Odissea

Di

Editore: Garzanti

4.5
(3737)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 354 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Catalano , Tedesco , Francese , Galego

Isbn-10: A000059975 | Data di pubblicazione:  | Edizione 9

Traduttore: Giuseppe Tonna

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , Cofanetto , Copertina morbida e spillati , CD audio , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Viaggi

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Descrizione del libro
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  • 5

    Altro pilastro della cultura occidentale letto con deplorevole ritardo con l'aggravante di aver pure frequentato il liceo dove dovrebbe essere scontato farlo;ma qui si aprirebbe una parentesi troppo g ...continua

    Altro pilastro della cultura occidentale letto con deplorevole ritardo con l'aggravante di aver pure frequentato il liceo dove dovrebbe essere scontato farlo;ma qui si aprirebbe una parentesi troppo grande sullo stato già comatoso trent'anni fa della scuola e sul non aver trovato nessun professore capace di accendere la scintilla.
    E pensare che con un'opera simile basterebbe poco,anche con alunni refrattari come potevo essere io.
    Del resto è una storia fondamentalmente di avventura,di viaggio,con episodi memorabili,avvincenti (non ve li sto a ripetere che tanto li conoscete: i Ciclopi,le Sirene,ecc.).Come può non interessare una mente avida di fantasia tutto l'aspetto del mostruoso,le scene quasi orrorifiche?Non è la stessa situazione che i ragazzi cercano nei film horror (fate le dovute proporzioni)?
    E oltre a questo che è l'aspetto più di impatto c'è tutta la questione più profonda sull'etica del tempo che si tramanda fino ai nostri giorni:la lealtà all'amicizia,la fedeltà,il ricordo delle radici.Immenso.

    ha scritto il 

  • 5

    La definirei una meravigliosa esperienza, alla scoperta di quelle che sono le radici della cultura occidentale. Considero in questi termini la mia lettura dell’Odissea, perché ciò che mi ha spinto a r ...continua

    La definirei una meravigliosa esperienza, alla scoperta di quelle che sono le radici della cultura occidentale. Considero in questi termini la mia lettura dell’Odissea, perché ciò che mi ha spinto a riprendere questo classico per eccellenza, è stato proprio lo stimolo teso ad una riflessione più profonda rispetto a quella derivante dalla conoscenza scolastica, o più propriamente associata a varie rappresentazioni, citazioni ed adattamenti.
    Così, il poema omerico si pone ai miei occhi come la storia universale dell’uomo con i suoi limiti naturali e la propria dignità morale, portando la mia attenzione a focalizzarsi sul complesso rapporto tra il genere umano e gli dei immortali che abitano l’Olimpo.
    Nell’immaginario del cieco sognatore, il ritorno ad Itaca rappresenta per Odisseo la realizzazione di un senso di equilibrio e di pace interiore che si compie attraverso il ricongiungimento con la famiglia ed il suo popolo, ma Itaca è anche l’idilliaco amore senza fine della fedele Penelope, la salvezza da quel “funesto destino di morte” che terrorizza chiunque sia nato mortale. Se per un credente il mistero della morte può significare l’inizio di una nuova vita, per un non credente la fine di tutto ed il piombare in un nulla dove non esistono nè piacere nè dolore, ciò che contraddistingue la cultura greca nell’universo omerico, è la visione della morte come esperienza di dolore eterno. Il cessare della vita sembra essere una conseguenza dell’imperfezione umana, la morte prematura una punizione divina per aver commesso atti ingiusti.
    Odisseo conoscerà i segreti della morte durante la visita al regno dell’Ade, dove le ombre di celebri trapassati gli manifesteranno la loro agonia ed un forte, nostalgico, attaccamento alla vita. L’isola della morte non sarà mai approdo per le divinità beate, perfette nella loro bellezza ed immortalità, costoro hanno il potere di influire sul destino degli uomini onorandoli con azioni benigne e compassionevoli o disprezzandoli con tremende punizioni, al fine di ottenere la giusta riverenza.
    Il pianto non risparmia mai gli eroi greci ed i re venerabili, è una manifestazione sensibile della coscienza che hanno del loro dolore, gesto a cui si abbandonano senza alcuna vergogna. Le lacrime non sono segno di debolezza, ma nobile protesta. Odisseo si commuove ascoltando il racconto delle sue sventure cantato dai Feaci di re Alcinoo e della bella Nausicaa, popolo virtuoso che incarna, più di tutti, il concetto greco di ospitalità e solidarietà. Rispettati dagli dei, avversati da Poseidone che condanna la loro capacità di dominare il mare.
    Ma attraverso i viaggi dell’eroe ricco d’ingegno, simile a un dio per forza ed intelligenza, è possibile assistere anche alla celebrazione della bellezza femminile incarnata dalle ninfe, sensuali divinità che abitano boschi e luoghi incontaminati, dotate d’eterna giovinezza e propense all’amore libero. L’amore di Calipso dai bei capelli e della dea Circe, poi quello per il canto delle sirene, che fa dimenticare l’esistenza di ogni altro bisogno, sono esempi che simboleggiano la potenza di Eros.
    Ne “La nascita della tragedia”, Friedrich Nietzsche definì l’arte greca una reazione creativa scaturita dal loro pessimismo e lo stesso Omero fu sempre additato tra i primi fautori di quello “spirito apollineo”, onirico, tanto osteggiato dalla filosofia superomistica e dionisiaca.
    Il mito dell’Odissea, legato indissolubilmente al mistero della questione omerica, resta, appunto, “espressione sognante” di desideri, dolori, aspirazioni e valori universali che sono alla base della cultura umanistica. Una parabola letteraria in cui l’uomo si pone tra la speranza divina riposta nella dea Atena dagli occhi lucenti, ed il disprezzo del bruto Polifemo, incurante di qualunque regola e timore etico, sconfitto dalla ragione.

    ha scritto il 

  • 4

    Il secondo grande poema epico, tramandatoci dai nostri antenati, dai padri della cultura occidentale, i greci.
    Durante la lettura mi sono spesso posto il problema della "questione omerica". E' sicuram ...continua

    Il secondo grande poema epico, tramandatoci dai nostri antenati, dai padri della cultura occidentale, i greci.
    Durante la lettura mi sono spesso posto il problema della "questione omerica". E' sicuramente difficile farsi un'idea dalla traduzione... però l'impressione che ne ho ricavato è che Iliade e Odissea siano opera di mani diverse, ma simili.
    Ma non è molto importante ai fini della lettura di piacere, che è stata la mia.
    E di piacere ce n'è stato assai! Sia la storia della guerra di Troia, che la storia di Odisseo si leggono con la medesima facilità delle fiabe.
    Molto interessante, inoltre, l'importanza che viene data alla figura dell'ospite, del naufrago, del mendicante. Credo sia un tema molto attuale e commuove vedere come, per gli antichi(ssimi) greci, gente di mare, gli sfortunati in balia della sorte e dei flutti dovessero essere assolutamente aiutati. Sia i ricchi che i poveri ritenevano vergognoso non aiutare una persona in difficoltà. E i proci sono stati eliminati da Odisseo (e poco compianti dagli altri personaggi) anche per questo, per la loro mancanza di "cuore" nei confronti di chi si trovava in tale condizione.
    Questo, tutt'oggi, dovrebbe insegnarci molto.

    Finisco col dire che ho gradito di più l'Iliade, rispetto all'Odissea, perché l'ho trovata più epica e spontanea. L'Odissea un pochino-ino-ino meno.

    ha scritto il 

  • 5

    L’Odissea è tutta intessuta di menzogne come quella tela che Penelope tesse di giorno e disfa di notte.
    Ulisse racconta di continuo “menzogne simili al vero”, persino al padre, alla moglie, al porcaro ...continua

    L’Odissea è tutta intessuta di menzogne come quella tela che Penelope tesse di giorno e disfa di notte.
    Ulisse racconta di continuo “menzogne simili al vero”, persino al padre, alla moglie, al porcaro Eumeo racconta a volte di essere cretese, a volte di venire da Alibante e s’inventa false peripezie. E allora il lettore potrebbe immaginare che anche le fantastiche avventure narrate alla corte di Alcinoo, re dei Feaci (Ciclopi, sirene, streghe, mandrie divine e discese agli inferi) possano essere invenzioni. E infatti lo stesso Omero pare prenderne le distanze facendole narrare in prima persona da Ulisse, in una notte di veglia, di libagioni e di parole.
    Se la storia narrata è vera, Ulisse provoca la propria rovina quando, in un momento di estrema spacconaggine, per un’unica volta dice la completa verità. E’ a malapena riuscito a fuggire dalla grotta di Polifemo, accecandolo dopo avergli detto di chiamarsi Nessuno (vi ricordate, vero?), ha raggiunto la nave e ha preso il largo e sente il bisogno di urlare al gigante ferito: “Ciclope, se qualcuno ti domanda, tra gli uomini mortali, di questo sconcio accecamento dell’occhio, dirai che ti accecò Odisseo, il distruttore di città: sì, il figlio di Laerte, che ha in Itaca le sue case.” Gli fornisce nome, patronimico e indirizzo per dar modo a Poseidone, padre del ciclope, di vendicarsi sulla persona giusta dell’accecamento del figlio.
    Del resto curiosità e spacconaggine sono i principale difetti di questo ultimo degli eroi mitici, “celebrato per ogni sorta di inganni”.
    Tra i momenti di altissima poesia dell’Odissea cito solamente la discesa agli Inferi, dove inconta la madre morta (“Tre volte mi slanciai, il cuore mi imponeva di abbracciarla: e tre volte mi volò via dalle mani, simile a ombra o a un sogno”) e Achille (“Non volermi consolare della morte, glorioso Odisseo. Preferirei da vivo e sulla terra essere servo di un altro, stare presso un uomo povero e che non avesse molti mezzi, piuttosto che dominare su tutti i defunti.”

    ha scritto il 

  • 5

    Rilettura sorprendente

    Un libro che ho gustato e centellinato per qualche settimana. Rileggerla dopo i tempi della scuola mi ha fatto bene. All'inizio ero scettico, era uno di quei libri che guardi con timore reverenziale, ...continua

    Un libro che ho gustato e centellinato per qualche settimana. Rileggerla dopo i tempi della scuola mi ha fatto bene. All'inizio ero scettico, era uno di quei libri che guardi con timore reverenziale, causa la traduzione odiosa di Pindemonte, che ai tempi delle medie non riuscivo proprio a capire, forse oggi la capirei maggiormente e forse mi piacerebbe anche. Per fortuna però questa è tradotta da Privitera, una prosa epica e poetica molto scorrevole. Un libro che consiglio a tutti.

    ha scritto il 

  • 3

    Ulisse non è il mio eroe.
    La traduzione è molto bella, perché mantiene il tono epico in una prosa scorrevole; anche il commento finale mi è piaciuto.
    Per questo la consiglio sicuramente a chi vuole (r ...continua

    Ulisse non è il mio eroe.
    La traduzione è molto bella, perché mantiene il tono epico in una prosa scorrevole; anche il commento finale mi è piaciuto.
    Per questo la consiglio sicuramente a chi vuole (ri)avvicinarsi a questo fondamento della nostra cultura.

    ha scritto il 

  • 4

    Resto sempre stupito dall'attualità di certi libri antichi. Ho letto l'Odissea senza commenti nè note, da puro lettore e non da esegeta, e mi sono trovato davanti a un uomo inspiegabilmente moderno, c ...continua

    Resto sempre stupito dall'attualità di certi libri antichi. Ho letto l'Odissea senza commenti nè note, da puro lettore e non da esegeta, e mi sono trovato davanti a un uomo inspiegabilmente moderno, che fa affidamento sulle sue forze, soprattutto psicologiche e intellettuali, per superare i momenti duri dell'esistenza. Odisseo è attualissimo, quasi un mio contemporaneo, che lotta quando deve e svicola quando può, che cerca i suoi affetti persi nel mare dell'esistenza con una tenacia indomabile, ma che talvolta cede alla stanchezza di una vita da viaggiatore. Un libro bello e appassionante nonostante le pesantezze del linguaggio antico. Mi rendo conto, è una scemata, ma mi verrebbe da dire "un mito"!

    ha scritto il 

  • 0

    È un capolavoro, ora lo posso dire con cognizione di causa. Mi è piaciuto per l'inventiva, per il "realismo magico" ante litteram, per le belle similitudini in cui non di rado ci s'imbatte, per la psi ...continua

    È un capolavoro, ora lo posso dire con cognizione di causa. Mi è piaciuto per l'inventiva, per il "realismo magico" ante litteram, per le belle similitudini in cui non di rado ci s'imbatte, per la psicologia dei personaggi (pur permanendo fondamentalmente dei tipi, Omero ne rende efficacemente i moti del cuore) e la loro eloquenza, siano essi dèi, re o... porcari (quandoque bonus dormitat Homerus).

    Tematicamente è diviso in due: il nostos e la vendetta. Tutt'e due capaci di appassionarmi, ma il primo, soprattutto, è quello che m'ha spinto alla lettura. Perché come Odisseo soffro di quella detestabile patologia che in inglese si chiama homesickness e che i Brasiliani, forzando l'accezione, definiscono saudade, cioè la nostalgia di casa per antonomasia, quella che fa sentir tristi e a disagio ovunque ci si trovi meno che dove si sono piantate le prime radici, fosse anche un luogo inospitale. Io sto male anche se mi trovo nella stessa città ma in un altro appartamento: veda un po' il pio lettore che razza di iattura sia in tempi di globalizzazione (e in terra di disoccupazione)! Roba d'altre epoche, appunto, come quando i migranti nostrani se n'andavano singhiozzando e non lieti come studentelli in Erasmus! Ma tant'è. Affascina pure che il nostro affronti tutti quei guai, quelle pene, quelle afflizioni, quei patimenti che muovono a sincera compassione, in cui ognuno ritrova il proprio faticoso cammino, materiale o spirituale. Perché nell'Odissea il viaggio è doppio: interiore oltre che esteriore, umano ancor più che marittimo.

    Dentro vi ho trovato molta della letteratura successiva che ho amato. L'orrore di Odisseo nell'antro del ciclope non è forse lo stesso dei protagonisti dei racconti del Poe? Il suo ritorno e la sua vendetta non sono quelli del Conte di Montecristo? E la sua attesa non è quella di Giovanni Drogo de Il deserto dei Tartari? La sua prudenza non è esplicitamente citata a esempio da Gracián? E quando egli, Odisseo, fa strame dei Proci ponendosi oltre la legge giuridica e morale, non anticipa il superuomo nicciano?

    Se decidete di leggerla in prosa affidatevi a Giuseppe Tonna, caro anche a Giorgio Manganelli, e non alla prof.ssa Ciani, che si prende la briga di sopprimere arbitrariamente dei vocaboli e pur ciò facendo non raggiunge una maggiore chiarezza, e più in generale abbassa il tono con delle scelte lessicali volte (credo volutamente) alla semplificazione; ecco, questa edizione lasciatela ai minus habentes, che tanto si affrettano a strombazzarla in giro per internet.

    ha scritto il 

  • 5

    Letto e studiato da giovane, riletto dopo mezzo secolo.. è il libro del genere umano.
    Vi consiglio di leggerlo sempre, ma riscoprirlo da adulti fa un'impressione!
    Tutti siamo Ulisse, ognuno a suo modo ...continua

    Letto e studiato da giovane, riletto dopo mezzo secolo.. è il libro del genere umano.
    Vi consiglio di leggerlo sempre, ma riscoprirlo da adulti fa un'impressione!
    Tutti siamo Ulisse, ognuno a suo modo: si parte per la guerra, a volte ci si perde e prima o poi si torna a casa.
    Non ricordo dove lessi una frase simile: "Non esiste padre che non abbia già commesso tutti gli errori di suo figlio" ...Babbo Omero la sapeva lunga....

    ha scritto il 

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