono quindi essere visti come il desiderio di chi, pur cercando un posto nel quale sentirsi a casa, non è riuscito a trovare altro che deserto, ad eccezione di questo misero e sperduto agglomerato di case, sommerso dalla neve, freddo, oppresso da una legge senza senso né logica, ma comunque legge?
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    dito em 

  • 0

    Ero partita entusiasta, l'inizio mi sembrava molto ironico e divertente....ma poi...sono arrivata quasi alla fine, anzi alla non fine per dire esattamente, dato che non è compiuto, ma non ce l'ho fatt ...continuar

    Ero partita entusiasta, l'inizio mi sembrava molto ironico e divertente....ma poi...sono arrivata quasi alla fine, anzi alla non fine per dire esattamente, dato che non è compiuto, ma non ce l'ho fatta. Non ci ho trovato un senso, e sinceramente la storia del rapporto tra gli abitanti del villaggio, quelli del castello e i suoi funzionari oltre che assurda non ha suscitato in me nessun interesse, anzi....

    dito em 

  • 0

    Asfissiante

    È un libro assolutamente da leggere, quantomeno per poter entrare definitivamente nell'universo kafkiano. Permette di penetrare le angosce, i dolori e l'alienazione dell'autore, molto più a fondo di q ...continuar

    È un libro assolutamente da leggere, quantomeno per poter entrare definitivamente nell'universo kafkiano. Permette di penetrare le angosce, i dolori e l'alienazione dell'autore, molto più a fondo di quanto riesca a fare il più blasonato La metamorfosi.

    Tuttavia, appunto per questo motivo, è un libro veramente pesante e difficile da leggere. Interminabili dialoghi tra personaggi dalla psicologia poco più che accennata (sì, anche per quanto riguarda il protagonista K.) non fanno che procurare un senso di spaesamento nel lettore. Si fatica ad arrivare alla conclusione del volume, che di per sé è già parecchio consistente, e il fatto che non ci sia una trama vera e propria a prendere per mano chi legge e a trascinarlo con sé fino al termine degli sviluppi della stessa rende infinitamente più difficile il compito. La mancanza di tempo e spazio precisamente definiti, insieme all'assenza di passato del protagonista e all'inconsistenza di tutti gli altri personaggi, ridotti a macchiette abbozzate, dovrebbe aiutare a rendere universale il messaggio che Kafka vuole trasmettere, ma allo stesso tempo impedisce di immedesimarsi in alcunché. Tutta questa fatica, poi, per arrivare alla fine: un altro dei lunghissimi dialoghi che costellano il romanzo, interrotto in partenza e mai terminato. Una fatica insensata almeno quanto quelle dell'agrimensore K.

    Andrebbe probabilmente affrontato come una sorta di novella metaforica e simbolica ma, ahimè, lunga venticinque capitoli per un totale di quasi quattrocento pagine. Ad ogni modo, io, nella mia ignoranza, continuo a vedere un sottile filo conduttore che collega, malgrado siano vissuti sullo stesso pianeta per poco più di dieci anni, Franz Kafka ad Albert Camus, perlomeno nell'assurdità che entrambi attribuiscono all'esistenza e all'inutilità che qualsiasi gesto dei loro protagonisti assume - alla fine anche La peste è carica di significati simbolici.

    dito em 

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