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Otmenost ježa

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3.9
(24579)

Language:Slovenčina | Number of Pages: 323 | Format: idBinding_ | In other languages: (other languages) French , Spanish , Italian , Catalan , English , Chi traditional , German , Portuguese , Swedish , Galego , Russian , Dutch , Finnish , Slovenian , Czech

Isbn-10: 8677020640 | Isbn-13: 9788677020644 | Publish date: 

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Philosophy

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Book Description
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  • 4

    “«Marx cambia completamente la mia visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge la parola. Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinast ...continue

    “«Marx cambia completamente la mia visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge la parola. Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi – era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualcosa. […]Una portinaia non legge L’Ideologia Tedesca e di conseguenza non sarebbe affatto in grado di citare l’undicesima tesi su Feuerbach. Per giunta, una portinaia che legge Marx ha necessariamente mire sovversive ed è venduta a un diavolo chiamato sindacato. Che possa leggerlo per elevare il proprio spirito, poi, è un’assurdità che nessun borghese può concepire. «Mi saluti tanto la sua mamma» borbotto chiudendogli la porta in faccia e sperando che la disfonia venga coperta dalla forza di pregiudizi millenari»”.

    Fin dall’incipit si scopre la prosa diverte e arguta, colta senza essere elitaria, in grado di creare l’atmosfera delle migliori commedie francesi. Proseguendo nella lettura si apprezza la costruzione dei monologhi, autentici gioiellini di humour e disincanto.
    Che si tratti di un concetto filosofico o di uno scorcio repentino sulla realtà sociale o culturale non fa differenza alcuna. Muriel Barbery ha la rara dote di suggerire argomenti seri con leggerezza, sollecitando al contempo riflessione e sorriso, che si parli di banlieu o di fenomenologia husserliana, di università o di Bellezza, di disparità sociali o di potere dell’arte.
    Narrare la trama di un romanzo è riduttivo, costretti come si è a fornire una mera sequenza di fatti, e lo diviene a maggior ragione nel caso specifico, nel quale una semplice sinossi non può rendere giustizia alla ricchezza linguistica e alla vivacità de L’Eleganza del Riccio, storia narrata a due voci.
    La prima è Renée Michel, vedova ultracinquantenne, per sua stessa definizione, bassa, brutta, grassottella e con i calli ai piedi, custode del palazzo signorile, al numero 7 di rue de Grenelle, a Parigi.

    Come ogni portinaia che si rispetti, pur essendo educata, raramente è gentile. E, come ogni portinaia francese che si rispetti, ha un gatto grassissimo e accidioso, nonché una televisione perennemente accesa. Insomma, Mme Michel risponde fedelmente al paradigma della portinaia ‘forgiato nel comune sentire’. Manca giusto l’effluvio di cavolo bollito o di cassoulet, ma solo perché il palazzo è il lussuoso scrigno in cui risplende un microcosmo dell’alta borghesia parigina, notoriamente poco incline a tollerare i miasmi della cucina plebea.
    Umile per nome, posizione e aspetto – sempre per sua stessa definizione – nell’intelletto, però, Renée è una ‘dea invitta’: il nome del suo gatto, Lev, tradisce la passione per Tolstoj e la televisione in guardiola bercia quel tanto che basta a coprire i rumori della stanza accanto, nella quale Renée, da un apparecchio gemello si gode in dvd film come Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu, ascolta Didone ed Enea di Henry Purcell mentre riflette (e si entusiasma) su Kant o cogita (e non concorda) sulle tesi di Husserl.
    Nulla trapela oltre la tendina di mussola bianca della guardiola, tant’è che da ventisette anni – ovvero da quando Renée lavora nel palazzo – nessuno pare essersi reso conto di quale ricchezza intellettuale possieda la grigia e autodidatta portinaia, capace di individuare nell’hybris del desiderio la causa dei guasti della nostra organizzazione sociale, e nella soddisfazione dei semplici bisogni la sua salvezza. O di comprendere per questo il valore dell’Arte, un piacere privo di bramosia, una condizione felice dove la bellezza non è finalità né progetto, ma “certezza stessa della nostra natura”.
    Questa sorta di clandestinità intellettuale sopravvive grazie alle sue indubbie capacità mimetiche ma anche, e soprattutto, “all’incapacità del genere umano di credere a ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine”.

    Così, giorno per giorno, i ricchi proprietari degli otto appartamenti sfilano sotto il naso di Mme Michel, lungo “un solco celeste scavato naturalmente per loro dal potere del denaro” di cui si sentono investiti per diritto di nascita, attenti solo alle proprie sciocche e nevrotiche vicissitudini.
    Al quarto piano del palazzo vive Paloma Josse, figlia dodicenne di un deputato socialista, appassionata di manga e cultura giapponese, proprietaria di un Q.I. spropositato (accuratamente nascosto perché “nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo, una bambina superdotata non avrebbe mai pace”) e di un’altrettanto imponente dose di disincantato realismo, che sparge a piene mani nei resoconti e nelle riflessioni pungenti affidati alle pagine del suo diario, seconda voce del romanzo.

    In virtù di questa intelligenza fuori dal comune, Paloma ha scoperto da tempo l’inganno in cui i genitori crescono i propri figli, ai quali nascondono il destino ultimo di ogni essere umano adulto: la boccia dei pesci rossi. “«La vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo» è la bugia universale cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. […]Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi”.
    Nella boccia dei pesci rossi, Paloma non vuole finire, quindi ha deciso di suicidarsi alla fine dell’anno scolastico, al compimento del suo tredicesimo anno di età, non senza aver prima bruciato l’appartamento di quattrocento metri quadri, così da dotare di una coscienza la sua distratta, ricchissima e stolida famiglia di radical chic la quale, ritrovandosi senza casa e senza figlia, forse comprenderà come debbano sentirsi gli africani delle banlieu, ai quali è bruciata la casa.

    È lei la sola a intuire la naturale ‘eleganza’ di Renée sotto gli aculei, e questa sua intuizione è più che comprensibile: Renée e Paloma sono due ricci, entrambe si difendono grazie agli aculei dello stereotipo pur di non – è il caso di dirlo – épater le bourgeois.
    È dunque scritto nel loro destino, prima che nel libro, che le loro strade si incrocino. L’evento catalizzatore sarà l’arrivo di un nuovo proprietario, il ricco e colto signor Ozu, il quale con grazia e tenacia scombinerà i piani, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze.
    A questo punto, sul finale, la storia sembra perdere forza. Il segreto di Renée, il fantasma che condiziona le sue scelte di vita, si rivela piuttosto debole. Gli assalti del signor Ozu, infatti, hanno rapidamente la meglio su di lui. E quando la maschera sotto la quale Renée si è nascosta per metà della propria vita cade, con essa si perde un po’ del fascino del personaggio.

    Tutto sembra improvvisamente andare nel modo più prevedibile e si inala con orrore un profumo di lieto fine – il colpo di grazia è dato dal breve episodio del ritorno di Jean Arthens, con le sue camelie-feticcio – la prima reazione è di incredulità di fronte a quello che appare come un eccesso di sentimentalismo. Viene da chiedersi perché ciò che di Mme Michel sembrava tanto prezioso attraverso la maschera, debba sfumare nel sentimentale a metamorfosi avvenuta. Forse la superiorità dell’animo e dell’intelletto sono più preziosi se repressi, pena la loro banalizzazione? Tuttavia, l’autrice ci risparmia la catastrofe dell’happy end, almeno per ciò che strettamente attiene alla trama.
    Sono certa che molti lettori apprezzeranno, nel finale scelto da Muriel Barbery, il tono intimo e toccante, delicato come un origami, che trasfigura i monologhi ed esalta il lascito prezioso che le belle anime consegnano a chi ha la fortuna di incontrarle.

    In realtà, il potenziale che la prima parte lasciava intuire finisce per essere disatteso, gli aculei del riccio sarebbero potuti, a mio avviso, affondare un po’ di più anziché limitarsi a punzecchiare: la forza del romanzo sta infatti nella parte che precede la ‘rinascita’ delle due protagoniste, maîtresses de vie più convincenti e divertenti quanto più aliene dall’intento pedagogico-riformista che il finale rivela e con il quale l’autrice sottolinea a tutta forza il messaggio ultimo di questo romanzo: cultura e valori umani contro l’ottusità di una gauche caviar dipinta in modo esilarante e senza sorprese.
    Luciana Viarengo

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  • 5

    Libro meraviglioso, un'ottima lettura. L'ho trovato originale e molto toccante. Lo consiglio assolutamente a chiunque piacciano letture piene di significato.

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  • 5

    L'eleganza del riccio mi ha lasciata al principio perplessa in quanto non riuscivo a capire se mi piacesse o meno. I personaggi mi apparivano supponenti e la penna della Barbery troppo sofisticata nel ...continue

    L'eleganza del riccio mi ha lasciata al principio perplessa in quanto non riuscivo a capire se mi piacesse o meno. I personaggi mi apparivano supponenti e la penna della Barbery troppo sofisticata nel suo sfoggio di cultura.
    Ma...ma...a metà strada ho rintracciato la poesia sublime della felicità generata da cose semplici eppure rare: ritrovarsi nell'altro, stringere gemellaggi impensati. Renée, cinquantaquattrenne portinaia, poco prima di morire (per quel senso di ironia che la vita elargisce paradossalmente) comprende qualcosa che è in grado di scardinare il suo essere e le sue paure, comprende che aprirsi all'altro e inebriarsi nell'empatia con l'altro essere conferisce d'improvviso luce e calore anche alla vita più grigia e vissuta in riservatezza. Per ognuno di noi è celato nel mondo un Mr. Ozu Kakuro o una sagace Paloma di dodici anni.
    Tra vari stralci che ho sottolineato col pensiero ne riporto uno che riassume tutta la magia degli incontri insoliti, insperati e inaspettati:
    "È un fuori dal tempo nel tempo...Quand'è stata la prima volta che ho provato questo incantevole abbandono, possibile solo in due? La quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al saper abbandonarsi, al saper aspettare e al saper ascoltare che si vivono con l'altro, in una complice compagnia...Quand'è stata la prima volta che ho provato questa felice rilassatezza in presenza di un uomo? Oggi è la prima volta."
    C'è sempre una prima volta. Per fortuna.

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  • 2

    Mah

    Quando ho iniziato a leggere il libro, sono rimasta piacevolmente colpita dal modo ricercato e abbastanza elaborato dell'autrice. Non mi capitava da tempo un libro in cui ci si poteva soffermare sulla ...continue

    Quando ho iniziato a leggere il libro, sono rimasta piacevolmente colpita dal modo ricercato e abbastanza elaborato dell'autrice. Non mi capitava da tempo un libro in cui ci si poteva soffermare sulla scelta delle parole.
    Però che personaggi insopportabili! Lo snobismo al contrario della portinaia e della ragazzina ricca sono di una noia terrificante e assolutamente fastidiosi. Ci sono diverse citazioni da annotare, e la storia diventa bella e acquista (quasi) pienezza solo alla fine. Tra i tant best seller e casi letterari, senz'altro merita, non è poi tanto commerciale - se paragonato a Dan Brown, per dire.
    Non posso dire che mi sia piaciuto, ho saltato una marea di capitoli e nonostante ciò ci ho messo un sacco di tempo a concluderlo. Ovviamente ci sono mille modi di narrare la stessa storia, ma mi è sembrato troppo lungo, troppo elaborato, troppo pieno di riflessioni inutili.

    said on 

  • 4

    Affinità celate

    Premetto che non è il genere di romanzo che preferisco e, a dire la verità, ho faticato non poco a superare i primi capitoli. Poi, quasi come premio per la costanza del lettore, l'autrice inserisce il ...continue

    Premetto che non è il genere di romanzo che preferisco e, a dire la verità, ho faticato non poco a superare i primi capitoli. Poi, quasi come premio per la costanza del lettore, l'autrice inserisce il personaggio chiave, quello che funge da catalizzatore all'incontro di due entità. Due intelligenze affini che mai si sarebbero potute rivelare l'una all'altra, dando un senso all'intera narrazione.
    Tutto sommato un'ottima lettura.

    said on 

  • 2

    Raramente, forse mai, mi è capitato di arrivare in fondo ad un libro e non capire se mi è piaciuto o meno.
    Il linguaggio è raffinato, elegante e particolarmente ricercato tanto nell’utilizzo e scelta ...continue

    Raramente, forse mai, mi è capitato di arrivare in fondo ad un libro e non capire se mi è piaciuto o meno.
    Il linguaggio è raffinato, elegante e particolarmente ricercato tanto nell’utilizzo e scelta della terminologia quanto nei costrutti e ne risulta così una lettura scorrevole e piacevole.
    Ma molto di quello che viene detto e raccontato appare, quantomeno a me, stereotipato e autoreferenziale. In alcuni momenti, infatti, si ha la sensazione che l’intento dell’autrice non sia quello di narrare una storia, come in realtà dovrebbe essere, ma di dar prova, con una certa dose di arroganza, della sua forbita conoscenza linguistica e di voler imporre le sue tesi, “profonde” ma a parer mio piuttosto supponenti ed eccessivamente classiste, dando voce a personaggi al limite del verosimile che si muovono in pochi ambienti chiusi, ristretti e decisamente poco inclini a stimolare la fantasia del lettore.
    Vero è che ho letto questo romanzo, fatto di pagine odiose intervallate da pagine deliziose, quasi d’un fiato desiderosa di arrivare in fondo e affascinata dall’elegante scrittura.
    Ma un romanzo, un buon romanzo, non necessariamente deve essere infarcito di belle e pompose parole per risultare tale. Un buon romanzo semplicemente racconta e lascia al lettore la meraviglia di immaginare, ipotizzare, viaggiare con la mente, arricchire la propria conoscenza e stimolare il proprio pensiero e qui di spazio, a mio avviso, non ne viene lasciato molto.

    said on 

  • 2

    Cominciato bene, dopo qualche capitolo si perde, nel finale si autodistrugge come un Geodude messo alle strette.
    Mi spiego. L'amo c'è, in questo romanzo. Le voci narranti sono due, lo stile a primo im ...continue

    Cominciato bene, dopo qualche capitolo si perde, nel finale si autodistrugge come un Geodude messo alle strette.
    Mi spiego. L'amo c'è, in questo romanzo. Le voci narranti sono due, lo stile a primo impatto e brillante, e la loro voce incuriosisce da subito nei primi capitoli.
    Il modo di narrare è molto riflessivo, introspettivo, i veri avvenimenti sono pochi (solo un paio davvero degni di nota), la maggior parte dello spazio è occupato da riflessioni pseudo-filosofiche delle protagoniste sulla vita in generale.
    Ora, questo non è un male di per sé; è un male quando va avanti così per pagine e pagine senza che succeda altro. Questo non è un saggio, è classificato come romanzo. In un romanzo dovrebbe esserci una storia da raccontare, non una dottrina da esporre. Punto uno.
    Punto due. Le voci delle due protagoniste si somigliano un po' troppo. Entrambe pesci fuor d'acqua, entrambe "trp speciali" in un mondo di persone vuote e superficiali (???), entrambe fingono di essere quello che non sono. L'arrivo di un affascinante inquilino giapponese, spoilerato dalla quarta di copertina nonostante avvenga praticamente a fine romanzo, cambierà del tutto le loro vite (???).
    Ho faticato a trovare un senso in questa storia. Di solito nei romanzi non mi preoccupo di trovarne: mi stai raccontando una storia, quella voglio sentire. Ma qui la storia è proprio ridotta all'osso, la maggior parte dello spazio è dato da pippe mentali che, per chi conosce il finale, alla fine non porteranno a un granché. L'evoluzione del personaggio di Paloma è un po' troppo artefatta, quasi che l'autrice volesse dipingere il quadretto del genio incompreso più che costruire un personaggio credibile. Ho trovato più realismo in Renée, anche se pure per lei alcune spiegazioni sul suo modo di essere sembravano più artifici letterari fini a sé stessi che vera costruzione psicologica di un personaggio.
    I riferimenti filosofici fioccano come coriandoli a carnevale, e non mi vergogno a dire che non ne ho capiti mezzi. Se l'autrice è contenta di infilarci dentro riferimenti che persone come me - filosofia l'ho studiata al liceo, ma oh, non mi ci sono laureata, chiedo venia - capiranno a metà, e penso che di persone come me ce ne siano tantissime, ben venga. Io sono sempre dell'idea che la buona letteratura debba semplificare i concetti per rendere anche le idee più complesse accessibili a quante più persone possibili, con diversi background e campi di studi. Leggendo alcuni pezzi sembrava quasi che la voce narrante - e autrice con lei - facesse determinate riflessioni solo per metterci dentro quanti più riferimenti possibili, senza premurarsi di spiegarli, solo per il gusto di infilarceli.
    E questo mi ha ricordato l'autore del mio libro di storia del diritto internazionale, che ha scritto i primi capitoli quasi interamente in latino senza preoccuparsi di tradurre, perché, oh, se non capisci il latino sei un asino plebeo che non merita l'istruzione. Grazie tante, e ciao.

    said on 

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