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Orgogliosa sorella morte

Di

Editore: Mattioli 1885 (Frontiere light)

3.8
(19)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 94 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8862611617 | Isbn-13: 9788862611619 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Cecilia Mutti

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Philosophy

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Descrizione del libro
Questo lungo testo autobiografico, in origine pubblicato postumo all’interno di una raccolta intitolata From Death Till Morning, è considerato dalla critica uno dei migliori esempi della prosa di Thomas Clayton Wolfe. Al centro ci sono le vie piene di vita della grande città di New York, lungo le quali l’incursione tragica e inaspettata della morte è vista e narrata in folgoranti quadri densi di passione, dramma e poesia. La prosa rapsodiante di Wolfe è qui al suo apice. L'opera è in traduzione inedita.
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  • 4

    Giù in città avevo già visto la morte in faccia tre volte, e quella primavera stavo per incontrarla di nuovo

    Come io sia arrivata a questo libro proprio non ricordo. Un bel giorno l'ho trovato in mezzo ad altri su uno scaffale. Dove e cosa avrò letto su questo scrittore ormai quasi dimenticato (è pure morto prematuramente) per decidere di comprare questo volumetto?
    Vuoto totale di memoria. So solo che u ...continua

    Come io sia arrivata a questo libro proprio non ricordo. Un bel giorno l'ho trovato in mezzo ad altri su uno scaffale. Dove e cosa avrò letto su questo scrittore ormai quasi dimenticato (è pure morto prematuramente) per decidere di comprare questo volumetto? Vuoto totale di memoria. So solo che un attimo prima per me questo scrittore non esisteva, un attimo dopo sì. Come la morte, non la propria, quella degli altri. Perché quella degli altri esiste anche dopo, anche per molto tempo dopo. In certi casi fino alla propria di morte. E prima o poi ci capita di vederla in faccia la morte, come l'altro giorno sotto casa mia: una frenata, un urto violento, un grido. Mi sono affacciata al balcone e l'ho vista. Forza, gente! Circolare, coraggio, circolare. Forza, è tutto finito. Si crea sempre un ingorgo, un capannello di gente in questi casi. La gente è attratta dalla morte degli altri. Quando si ferma per guardarla in faccia pensa probabilmente: peccato, la vita è tutto quello che abbiamo e quel poveretto ormai non ha più nulla. Ma per fortuna quel poveretto non sono io (avrei potuto essere io quel poveretto, attraverso quella strada più volte al giorno), non ancora, non oggi… E poco dopo le auto riprendono il loro viavai, la gente ritorna alle proprie faccende. Come nelle quattro morti descritte in questo libretto. Come potrei definirlo? Un poemetto biografico in prosa, con molte parti poetiche e toccanti a altre un po' ampollose e pleonastiche, per i miei gusti. In ogni caso sono contenta di averlo letto.

    ha scritto il 

  • 3

    Il titolo di questo smilzo libretto preannuncia già chiaramente quale sarà l’argomento trattato. Ma non c’è alcuna speculazione, nessun racconto a tema. Semplicemente l’autore riferisce dei suoi personali incontri con la morte. Lo scrittore in questione è Thomas Wolfe, uno tra i primi che riuscì ...continua

    Il titolo di questo smilzo libretto preannuncia già chiaramente quale sarà l’argomento trattato. Ma non c’è alcuna speculazione, nessun racconto a tema. Semplicemente l’autore riferisce dei suoi personali incontri con la morte. Lo scrittore in questione è Thomas Wolfe, uno tra i primi che riuscì a fare della scrittura autobiografica scrittura elevata, poetica, in cui le sensazioni vengono registrate sulla carta apparentemente in modo non mediato dalla “letteratura”, dove le digressioni personali hanno la stessa importanza dei fatti dai quali decollano. Una sorta di Kerouac ante litteram, per intenderci. Figlio di una cultura pragmatica, non cerca disquisizioni teoriche o sottili sofismi per discutere di un tema che spesso è il motivo della scrittura più autoreferenziale (la morte, sopravviverle). Racconta invece quanto vede, ascolta e, soprattutto, sente di un’esperienza tutta terrena, degli uomini tutti. Wolfe narra di morti, quattro per la precisione, che gli è capitato di incontrare, tutti nella città in cui vive. La descrizione minuziosa in medias res dei corpi senza vita, degli spettatori, involontari o meno, e dei luoghi dipingono uno scorcio della vita metropolitana, dandone un’immagine abnorme, carica di solitudine, dove chi osserva e chi muore possiede lo stesso anonimato, tutto sovrastato da grattacieli e sopraelevate. Una città che quasi diventa raffigurazione concreta della morte nel passo più lirico del libro, in cui lo scrittore cerca un’immagine che le rassomigli. Non c’è l’intento di dare una interpretazione a quanto accade, ma la volontà di coglierne l’impressione immediata, con il rischio perfino di cadere nella banalità, aprendosi all’ascolto della realtà e all’ascolto di sé. Il libro non è un diario, perché chiaramente elaborato per essere letto, per comunicare, e nemmeno un romanzo- manca una vera trama, dei personaggi e uno sviluppo delle azioni. Tentativo di scrittura particolare quindi, che può anche non entusiasmare alcuni i lettori; esempio di una sorta di ingenuità ricercata a forza per dare alla scrittura la potenza della vita e viceversa.

    ha scritto il 

  • 3

    Giù in città avevo già visto la morte in faccia tre volte, e quella primavera stavo per incontrarla di nuovo”.


    L’incipit, come si dice, è fulminante, e l’intera prima pagina è memorabile.
    Purtroppo è seguita da uno dei brani più pretenziosi che mi sia capitato di leggere recentem ...continua

    Giù in città avevo già visto la morte in faccia tre volte, e quella primavera stavo per incontrarla di nuovo”.

    L’incipit, come si dice, è fulminante, e l’intera prima pagina è memorabile. Purtroppo è seguita da uno dei brani più pretenziosi che mi sia capitato di leggere recentemente: un monologo in cui New York City deride beffardamente il “piccolo misero uomo” sbigottito dall’indifferenza della città alle umane vicissitudini. E lo fa con una prosa altisonante, ampollosa, talmente appesantita da incisi e subordinate da conservare solamente una parvenza di sintassi. C’è di che augurarsi che la voce della città non sia davvero questa. Fortunatamente questa caduta di stile è limitata, seppur non isolata, e nelle pagine seguenti Wolfe dà prova degli aspetti migliori della sua prosa: ricca, torrenziale, quasi fotografica nell’abbondanza e minuzia dei dettagli. Il resoconto dei quattro episodi in cui Wolfe ha “visto la morte in faccia” a NY diventa quindi l’occasione di consegnare alla letteratura l’incessante fluire dei suoi concittadini newyorkesi: aspetto, vestiario, gestualità, portamento, e in più di un caso perfino i loro presunti pensieri. Ed è più che evidente la soddisfazione, il bisogno di Wolfe di rivivere nella scrittura gli eventi a cui ha assistito. Considerando il carattere di autobiografia appena dissimulata dei suoi romanzi (che peraltro gli portò più di un risentimento nel paese natale di Asheville, NC), non stupisce che nel riportare episodi in buona parte impersonali preferisca eliminare ogni artificio e adottare il resoconto personale.

    Non mi sorprende nemmeno che Thomas Wolfe abbia influenzato Jack Kerouac: ritrovo in lui la stessa urgenza nel raccontare il proprio vissuto (in entrambi i casi dissimulato da un velo narrativo che non nasconde nulla), la stessa prodigiosa memoria per i dettagli, la stessa prosa travolgente — un torrente in piena, tanto gonfio e impetuoso da ridisegnare il proprio corso nel momento stesso in cui scorre. Tuttavia è proprio in questo aspetto cruciale che lo stile di Kerouac mi pare più riuscito e compiuto: nel suo abbandonare la sintassi completamente e senza remore, in favore di un fraseggio mutuato dal jazz. In questo testo di Wolfe, alcuni sintagmi vengono ripetuti a poche frasi di distanza, con la tecnica propriamente jazzistica di ‘suonare’ un tema e le sue variazioni fino a esaurirne le potenzialità espressive. Però quella di Wolfe è una prosa che, nei passaggi di maggior trasporto emotivo, ribolle e straripa senza davvero trovare un respiro proprio. O forse il problema è contenutistico più che strutturale, dato che “intenso” qui corrisponde, purtroppo, a “retorico”, e le pagine migliori non sono quelle più ispirate ma piuttosto quelle più cronachistiche. Wolfe mutua dalla poesia il florilegio lirico, ma non l'amore per il termine esatto, per l'essenzialità della parola. Non è un caso che tanto lui quanto Kerouac fossero anche poeti oltre che romanzieri.

    Forse, però, dovrei rimettere la questione nella corretta prospettiva storica. Wolfe era contemporaneo di Hemingway, Faulkner e Fitzgerald, e all’epoca era considerato uno dei più dotati scrittori della sua generazione, forse il più geniale. Solamente la morte prematura gli tolse il posto in un ideale podio con i colleghi succitati. Il suo stile era ammirato e ritenuto innovativo dallo stesso Faulkner; i beats lo svilupparono e affinarono in modi che non sarebbero forse stati possibili vent’anni prima. Senza Wolfe, Kerouac sarebbe stato probabilmente altrettanto geniale ma irrimediabilmente diverso.

    Mattioli 1885 I libri della Mattioli hanno spesso un buon apparto critico; questo caso è un’eccezione, dato che l’unica cosa classificabile come ‘apparato critico’ è la quarta di copertina, che è copiata di peso da wikipedia English. Rimane la consueta eleganza editoriale; per quanto, come notava una mia vicina, scegliere fotografie di copertina così belle solo per poi ometterne i credits è un autentico controsenso. Sono contento di aver letto questo testo grazie ad uno scambio aNobiano (liberandomi al contempo di un Eschilo che avevo in due diverse edizioni, residui del liceo); decisamente non sarei stato felice di spenderci €12.

    Sono soddisfatto anche di aver scelto un testo relativamente breve per un primo approccio all'autore: il suo secondo romanzo, drasticamente editato da Maxwell Perkins alla Scribner, nella stesura originale era lungo quanto l'intera Recherche proustiana. E all'esordio della sua carriera Wolfe non riuscì a far rappresentare i suoi testi teatrali perché considerati troppo lunghi...

    ha scritto il 

  • 4

    "Ciò che avrei ricordato con maggior chiarezza di queste tre morti, in contrasto con la quarta, sarebbe stato questo: quando la morte, come nei primi tre casi, si presentava in città assumendo forme violente e con particolari che facevano fremere d'orrore, di paura e disgusto (tanto che a guardar ...continua

    "Ciò che avrei ricordato con maggior chiarezza di queste tre morti, in contrasto con la quarta, sarebbe stato questo: quando la morte, come nei primi tre casi, si presentava in città assumendo forme violente e con particolari che facevano fremere d'orrore, di paura e disgusto (tanto che a guardarla si sentivano tremare il cuore e fremere le gambe), ebbene, allora la folla, superato il primo momento di smarrimento, ritrovava presto la calma e accettava le mutilazioni più sanguinose e i più macabri dettagli come parte della logica quotidiana. Ma la quarta volta che incontrai la morte in città la folla rimase confusa, spaventata, come non l'avevo mai vista prima. Eppure, quella volta la morte aveva portato una profonda quiete, ed era sopraggiunta con tanta naturale dolcezza che persino un bambino avrebbe potuto guardarla senza provare terrore o sorpresa".

    Brevissima, perfetta narrazione in quattro quadri e inno finale ai fratelli divini Sonno, Solitudine e Morte. Tre scene di morti in città sanguinose e violente, una di trapasso dolce e misterioso, raccontate con realismo preciso e suggestivo.

    ha scritto il 

  • 5

    "L'eternità della terra condannata dall'eterna brevità dei nostri giorni"

    Descrizioni mirabolanti, cariche e intense.
    "Invece di sentirmi oppresso e soffocato dalla giornata, così crudele nella sua arrogante manifestazione di potere, ricchezza e abbondanza, invece di sentirmi affogare in essa come un atomo senza nome, mi ritrovai a partecipare a quella gloriosa festa, ...continua

    Descrizioni mirabolanti, cariche e intense. "Invece di sentirmi oppresso e soffocato dalla giornata, così crudele nella sua arrogante manifestazione di potere, ricchezza e abbondanza, invece di sentirmi affogare in essa come un atomo senza nome, mi ritrovai a partecipare a quella gloriosa festa, a quel fantastico carnevale di vita, a quell'enorme affascinante fiera mondiale, in cui mi muovevo con la sicurezza e la trionfale esaltazione dell'ospite d'onore." "Nessuno sente mai la grande, oscura ala che sbatte nell'aria sopra la propria testa, sono tutti convinti che il loro momento durerà per sempre e sono talmente occupati che quasi non s'accorgono di diventare intanto deboli e vecchi. Non alzano mai gli occhi a guardare le stelle che brillano nel cielo, sull'eterna fiera terrestre, non ascoltano mai l'immutabile voce del tempo che risuona nell'aria senza mia tacere, indifferente a ogni forma di vita e di morte". Un vero spettacolo.

    ha scritto il 

  • 5

    Una sfida tra la città e l’uomo, è sostanzialmente la poetica di questo piccolo e prezioso libro. Una sfida che immancabilmente e naturalmente finisce con la morte, una morte come da titolo però, orgogliosa… orgogliosa della meraviglia di ogni giorno vissuto, dello stupore continuo verso ognuno d ...continua

    Una sfida tra la città e l’uomo, è sostanzialmente la poetica di questo piccolo e prezioso libro. Una sfida che immancabilmente e naturalmente finisce con la morte, una morte come da titolo però, orgogliosa… orgogliosa della meraviglia di ogni giorno vissuto, dello stupore continuo verso ognuno dei contendenti, la città e l’uomo. Una morte che è prima di tutto vita sospesa nel tempo.

    Thomas Clayton Wolfe viene considerato da molti come il principale mentore letterario di Kerouac (e di parte della Beat Generation), può essere per alcuni aspetti accostato a Fitzgerald e alla “Lost generation” ed è morto a soli 37 anni, lasciandoci quattro romanzi e alcuni racconti.

    http://www.subliminalpop.com/?p=2268

    ha scritto il 

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