Create your own shelf sign up

Together we find better books

[−]
  • Search Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Otmenost ježa

By

3.9
(24629)

Language:Slovenčina | Number of Pages: 323 | Format: idBinding_ | In other languages: (other languages) French , Spanish , Italian , Catalan , English , Chi traditional , German , Portuguese , Swedish , Galego , Russian , Dutch , Finnish , Slovenian , Czech

Isbn-10: 8677020640 | Isbn-13: 9788677020644 | Publish date: 

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Philosophy

Do you like Otmenost ježa ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free
Book Description
Sorting by
  • 0

    Non mi è piaciuto molto... ho stretto i denti e ho continuato fino alla fine... dopo più della metà comincia a diventare più interessante, ed alla fine ti commuove pure. Però non è un libro che ti pre ...continue

    Non mi è piaciuto molto... ho stretto i denti e ho continuato fino alla fine... dopo più della metà comincia a diventare più interessante, ed alla fine ti commuove pure. Però non è un libro che ti prende a mio avviso...

    said on 

  • 4

    Sono talmente tanti i commenti su questo libro in rete che è impossibile scrivere qualcosa di originale. Ho trovato molto godibile la prima parte, un po' meno la seconda. La scrittura è sempre piacevo ...continue

    Sono talmente tanti i commenti su questo libro in rete che è impossibile scrivere qualcosa di originale. Ho trovato molto godibile la prima parte, un po' meno la seconda. La scrittura è sempre piacevole per il mio gusto. Penso valga la pena leggerlo, ma non lo rileggerei per non reincontrare personaggi antipatici.

    said on 

  • 5

    Mi è piaciuto tantissimo, un libro completo che ha suscitato in me ilarità e commozione, riso e lacrime alternandosi. Pensieri e riflessioni profonde sulla vita in cui mi sono rivista. Credo uno dei c ...continue

    Mi è piaciuto tantissimo, un libro completo che ha suscitato in me ilarità e commozione, riso e lacrime alternandosi. Pensieri e riflessioni profonde sulla vita in cui mi sono rivista. Credo uno dei contemporanei più belli che abbia letto. Forse, unica pecca, che non va ad alterarne in nessun modo per me il giudizio finale, è l'ostentare un po' da parte dell'autrice ogni forma di sua conoscenza (filosofia... letteratura... arte)...
    In alcuni punti l'ho trovato poetico, un incanto; un bellissimo libro.

    "Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. E' come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
    Sì, è proprio così, un sempre nel mai".

    (L'autrice fa riferimento alle note che le arrivano lontane, dalla finestra del cortile, di Erik Satie. Mi piace pensare che sia la Gnossiennes n1 la musica che lontana le arriva, perché di Satie è quella che io preferisco e mi sembra adattissima al brano e all'emozione che descrive. https://www.youtube.com/watch?v=RyFhsG8Ip4E Gnossiennes No.1).

    said on 

  • 2

    刺蝟的傲慢

    整本書是快速地用“跳過”的方式翻完的。
    本來並不願意用這樣的方式閱讀,不過讀完前幾頁後,發現不這樣讀不下去。
    從頭到尾不斷地搬弄所謂的哲學,猛掉書袋,令人厭煩。

    最受不了的是
    到底門房那麼怕別人發現他有讀幾本書是怎樣啦?
    一直角色扮演,被害妄想挺嚴重的。

    小女孩也是不知道有什麼好不爽的
    一開始就譁眾取寵的設定她要自殺的計劃
    到底是為什麼?

    這一老一小的自命清高,傲視身旁所有的“俗人”,
    反而顯出自 ...continue

    整本書是快速地用“跳過”的方式翻完的。
    本來並不願意用這樣的方式閱讀,不過讀完前幾頁後,發現不這樣讀不下去。
    從頭到尾不斷地搬弄所謂的哲學,猛掉書袋,令人厭煩。

    最受不了的是
    到底門房那麼怕別人發現他有讀幾本書是怎樣啦?
    一直角色扮演,被害妄想挺嚴重的。

    小女孩也是不知道有什麼好不爽的
    一開始就譁眾取寵的設定她要自殺的計劃
    到底是為什麼?

    這一老一小的自命清高,傲視身旁所有的“俗人”,
    反而顯出自己才最跳脫不了階級制度的思想。
    令人啞然失笑。

    said on 

  • *** This comment contains spoilers! ***

    1

    Presuzione e pregiudizi

    Renee è una donna di 54 anni che lavora come portinaia in un elegante condominio di Parigi. A differenza di tutte le altre portinaie del mondo, che trascorrono le giornate guardando la televisione e s ...continue

    Renee è una donna di 54 anni che lavora come portinaia in un elegante condominio di Parigi. A differenza di tutte le altre portinaie del mondo, che trascorrono le giornate guardando la televisione e sonnecchiando con i loro gatti, vecchie, brutte e bisbetiche, ignoranti, ritardate e talmente stupide che faticano a comprendere tre parole messe in fila, Renee legge Tolstoj, studia filosofia da autodidatta, si interessa di pittura olandese e di cultura giapponese.
    Un’intellettuale mancata, insomma, e in incognito. Già. Renee, infatti, si comporta proprio come la perfetta portinaia della sua immaginazione e dunque lascia accesa la televisione a tempo perso mentre legge Kant per far credere a tutti che stia guardando qualche stupido programma, da brava bisbetica risponde con insolenza a qualunque richiesta dei condomini e da brava ignorante, ottusa e ritardata portinaia finge di non capire la metà delle cose che le vengono dette. Trincerata nella sua guardiola, fingendo di essere quello che non è e vivendo dunque dietro una maschera di ipocrisia, si diverte a smascherare le ipocrisie altrui e finisce con il rendersi insopportabilmente odiosa per l’intera durata del romanzo.
    Renee mostra profondo sdegno e condanna nei confronti dei pregiudizi che, come lei stessa afferma, nascono dall’immaginario collettivo e che inducono ad inquadrare persone e cose in categorie dalle caratteristiche ben definitive e immodificabili.
    Ecco un bell’esempio di quanto Renee detesti i luoghi comuni:
    Nell’immaginario collettivo una coppia di portinai, binomio costituito da entità talmente insignificanti che solo la loro unione le rende manifeste, possiede quasi certamente un barboncino. Come tutti sanno, i barboncini sono quella razza di cani riccioluti che appartengono a pensionati qualunquisti, signore molto sole che vi riversano il loro affetto o portinai barricati nelle loro guardiole buie. Possono essere neri o color albicocca. Quelli albicocca sono più bisbetici di quelli neri, che invece puzzano di più. Tutti i barboncini abbaiano astiosi per un nonnulla, ma in particolare quando non succede niente. Seguono il loro padrone trotterellando su tutte e quattro le zampe rigide senza muovere il resto di quel piccolo tronco a salsiccia che si ritrovano. E soprattutto hanno occhietti neri e collerici, conficcati in orbite insignificanti. I barboncini sono brutti e stupidi, sottomessi e sbruffoni. Sono barboncini.
    Anche la coppia di portinai, di cui il barboncino totemico è la metafora, sembra priva di passioni quali l’amore e il desiderio e, come il totem stesso, destinata a rimanere brutta, stupida, sottomessa e sbruffona.
    (pag. 40)
    Peccato che poi la stessa Renee non faccia che giudicare il mondo sulla base di altrettanti pregiudizi. In virtù delle sue illustri letture, che, si intende, nessun altro a parte i professori universitari ha mai praticato prima di lei, Renee sembra infatti convinta di possedere una sorta di saggezza superiore che la autorizza a guardare chiunque dall’alto in basso e ad emettere giudizi su tutto e su tutti. Giudizi che suonano come giudizi universali, drastici, crudeli e irreversibili, condanne senza possibilità di appello basate su preconcetti sconvolgenti nella loro stupidità, a partire dall’assurda convinzione che tutti vedano i portinai e le portinaie nello stesso identico modo, come se il mondo fosse popolato da automi che pensano collettivamente, incapaci di avere idee proprie.
    Renee è vittima dello stesso errore che lei attribuisce agli altri indistintamente, senza eccezioni: vede il mondo diviso in categorie ed emette le sue sentenze sulla base delle caratteristiche che attribuisce a ciascuna categoria di persone. Ed è spontaneo chiedersi come sia possibile che una persona tanto colta e intelligente abbia una mentalità così ristretta.
    Le due categorie principali in cui Renee divide le persone sono “i ricchi” e “i poveri” e il libro è infarcito di folli affermazioni che screditano i primi ed esaltano i secondi. Tanto per citare le più ridicole:
    Non ho studiato […]. Non è del tutto esatto. La mia gioventù da studentessa si è interrotta alla quinta elementare, prima della quale ero stata ben attenta a non farmi notare […]. Perché? Non lo so. […] Diciamo pure che l’idea di battermi in un mondo di ricchi, io, figlia di nessuno, […] mi ha stancata prima ancora di provare. (pag. 36)
    Eh, certo, perché soltanto i figli dei ricchi studiano, fanno carriera e hanno la possibilità di diventare qualcuno. Nella sua immensa cultura forse Renee ignora quanto siano numerosi i professori universitari, i medici, gli avvocati, eccetera, che proprio come lei provengono dal nulla, da famiglie modeste e spesso povere. Magari lo saprebbe se si preoccupasse di guardare un po’ più al di fuori di se stessa.
    […] negli appartamenti dei ricchi le mosche non ci sono mai. Né mosche né sifilide né cattivi odori né segreti di famiglia. In casa dei ricchi tutto è pulito, levigato, sano e, di conseguenza, al riparo dalla tirannide degli scacciamosche e della pubblica riprovazione. (pag. 56)
    E così nelle case dei “ricchi” non ci sono mosche, segreti eccetera? Ma che diamine sta dicendo? In base a quale assurdo principio nelle case dei “ricchi” è tutto perfetto, almeno in apparenza? Ancora una volta, un pregiudizio del tutto senza fondamenta.
    E poi ancora, a proposito della morte di suo marito Lucien:
    […] nessuno considerò la malattia di Lucien una cosa degna di interesse. Magari i ricchi pensano che la gente modesta, forse perché ha una vita rarefatta, priva dell’ossigeno del denaro e del savoir-faire, vive le emozioni umane con scarsa intensità e maggiore indifferenza. Essendo portinai, era acquisito che per noi la morte fosse un evento scontato, nell’ordine delle cose, mentre per i possidenti essa avrebbe rivestito gli abiti dell’ingiustizia e del dramma. Un portinaio che si spegne è un piccolo vuoto nello scorrere della vita quotidiana, una certezza biologica a cui non è associata nessuna tragedia. Per i proprietari che lo incrociavano ogni giorno per le scale o sulla soglia della guardiola, Lucien era una non-esistenza che tornava al nulla da cui non era mai uscito, un animale che, vivendo una vita a metà senza fasti né artifici, al momento della morte doveva senz’altro provare solo un senso di ribellione a metà. Da queste parti, a nessuno poteva mai venire in mente che, come ogni altro, anche noi potessimo passare le pene dell’inferno, e che con il cuore stretto dalla rabbia man mano che il dolore ci devastava l’esistenza, fossimo sopraffatti dalla cancrena interiore, nel tumulto della paura e del dolore che la morte infonde in ognuno. (pp. 66-67)
    Trovo che questo sia uno dei deliri più significativi e allo stesso tempo più privi di significato dell’intero romanzo: la morte è una certezza biologia solo per i poveri? I poveri vivono una vita a metà? I ricchi sono totalmente indifferenti alla scomparsa di una persona povera in generale e di un portinaio in particolare? Ma cos’è questo mucchio di assurdità? Certamente esistono le persone fredde e disinteressate nei confronti del prossimo, ma non tutti lo sono. E, cosa ancora più importante, non tutte queste persone sono necessariamente benestanti.
    Notizia flash: le persone non sono tutte uguali, Renee, nemmeno quelle ricche.
    […] i ricchi si convincono che la loro vita segue un solco celeste scavato naturalmente per loro dal potere del denaro […]. (pag. 102)
    Qui ci starebbe bene un bel “wtf?!” o un’emoticon significativa, ma in una recensione bisogna pur sforzarsi di rispettare la lingua italiana, quindi, a malincuore, ne faccio a meno.
    Non ho mai attribuito ai poveri grandezza d’animo solo perché sono poveri o in virtù delle ingiustizie della vita. Ma almeno li credevo uniti nell’odio verso i grandi proprietari. […] se c’è una cosa che i poveri odiano, sono proprio gli altri poveri. (pag. 116)
    Tralasciando il delirio di odio verso i proprietari e bla bla bla, che sembra uscito direttamente dalla Russia prerivoluzionaria… Non ho mai attribuito ai poveri grandezza d’animo solo perché sono poveri o in virtù delle ingiustizie della vita? Davvero, Renee? Sei proprio sicura di non averlo fatto?
    E poi ancora pregiudizi:
    Apro la busta e leggo il breve messaggio […].
    Madame Michel, potrebbe, ricevere i pacchi della tintoria questo pomeriggio? […]
    Mi lascio cadere sulla sedia più vicina per lo shock. […] Se Sabine Pallières fosse stata una domestica portoghese nata sotto un fico di Faro, una portinaia recentemente emigrata da Puteaux, oppure una minorata mentale tollerata dalla sua caritatevole famiglia, avrei potuto perdonare di buon cuore questa colpevole trascuratezza. Ma Sabine Pallières è ricca. […] Sabine Pallières non è scusabile. I favori della sorte hanno un prezzo. Per chi beneficia dell’indulgenza della vita, l’obbligo del rigore nella considerazione della bellezza non è negoziabile. La lingua, ricchezza dell’uomo, e i suoi usi, elaborazioni della comunità sociale, sono opere sacre. […] Pertanto gli eletti della società, coloro che la sorte esclude da quelle servitù destinate al povero, hanno la duplice missione di adorare e rispettare lo splendore della lingua. […] Ai ricchi il dovere del Bello. Altrimenti meritano di morire. (pp. 102-104)
    Tralasciando, anche in questo caso, l’ennesima assurdità, e cioè il fatto che una persona benestante, la quale deve almeno aver terminato le scuole dell’obbligo, commetta un errore così stupido, e l’inquietante sentenza di morte conclusiva, Renee pretende che tutti i ricchi siano colti, semplicemente perché, essendo ricchi, non hanno nulla da fare tutto il giorno e quindi devono impiegare il proprio tempo studiando e venerando l’arte.
    Altra notizia flash per Renee: non tutti i ricchi sono ricchi di famiglia. Esistono persone benestanti che si sono guadagnate il denaro che possiedono e che, guarda un po’, hanno lavorato o lavorano duramente. Se queste persone nella loro vita non hanno avuto il tempo di leggere Guerra e Pace, come fa lei che se ne sta tutto il giorno nella sua guardiola a meditare e a sentenziare idiozie, meritano di essere mandate a morte per questo motivo? Magari questo non è il caso di Sabine Pallières, d’accordo, ma ancora una volta Renee emette un giudizio basandosi si idee preconcette, senza tenere minimamente in considerazione le mille varianti che entrano sempre in campo quando si giudica il comportamento di un essere umano. Se Renee vuole giudicare il comportamento di Sabine Pallières, lo faccia pure, ma senza estendere questo giudizio a tutti i ricchi del pianeta. Quest’odio generico e infondato nei confronti dei ceti agiati mi ricorda i sanculotti della Rivoluzione Francese; davvero, Renee sarebbe stata una magnifica sanculotta.
    E poi, i ricchi eletti della società, favoriti dalla sorte, beneficiari dell’indulgenza della vita, soltanto perché sono ricchi? Come se essere ricchi significasse automaticamente essere fortunati e felici. Ma sul serio? Sono queste le opinioni della colta Renee? Il denaro unico vero valore dell’esistenza, fonte di ogni bene e di ogni fortuna? Se le cose stanno così, ha sprecato il suo tempo: avrebbe potuto sferruzzare invece di studiare filosofia, perché sembra proprio che tutto questo studio non abbia prodotto altro che valanghe di dotte citazioni ed elaborate riflessioni (profondamente noiose, tra l’altro, perché se voglio una lezione di filosofia apro un manuale e non un romaanzo) sulla coscienza, la società, la classe intellettuale, la vita, la morte, la lingua, l’arte, l’idealismo, la fenomenologia e bla bla bla, e nient’altro. Una conoscenza fredda, stereotipata e sterile, che non ha prodotto alcun innalzamento o evoluzione dello spirito, come invece dovrebbe accadere. In parole povere, una conoscenza che ha il suo unico fine nella celebrazione di se stessa e dunque completamente inutile. Proprio come questo romanzo.
    Coprotagonista della sublime opera è Paloma, una ragazzina di dodici anni che vive nel condominio dove lavora Renee. Paloma sostiene di essere dotata di un’intelligenza nettamente superiore alla massa e fin dall’inizio ne dà un’efficace dimostrazione: scrive nel suo Diario di pensieri profondi di aver notato, osservando i propri genitori e i loro ricchi conoscenti, che le persone, nella vita, si affannano per ottenere un lavoro di prestigio, uno stipendio elevato, una bella casa, un posto di alto livello in società, per poi essere eternamente insoddisfatti e infelici, e come pesci chiusi in una boccia di vetro se ne stanno lì a chiedersi dove hanno sbagliato. Poiché Paloma non vuole finire nella boccia dei pesci come i suoi genitori, pensa bene di programmare il proprio suicidio in occasione del suo tredicesimo compleanno. E non solo: prima di ingoiare tutti i sonniferi di sua madre Paloma darà fuoco all’appartamento, in modo da mettere a rischio la vita di tutti gli abitanti del condominio. A questo punto, mentre leggevo, ho pensato che se questo ragionamento doveva dar prova della super intelligenza di Paloma, l’autrice stava decisamente facendo un buco nell’acqua.
    Questo genietto ha molto in comune con Renee, della quale infatti diventerà amica: la tendenza a giudicare il prossimo con facilità e superficialità, ad esempio, ma anche all’ipocrisia, mostrandosi una ragazzina e una studentessa nella norma perché, cito testualmente, nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace (pag. 17). Chissà a quali tremende torture i suoi genitori la sottoporrebbero se mai sapessero che è brava in matematica e scrive pensieri profondi, ma passiamo oltre.
    Ecco un bel saggio dei “pensieri profondi” di Paloma, per lo più incentrati su un’assurda esaltazione della cultura orientale, del tutto analoga all’assurda esaltazione dei “poveri” compiuta da Renee:
    […] nei manga ho l’impressione che i protagonisti mangino in modo diverso. Sembra tutto semplice, raffinato, misurato, delizioso. […] la cucina francese mi pare vecchia e presuntuosa, mentre quella giapponese sembra… be’, né giovane né vecchia. Eterna e divina. (pag. 87)
    Eterna e divina? Mah.
    Cosa facciamo noi la mattina? Papà legge il giornale bevendo il caffè, la mamma beve il caffè sfogliando cataloghi, Colombe beve il caffè ascoltando France Inter, e io bevo latte col cacao leggendo i manga. […] Ma ieri ho chiesto alla mamma se potevo bere il tè. […] Tè e manga contro caffè e giornale: l’eleganza e l’incanto contro la triste aggressività dei giochi di potere degli adulti. (pp. 86-87)
    All’improvviso […] mi sono ricordata che avevo deciso di costruire e non di demolire. (pag. 122)
    Certo, è per questo che sta programmando di dare fuoco all’appartamento dei suoi e di suicidarsi, per costruire. Questa sì che è coerenza.
    Forse bisogna collocarsi in uno stato di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com’è fatta la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti. (pag. 152)
    Be’, c’è da dire che Paloma non soltanto è un genio, ma è anche di una modestia disarmante.
    Come se non bastassero Renee e Paloma a far venire i tic nervosi, a un certo punto entra in scena un nuovo personaggio, Monsieur Ozu, che forse è ancora peggio delle due protagoniste, le quali hanno almeno una loro caratterizzazione, per quanto odiosa possa essere. Lui, invece, ne è totalmente privo: di Monsieur Ozu sappiamo solo che è ricco, è giapponese e tutte le gentili signore del condominio sono mezze innamorate di lui. E perché sono tutte vittime del suo fascino, chiederete voi? Be’, ma come perché? Perché è giapponese, ecco perché. Che domande.
    Ecco il pensiero profondo di Paloma a proposito del nuovo arrivato:
    Il signore che ha comprato l’appartamento degli Arthens è giapponese! Si chiama Kakuro Ozu! Ma che sfortuna, possibile che debba succedere proprio poco prima della mia morte? Dodici anni e mezzo nella desolazione culturale, e quando sbarca un giapponese sto levando le tende… non è per niente giusto! (pag. 133)
    Caspita, che profondità. Eh, sì, non è per niente giusto. Per fortuna un signore giapponese è arrivato appena in tempo per sottrarla alle tenebre dell’ignoranza, perché si sa che solo i giapponesi sono depositari di cultura, intelligenza e raffinatezza, mentre il resto del mondo annega nel nulla assoluto. Pericolo scampato!
    Ozu riesce a smascherare l’identità di intellettuale in incognito di Renee neanche dieci secondi dopo averle stretto la mano: lei cita a metà l’incipit di Anna Karenina, lui completa la citazione, e quando poi Renee confessa che il suo gatto si chiama Lev, diminutivo di Levin - uno dei protagonisti del romanzo di Tolsto - è amore a prima vista. Ozu le manda in regalo una copia di Anna Karenina, gesto un po’ insensato, dal momento che se Renee ha letto il romanzo è altamente probabile che ne possieda già una… ma sorvoliamo. Tutto quel che segue è di una noia e una stupidità abissale, a cominciare dal presunto legame tra la vicenda della sorella di Renee, Lisette, e l’ipocrisia della protagonista, una questione che forse nelle intenzioni dell’autrice ha un’importanza cruciale per la comprensione del romanzo e che invece viene sbrigata in tredici righe esatte: Lisette, che lavorava presso una ricca famiglia, muore di parto dopo essersi probabilmente compromessa con un uomo della buona società, e Renee decide che non rivelerà mai ad anima viva che studia filosofia. Se qualcuno riesce ad individuare un nesso logico tra i due fatti, lo indichi anche a me, per favore, perché io non riesco proprio a vederlo.
    E l’explicit è la conclusione perfetta per questo romanzo all’insegna dell’assurdo, dal momento che è privo di un senso vero e proprio: Renee muore investita da un’automobile mentre medita sul modo in cui un povero senzatetto ubriaco vive la lotta di classe (ancora?!). Perché? Boh. L’autrice intendeva trasmettere un qualche messaggio? Chi lo sa. Questo episodio ha un significato particolare nella trama del romanzo? Non ne ho idea. Nelle quindici pagine successive si descrivono abbondantemente gli ultimi pensieri di Renee, che, sebbene stia morendo sul ciglio della strada, ha il tempo di passare in rassegna tutti quelli che conosce, a cominciare dal suo gatto. Poi, finalmente, tira le cuoia, e finisce così. Immagino che una volta esaurite le disquisizioni filosofiche la Barbery non sapesse che farsene della sua antipatica eroina e ha semplicemente cercato un modo tragico per toglierla di mezzo. Se alla fine lei e Ozu fossero diventati una coppia, Renee sarebbe stata felice e non avrebbe più potuto lamentarsi di tutto e tutti ed essere acida come una limonata senza zucchero. Dunque che significato ha avuto tutto questo? Boh.
    Ecco il pensiero profondo di Paloma quando Ozu la informa dell’accaduto:
    Ci siamo salutati alla giapponese, un piccolo inchino veloce. Ci capiamo. Stiamo così male. (pag. 315)
    Non penso ci sia bisogno di aggiungere altro.
    Questo romanzo è una grande occasione sprecata. L’idea di una portinaia sopra le righe che osserva e descrive i condomini per i quali lavora e analizza e riflette su quel piccolo angolo di mondo dalla sua posizione “marginale”, allo stesso tempo interna ed esterna a quel mondo, e dunque privilegiata, straniata e straniante, era potenzialmente ottima. Poteva venirne fuori un romanzo intelligente e divertente. Peccato che sia stata rovinata in questo modo. Un vero peccato.
    Mai fidarsi dei bestseller.

    Le citazioni sono tratte da M. Burbery, L'eleganza del riccio, edizioni e/o, Roma, 2007.

    said on 

  • 4

    “«Marx cambia completamente la mia visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge la parola. Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinast ...continue

    “«Marx cambia completamente la mia visione del mondo» mi ha dichiarato questa mattina il giovane Pallières che di solito non mi rivolge la parola. Antoine Pallières, prospero erede di un’antica dinastia industriale, è il figlio di uno dei miei otto datori di lavoro. Ultimo ruttino dell’alta borghesia degli affari – la quale si riproduce unicamente per singulti decorosi e senza vizi – era tuttavia raggiante per la sua scoperta e me la narrava di riflesso, senza sognarsi neppure che io potessi capirci qualcosa. […]Una portinaia non legge L’Ideologia Tedesca e di conseguenza non sarebbe affatto in grado di citare l’undicesima tesi su Feuerbach. Per giunta, una portinaia che legge Marx ha necessariamente mire sovversive ed è venduta a un diavolo chiamato sindacato. Che possa leggerlo per elevare il proprio spirito, poi, è un’assurdità che nessun borghese può concepire. «Mi saluti tanto la sua mamma» borbotto chiudendogli la porta in faccia e sperando che la disfonia venga coperta dalla forza di pregiudizi millenari»”.

    Fin dall’incipit si scopre la prosa diverte e arguta, colta senza essere elitaria, in grado di creare l’atmosfera delle migliori commedie francesi. Proseguendo nella lettura si apprezza la costruzione dei monologhi, autentici gioiellini di humour e disincanto.
    Che si tratti di un concetto filosofico o di uno scorcio repentino sulla realtà sociale o culturale non fa differenza alcuna. Muriel Barbery ha la rara dote di suggerire argomenti seri con leggerezza, sollecitando al contempo riflessione e sorriso, che si parli di banlieu o di fenomenologia husserliana, di università o di Bellezza, di disparità sociali o di potere dell’arte.
    Narrare la trama di un romanzo è riduttivo, costretti come si è a fornire una mera sequenza di fatti, e lo diviene a maggior ragione nel caso specifico, nel quale una semplice sinossi non può rendere giustizia alla ricchezza linguistica e alla vivacità de L’Eleganza del Riccio, storia narrata a due voci.
    La prima è Renée Michel, vedova ultracinquantenne, per sua stessa definizione, bassa, brutta, grassottella e con i calli ai piedi, custode del palazzo signorile, al numero 7 di rue de Grenelle, a Parigi.

    Come ogni portinaia che si rispetti, pur essendo educata, raramente è gentile. E, come ogni portinaia francese che si rispetti, ha un gatto grassissimo e accidioso, nonché una televisione perennemente accesa. Insomma, Mme Michel risponde fedelmente al paradigma della portinaia ‘forgiato nel comune sentire’. Manca giusto l’effluvio di cavolo bollito o di cassoulet, ma solo perché il palazzo è il lussuoso scrigno in cui risplende un microcosmo dell’alta borghesia parigina, notoriamente poco incline a tollerare i miasmi della cucina plebea.
    Umile per nome, posizione e aspetto – sempre per sua stessa definizione – nell’intelletto, però, Renée è una ‘dea invitta’: il nome del suo gatto, Lev, tradisce la passione per Tolstoj e la televisione in guardiola bercia quel tanto che basta a coprire i rumori della stanza accanto, nella quale Renée, da un apparecchio gemello si gode in dvd film come Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu, ascolta Didone ed Enea di Henry Purcell mentre riflette (e si entusiasma) su Kant o cogita (e non concorda) sulle tesi di Husserl.
    Nulla trapela oltre la tendina di mussola bianca della guardiola, tant’è che da ventisette anni – ovvero da quando Renée lavora nel palazzo – nessuno pare essersi reso conto di quale ricchezza intellettuale possieda la grigia e autodidatta portinaia, capace di individuare nell’hybris del desiderio la causa dei guasti della nostra organizzazione sociale, e nella soddisfazione dei semplici bisogni la sua salvezza. O di comprendere per questo il valore dell’Arte, un piacere privo di bramosia, una condizione felice dove la bellezza non è finalità né progetto, ma “certezza stessa della nostra natura”.
    Questa sorta di clandestinità intellettuale sopravvive grazie alle sue indubbie capacità mimetiche ma anche, e soprattutto, “all’incapacità del genere umano di credere a ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine”.

    Così, giorno per giorno, i ricchi proprietari degli otto appartamenti sfilano sotto il naso di Mme Michel, lungo “un solco celeste scavato naturalmente per loro dal potere del denaro” di cui si sentono investiti per diritto di nascita, attenti solo alle proprie sciocche e nevrotiche vicissitudini.
    Al quarto piano del palazzo vive Paloma Josse, figlia dodicenne di un deputato socialista, appassionata di manga e cultura giapponese, proprietaria di un Q.I. spropositato (accuratamente nascosto perché “nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo, una bambina superdotata non avrebbe mai pace”) e di un’altrettanto imponente dose di disincantato realismo, che sparge a piene mani nei resoconti e nelle riflessioni pungenti affidati alle pagine del suo diario, seconda voce del romanzo.

    In virtù di questa intelligenza fuori dal comune, Paloma ha scoperto da tempo l’inganno in cui i genitori crescono i propri figli, ai quali nascondono il destino ultimo di ogni essere umano adulto: la boccia dei pesci rossi. “«La vita ha un senso e sono gli adulti a custodirlo» è la bugia universale cui tutti sono costretti a credere. Da adulti, quando capiamo che non è vero, ormai è troppo tardi. […]Non resta che cercare di anestetizzarsi, nascondendo il fatto che non riusciamo a dare un senso alla nostra vita e ingannando i nostri figli per cercare di convincere meglio noi stessi”.
    Nella boccia dei pesci rossi, Paloma non vuole finire, quindi ha deciso di suicidarsi alla fine dell’anno scolastico, al compimento del suo tredicesimo anno di età, non senza aver prima bruciato l’appartamento di quattrocento metri quadri, così da dotare di una coscienza la sua distratta, ricchissima e stolida famiglia di radical chic la quale, ritrovandosi senza casa e senza figlia, forse comprenderà come debbano sentirsi gli africani delle banlieu, ai quali è bruciata la casa.

    È lei la sola a intuire la naturale ‘eleganza’ di Renée sotto gli aculei, e questa sua intuizione è più che comprensibile: Renée e Paloma sono due ricci, entrambe si difendono grazie agli aculei dello stereotipo pur di non – è il caso di dirlo – épater le bourgeois.
    È dunque scritto nel loro destino, prima che nel libro, che le loro strade si incrocino. L’evento catalizzatore sarà l’arrivo di un nuovo proprietario, il ricco e colto signor Ozu, il quale con grazia e tenacia scombinerà i piani, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze.
    A questo punto, sul finale, la storia sembra perdere forza. Il segreto di Renée, il fantasma che condiziona le sue scelte di vita, si rivela piuttosto debole. Gli assalti del signor Ozu, infatti, hanno rapidamente la meglio su di lui. E quando la maschera sotto la quale Renée si è nascosta per metà della propria vita cade, con essa si perde un po’ del fascino del personaggio.

    Tutto sembra improvvisamente andare nel modo più prevedibile e si inala con orrore un profumo di lieto fine – il colpo di grazia è dato dal breve episodio del ritorno di Jean Arthens, con le sue camelie-feticcio – la prima reazione è di incredulità di fronte a quello che appare come un eccesso di sentimentalismo. Viene da chiedersi perché ciò che di Mme Michel sembrava tanto prezioso attraverso la maschera, debba sfumare nel sentimentale a metamorfosi avvenuta. Forse la superiorità dell’animo e dell’intelletto sono più preziosi se repressi, pena la loro banalizzazione? Tuttavia, l’autrice ci risparmia la catastrofe dell’happy end, almeno per ciò che strettamente attiene alla trama.
    Sono certa che molti lettori apprezzeranno, nel finale scelto da Muriel Barbery, il tono intimo e toccante, delicato come un origami, che trasfigura i monologhi ed esalta il lascito prezioso che le belle anime consegnano a chi ha la fortuna di incontrarle.

    In realtà, il potenziale che la prima parte lasciava intuire finisce per essere disatteso, gli aculei del riccio sarebbero potuti, a mio avviso, affondare un po’ di più anziché limitarsi a punzecchiare: la forza del romanzo sta infatti nella parte che precede la ‘rinascita’ delle due protagoniste, maîtresses de vie più convincenti e divertenti quanto più aliene dall’intento pedagogico-riformista che il finale rivela e con il quale l’autrice sottolinea a tutta forza il messaggio ultimo di questo romanzo: cultura e valori umani contro l’ottusità di una gauche caviar dipinta in modo esilarante e senza sorprese.
    Luciana Viarengo

    said on 

  • 5

    Libro meraviglioso, un'ottima lettura. L'ho trovato originale e molto toccante. Lo consiglio assolutamente a chiunque piacciano letture piene di significato.

    said on 

  • 5

    L'eleganza del riccio mi ha lasciata al principio perplessa in quanto non riuscivo a capire se mi piacesse o meno. I personaggi mi apparivano supponenti e la penna della Barbery troppo sofisticata nel ...continue

    L'eleganza del riccio mi ha lasciata al principio perplessa in quanto non riuscivo a capire se mi piacesse o meno. I personaggi mi apparivano supponenti e la penna della Barbery troppo sofisticata nel suo sfoggio di cultura.
    Ma...ma...a metà strada ho rintracciato la poesia sublime della felicità generata da cose semplici eppure rare: ritrovarsi nell'altro, stringere gemellaggi impensati. Renée, cinquantaquattrenne portinaia, poco prima di morire (per quel senso di ironia che la vita elargisce paradossalmente) comprende qualcosa che è in grado di scardinare il suo essere e le sue paure, comprende che aprirsi all'altro e inebriarsi nell'empatia con l'altro essere conferisce d'improvviso luce e calore anche alla vita più grigia e vissuta in riservatezza. Per ognuno di noi è celato nel mondo un Mr. Ozu Kakuro o una sagace Paloma di dodici anni.
    Tra vari stralci che ho sottolineato col pensiero ne riporto uno che riassume tutta la magia degli incontri insoliti, insperati e inaspettati:
    "È un fuori dal tempo nel tempo...Quand'è stata la prima volta che ho provato questo incantevole abbandono, possibile solo in due? La quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al saper abbandonarsi, al saper aspettare e al saper ascoltare che si vivono con l'altro, in una complice compagnia...Quand'è stata la prima volta che ho provato questa felice rilassatezza in presenza di un uomo? Oggi è la prima volta."
    C'è sempre una prima volta. Per fortuna.

    said on 

Sorting by