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Oblomov

La biblioteca di Repubblica - Ottocento, 41

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

4.3
(1475)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 687 | Formato: Cofanetto | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Portoghese , Francese , Russo , Norvegese

Isbn-10: 8889145412 | Isbn-13: 9788889145418 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Laura Micheletti ; Prefazione: Remo Faccani

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
E’ tutto in una parola, “oblomovismo”. E’ il male che attanaglia il nostro protagonista e un’intera classe sociale, incapace di fronteggiare l’incalzare della storia. Il nuovo avanza e bussa imperioso alle porte intarsiate e imbottite di velluti dei nobili russi, ma Oblomov si adagia in un dolce oblio del presente e si rifugia nel ricordo di un’età dorata, fatta di servi docili e di ricchezze possedute per diritto di nascita. E in quest’oblio, fuori dal mondo e dalla storia, si addormenterà per sempre, con le sue belle mani bianche, totalmente ignare del lavoro.
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  • 4

    Realismo russo tra isolamento, intuizione e genialità: Ivan Goncarov

    Goncarov esordì con il suo primo romanzo”Una storia comune” nel 1847 e salutato, dal critico Belinskij, quasi contemporaneamente al Dostoevskij di “Povera gente”come i nuovi giovani maestri della scuola realista. Di questo celebre romanzo vengono alla mente le parole di Giorgio Manganelli: -Ho lo ...continua

    Goncarov esordì con il suo primo romanzo”Una storia comune” nel 1847 e salutato, dal critico Belinskij, quasi contemporaneamente al Dostoevskij di “Povera gente”come i nuovi giovani maestri della scuola realista. Di questo celebre romanzo vengono alla mente le parole di Giorgio Manganelli: -Ho lo conoscete e vi ha sedotto, e un recensore non può dirvi nulla, o non lo conoscete e allora, per favore, non perdete altro tempo con queste fatue righe e andate a leggerlo”. Mi associo pienamente tanto da suggerirvi di recuperarlo al più presto ed immergervi nelle righe di quest'opera. L'amore che ho per la letteratura russa e per la sua cultura però, mi spingono testardamente a scrivere ugualmente due impressioni. C'è da dire che per un bel po' di tempo le opinioni sull'autore tendevano a sviare i suoi veri e notevoli pregi o difetti. Sebbene ad esempio la prosa di Goncarov è simile a quella di Turgènev, di quest'ultimo gli manca completamente la capacità della misura, e della pienezza e ricchezza del narrare Da qui, leggendo il corposo romanzo, si può registrare una certa linea in cui i punti deboli sono la piattezza di una inevitabile mediocrità. Quanto invece all'oggettività, Goncarov mancava della capacità quasi perfetta di penetrare la psiche di un personaggio come poteva aver Gògol; egli sapeva registrare ciò che osservava senza però arrivare il più delle volte al fulcro, al nocciolo delle sue riflessioni di fronte alla psiche, al comportamento o al pensiero elaborati dal suo io. Spesso i personaggi perdevano l'ultimo frammento d'analisi perdendo così anche nel romanzo l'atmosfera e il fascino di una lettura psicologica. Il punto più alto di tutto ciò è quindi “Oblomov”, e i suoi limiti interpretativi di un modesto realismo lo arricchiscono di simbolismo arricchendone così la sua forza espressiva. Egli fu subito riconosciuto come una parte del volto dell'anima russa o meglio come l'incarnazione di un tipo di volto russo, quello della nobiltà rurale, con la sua irresponsabilità e passività di fronte a tanta ricchezza e in cui l'ostentazione diviene caratteristica tra le prime in una società in piena trasformazione e così influenzata dalle “leggerezze” dell'occidente: questa si può definire la prima parte, “Il sogno”, in cui così abilmente viene descritto quel quadro esistenziale della nobiltà rurale russa, un substrato fatto di un' agiatezza ereditata dai padri o di un concetto in cui avere è facile come comandare e in cui l'assenza totale di una pur labile gratitudine è il bocciolo che nel tempo diverrà il fiore di Oblomov. Il sogno appunto, prima parte del romanzo in cui il protagonista, tra il lusso e la noia nel suo palazzo di San Pietroburgo, passa le pigre giornate tra il letto, uno sguardo alla finestra, il divano e la sua preziosa vestaglia...l'abilità di Goncarov rende la descrizione di tutto ciò ad un ritmo lento e quasi fastidioso, ricreando nel lettore l'impressione di un ineluttabile prigione psicologica dovuta ad un'immobilità che quasi diviene modo di essere e vivere, uno stile in cui decadentismo veniva concepito nelle più varie e assurde concezioni. E se per uscire dalla camera ad Oblomov gli ci vuole il tempo e la “forza” di un capitolo è la sua vestaglia che domina tutto il racconto, come avesse una valenza particolare, una corporeità che ricorda quei simboli di Ibsen, che in un mondo-atmosfera senza ordini sociali e oserei dire “terreni” si muovono in onde d'intesa dall'aspetto etereo; così funziona il rapporto con Zachàr, servo in completa armonia col suo padrone. Curiosa è poi la sequenza in cui l'energico e concreto Stolz, uomo pratico e gran lavoratore, presentato come mezzo tedesco, efficiente e dedito al concetto del produrre, si rapporta con la nullafacenza di Oblomov...è qui che non si capisce se Goncarov perda una possibilità per ampliare le tematiche del suo romanzo o se, pienamente in sintonia con il protagonista, fa passare i mancati approfondimenti per una sua insufficienza intellettuale e morale( queste furono le accuse dei critici). Ma come una provocazione l'autore fa scemare nel nulla anche una questione d'amore in cui la dama, disgustata dall'estrema pigrizia del suo pretendente, toglie il disturbo. Le ultime parti del romanzo, forse le meno riprodotte, sono anche il risultato migliore raggiunto dallo scrittore: la descrizione in cui il protagonista accetta la simbiosi con il suo “stato paludoso” che lo porterà a punti sempre più lontani di non ritorno. La noia divenuta nevrosi ed insoddisfazione permanente avranno conseguenze tragiche non potranno nulla sia l'amore sincero di Agàfja, la sua affittacamere, sia il tenace e sincero controllo di Stolz...l'inevitabile e lento affossare di un uomo nelle sabbie mobili è forse il periodo costruito con più ispirazione, regalandoci pagine di forte bellezza...l'ingoio di Oblomov da parte del nulla è riportato magnificamente da Goncarov il quale, nonostante le mille storie di perdizione del realismo russo, queste pagine mantengono primati importanti sia stilistici che psicologici. Il romanzo dello scrittore, al pari dei colleghi Turgènev e Aksàkov su tutti, sottolineano l'importanza dell'inclinazione che prende il romanzo: al di là di ogni altra questione, non vi sono avvenimenti o spunti narrativi che possono inclinare il continuo evolversi di un corso di fatti inevitabili. E' questa la tendenza chiamata “imperfettiva” del romanzo russo (una forma verbale che considera l'azione nel “processo” del suo accadimento. Questa tendenza che spesso ignari la troviamo sulle opere russe, dominerà tutta la narrativa russa dopo Lérmontov e con l'eccezione di alcuni minori e dei romanzieri plebei. In “Oblòmov” è onnicomprensiva come non mai, in cui il determinismo evolutivo di questo accadere è in prima analisi la negazione dell'efficacia delle qualità umane su tutte la volontà e in seconda corrisponde perfettamente all'imprevisto, e cioè all'impotente determinismo dell'eroe moderno. In altra analisi Oblimòv incarna perfettamente “l'uomo dalla vestaglia” e cioè quella figura quasi allegorica ma reale fin troppo dell'uomo inutile, oppresso dalla paranoia come dalla depressione. Dal Realismo in poi infatti, è stato notato come l'uomo russo non trovi scopi e stimoli per la propria esistenza...sarà l'unirsi di tutti questi fattori che costituiranno le esistenze per la meraviglia dei romanzi e di questa stupefacente letteratura che riuscirà, in un isolamento parziale(per la prima volta raggiunsero l'occidente) o totale (vedi il periodo siberiano di Dostoevskij) ad anticipare molte o quasi tutte le più importanti tematiche del secolo che verrà.

    ha scritto il 

  • 0

    Mi rivolgo a voi, gentili anobiani per dirvi che questo romanzo è un capolavoro. Tra i migliori romanzi russi che mi sia mai capitato di leggere e non a caso è nella lista dei 100 libri. Signori miei, se siete degli estimatori dei romanzi di qualità e se amate i grandi classici (e i grandi scritt ...continua

    Mi rivolgo a voi, gentili anobiani per dirvi che questo romanzo è un capolavoro. Tra i migliori romanzi russi che mi sia mai capitato di leggere e non a caso è nella lista dei 100 libri. Signori miei, se siete degli estimatori dei romanzi di qualità e se amate i grandi classici (e i grandi scrittori)...leggete questo libro. Non avrete da pentirvene. Scoprirete che c'è un Oblomov in ognuno di noi.
    Beh, io ho scoperto di essere affetta da "oblovismo" e la cosa non mi ha fatto per niente piacere. Quando e se leggerete questo splendido romanzo, capirete che cosa intendo... ;)

    ha scritto il 

  • 4

    <Si è spalancato il baratro? Dimmi...Cosa c'è là dentro?> <Oblomovismo!>

    Tralasciando l'aspetto più ovvio, cioè la critica sociale, questo romanzo potrebbe essere interpretato, secondo me, in diversi modi.
    Il nostro protagonista è Oblomov, un nobile figlio di nobili che, in quanto tale, per tutta la vita non ha mai pensato ad altro che esser nobile, senza capire ...continua

    Tralasciando l'aspetto più ovvio, cioè la critica sociale, questo romanzo potrebbe essere interpretato, secondo me, in diversi modi.
    Il nostro protagonista è Oblomov, un nobile figlio di nobili che, in quanto tale, per tutta la vita non ha mai pensato ad altro che esser nobile, senza capire a fondo cosa poi fosse davvero questa nobiltà. Vive in una casa bella, ma impolverata e abbandonata, che rispecchia il suo stile di vita immobile e senza uno scopo. Fugge qualsiasi contatto esterno e passa le giornate a dormire.
    Da un altro punto di vista questo potrebbe essere il romanzo di Stolz: amico d'infanzia di Oblomov, di origini tedesche, fa una vita attiva e gira il mondo e fa il possibile per scuotere il nostro eroe dal tuo torpore. Seguendo la sua storia si ha un po' l'impressione di vedere il mondo russo con occhi esterni. Lui sembra lo straniero buono che combatte corruzione e avidità per salvare l'amico tanto gentile e affezionato quanto svogliato e lento.
    Lo stesso effetto positivo-negativo lo abbiamo con la coppia Olga-Agafia: una rispecchia l'ideale di vita di Stolz, l'altra di Oblomov.
    Da ancora un altro punto di vista, questo può essere un romanzo di ammonimento: non lasciare i tuoi affari in mano ad estranei o resterai senza una lira.
    Dal mio punto di vista, invece, questo romanzo si può riassumere con un famoso adagio: chi nasce tondo non muore quadrato.

    ha scritto il 

  • 4

    Si impone l'obbligo della lettura del suddetto romanzo a tutti i pigri. Ma riusciranno mai a finirlo?


    Scorrevole e divertente per essere un romanzo scritto 155 anni fa. Rimarra' sempre un romanzo attuale, soprattutto dalle nostre parti, a meno di riuscire a debellare dal pianeta la placida ...continua

    Si impone l'obbligo della lettura del suddetto romanzo a tutti i pigri. Ma riusciranno mai a finirlo?

    Scorrevole e divertente per essere un romanzo scritto 155 anni fa. Rimarra' sempre un romanzo attuale, soprattutto dalle nostre parti, a meno di riuscire a debellare dal pianeta la placida figura del cocco di mamma...una gara persa.

    Ma poi come oso giudicare. In fondo so benissimo, purtroppo, che Oblomov sono un po' anch'io.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    “Una mattina, in uno dei grandi edifici della via Gorochovaja, i cui abitanti avrebbero popolato un'intera cittadina distrettuale, stava disteso a letto, nel proprio appartamento, Il'jà Il'ìc Oblòmov.
    Era un uomo di trentadue-trentatré anni, di statura media, di bell'aspetto, dagli occhi gr ...continua

    “Una mattina, in uno dei grandi edifici della via Gorochovaja, i cui abitanti avrebbero popolato un'intera cittadina distrettuale, stava disteso a letto, nel proprio appartamento, Il'jà Il'ìc Oblòmov.
    Era un uomo di trentadue-trentatré anni, di statura media, di bell'aspetto, dagli occhi grigio scuri, ma dai tratti del suo volto non traspariva alcuna idea determinata, né un qualche cenno di concentrazione. Il pensiero vagava libero come l'aria sul volto, sfarfalleggiava negli occhi, indugiava sulle labbra semiaperte, si nascondeva tra le rughe della fronte, per poi sparire completamente, cosicché la luce uniforme dell'indolenza appariva sul volto. Dal volto l'indolenza si trasmetteva alle pose di tutto il corpo, perfino alle pieghe della veste da camera.”
    Inizia così Oblòmov, opera più importante di Ivan Goncharov nonché, in assoluto, una delle più originali e interessanti della storia della letteratura, contenutisticamente parlando.
    Oblòmov è infatti una delle prime opere a descrivere un antieroe del quotidiano, una vita di nulla che si autoalimenta e autocompiace.
    Oblòmov è l’antesignano del tema dell’inettitudine, ampiamente sviluppato nel romanzo del Novecento.
    “Stare disteso per Il'jà Il'ìc non era né una necessità, come per un malato o per una persona che vuol dormire, né un fatto imprevisto, come per chi è stanco, né un piacere, come per un pigro: per lui era la condizione normale.”
    Non è infatti pigrizia quella di Oblòmov. È una totale apatia, un’indifferenza verso tutto e tutti.
    Non è ozio ragionato, è un’inazione patologica.
    Oblòmov non dà la mano ai pochi ospiti che vengono a trovarlo perché "vengono dal freddo".
    Non esce di casa perché pensa: "Che cosa c'è laggiù che non abbia ancora visto?"
    Una condizione che lo contagia anche nella sua professione d’impiegato pubblico: “Egli credeva... che fango, calura o semplicemente cattivo umore fossero sempre pretesti sufficienti, legittimi per non recarsi al lavoro.”
    Un impiego da cui si dimette (e siamo qui all’apice dell’oblomovismo) pur di non essere ripreso dal suo superiore per una mancanza occorsa durante un’attività svolta con la solita negligenza.
    La condizione di Oblòmov si riflette, ovviamente, pure nel suo rapporto con l’altro sesso: “...egli non cadde mai prigioniero delle bellezze, non fu mai loro schiavo, e nemmeno corteggiatore troppo assiduo, già per il fatto che l'avvicinarsi alle donne comporta grandi fatiche. Oblòmov si limitava per lo più a un corteggiamento da lontano, a una rispettosa distanza.”
    Le descrizioni della prima parte risentono probabilmente di uno stile eccessivamente classicista, mentre assai brillanti sono i molti dialoghi che si susseguono.
    Personaggio principale per comprendere l’animo del protagonista è il servo Zachar: uomo anch’egli indolente e svogliato, della stessa pasta del padrone, si potrebbe dire: “...nel tappeto intriso di polvere e di macchie, lesse un triste attestato della propria diligenza al servizio del padrone.”
    Un servo che, esattamente come il padrone, rimanda a domani quello che benissimo potrebbe essere fatto oggi, per poi rimandarlo a dopodomani e a un altro giorno ancora.
    Un servo scorbutico e sgarbato, persino con gli ospiti, che non riesce a trattenere lo scontento, esternandolo sboccatamente, ogni volta che il padrone lo chiama, arrivando sempre più spesso ad augurarsi la morte pur di sfuggire a quell’invero continuo supplizio.
    Ma Zachar è, ad ogni modo, un servo fedele e tutto sommato sincero, che si intasca quelle poche monetine di rame che avanzano sul tavolino, ma mai un rublo intero. Che difende il padrone davanti ai suoi amici se essi lo attaccano, ma lo sbeffeggia se non lo attaccano.
    Che subisce passivamente le sue “parole lamentose”, i suoi rimproveri, come se ciò facesse parte del suo ruolo.
    I dialoghi tra Oblòmov e Zachar, con le sue reazioni disilluse, regalano del resto le pagine più ironiche del romanzo.
    Oblòmov d’altra parte non potrebbe far nulla senza il suo pur inetto servo personale:
    "Io non mi sono infilato le calze neanche una volta, da quando sono al mondo, grazie a Dio! Dovrei scomodarmi, forse?".
    L’intera prima parte del romanzo descrive la quotidianità oblòmoviana, nell’analisi di una giornata tipo del possidente russo: le visite dei pochi amici, i rifiuti ad uscire o a fare alcunché, i continui rimandi delle poche attività che potrebbero impegnarlo.
    Oblòmov non ha nemmeno hobby: non legge libri (quei pochi aperti sul suo divano hanno alti strati di polvere che ovviamente Zachar non si degna di rimuovere); non visita i conoscenti, non ama la mondanità, sia mai!
    Le sue giornate trascorrono, secondo la bella immagine che ne dà Citati, tra una dormita e una dormicchiata, una dormicchiata e una dormita.
    La prima parte appare tuttavia leggermente sconnessa, davvero efficace soltanto nei lunghi dialoghi.
    Il lunghissimo capitolo del sogno di Oblòmov è pesante e disordinato, sebbene fondamentale per comprendere l'infanzia del protagonista e la vita di campagna ad Oblòmovka, la tenuta familiare che gli fornisce quella rendita che gli permette di continuare a vivere nell’indolenza, ma che avrebbe una concreta necessità di una risistemazione a cui il proprietario continua a pensare, a vivere come un opprimente fastidio, pur senza concretamente iniziare a predisporre un piano.
    È nella vita da fanciullo in campagna che si genera il germe dell’oblomovismo.
    Il capitolo del sogno ha dunque un suo perché, sebbene non appaia pienamente riuscito, se non da un punto di vista contenutistico, sicuramente dal punto di vista della fluidità narrativa. Troppo lungo e scollegato da ciò che precedeva.
    Del resto, la prima parte fu scritta diversi anni prima rispetto al resto del romanzo (1849 vs. 1857-58) e lo stesso Autore la giudicava inferiore, come quando consigliò a Tolstoj (e non solo a lui) di non leggerla perché ritenuta "scadente".
    La seconda parte è invece, con tutta probabilità, la migliore (insieme al tristissimo finale).
    Se la prima si limitava a descrivere le (in)attività quotidiane di Oblòmov nel suo appartamento di San Pietroburgo (da cui verrà, con suo sommo dispiacere e fastidio, allontanato), la seconda introduce il personaggio fondamentale dell'amico tedesco Stolz, del quale dapprima troviamo una veloce biografia che aiuta a capire l’estrema diversità di carattere rispetto a Oblòmov, poi il dialogo, bellissimo, che per primo riesce a insinuare una crepa nel lassismo del possidente russo.
    “- Che c'è, a te non piacerebbe vivere così? - domandò Oblòmov - Eh? Non è vita questa?
    - E' tutto il tempo così? - domandò Stolz.
    - Fino alla canizie, fino alla tomba. Questa è vita!
    - No, questa non è vita!
    - Come, non è vita? Che cosa le manca? Pensa, non vedresti nemmeno un volto smunto, sofferente, non avresti alcuna preoccupazione, alcuna questione relativa alla corte suprema, alla borsa, alle azioni, ai rapporti, al ricevimento presso un ministro, ai gradi, agli aumenti delle indennità per il vitto. Invece, sempre conversazioni come detta l'anima! Non avresti mai bisogno di traslocare da un appartamento e, già solo per questo, ne varrebbe la pena! E questa non sarebbe vita?
    - Non è vita! - ripeté Stolz caparbio.
    - E cosa sarebbe, secondo te?
    - E'... (Stolz si mise a pensare in cerca di una definizione per quel tipo di vita). E'... oblomovismo - disse finalmente.
    - O - blo - movismo! - scandì lento Il'jà Il'ìc, stupefatto per questa strana parola e scomponendola in sillabe. - Ob - lo - mov - ismo.”
    Stolz conia per primo il termine “oblomovismo”, divenuto di uso comune per descrivere un atteggiamento simile a quello del protagonista, insieme al concetto, invero meno utilizzato, di “sindrome di Oblòmov”.
    Il decisionismo esuberante di Stolz non potrà che contagiare Oblòmov, il quale sarà costretto a seguirlo nelle sue scorribande mondane fino (addirittura) ad un progetto di viaggio all'estero, che resterà tuttavia inattuato. Durante alcune delle visite a cui Stolz lo ha praticamente costretto, Oblòmov conosce la giovane Ol'ga. L'amore sboccia repentino e innocente come quello degli adolescenti, fomentato dalle doti canore della giovane che mandano in estasi Oblòmov.
    “- Guardatevi allo specchio - proseguì, indicandogli con un sorriso il suo stesso volto allo specchio, - gli occhi luccicano, Dio mio, vi sono lacrime in essi! Come sentite profondamente la musica!...
    - No, io sento... non la musica... ma... l'amore! - disse piano Oblòmov.
    Ella gli lasciò istantaneamente la mano e mutò in volto. Il suo sguardo incontrò lo sguardo di lui, concentrato su di lei: quello sguardo era immobile, quasi folle; in esso non era Oblòmov a guardare, ma la passione.
    Ol'ga comprese che quella parola gli era sfuggita, che egli non ne era padrone, e che essa era la verità.
    Egli si riebbe, prese il cappello e, senza guardarsi attorno, uscì di corsa dalla stanza. Ella non lo accompagnava ormai più con lo sguardo curioso; stette in piedi presso il pianoforte, a lungo, immobile come una statua, guardando ostinatamente verso il basso; solamente il petto si alzava e abbassava con insistenza...”
    Questo nuovo sentimento sarà il secondo e più grande motore del purtroppo effimero cambiamento di Oblòmov.
    Le pagine del dialogo con Stolz e degli incontri con Ol'ga sono di una bellezza e insieme di una semplicità e di una fluidità estreme. Se lo stile dei dialoghi non si discosta molto dalla prima parte, recando un vero e proprio marchio di fabbrica alla Goncharov, tutto il resto si colma di una squisita armonia (basti pensare alla notevole differenza tra il sogno di Oblòmov della prima parte e il resoconto immaginario indotto da Stolz nell'amico, al principio della seconda).
    Come detto, il cambiamento di Oblòmov è effimero, non può durare.
    Un animo indolente e apatico come il suo, non può che ripiombare nell’abisso. La vita mondana non fa per lui e presto non riuscirà più a nasconderlo: “... andò a teatro, sbadigliando come se volesse inghiottire l'intero palcoscenico, grattandosi la nuca e cambiando posizione alle gambe accavallate.”
    Sebbene ami profondamente Ol’ga, Oblòmov capisce che il loro rapporto non può durare, che quello della giovane ragazza non è amore ma un’idea di amore, che Oblòmov non vuole distruggere con la propria sicura futura inettitudine.
    Oblòmov, che fino a qualche tempo prima non prendeva in mano una penna se non vi era costretto, scrive ad Ol’ga una lettera profonda e sentita cercando di interrompere la relazione:
    “Nella mia profonda angoscia mi conforta un poco il fatto che questo breve episodio della nostra vita mi lascerà per sempre un ricordo talmente puro, fragrante, che sarà sufficiente per non precipitare di nuovo nel sonno spirituale di un tempo; a voi invece, senza arrecare alcun danno, servirà da insegnamento per un futuro, normale amore. Addio, angelo, volate via al più presto, come un uccellino intimorito vola via dal ramo su cui si era posato per errore; con la medesima lievità, freschezza e allegria, volate via dal ramo su cui vi eravate posata senza volerlo!”
    I due si allontanano definitivamente, non senza sofferenze.
    Oblòmov ripiomba nell’inedia. Si trasferisce in borgata, facendosi truffare a più riprese da un vecchio amico senza scrupoli e dal fratello della nuova padrona di casa.
    Trova in quest’ultima, tuttavia, il modello, pur sconfortante e angosciante, di quella quotidianità tranquilla e senza preoccupazioni a cui tanto aspirava.
    “... nella figura di Agàf'ja Matvéevna, nei suoi gomiti in perenne movimento, nei suoi occhi che si fermavano attenti su ogni cosa, nel suo perenne andare dall'armadio alla cucina, dalla cucina alla dispensa, da lì verso la cantina, nella sua assoluta conoscenza di ciò che favoriva la comodità della vita e la conduzione domestica, era incarnato l'ideale di quella tranquillità del vivere, immensa come l'oceano, imperturbabile, la cui immagine durante l'infanzia, sotto il tetto paterno, si era impressa in modo indelebile nella sua anima.”
    In un ultimo sussulto di orgoglio (e con l’aiuto dell’amico Stolz) riesce ad allontanare il fratello di lei e ad evitare che il suo ricco patrimonio e la sua rendita venissero definitivamente dilapidati a suo favore, nella sua sconcertante indifferenza.
    Oblòmov ricorda ancora Ol’ga (che nel frattempo ha sposato Stolz) con affetto distante ma sincero. È felice della relazione tra il suo migliore amico e quella ragazza che, lei sola, gli aveva fatto conoscere la vita vera e la passione.
    Anche ad Ol’ga, pur felice della sua scelta, pare però mancare qualcosa: pur con la sua inquietante apatia, Oblòmov e il periodo trascorso con lui, rappresentavano l’illusione del sogno, l’amore idealizzato (forse il vero amore, pur travagliato?).
    Sicuramente c’è un abisso rispetto al brillante pragmatismo di Stolz, che, da parte sua, comprende il suo disagio: “Le ricerche di una mente viva, eccitata, talvolta si slanciano oltre i limiti della vita comune, non trovando certamente delle risposte, e allora compare la tristezza… una temporanea insoddisfazione della vita…è la tristezza dell’anima, che interroga la vita sul suo mistero”.
    Per Oblòmov - che nel frattempo sposerà la tranquilla, sempliciotta Agàf’ja Matvéevna, da cui avrà un figlio (che prenderà lo stesso nome dell’amico Stolz) - non può che avvicinarsi ineluttabilmente la fine, accompagnata da un degrado morale e fisico inevitabile:
    “Era nato ed era stato educato non come un gladiatore per l’arena, bensì come un pacifico spettatore della lotta; il suo spirito timido e indolente non avrebbe potuto sopportare né i turbamenti della felicità, né i colpi della vita; di conseguenza egli ne esprimeva una sola regione, e non vi era alcunché da raggiungere, da mutare, né da rimpiangere.
    Con il passare degli anni le emozioni e la contrizione comparivano sempre più di rado, ed egli, piano e con gradualità, si adagiava nella bara semplice e ampia dell’esistenza rimastagli, una bara che si era costruito con le proprie mani, come gli stàrec, i vegliardi eremiti che, voltando le spalle alla vita, si scavano da soli la fossa.”
    Un triste finale, come detto, vede la morte di Oblòmov e il di lui figlio affidato a Stolz e Ol’ga, affinché ne curino un’educazione auspicabilmente antitetica a quella del padre.
    Nel giorno di Sant’Elia, Stolz (che passeggia con un uomo che rappresenta l’alter ego di Goncharov, pronto ad ascoltare la storia di Oblòmov per poi scriverne) incontrerà il servo Zachar, divenuto cieco e mendicante, ma che ancora ricorda con affetto e fedeltà quell’unico, inimitabile padrone.
    Un libro bellissimo, a cui non mancano per il vero dei difetti, con alcune parti eccessivamente prolisse e un tantino sconnesse.
    Difetti che, tuttavia, si dimenticano facilmente pensando all’armonia del complesso e ad un finale che fa venire letteralmente i brividi per la sua triste compiutezza.
    Emozioni che soltanto i grandissimi libri possono regalare.

    ha scritto il 

  • 3

    abbandonato, sì abbandonato, ed i libri abbandonati nella mia vita si contano sulle dita di una mano, ma non ce la facevo più; ho tenuto duro fino a metà ma poi ho pensato che ho troppo poco tempo per leggere per utilizzarlo per finire un'opera troppo lontana dai canoni del mio piacer di leggere. ...continua

    abbandonato, sì abbandonato, ed i libri abbandonati nella mia vita si contano sulle dita di una mano, ma non ce la facevo più; ho tenuto duro fino a metà ma poi ho pensato che ho troppo poco tempo per leggere per utilizzarlo per finire un'opera troppo lontana dai canoni del mio piacer di leggere. Non ne faccio una questione di epoche o correnti o autori: semplicemente quest'opera non è riuscita a solleticare quell'interesse necessario a farmi superare le difficoltà di lettura. Così lo lascio ad altri più bravi di me.

    ha scritto il 

  • 5

    Non sto a parlare della maestria di Goncarov nello scrivere e nel descrivere i personaggi. Egli è un grande scrittore classico è quindi, tutto ciò, è generalmente sottinteso. Sullo stile di scrittura dico solo che è piacevolmente ironico e scorrevole.
    Ciò ce mi preme maggiormente, e che pre ...continua

    Non sto a parlare della maestria di Goncarov nello scrivere e nel descrivere i personaggi. Egli è un grande scrittore classico è quindi, tutto ciò, è generalmente sottinteso. Sullo stile di scrittura dico solo che è piacevolmente ironico e scorrevole.
    Ciò ce mi preme maggiormente, e che premeva anche l'autore, è ragionare sul personaggio principale: Oblomov.
    Egli è figlio di possidenti terrieri, è stato allevato negli agi, nei vizi e nell'ozio. Ciò ha coltivato, dentro di se una crescente pigrizia, che, accentuandosi con il passare degli anni, gli ha corroso la voglia di vivere e lo ha portato all'estremo dell'inattività totale. Un uomo in grado solo di lasciar che la vita scorra senza sorprese e senza preoccupazioni, spaventato da qualsiasi novità, spaventato dalla vita stessa.
    Chi è l'Oblomov moderno? Certamente son tanti i moderni Oblomov, non pretendo di individuare tutti i suoi vari archetipi, mi limito ad osservare gli Oblomov da me conosciuti.
    Egli sono, generalmente, figli di buona famiglia, come l'originale, allevati negli agi. Persone ha cui la vita ha dato tutto da subito, persone che non son state costrette a guadagnarsi qualcosa. (e questo è l'aspetto peggiore. Le cose che veramente apprezzi son quelle che ti guadagni da te) Esse, dopo gli studi, spesso l'università, pensano che gli sia tutto dovuto, che sia tutto facile, che il "riuscire" nella vita, sia automatico. Ed ecco che arriva un bel muro contro il quale vanno a sbattere: non trovano il lavoro desiderato o trovano difficoltà ad ambientarsi nel lavoro, non vogliono sporcarsi le mani,nè metaforicamente, nè realmente e cercan dunque rifugio nella famiglia che li ha sempre coccolti. La vita non è semplice, l'uomo non è tendenzialmente buono e altruista, bisogna saper guadagnarsi il proprio posto ma, per chi ha sempre avuto tutto pronto, è molto difficile. Questo muro però, per quanto spietato, è l'ultimo richiamo alla realtà, è la lezione che la vita ci insegna senza prima avercela spiegata. (non ricordo a chi ho fregato sta frase.)
    A questo punto si può crescere o si diventa Oblomov: la speranza viene meno, si trovano sterili scuse per i propri insuccessi, si smette di combattere "perché è tutto inutile", per paura della vita ci si spegne a poco a poco, ci si lascia andare.
    Ovviamente Oblomov è una iperbole. Non si diventa Oblomov al cento per cento ma solo in parte. E questo, forse, è ancora più pericoloso siccome non da segni evidenti se non una crescente rassegnazione che tutti però tendono a scusare, vuoi per il periodaccio storico, vuoi per amicizia o solo per evitare critiche ma anche perchè, gli Oblomov, fuggono a chi può aiutarli, per pigrizia o per paura, ma gli fuggono a gambe levate. Spesso si perde l'amico Oblomov se lo si cerca di svegliare.
    Ma un amico non si deve aiutare? A qualsiasi costo? Non saprei, qui siamo sui valori personali e non mi va di continuare, a dire il vero ho già detto troppo e, forse, sono uscito dalle mie conoscenze personali ed ho esagerato di presunzione nel cercare di disegnare un moderno Oblomov. resta il fatto che questo libro, che si sia Oblomov o no, aiuta il lettore nel fare un passo avanti nella comprensione di se e degli altri.

    ha scritto il 

  • 5

    Un romanzo di formazione che a malapena sfiora il protagonista

    Goncharov ci accompagna col suo sguardo affilato attraverso la vita dei suo personaggi affrontando apatia, oblomovismo e tutti quei meccanismi che muovono il cuore, l'intelligenza e la comprensione umana.


    Un romanzo di formazione che a malapena sfiora il protagonista.


    Un capo ...continua

    Goncharov ci accompagna col suo sguardo affilato attraverso la vita dei suo personaggi affrontando apatia, oblomovismo e tutti quei meccanismi che muovono il cuore, l'intelligenza e la comprensione umana.

    Un romanzo di formazione che a malapena sfiora il protagonista.

    Un capolavoro della letteratura russa.

    ha scritto il 

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