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Padre padrone

L'educazione di un pastore

Di

Editore: Mondadori, Deagostini

3.9
(836)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 236 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Olandese

Isbn-10: A000013985 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Tascabile economico , Paperback

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
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  • 5

    Padre...

    Prosa asciutta, essenziale e molto cruda: a mio parere, è il tratto che distingue questo lavoro di Gavino Ledda che a una prima lettura superficiale parrebbe essere, anche se ben scritta, soltanto una mera autobiografia.
    Ma non è così! Con la sua bella prosa Gavino ci racconta, attraverso i ...continua

    Prosa asciutta, essenziale e molto cruda: a mio parere, è il tratto che distingue questo lavoro di Gavino Ledda che a una prima lettura superficiale parrebbe essere, anche se ben scritta, soltanto una mera autobiografia.
    Ma non è così! Con la sua bella prosa Gavino ci racconta, attraverso il suo esempio, la fine epocale di momenti storici da lui vissuti nell'ancora immediato dopoguerra, il secolare rapporto tra latifondisti e mezzadri, la dura condizione di chi da quelle terre spesso infami doveva tirare fuori ciò che serviva per pagare il padrone e tirare su la famiglia, la crisi e la fine di questo mondo rurale fatto di sudore e sangue, l'emigrazione dei giovani che giustamente non vedevano più un futuro su quelle terre, dove avevano sparso lacrime e fatica in condizioni spesso di semischiavitù, e la nuova era industriale avviata a spargere illusioni e distruzione dell'ambiente e che manterrà le promesse solo per quel che riguarda la depauperazione ambientale.
    Questo naturalmente non pone la sua personale storia in secondo piano. La sua caparbietà nell'inseguire il suo obiettivo viene premiata quando ottiene, non a caso, la laurea in glottologia; sebbene lui, non per sua volontà, avesse avuto tanti problemi con la lingua scritta e parlata, questa diventerà la sua materia di interesse fino a tornare nella sua terra per studiare l'importanza dei dialetti locali individuati come custodi delle radici comunitarie, in tempi in cui l'autorità ufficiale aveva indicato in essi una barriera da abbattere per favorire la tanto agognata integrazione nazionale.
    In ultimo, non posso fare a meno di notare come nel libro, mentre la seconda parte tratta la sua personale rivincita sulla vita e scorre bene ma abbastanza anonima, la prima parte è un vero capolavoro di bellezza, nelle sue descrizioni della natura e del suo connubio con il giovane Gavino che, se da una parte avrà sicuramente odiato il padre per il suo duro modo di imporsi, dall'altra non mi sembra che quelle bellissime pagine sulla natura di quei luoghi siano state scritte da qualcuno che quei luoghi li odiava...

    ha scritto il 

  • 4

    Storia vera dell’autore, dal giorno in cui il padre lo prelevò dalla scuola elementare, a 5 anni, per obbligarlo a fare il pastore, fino al giorno in cui, a 24 anni, si trasferisce a Salerno per avviarsi verso il diploma di liceo classico. Tutti quelli che mi avevano parlato di questo libro, ed a ...continua

    Storia vera dell’autore, dal giorno in cui il padre lo prelevò dalla scuola elementare, a 5 anni, per obbligarlo a fare il pastore, fino al giorno in cui, a 24 anni, si trasferisce a Salerno per avviarsi verso il diploma di liceo classico. Tutti quelli che mi avevano parlato di questo libro, ed anche i recensori qui su anobii, tendono a soffermarsi particolarmente sulle violenze e ingiustizie, sia fisiche che psicologiche, che questo padre usa sul figlio, fino a rendere il loro rapporto un qualcosa come padrone-servo e non, per l’appunto, padre-figlio. A mio avviso, però, l’aspetto notevole di questa storia non sta tanto in questa situazione, quanto nell’osservare il modo in cui il giovane Gavino se ne è tirato fuori. Importante è anche osservare come fa presto un ragazzo o un uomo a diventare una bestia se gli si toglie educazione e socializzazione. Abramo, in effetti, ha solo messo in pratica quello che suo padre aveva fatto con lui stesso, e suo nonno con suo padre, e così all’infinito risalendo all’indietro le generazioni. Dunque la crudeltà del padre è un fatto tutto sommato secondario, è un retaggio del passato, fa parte di altri millenni, egli è solo l’ultimo rappresentante di un mondo antichissimo, che, incredibile adirsi, è scomparso solo pochi anni fa - e il modo in cui Gavino Ledda è riuscito ad entrare nel ventesimo secolo è un’azione che assume un valore a maggior ragione eroico.

    Più in generale, il valore di questa lettura sta nella forza della sua testimonianza, mi pare del tutto superfluo mettermi a illustrarne il valore educativo; comunque non è da meno neanche la qualità della scrittura, pulita e misurata, che parte con il ritmo lento dell’infanzia, quando il tempo sembra non passare mai, per poi prendere via via il ritmo: la trasformazione/maturazione dell’autore è ben espressa con il cambiamento dei toni, del vocabolario e dei contenuti dei dialoghi e delle riflessioni.
    Significative anche le osservazioni sulla borghesia che non è tanto, o comunque non soltanto, una condizione di coloro che si sono arricchiti e detengono il potere, quanto una condizione mentale in cui si trovano gli stessi pastori, pur nella loro miseria, nell’esercitare il diritto di proprietà sul loro fazzoletto di terra e sui loro pochi averi come un contrasto esasperato tra “il mio” e “il tuo” (e mi vien da notare come questa cosa in montagna esiste ancora tutt’oggi, è davvero più radicata di quanto si pensi).
    Altro passaggio notevole è quando si parla degli emigranti, del loro rapporto di amore e odio con la propria terra, e questo si applica a tutta l’Italia dell’epoca, certo non soltanto alla Sardegna, e bisognerebbe rileggerlo anche in chiave attualizzata.
    E ancora, un altro passaggio che voglio sottolineare, è la rivelazione che la musica rappresenta per il giovane Gavino quando impara a suonare la fisarmonica: una cosa semplice come la musica, ancora oggi dai più ritenuta una cosa superflua, è quella che lo ha tirato fuori dalla sua condizione: “Sono io che sto suonando! Non mi sembra vero. Però ci debbo credere. Anch’io suono. Con volontà rozza, animalesca, ma inflessibile, le mie dita, callose e storte dalla zappa, per la prima volta ebbero l’opportunità di esprimere, alle querce secolari, la sensibilità di generazioni e generazioni mai educate alla musica. E attraverso le mie dita l’uomo delle caverne, ancora intatto dentro di me, ma sensibile in tutta la sua umanità, incominciava a raddolcirsi con la musica: a scavare dentro di sé e a scoprire che al di là dei suoi campi il mondo non finiva con l’orizzonte e che la miniera delle sue risorse sconfinava dal quel cielo che fino allora conosceva.”

    Lo scontro tra l’antico mondo ancestrale/pastorale/contadino e la contemporaneità è un qualcosa di veramente complesso, ci sarebbe da parlarne per ore e ore… quando uno pensa al cemento, allo scempio del territorio e al modo in cui l’uomo moderno insulta e distrugge gli animali e la natura tutta, allora viene da rimpiangere l’antichità; però quando si leggono testimonianze come questa di Gavino Ledda, quando si parla di fatica bestiale, di pulci e di analfabetismo, allora penso anche che non è poi tutto sbagliato nel mondo moderno… a chi vuole approfondire il tema e magari anche restare in ambientazione sarda, suggerisco di leggere Assandira di Angioni.

    ha scritto il 

  • 5

    Usato e consumato come un arnese da lavoro

    Padre Padrone è un libro magnifico e forte. Forte quanto un colpo di falce nella terra, una percossa di scure sulle spalle. Forte proprio come le violenze che il piccolo Gavino, alla tenera età di sei anni, subisce da un genitore intransigente e disumano che vive per lavorare e non tolle ...continua

    Padre Padrone è un libro magnifico e forte. Forte quanto un colpo di falce nella terra, una percossa di scure sulle spalle. Forte proprio come le violenze che il piccolo Gavino, alla tenera età di sei anni, subisce da un genitore intransigente e disumano che vive per lavorare e non tollera spargimenti di niente. Un padrone, senza la minima parvenza di un padre, che impone al figlio di abbandonare il banco di scuola per fare il guardiano del gregge, per imparare a mungere e a condurre le bestie al pascolo. Costretto ad indossare pantaloni di fustagno, scarponi e giacca, Gavino è piantato tra i campi come un cencio per impaurire gli sparvieri, esposto al pericolo degli intrusi e dei saccheggi, alle rigide leggi delle intemperie. Nel silenzio senza strepiti di un’aspra campagna, al piccolo Gavino non resta che osservare i comignoli fumiganti delle capanne vicine, come unica distrazione possibile.
    “Padre padrone” è un racconto in cui tutto padroneggia: padrone è il principio di conservazione, l’istinto di sopravvivenza e la violenza. Padroni sono quei pastori che hanno il carattere di banditi e di briganti. Padrona è la natura selvaggia dell’entroterra sardo, splendido con i suoi paesaggi, i cespugli bagnati e gli arbusti pungenti. Una natura che impera e distrugge ma capace di offrire le sue voci e i suoi silenzi con cui intenerire le spine e gli assilli. Una storia che percorre le tappe dell’educazione di un pastore, raccontata dalla voce stessa di quel bambino che si è fatto uomo e ha trovato il suo riscatto, la speranza, la rinascita lontano da una terra che non lo avrebbe più cullato né cantato, ma soltanto usato e consumato come un arnese da lavoro.

    ha scritto il 

  • 5

    Cimelio

    Un cimelio d'inestimabile valore. Gavino Ledda,nato pastore, a soli 7 anni viene strappato dalla scuola da suo padre, che lo reclama al gregge. Con la sua storia autobiografica, Ledda racconta di come le origini di un uomo non siano radici che lo possano incagliare per sempre nel luogo e nelle tr ...continua

    Un cimelio d'inestimabile valore. Gavino Ledda,nato pastore, a soli 7 anni viene strappato dalla scuola da suo padre, che lo reclama al gregge. Con la sua storia autobiografica, Ledda racconta di come le origini di un uomo non siano radici che lo possano incagliare per sempre nel luogo e nelle tradizioni della sua nascita: se si ha un progetto - quello di Gavino era imparare l'italiano e diventare uomo di lettere - e lo si insegue con tutte le proprie forze, allora tutto diventa possibile. E i sogni possono realizzarsi, anche a discapito delle persone che ci stanno accanto, anche se esse siano padri e madri.

    ha scritto il 

  • 4

    letto "secoli"fa! Dimenticato di inserirlo nella libreria (come chissà quanti altri!). Quando l'avevo letto mi era piaciuto molto e avevo poi anche apprezzato la trasposizione cinematografica

    ha scritto il 

  • 5

    Ho avuto il piacere di conoscere Gavino, ho avuto il piacere di condividere la sua voglia di emanciparsi lasciandoci solo un'idea di cosa sia essere stato pastore forzato dall'età di sei anni, sarebbe stato il suo destino, ma lui e le circostanze lo hanno salvato.

    ha scritto il 

  • 5

    Romanzo autobiografico di grande successo, è la storia di un ragazzo che già all'età di sei anni viene costretto dal padre, dispotico e violento, a intraprendere la durissima vita di pastore, dopo averlo obbligato ad abbandonare la scuola. Il contesto geografico, sociale e culturale è la campagna ...continua

    Romanzo autobiografico di grande successo, è la storia di un ragazzo che già all'età di sei anni viene costretto dal padre, dispotico e violento, a intraprendere la durissima vita di pastore, dopo averlo obbligato ad abbandonare la scuola. Il contesto geografico, sociale e culturale è la campagna desolata e isolata di un piccolo paese della Sardegna nord-orientale, Siligo, nel periodo che va tra la metà degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Sessanta. Gavino progressivamente inizia a comprendere pienamente il suo stato di sfruttamento e di schiavitù ma non si arrende, si ribella e cerca in tutti i modi di sfuggire al suo amaro destino, iniziando a studiare instancabilmente fino a raggiungere risultati e traguardi insperati. Libro bellissimo e crudo che da una parte documenta a quale livello di soggezione psicologica e fisica possa giungere un figlio quando ha un genitore accecato dall'istinto di sopraffazione e dall'altra quanto conti l'incrollabile volontà di riscattarsi.

    ha scritto il 

  • 5

    Libro bellissimo. Interessante la storia del pastore che si laurea nonostante i pareri contrari di tutto il suo paese. Ma è la prima parte del libro che mi ha veramente affascinata. Il racconto di giorni, di anni nei quali non succede quasi nulla eppure riempie le pagine in una maniera avvincente ...continua

    Libro bellissimo. Interessante la storia del pastore che si laurea nonostante i pareri contrari di tutto il suo paese. Ma è la prima parte del libro che mi ha veramente affascinata. Il racconto di giorni, di anni nei quali non succede quasi nulla eppure riempie le pagine in una maniera avvincente. Perché per il pastorello Gavino ogni foglia ha qualcosa da dire, ogni sasso ha una storia da raccontare e, come dice più volte, il suo silenzio è pieno di parole. Ho trovato molto interessante anche l'accurata descrizione dei disagi dei ragazzi sardi arrivati sul continente, prigionieri di una lingua che nessuno capiva, quasi più emarginati degli emigranti in terre straniere. Bello, bellissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    "Un capriccio della natura arrostì il giardino e lo divorò. Arrestò la corsa di mio padre. Sbrandellò il suo egoismo riducendolo a un cencio dilaniato dal gioco dei cani"

    E' un Padre padrone molto padrone e poco padre, il personaggio chiave di questo breve romanzo autobiografico.
    Un Padre padrone che, forse, prima ancora d'essere padrone, è uomo (e che, in quanto tale, merita rispetto), un uomo povero di mezzi, ma ricco di volontà, dominato da ...continua

    E' un Padre padrone molto padrone e poco padre, il personaggio chiave di questo breve romanzo autobiografico.
    Un Padre padrone che, forse, prima ancora d'essere padrone, è uomo (e che, in quanto tale, merita rispetto), un uomo povero di mezzi, ma ricco di volontà, dominato da un'ossessiva etica del lavoro, dal lontanissimo miraggio di un benessere economico impossibile; un albero, una roccia, una statua percorsa da un'energia vitale inesauribile e caparbia. Un'ombra (perché Gavino ne è accompagnato come da un pensiero costante e angoscioso) per il figlio, del quale è padrone severo, severissimo, quasi inumano; un'ombra (perché inconsistente) per la natura, che, padrona anch'essa, anzi, più di tutti padrone, si comporta secondo una logica che sfugge. Non c'è, in questa logica alogica, nessuna solidarietà né per l'uomo né per le bestie né per le piante: la natura, padrona di uomini, padrona di bestie, padrona di piante, esercita senza pietà il potere che le è stato concesso, di cancellare, con il gelo di una sola delle sue notti, la fatica e i sacrifici non di una ma di tante vite, le ore, i giorni, i mesi, gli anni trascorsi in un angolo di sogno sempre troppo piccolo, eppure reale e bello perché capace di consolare e di dare un senso al sudore ed al sangue versati.
    Sembrerebbe una storia destinata all'oblio, quella del piccolo Gavino, strappato dalla scuola a nemmeno sei anni per essere istruito al lavoro nei campi, alla pastorizia. Ledda, invece, con uno sforzo che diviene evidente solo nell'ultima parte del racconto (quella più faticosa, macchinosa, forzata), la conserva e ce la restituisce dopo aver trovato la misura e le parole giuste per far sentire al lettore il peso dell'umiliazione, dell'ingiustizia, della rabbia, dell'ostracismo e dell'invidia, ma anche il sollievo di una certa aspra e ruvida dolcezza (quella che viene dal riscatto). Il tono della narrazione, che passa con facilità dall'ironico al sarcastico, si fa, a più riprese, dolente: quando parla dell'amore per la terra o della sofferenza della sua gente, Ledda prende una voce che, segretamente, cova il pianto dentro un sussurro soffocato e prostrato, non dalle percosse, che il narratore rievoca quasi con un senso di sfida verso la mano che lo offese, ma dal troppo amore (quello che sa trasformare ogni scontentezza in una piccola gioia, quello che fa apparire l'abbandono della terra come un tradimento nei confronti della terra stessa, prima ancora che nei confronti del padre e della famiglia intera).
    Nei punti nei quali la successione dei fatti si ingarbuglia, facendosi confusa, sentiamo la ritrovata libertà di una materia narrativa che riassapora, anche se solo per un attimo, l'anarchia dell'orgine, quando non era altro che materia informe, libera, non costretta da nessuna lingua. Il ricordo trasforma, la parola dà forma ed impoverisce dal momento che anche la parola più ricca implica che qualcosa è andato perduto (Ledda ha vissuto ciò che racconta quando ancora non aveva voce, non aveva parole per ordinare i pensieri, la vita; la sua lingua, allora, era la lingua del vivere, non la lingua delle poesie, la lingua concreta delle cose, non quella astratta dei sentimenti, una lingua che, sonora poiché piena di onomatopee, somigliava incredibilmente al dialetto della natura).
    Il film ha il pregio di riuscire ad arginare e contenere le derive leggermente didascaliche del libro; asciugando la passione di Ledda, lo straripante ricordo delle grandi sofferenze provate, dei grandi torti subiti, i fratelli Taviani hanno saputo distillare in una serie di immagini accuratamente scelte, tutto il lirismo contenuto in una storia (una storia che è tante storie) come questa.

    Tre scene ricorderò a lungo di questo libro: il tappeto di cavallette adagiato sui campi, la partenza degli emigranti (la corriera paragonata ad una bara) e la disperazione del padre, non più padrone, che si aggira disperato nell'uliveto morto.

    ha scritto il 

  • 5

    Non è una biografia, un romanzo ma una poesia lunga e bellissima. Che bello quando capita un libro così. l'uomo custodisce una gemma dentro di sè ed anche nelle condizioni più avverse deve lottare perchè possa sbocciare.

    ha scritto il 

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