O lost

Storia della vita perduta

Di

Editore: Elliot (Biblioteca)

4.0
(37)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 763 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8861923674 | Isbn-13: 9788861923676 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maria Baiocchi , Anna Tagliavini ; Prefazione: Riccardo Reim

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
O Lost è la saga di una nazione, di una famiglia, di tre generazioni di uomini inquieti, e insieme l’autobiografia di un colosso delle lettere del nuovo mondo e di quel Sud che muore a Gettysburg.

Nato e cresciuto tra i monti di Altamont, Eugene porta negli occhi la stessa brama di viaggi e di terre lontane che incupiva lo sguardo del nonno e del padre. Ma anche il terrore di poter diventare come la madre Julia, una creatura piena di slanci ma schiava della propria avidità. All’insegna di una rabbiosa voglia di fuga dalla realtà familiare, Eugene dovrà affrontare lutti devastanti e amori sbagliati, tollerare l’affetto soffocante dei suoi e al tempo stesso il loro totale disinteresse.

Al centro c’è un dolore, lo strappo dell’esilio e insieme la sete di cieli nuovi. E la malinconia di un passato irrecuperabile, illuminato dal ricordo del suo Angelo perduto.Uscito nel 1929 con il titolo Look Homeward, Angel (in Italia apparve come Angelo, guarda il passato) e accolto con grande favore dalla critica e dai lettori, il manoscritto originale venne sottoposto prima della pubblicazione a un radicale lavoro di revisione e tagli da parte del grande editor Maxwell Perkins (colui che “creò” anche Hemingway e Fitzgerald), che lo accorciò di molto e ne modificò profondamente il senso e la struttura.

Soltanto nel 2000 venne data alle stampe negli Stati Uniti la versione originale e integrale del romanzo, che ricevette unanimi ed entusiastici consensi: si è parlato di “restituzione di un caposaldo dell’epica americana” e di “restauro di un grande capolavoro importante quanto quello della Cappella Sistina”.

Questa prima traduzione italiana, che è anche la prima edizione ad apparire in Europa, offre oggi la possibilità di riscoprire non solo un’opera tanto significativa, ma soprattutto un autore di enorme statura, uno dei pilastri del Novecento letterario americano al pari di Dreiser, Steinbeck e Caldwell.

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  • 0

    Piccolo imbroglio...

    Io non ho letto questo libro ma la sua prima versione editoriale: Angelo guarda il passato! Ponderoso
    (e forse un po' pesante), lirico, molto ben scritto: essenzialmente un romanzo di formazione sulla ...continua

    Io non ho letto questo libro ma la sua prima versione editoriale: Angelo guarda il passato! Ponderoso
    (e forse un po' pesante), lirico, molto ben scritto: essenzialmente un romanzo di formazione sulla vita di un ragazzo dotato all'interno di una famiglia complicata. Sicuramente autobiografico. Ho incrociato questo romanzo troppe volte negli ultimi tempi per poterlo evitare nonostante il suo "peso" me lo facesse temere; l'ultima volta nel film Genius che parla del complicato rapporto dello scrittore con il suo editor (che forse è il vero "genius": editor di Fitzgerald, Carver e Hemingway,...non so se mi spiego!). Credo che il libro sia stato un vero successo all'uscita e dopo averlo letto posso capire. Ho scelto di leggere proprio la versione pubblicata da quell'Editor di cui parlo e non Lost che invece rappresenta proprio la versione originale e non "purgata" del romanzo. Non so perchè ma qualcosa mi dice che la purga fosse necessaria!!!

    ha scritto il 

  • 5

    Perduto spirito, pianto dal vento, torna ancora

    “A stone, a leaf, an unfound door; of a stone, a leaf, a door. And of all the forgotten faces. […] Naked and alone we came into exile. In her dark womb we did not know our mothers's face; from the pri ...continua

    “A stone, a leaf, an unfound door; of a stone, a leaf, a door. And of all the forgotten faces. […] Naked and alone we came into exile. In her dark womb we did not know our mothers's face; from the prison of her flesh have we come into the unspeakable and incommunicable prison of his earth”.

    “Un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta. E di tutti i volti dimenticati. Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre: dalla prigione della sua carne siamo giunti all'indescrivibile e indicibile prigione di questa terra.”.

    Straordinario, turbolento, inarginabile, eccessivo ragazzo della North Carolina, così si presenta nel 1929 Thomas Clayton Wolfe al più famoso editore del tempo, Max Perkins della Scribners's Son, già scopritore di Hemingway e Fitzgerald. E insieme dall'alto dei suoi due metri e dal basso delle sue stravaganti radici, gli racconta della sua famiglia, di quei personaggi artistici e esuberanti e insopportabili che sono i suoi genitori, dalla cui unione sgangherata discende questo giovane e ambizioso scrittore, ultimo di otto figli, carico e sbandato per via di quella casa nativa colma di tristezza, incomprensione, incuria, solitudine, infelicità. Il padre è uno scalpellino di lapidi e pietre tombali, bevitore capace di declamare tanto Shakespeare quanto John Bunyan; la madre è una donna infaticabile e instabile, con un talento per gli investimenti immobiliari e proprietaria di una pensione che diviene luogo aperto e di passaggio per un'umanità libera, romanzesca e perduta. Così nasce il protagonista del libro, un angelo, uno straniero, un tormentato viaggiatore e ricercatore, con la sua storia fatta di incanto e mistero. Il discorso debordante e inesausto di Wolfe sul romantico mito americano è costituito per descriverne l'incertezza e l'insicurezza come tratti congeniti e più umani, per esprimere nella parola letteraria quello stato di fanciullezza che ha sete di vita ed è insaziabile nella scoperta di sé e del desiderio. In esso si genera il conflitto con il mondo inabissato e fantasma, come dimensione inevitabile di quel viaggio intimo nella grazia della fragile coscienza di sé e nell'anima increata dell'essere umano. La lettura è inquietante e inebriante e si sorregge su una tensione realistica e lirica che si svuota nell'estasi dell'elenco e del catalogo, nel rispecchiare la terra e il paesaggio come forme da abitare in senso psichico e passionale oltre che fisico. Troviamo più Whitman che Joyce quindi a guidare i passi di Eugene che percorre la propria strada nel mondo, inventandola con caotica onestà e intransigente ossessione, includendo l'impulso originario e escludendo la presa sul reale, verso un'immaginazione fantastica che rende tutto possibile, atemporale e metafisico, ma insieme violento e audace. Così T.C. Wolfe traccia l'identità nomade del carattere dell'uomo americano e esplica il cambiamento come spinta necessaria nella sua vocazione all'autentico e al naturale. Nell'uso di toni sarcastici e sentimentali a dipingere lo sfacelo domestico e l'ostilità familiare, in un eterno teatro insonne, Wolfe rivela un profondo senso di empatia e altruismo, un'amara inclinazione alla tenerezza e al suo opposto e contemporaneamente il suo personaggio timido e affascinante, tumultuoso e grandioso si sente aggredito e impedito dall'universo circostante di Altamont, dei Gant e dei Pentland, vedendo nel primo orizzonte, nel cerchio dell'infanzia e della carne un nemico temuto e imbattibile, simbolico e presente, così incarnato nel dolore e nei suoi demoni, in personaggi più grandi del vero, che tradiscono se stessi, perseguitati dalle promesse e dal destino, in un Sud fanatico e visionario. Eugene, il nostro eroe, vi oppone una fede inattaccabile in una sregolata felicità e nella forza primordiale delle cose naturali. Wolfe è uno scrittore eclettico e esistenziale, egocentrico e febbrile, potente e originale; la sua scrittura fluviale è stata descritta dalla critica come indomita e spontanea, senza misura e senza controllo. L'eroe di Wolfe nutre un assoluto disprezzo per l'ignoranza e la vigliaccheria e pronuncia un'irrevocabile condanna per l'odio che il mondo prova per chi non sia nel suo profondo corrotto, sconfitto, idiota. Egli è ossessionato dalla vita come idea di vittoria e da un'epica dell'io che contrasta il negativo ed è rifugio dal degrado. La narrazione impetuosa non celebra il mondo, ma cerca di trascriverlo, di ripeterlo, di assimilarlo dentro di sé, nelle contraddizioni e nelle aporie. Come solo la grande letteratura cerca sempre di fare, cogliendo l'occasione di una poetica e inesauribile speranza, di uno sguardo inedito su una nuova nascita e un antico naufragio.

    “Adesso so questo: sono sinceramente convinto di essere inevitabile. Ormai possono fermarmi soltanto la pazzia, o la malattia, o la morte... La vita non è tutta cattiva, ma neppure tutta buona, non è tutta brutta, ma neppure tutta bella; è vita, vita, vita: l'unica cosa che conta. E' selvaggia, crudele, benevola, nobile, appassionata, generosa, stupida, brutta, bella, penosa, gioiosa, è tutto questo e altro ancora, e io voglio conoscerlo; e per Dio lo conoscerò, dovessero pure crocifiggermi. Andrò in capo al mondo per trovarlo, per comprenderlo. Quando avrò finito conoscerò questo paese come il palmo della mano, e lo metterò nero su bianco, e ne farò qualcosa di vero e di bello”.

    Da una lettera alla madre Elizabeth.

    ha scritto il 

  • 5

    E' l'America che è grande

    Sono arrivata ad un punto della mia vita di lettrice in cui posso fare una solida dichiarazione: non sono tipo da romanzi e/o racconti minimali, io. Voglio dire, mi piacciono Carver e compagnia, ma la ...continua

    Sono arrivata ad un punto della mia vita di lettrice in cui posso fare una solida dichiarazione: non sono tipo da romanzi e/o racconti minimali, io. Voglio dire, mi piacciono Carver e compagnia, ma la vera goduria la raggiungo solo leggendo logorroici romanzoni, enciclopedici e torrenziali. Mi pare evidente che se non si intrecciano centinaia di storie, personaggi, digressioni, citazioni (con altrettante note) dentro un libro io scuoto un po' la testa, arriccio il naso e penso: "sì sì, bello bello, però... però, non so, manca qualcosina".
    Ecco, nel presente romanzo non manca niente, anzi, c'è molto di più di tutto, persino troppo di più di tutto. Cosa che se per alcuni lettori può costituire un difetto, per me è pura gioia liquida che scorre dentro le vene. Quindi ve lo dichiaro: "O Lost" è l'ennesimo romanzo massimalista americano, forse è il Grande Romanzo Americano, nel senso che è veramente un immenso contenitore dell'America e non solo. E e io credo che bisogna proprio essere nati in America, dove tutto è gigantesco, avere avuto da sempre davanti agli occhi quegli sconfinati paesaggi, le strade immense e assolate, i grattacieli delle città, le montagne, gli oceani, i fiumi, le distese deserte o formicolanti di vita ecc... ecc... per poter concepire una tale insaziabile fame di spazio, tempo e vita.
    Insomma, non è lettura per chi ama trame lineari e classici equilibri. Questo è un libro squilibrato all'eccesso, e, a proposito di squilibri, non c'è un solo personaggio sano di mente, né una sola situazione di normale routine. Qui o si sussurra o si urla, o si ama o si odia, o si piange o si ride e certe volte si piange e si ride nello stesso identico momento. Se si mangia lo si fa fino a scoppiare, se si digiuna per poco non si muore di fame, se si beve, ci si ubriaca fino agli occhi, se si muore lo si fa per anni. E' tutto pantagruelico, esagerato, immenso, sopra le righe, lirico e perduto. O sì, perduto.
    Ecco, io vi ho avvertito...

    ha scritto il 

  • 4

    Tu sei il mondo

    Mi chiedo, al termine della lettura, perché dovrei consigliare la lettura di O Lost. Non è forse troppo sconnesso, indisciplinato ed un po datato? Wolfe l’ha scritto con grande energia ed aveva un i ...continua

    Mi chiedo, al termine della lettura, perché dovrei consigliare la lettura di O Lost. Non è forse troppo sconnesso, indisciplinato ed un po datato? Wolfe l’ha scritto con grande energia ed aveva un immaginazione selvaggia, intensamente personale ed emotiva. Ossessivamente lirico. Pure troppo. Ed era un romantico. Nel catturare la sua storia stava cercando di catturare l’esperienza di tutti gli uomini. In un certo senso, mi sembra, è molto vicino a Whitman. Le sue frasi sconfinano nella poesia a volte anche mistica. In un certo senso i personaggi li vedevo come in un film in bianco e nero, come persone che lottano a modo loro per diventare uomini, per realizzare sogni. E la scrittura di Wolfe non ti invita ad entrare, si limita a lasciare una porta aperta, una crepa. A questo punto io, il lettore, sono stato costretto ad entrare dentro la storia, un mero punto sulla parete della cucina di sua madre. E vedevo una scena di dimensioni notevoli, dipinta su di una tela, di sogni e speranze infrante, dove ognuno faceva penitenza a modo suo. Il peggio è venuto quando mi sono reso conto che quello che con tanto ardore stavo vedendo/leggendo, quello di cui ero reso partecipe, era una specie di riesame di me stesso. Capire Wolfe, in particolare questo libro, è uno sforzo permanente nel veder e i propri difetti nello specchio e decidere in quale direzione andare.

    ha scritto il 

  • 4

    O lost. Storia della vita perduta di Thomas Wolfe
    Sicuramente aveva letto Ulysses probabilmente a puntate dal marzo 1918 sulla rivista "The Little Review". Sincronizza gli avvenimenti regolandoli sull ...continua

    O lost. Storia della vita perduta di Thomas Wolfe
    Sicuramente aveva letto Ulysses probabilmente a puntate dal marzo 1918 sulla rivista "The Little Review". Sincronizza gli avvenimenti regolandoli sulla percezione dei diversi protagonisti, quindi ottiene un effetto corale, spostando istantaneamente il punto di vista, sovrapponendolo al mondo, come il pensiero di dio mentre lo sta creando. A volte sdato e prolisso.

    ha scritto il 

  • 0

    Confessione di un qualsivoglia eugenio malcresciuto che affida i propri sentimenti a codesti o analoghi tristissimi giochi di parole sperando di destare ammirazione per la conoscenza delle radici greche delle parole.

    Il Vate: "Io le sono amico, lettore, e perció ho scritto questo libro: per dirglielo. Se qui ho scritto tante cose in piú, al punto da oscurare quella principale -l'unica maledetta cosa che importa è ...continua

    Il Vate: "Io le sono amico, lettore, e perció ho scritto questo libro: per dirglielo. Se qui ho scritto tante cose in piú, al punto da oscurare quella principale -l'unica maledetta cosa che importa è che io le sono amico e voglio che lei lo sia per me-, la prego, consideri quest'ultima riga quello che volevo dirle in tutto il libro.
    Non ho mai voluto altro che ammettere di soffrire e penare come ogni essere vivente sulla faccia della terra e mostrare il mio amore carità e il mio cuore piangente di fanciullino a tutti, ma invece ho picchiato le mie 726270725 mogli e tanti negri. Non ho mai voluto altro che condividere la sofferenza per renderla più sopportabile, e invece non ammettendola ne ho creata di ulteriore ed evitabile. Come ogni persona egocentrica, avrei potuto esserle amico ricordandomi del suo compleanno e regalandole proprio quella borsa Moschino che tanto le piace, ma invece no, io non mi sono fatto ricco e la vita non mi ha fatto poeta perchè le ho opposto la mia preminente esigenza di autocommiserazione, e quindi sono un ubriacone.
    Immagino che un sacco di individui ordinari e biologicamente incapaci di cogliere le profondità del mio abisso ci cascheranno anche e tesseranno le mie lodi affascinati dalla parvenza di magnificenza e vigore che non corrisponde al mio vero essere, ma non lei che ben sa e ha colto nella sua arguta e vivace intelligenza quanto io sia al contrario povero e perduto, e certo mi compatisce nella sua immensa bontà".

    Il Lettore: "Scusa vado al cinema".

    ha scritto il 

  • 4

    "Questa è la fine, disse. Ho divorato la vita e non l'ho trovato. Non viaggerò oltre."

    «Fuori misura a tutti gli effetti: [...] scomodo, affascinante, bizzarro, imponente, smodato, intimidatorio»: così Riccardo Reim definisce l’opera di Wolfe.

    Un’enfasi iperbolica che impregna ogni pass ...continua

    «Fuori misura a tutti gli effetti: [...] scomodo, affascinante, bizzarro, imponente, smodato, intimidatorio»: così Riccardo Reim definisce l’opera di Wolfe.

    Un’enfasi iperbolica che impregna ogni passaggio, ogni parola come se Wolfe fosse in preda a un’estasi mistica, l’estasi febbrile, nevrotica, inappagabile per la vita che possiede Eugene (il vero protagonista del romanzo, suo evidente alter ego). Una fame inesausta e inappagabile che lo conduce alla frenetica ricerca di sé lungo strade terrene e marine, lungo i fiumi della letteratura, della storia e della filosofia. Sulle macerie doloranti di un’infanzia di disamore.
    Un’opera immensa, che è saga familiare autobiografica, storia sociale americana, riflessione escatologica ed esempio emblematico delle laceranti dinamiche famigliari di cui è pieno il mondo.
    Alcuni momenti descrittivi sono di assoluta forza e potenza. Meravigliosamente succulenti quelli legati al cibo, lussureggianti sonori e visivi quelli legati alla natura. Impietosi, crudi e realistici quelli legati alla fame, e ai brulicanti cantieri di Norfolk, una famelica e polietnica “catena di montaggio” messa in moto dalla prima guerra mondiale. Assolutamente commovente e devastante la morte di Ben.

    Le mie riserve (4 stelle invece di 5) riguardano l’enfasi retorica che a tratti tracima in eccessi che svuotano di realismo la lettura allontanando la partecipazione intellettuale ed emotiva.
    Tuttavia, come dice Paolo Giordano, “Letture come questa diverranno per noi come nuovi arti, invisibili e dall’estensione illimitata.“

    "Sull'orlo del buio si fermò, soltanto con il sogno delle città, dei milioni di libri, delle immagini spettrali di donne che aveva amato e che lo avevano amato, e che lo avevano tradito. La vita non ci insegna nulla. Rivela soltanto quel che abbiamo sempre saputo. Con i piedi sull'abisso delle tenebre, guardò e vide le luci di nessuna città. Era quella, pensò, la medicina forte e buona della morte."

    ha scritto il 

  • 4

    Un incipit che scuote visceralmente e già dice tutto, pagine straripanti, un'enciclopedia di parole tutte necessarie, nessuna sprecata. In questo gigante letterario è contenuta l'eco struggente di un ...continua

    Un incipit che scuote visceralmente e già dice tutto, pagine straripanti, un'enciclopedia di parole tutte necessarie, nessuna sprecata. In questo gigante letterario è contenuta l'eco struggente di un richiamo indefinito, l'anima traboccante di conoscenza di un uomo sperduto e solo, alla ricerca del senso della vita. Eugene Gant alter ego di Wolfe viene alla luce quasi inaspettato, in una famiglia bizzarra dove le personalità potenti dei genitori e dei fratelli aggrediscono ogni suo spazio fisico ed emotivo. Ma in lui si agitano forze incontrollate e insopprimibile è l'anelito alla scoperta, il bisogno stringente di viaggiare in terre lontane, il desiderio selvaggio di sperimentare la miseria e le gioie del mondo. O Lost contiene l'universo emotivo di Eugene-Wolfe, è il racconto di ogni scintilla vitale su cui si sia trovato a posare lo sguardo e scorre inarrestabile rompendo continuamente gli argini della narrazione. Non c'è posa nei registri narrativi che se pure asserviti al narcisismo debordante del protagonista lasciano intravedere l'America della classe operaia e degli oculati speculatori degli inizi del secolo scorso mentre si abbandonano ad ogni sorta di esperimento di stilistico. Furia catalogatrice, delirio panteistico, bulimia conoscitiva, isteria mistica si alternano alla dolcezza di una natura rigogliosa, al profumo di una tavola imbandita, al delicato fremito delle promesse d'amore e al desiderio disperato di essere unici e amati. Ed è questo essere sbatacchiati senza tregua, questo riversare impietosamente un bisogno inesauribile di urlare ogni molecola emotiva, questo voler contenere troppo e voler dire tutto, il limite e insieme l'unicum di questo romanzo. Un'energia prepotente che stordisce e disperde la sua potenza in una messe di contrasti troppo ricca.

    "La vita non è tutta cattiva, ma neppure tutta buona, non è tutta brutta, ma neppure tutta bella; è vita, vita, vita: l'unica cosa che conta. E' selvaggia, crudele, benevola, nobile, appassionata, generosa, stupida, brutta, bella, penosa, gioiosa, è tutto questo e altro ancora, e io voglio conoscerlo; e per Dio lo conoscerò, dovessero pure crocifiggermi. Andrò in capo al mondo per trovarlo, per comprenderlo. Quando avrò finito conoscerò questo paese come il palmo della mano, e lo metterò nero su bianco, e ne farò qualcosa di vero e di bello" (Thomas Wolfe)

    ha scritto il 

  • 5

    Caposaldo della letteratura americana

    Letta tanto tempo fa la riduzione di questo capolavoro "Angelo guarda il passato", ora, grazie al coraggio di un editore (Elliot), possiamo affrontare in traduzione italiana l'originale recentemente r ...continua

    Letta tanto tempo fa la riduzione di questo capolavoro "Angelo guarda il passato", ora, grazie al coraggio di un editore (Elliot), possiamo affrontare in traduzione italiana l'originale recentemente restaurato e edito in America. Romanzo, poema, quasi-autobiografia, un grande libro di uno dei grandi scrittori del secolo scorso. Bellissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Una lettura impegnativa...con momenti esaltanti e altri meno...soprattutto perché, più che la visione di un mondo perduto è la messinscena di un io iperbolico a governare la materia narrativa, che a t ...continua

    Una lettura impegnativa...con momenti esaltanti e altri meno...soprattutto perché, più che la visione di un mondo perduto è la messinscena di un io iperbolico a governare la materia narrativa, che a tratti è pura sperimentazione linguistica (e riecheggia Joyce) mescolanza di stili e di linguaggi...eppure il romanzo (se così si può dire) è sempre unitariamente governato dalla personalità inquieta, nevrotica, e costantemente tormentata dal pungolo di alte aspirazioni di Eugene, il protagonista assoluto, insieme alla sua famiglia: tutti personaggi eccessivi e smisurati.
    Ed è proprio a causa di queste caratteristiche che la lunghezza del libro sembra rispondere a un progetto che per sua natura si fa inconcluso e forse irrealizzabile.

    ha scritto il 

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