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Lingua:Italiano | Numero di pagine: 327 | Formato: Paperback

Isbn-10: A000082356 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy

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Descrizione del libro
In piena rivoluzione informatica, nel mondo tecnologico gli esseri inquietanti che la tradizione chiama onryo si manifestano ancora. Sono uomini e donne morti in circostanze particolari i cui avatar hanno conservato la capacità di fare del male. In questa superba antologia dove il futuro si mescola a riti antichissimi, ce ne raccontano le crudeli avventure specialisti come Danilo Arona, Alessandro Defilippi, Stefano Di Marino, Angelo Marenzana, Samuel Marolla e autori giapponesi del calibro di Hiroko Minagawa, Nanami Kamon, Yoshiki Shibata e Sakyo Komatsu, il grande scrittore scomparso nel 2011.
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  • 2

    Italia-Giappone 3-2

    In questa antologia mista, che affianca sei racconti di horror japanesque e j-horror ad altrettante novelle di autori italiani, l'andamento è, come spesso, accade, assai diseguale e, nonostante opere decisamente di ottimo livello, la media dei racconti non soddisfa appieno né le esigenze di noi l ...continua

    In questa antologia mista, che affianca sei racconti di horror japanesque e j-horror ad altrettante novelle di autori italiani, l'andamento è, come spesso, accade, assai diseguale e, nonostante opere decisamente di ottimo livello, la media dei racconti non soddisfa appieno né le esigenze di noi lettori, né la curiosità verso un genere poco frequentato dagli editori nostrani. Si parte subito col botto, con l'ottimo "La voce del cadavere" (1996) di Masako Bando e il discreto "Antracite" di Alessandro Defilippi, autore che ha anche il pregio di una scrittura molto fluida ma mai banale. Si prosegue, purtroppo, con tre opere mediocri, "Il caso del bagno pubblico Odoro" (1990) di Masahiko Inoue (partenza suggestiva, finale telefonatissimo), "Fobia" di Samuel Marolla (che si dimostra comunque uno scrittore di razza, grazie all'abile messa in scena e allo stile impeccabile) e "Una storia vera" (1996) di Nanami Kamon (nonostante il finale estremamente sciatto, è uno di quei racconti che non si dimenticano grazie alla suggestione della scrittura). Ci si blocca a metà con il pessimo "Barocco kaidan" di Massimo Soumaré (curatore, insieme a Danilo Arona, dell'antologia e traduttore di tutti i racconti giapponesi), che davvero fa affondare l'antologia con una narrazione noiosa e per nulla coinvolgente, oltre i limiti della sopportazione. Ci si riprende, fortunatamente, con "La madre del kudan" (1968) di Sakyo Komatsu, un racconto in cui si mischiano efficacemente Storia e sovrannaturale, riuscendo a dare un brivido realistico, e "Il cacciatore di figli posseduti", un'imprevedibile vicenda congegnata dal sempre sorprendente Stefano Di Marino, una delle migliori penne del nostro Paese. Si torna alla mediocrità con "Chiarore lunare" (1991) di Hiroko Minagawa, una storia coinvolgente e ben scritta che s'inabissa, purtroppo, con un finale banalissimo. Si risale con "Vale va bene", forse il miglior racconto di tutta l'antologia, con un Danilo Arona in gran forma e in grado di superare anche se stesso. Ci si annoia con "Paura dal monte degli Dei" (1999) di Yoskiki Shibata, storia a cavallo tra mistero arcano e mistero giallo sciatta e banale" e ci si deprime con la lettura di "La donna dai capelli ramati" di Angelo Marenzana, racconto banale, mal scritto e peggio congegnato, privo di qualsiasi spunto di interesse. Tutto sommato un'antologia che, dimezzata, avrebbe potuto essere un ottimo prodotto ma che, nelle condizioni in cui ci è stata consegnata, meriterebbe l'ostracismo per l'altra metà dei testi presentati.

    ha scritto il 

  • 5

    Sembra che il panorama horror italiano sia sempre più piatto e anonimo. Un animale ferito a morte cui rimane neppure la forza di dare un ultimo colpo di coda. Bisognerebbe chiedere agli esperti e agli addetti ai lavori il motivo di questa situazione ma sembra che siano troppo occupati nelle loro ...continua

    Sembra che il panorama horror italiano sia sempre più piatto e anonimo. Un animale ferito a morte cui rimane neppure la forza di dare un ultimo colpo di coda. Bisognerebbe chiedere agli esperti e agli addetti ai lavori il motivo di questa situazione ma sembra che siano troppo occupati nelle loro beghe condominiali anziché cercare una risposta e soprattutto nell’unire le forze per una valorizzazione e promozione dell’horror in Italia. Specialmente quando editori validi come Gargoyle o chiudono i battenti o si riciclano verso altri generi. Eppure sotto, sotto l’horror italiano è vivo e vegeto anche se sembra che abbia perso la voglia di lottare. Lo testimonia questa raccolta di racconti che mette a confronto autori giapponesi e italiani. In questa “sfida”, chiamiamola così, a mio modestissimo parere gli azzurri escono vincitori infilando una serie di racconti che superano in termini di phatos e originalità quelli dei colleghi nipponici. Su tutti i due pesi massimi Danilo Arona, stabile nella sua giusta e meritata posizione di fuoriclasse e l’astro nascente Samuel Marolla che continua a menar dolorosi colpi bassi. Un paio di racconti sono un po’ scontati o non riusciti pienamente ma nel complesso la lettura è consigliatissima agli amanti del genere. Anche perché di ‘sti tempi è tutto grasso che cola.

    ha scritto il 

  • 0

    La collana Urania non poteva inaugurare meglio il 2012, per quanto con “Onryo, avatar di morte” si discosti dal genere per cui è conosciuta. Quest’anno festeggia il sessantesimo compleanno, se li porta bene in verità, dodici lustri che hanno dato lustro (consentitemi il bisticcio) ad autori famos ...continua

    La collana Urania non poteva inaugurare meglio il 2012, per quanto con “Onryo, avatar di morte” si discosti dal genere per cui è conosciuta. Quest’anno festeggia il sessantesimo compleanno, se li porta bene in verità, dodici lustri che hanno dato lustro (consentitemi il bisticcio) ad autori famosissimi e meno famosi. In questo numero dodici scrittori (uno per lustro, è un caso?), di cui sei italiani e sei giapponesi, ci mostrano i volti dell’horror. La prefazione, con le piacevolissime e dotte, nonché orrorifiche, disquisizioni sugli spettri, predispone il clima da brivido e crea un’aspettativa che non viene disattesa. Gli Onryo sono fantasmi, così come gli Yurei o Kaidan, con una tradizione, letteraria e popolare, antichissima e sempre affascinante, anche se purtroppo ancora (forse) poco conosciuta in Italia. Donne e bambini sono gli spettri più “sfruttati”, forse perché nell’immaginario collettivo rappresentano la parte più debole e proprio per questo incutono più terrore, ma non manca nemmeno qualche tenera nonna e le sue perle di saggezza che mandano in crisi la nipotina, come nel caso di Masako Bando. Ancora bambini per Alessandro De Filippi, dove vanno a finire quelli del suo racconto? Quale fascino o richiamo subiscono? E l’alunna di Nanami Kamon davvero assiste a un’apparizione oppure riesce a presagire se non addirittura a evocare? Il poliziotto di Stefano Di Marino pensava di averle viste tutte e la bora, al confronto e per quanto nera possa essere, diventerà d’ora in poi per lui l’elemento più normale. Mio, di Hiroko Minagawa, spettro anch’esso donna, canta la sua canzone di morte, così come Ayako, ed esige un dono. Un Kudan è al centro del racconto di Sakyo Komatsu, dal sapore mitologico. Un bambino dà l’avvio a un precipitare di eventi già scritti, al padre non resta che arrendersi all’imponderabile, Masahiko Inoue miscela abilmente introspezione e sovrannaturale. Particolarmente evocativo Massimo Soumarè, la sua tennyo è bella ed enigmatica, temuta e bramata. Con Danilo Arona ritroviamo Morgan Perdinka, anche lui alle prese con spettri femminili, la dolcezza dei personaggi dà una nota lirica al racconto, dovrà scoprire il suo “ponte” sotto il quale passare. Meno “dolce” la donna di Angelo Marenzana, ma efficace quanto basta per temere un furgone bianco nel caso dovessimo incontrarlo. Yoshiki Shibata ci conduce sul monte degli Dei, ma saranno gli stessi Dei che conosciamo noi? Samuel Marolla, non me ne vogliano gli altri autori, è quello che più mi è piaciuto, e per questo l’ho lasciato per ultimo. Non ci sono spettri donna né bambino, ma mi ha riportato alla mente un romanzo che ho tanto amato, mi fermo per non fare spoiler. La sua storia è costruita alla perfezione e il finale spiazza. Urania ha fatto un bellissimo regalo ai suoi lettori, gli autori hanno dato il meglio dando vita a un concentrato di pathos senza scadere mai nel banale né nel deja-vù, impresa non certo facile dal momento che l’argomento è sviscerato in tutte le sue sfaccettature. A questo aggiungiamo che caratterizzare bene i personaggi e calare nell’atmosfera con un numero limitato di battute è ancora più difficile, la fase “preparatoria” viene penalizzata, e posso solo inchinarmi davanti a cotanta bravura, sia dei curatori che degli autori. Chapeau!

    ha scritto il 

  • 3

    Una raccolta di storie giapponesi ed italiane di tematica horror; il tema di base dovrenne essere quello del fantasma vendicatore tipico della tradizione nipponica (onryo, appunto), ma in realtà, soprattutto nei racconti di autori nostrani, si spazia verso il soprannaturale in senso ampio. ...continua


    Una raccolta di storie giapponesi ed italiane di tematica horror; il tema di base dovrenne essere quello del fantasma vendicatore tipico della tradizione nipponica (onryo, appunto), ma in realtà, soprattutto nei racconti di autori nostrani, si spazia verso il soprannaturale in senso ampio.

    La voce del cadavere: miglior racconto del volume, mi piace molto quando all'horror "puro" si aggiunge un aspetto sociologico; in questo caso, il problema degli anziani non più autosufficienti e visti come un peso dalle famiglie.

    Antracite: suggestivo ma forse un po' troppo corto, non sarebbe guastato qualche approfondimento sulla fabbrica e sui bambini scomparsi.

    Il caso del bagno pubblico Odoro: l'ambientazione è suggestiva e il tema del paese/quartiere antico e immutabile è un classico del genere, però il finale sa troppo di film di serie B...

    Fobia: Buone tutte le parti dedicate alla fobia sociale, un po' meno il resto.

    Una storia vera: potrebbe essere la trama di uno shojo manga breve, magari di Suzue Miuchi! Originalità zero, per chi ha familiarità col genere, ma si legge con piacere.

    Barocco kaidan: più un minitrattato di storia e cultura soprannaturale nipponica che un racconto, anche in questo caso chi non ha familiarità col genere se lo godrà di più. Curiosità: la versione animata della storia alla base del racconto è contenuta negli episodi 1-4 di "Ayakashi-Japanese classic horror".

    La madre del kudan: qui prevale forse l'elemento storico (gli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale) sul soprannaturale, comunque tra i migliori racconti del volume...forse un po' trash le ultime righe!

    Il cacciatore di figli posseduti: simpatico racconto fantasy che c'entra ben poco con i fantasmi.

    Chiarore lunare: Onirico. Peccato che si parli poco dello shinigami.

    Vale va bene: racconto di fantasmi con un'ambientazione ben descritta.

    Paura dal monte degli Dei: Puro folklore nipponico, non sarebbe guastata qualche nota almeno sulle leggende riguardanti le volpi...bello però come la tradizione si intrecci alla vita moderna.

    La donna dai capelli ramati: mah...più giallo (?) che horror.

    In definitiva un volume non eccezionale, interessante soprattutto per i racconti nipponici, considerato anche che l'horror del Sol Levante è ben poco edito in Italia.

    ha scritto il 

  • 3

    L' "horror japanesque" che eclissa l' "horror italianesque"

    Perché è così. Se questa raccolta fosse nata con lo scopo di far vedere implacabilmente le discrepanze di qualità fra autori giapponesi e autori italioti, avrebbe colpito nel segno. Invece dubito che i curatori (Arona e Soumaré) siano partiti con queste intenzioni.


    Il disastro è inevitabi ...continua

    Perché è così. Se questa raccolta fosse nata con lo scopo di far vedere implacabilmente le discrepanze di qualità fra autori giapponesi e autori italioti, avrebbe colpito nel segno. Invece dubito che i curatori (Arona e Soumaré) siano partiti con queste intenzioni.

    Il disastro è inevitabile. Perché il prodotto è un semiritrovo d'amici. Semplicemente si richiama la cricca dei fedelissimi, si commissiona a questa una cosuccia per testa e si compone quello che viene fuori. Lo scopo dichiarato può anche essere lodevole, fare cioè il miscuglio di due nazioni, due punti di vista, due sensibilità. Ma la fiducia dei curatori negli amici non garantisce nulla. E infatti i racconti italiani qui raccolti spariscono, fanno una magra figura. Sia per le idee sviluppate che per le scritture. Tra l'altro Arona e Soumaré appaiono anche come autori. Per fortuna le loro cose sono migliori di quelle degli altri italiani, ma cribbio, che mancanza di professionalità, di serietà, di umiltà. Nelle fanzine di qualche decennio fa i produttori si autocelebravano a questo modo...

    Si parte con La voce del cadavere di Masako Bando, una storia elegantissima come una stampa, scorrevole come la seta. La precisione della penna, la misura nella scelta delle parole, insomma, in una parola: lo stile. Un racconto davvero bello da leggere, e bello anche per la storia, che si carica di fascino grazie alla leggenda giapponese che l'autrice qui ripesca dal dimenticatoio. Nel leggero mi è sembrato di vivere una fiaba.

    L'alternanza tra Giappone e Italia fa entrare in campo successivamente Alessandro Defilippi con Antracite , e qui cominciano già i problemi. Tanto è curato e gustoso Bando, che ogni difetto di Defilippi, per contrasto, appare ingigantito, e indigeribile. Una frase pomposa, una ripetizione inutile, qualche vero e proprio errore da prima stesura (alla bambina in due occasioni le si da del “gli”), e una storia che trasmette sì un certo mistero, ma lo fa nel modo peggiore, non possono che far cadere le braccia. In 18 righe, tra pagina 53 e 54, appaiono a raffica tre similitudini, per altro di mediocre fattura. Nessuna misura o buon gusto. Alla fine ho avuto il sospetto d'aver letto un racconto scritto di getto e rivisto solo sommariamente.

    Bastano questi due testi per dire che più avanti la cosa si ripete. È vero che non tutti i testi orientali sono belli come quello di Bando, ma se non altro non sono brutti come alcuni italiani. I testi giapponesi, poi, perché ci vengono da lontano e hanno il sapore di cose diverse, riescono a essere interessanti anche quando propongono idee stantie. Quelli italiani invece non si fanno carico della nostra cultura, delle tradizioni, dei dialetti; le idee sono stantie ma manca anche il fascino delle cose nostre antiche. Quindi spariscono doppiamente: per scritture e per idee. Quello che appare sono i soliti fantasmi vendicatori (ma sono moderni, usano tacchi a spillo e hanno capelli con le mesh), il solito neomedium che aiuta a dare la pace a un'anima in pena; il solito angelo sterminatore di angeli dannati (ma il testo di Di Marino meriterebbe una stroncatura solo per la prosa, ridicola e insopportabile, per tacere di ambientazione e personaggi assolutamente non credibili). Unico autore che si solleva verso cose nuove è Samuel Marolla con Fobia, una storia che mette realmente strizza fino alla metà, per poi diventare un thriller soprannaturale (e va detto che Morolla è l'unico qui dentro a partire effettivamente da un preciso modello dell'horror japanesque, quello in cui il soprannaturale si fonde con la tecnologia più moderna).

    Insomma una raccolta riuscita a metà.

    ha scritto il 

  • 3

    Una raccolta che si legge bene e ha la capacità di invogliare a proseguirne la lettura. Tuttavia, non è fantascienza. Premesso questo, ho apprezzato molto di più i racconti degli autori italiani sotto molti aspetti: la tecnica narrativa, i personaggi principali, le descrizioni. Prescindendo per u ...continua

    Una raccolta che si legge bene e ha la capacità di invogliare a proseguirne la lettura. Tuttavia, non è fantascienza. Premesso questo, ho apprezzato molto di più i racconti degli autori italiani sotto molti aspetti: la tecnica narrativa, i personaggi principali, le descrizioni. Prescindendo per un attimo dalla diversa cultura occidentale e orientale, si nota subito nei racconti del Sol Levante una maggior povertà di figure retoriche nelle descrizioni, un ritmo della punteggiatura meno musicale ecc. Avendo letto altri lavori nipponici in italiano, trovo che il traduttore e co-curatore della raccolta abbia comunque fatto un buon lavoro.

    ha scritto il 

  • 3

    Non è fantascienza, e quindi non dovrebbe andare sulla collana madre. Questa è una premessa doverosa. Riguardo al contenuto i racconti non sono male, alcuni sono anche più che buoni, ma alla fin fine di Horror hanno ben poco, sono scritti bene e fanno una buona compagnia. Ma non pretendete di più ...continua

    Non è fantascienza, e quindi non dovrebbe andare sulla collana madre. Questa è una premessa doverosa. Riguardo al contenuto i racconti non sono male, alcuni sono anche più che buoni, ma alla fin fine di Horror hanno ben poco, sono scritti bene e fanno una buona compagnia. Ma non pretendete di più....

    ha scritto il