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Paese d'ombre

Di

Editore: Il Maestrale

4.1
(397)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 384 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8886109679 | Isbn-13: 9788886109673 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
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  • 5

    Questa è Letteratura con la L maiuscola, cinque stelle come si conviene ad un'opera di elevata caratura. Il paese del titolo è il paesino di Norbio posizionato vicino Cagliari, ma è anche l'Italia int ...continua

    Questa è Letteratura con la L maiuscola, cinque stelle come si conviene ad un'opera di elevata caratura. Il paese del titolo è il paesino di Norbio posizionato vicino Cagliari, ma è anche l'Italia intera. Le ombre sono quelle dei boschi, ma sono anche i fantasmi di una Storia che non è fatta solo di eventi gloriosi ma anche tanti eventi luttuosi e tante scelte sbagliate. Questo è uno di quei libri che raccontano La Storia: storia delle genti e delle tradizioni, storia d'Italia non per incensarla o inventarla ma per provare a spiegare com'è andata, con le cose giuste e con quelle sbagliate. Storia dal punto di vista della Sardegna, regione trattata da sempre come una sorta di colonia, una specie di optional da sfruttare o da magnificare, a seconda delle esigenze del momento. In tutto questo, come sempre, c'è anche molta attualità.
    "Quella diversità di accenti e di caratteri gli faceva pensare alla guerra, anzi alle guerre alle quali aveva preso parte, come tanti altri "per fare l'Italia unita". Ma era stato soltanto ingrandito il regno del Re sabaudo. […] La vera faccia dell'Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola - divisa come prima e più di prima, giacché l'unificazione non era stata altro che l'unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani.[…] In realtà, fra gli stessi italiani del Continente, non c'era in comune se non un'astratta e retorica idea nazionalistica, vagheggiata da mediocri poeti e da pensatori mancati." "Il governo regio e i fanatici dell'unificazione non avevano tenuto conto delle differenze geografiche e culturali, e avevano applicato sbrigativamente a tutta l'Italia un uniforme indirizzo politico e amministrativo. […] Del resto tutta l'Italia appariva come un paese di poveri, destinati a far da comparsa in un grande dramma storico. Dopo la fiammata del Risorgimento, era cominciata l'Italia istituzionalizzata dei prefetti e dei generali, l'Italia della tassa sul macinato e di Dogali, che possedeva soltanto di nome indipendenza, unità e libertà, e nelle sterili polemiche tra Destra e Sinistra si delineava già l'inetta classe dirigente che doveva accompagnarla verso la Grande Guerra e il fascismo. In questo spettacolo, solo le comparse erano uomini autentici. Forse il brigantaggio non fu altro che una rivalsa delle comparse che cercarono, per un momento, di mettersi al posto degli attori i quali, imperterriti, recitavano accademicamente la parte che si erano attribuita sul palcoscenico di Roma."

    Dunque un magnifico affresco dell'Unità d'Italia, della vita rurale, dell'avvento delle prime leghe operaie e dei primi scioperi, fino al disastro della grande guerra: a cavallo tra ottocento e il novecento, tutto questo è raccontato indirettamente attraverso le vicende della vita del protagonista Angelo Uras, da quando è ragazzino povero figlio di contadini, fino alla sua vecchiaia di capostipite di una numerosa famiglia e di persona stimata da tutto il paese, di cui è sindaco, importante proprietario terriero ma soprattutto persona intelligente e capace di moderazione e persuasione nei confronti dei propri interlocutori. La struttura è un po' la stessa che verrà riutilizzata da Crovi ne 'La valle dei Cavalieri': attraverso la vita di un protagonista e della comunità all'interno della quale egli si muove e cresce, l'autore racconta la storia d'Italia. Qui l'ambientazione è una Sardegna splendida e rurale e coperta di antichi boschi, e anche questi ultimi sono importanti protagonisti del romanzo, non meno di Angelo Uras o della Storia dell'unità d'Italia. E' Sardegna, ma in molti passaggi potrebbe anche essere un qualsiasi paesino di montagna di qualsiasi altra parte del regno appena unificato. E' il romanzo della montagna e della sua gente, dei suoi alberi e boschi e torrenti. "Erano pur sempre montanari, e dei monti si portavan addosso l'odore - quell'odore di fumo di legna, di erbe secche bagnate dalle piogge del lungo autunno; e lui li amava."
    "…la parte più antica del paese: piccole case di pietra e piccoli cortili irti di mucchi di rami secchi, di fasci di canne, di lunghe pertiche. Ogni casa, simile a un guscio annerito, prende luce da piccole finestre e dalla porta aperta direttamente sul cortile."

    Emerge bene, in ogni caso, il carattere dei sardi che hanno nell'anima un legame con gli antichi più radicato e sentito rispetto le genti del continente, che riescono a sentire e ricordare eventi accaduti mille anni fa come fossero cose di ieri l'altro.
    "- Qui gli alberi sono come ai tempi di Josto…
    - Chi era questo Josto?
    - Era uno dei nostri, che combatteva contro i romani, contemporaneo di Annibale, credo"

    E' un romanzo strutturato, composito come i grandi romanzi ottocenteschi sanno essere, solido e poetico al tempo stesso, usa un lessico attentamente ricercato e selezionato, descrive la psicologia delle persone con una sensibilità fuori dal comune.
    "Che cos'è l'amore, si chiedeva, se poi quando si soffre non si trovano nemmeno le parole giuste per consolarsi. Concluse che l'amore è muto, e che per questo si possono amare anche le bestie, che non parlano. Lei e Angelo non si erano mai detti molte parole. Si erano amati, si amavano in silenzio."

    Anche se la storia e il tono sono completamente diversi, questo romanzo si può tuttavia in qualche modo affiancare a 'Il segreto del bosco vecchio' di Buzzati per via della presenza di questi grandi boschi che sono veri e propri protagonisti della storia. Il tema dell'ecologia è messo in risalto sin dalle prime pagine e non viene mai meno durante tutta la lettura; gli alberi nascono con Angelo Uras, crescono con lui e a lui sopravviveranno. Questo stretto legame tra la vita dei boschi e la vita del protagonista vuole ricordare che è possibile l'esistenza di amore e rispetto, da parte dell'uomo, nei confronti di una natura con cui egli aveva tutto sommato ben convissuto fino all'avvento della rivoluzione industriale.
    "Aveva un'esatta cognizione del tempo, sapeva che non avrebbe potuto vivere abbastanza a lungo per vedere quelle montagne ricoperte di alberi. La stessa consapevolezza gli dava la possibilità di concepire il tempo con una dimensione infinitamente più vasta della vita degli individui, del breve ciclo entro il quale la polvere prende l'aspetto di un uomo e ritorna polvere. Ma gli alberi, per fortuna, durano di più, pensava, associandoli inconsciamente all'idea della durata che lega generazione a generazione."
    E parlando di piantare un nuovo bosco di pini:
    "-Ma chi te lo fa fare?
    - Mi piace. Fra cento anni questo paese…
    - Fra un secolo il cuore di questa gente sarà duro come è sempre stato.
    - Il cuore… l'anima… non m'importa di queste cose. Per questo non ho voluto farmi prete. "
    E infine, un'immagine degli alberi non solo come di qualcosa più forte dell'uomo ma anche capace di portare più speranza: "Oggi, quasi un secolo dopo, a dispetto della cattiva amministrazione e della lottizzazione più volte minacciata e sempre incombente, i pini sono centocinquantamila e quando il vento soffia, rumoreggiano come il mare. Salendo verso la chiesetta, se ne vedono alcuni enormi, con i rami grigiastri come sconvolti da un vento cosmico che li abbia investiti, ma come il vento eterni, indistruttibili."

    ha scritto il 

  • 5

    Vincitore del Premio Strega del 1972, è un libro che merita ampiamente un così prestigioso riconoscimento letterario. Un romanzo solido, robusto e compatto che, ambientato nell'Ottocento, racconta la ...continua

    Vincitore del Premio Strega del 1972, è un libro che merita ampiamente un così prestigioso riconoscimento letterario. Un romanzo solido, robusto e compatto che, ambientato nell'Ottocento, racconta la storia di Angelo Uras in un paesino non lontano da Cagliari, in Sardegna. La storia si snoda partendo dalla gioventù fino alla vecchiaia del protagonista, che si staglia in tutta la narrazione come una figura tenace, paziente, saggia e giusta. La sua vicenda umana e politica offre lo spunto all'Autore per affrontare i più importanti temi della vita, dall'amore alla morte, dai rapporti famigliari all'attaccamento alla propria terra e le grandi questioni politiche del suo tempo (che si ripropongono in tutte le epoche storiche!), dall'ecologia all'impegno diretto nella vita amministrativa, dal senso della giustizia alla polemica delusione per gli esiti risorgimentali. Una prosa quasi musicale ed una accurata, ma mai ridondante, ricercatezza lessicale (subsunnare, apoftegma, scrimolo, prillare, stearica, sbreccata ecc.), ne rendono ancora più deliziosa la lettura.

    ha scritto il 

  • 3

    un libro letto con intensità, in un momento di intenso desiderio di leggere; ma quali sono i motivi interni di questa attrazione? il protagonista è uno schema, così gli altri personaggi; voglio dire: ...continua

    un libro letto con intensità, in un momento di intenso desiderio di leggere; ma quali sono i motivi interni di questa attrazione? il protagonista è uno schema, così gli altri personaggi; voglio dire: buoni schemi; e si intende che la collettività è più modellata, ma anche di essa, prevalendo lo scuro sul chiaro, il risalto è debole; c'è una vicenda di nascite e di morti attendibile e convenientemente dolorosa, e una buona schiera di altrettanto attendibili intersezioni storiche e antropologiche (e da questo punto di vista la lettura è davvero istruttiva); ma l'arco della vita di Angelo Uras non tiene e non riesce a portare a compimento la finitezza vertiginosa di un tempo umano; quello che invece ora, cercando tra le fresche impressioni di lettura, mi salta con forza davanti sono la vita e la morte delle foreste, vero tema lirico dell'austero saggismo di Dessì; le scene terribili dell'abbatimento delle querce secolari, la carbonizzazione del sottobosco, la distruzione a tappeto di comunità vegetali che hanno un volto e un nome; e poi la lotta umana per salvarle, l'innesto degli olivastri, l'impianto delle pinete (e qui l'arco regge e porta la mente lontano); il paese d'ombra a cui ripenso è dunque quello che si stende sotto un manto ininterrotto di fitte, maestose chiome...

    ha scritto il 

  • 4

    Letto in età scolare qualche vita fa, dimenticato, ripreso.
    Il mio amore per Atzeni vizia il giudizio su tutti i racconti della Sardegna che mi passano tra le mani, e in questo caso mi ha fatto trovar ...continua

    Letto in età scolare qualche vita fa, dimenticato, ripreso.
    Il mio amore per Atzeni vizia il giudizio su tutti i racconti della Sardegna che mi passano tra le mani, e in questo caso mi ha fatto trovare la narrazione di Dessì un po' fredda e troppo lineare, sebbene in alcuni punti mi abbia anche commosso e coinvolto.
    Mi sono mancati gli eccessi, gli sbalzi di umore, la volgarità e la poesia della gente... ho trovato una storia composta, quasi esclusivamente focalizzata su un momento storico chiave per la mia terra: quella dell'ingresso forzato, quasi non consapevole, nel seno dell'Italia.
    In alcuni momenti mi ha fatto pensare alla Macondo di Marquez, ma senza magie e zingari, solo con il sorriso serio di Angelo Uras che galoppa verso Balanotti, sfrecciando fra i suoi amati alberi di olivo...

    ha scritto il 

  • 5

    Bello da togliere il fiato

    Il libro per eccellenza della letteratura sarda. Regge il confronto con la Deledde e, se possibile, ne viene fuori vincitore. Con uno stile e un gergo da poeta estinto, Giuseppe Dessì ripercorre il pe ...continua

    Il libro per eccellenza della letteratura sarda. Regge il confronto con la Deledde e, se possibile, ne viene fuori vincitore. Con uno stile e un gergo da poeta estinto, Giuseppe Dessì ripercorre il periodo di grande splendore minerario isolano. Ma questa è solo la cornice della vicenda di Angelo Uras, che nato povero diventa benestante per eredità, salvo poi impiegarsi per la salvaguardia dei suoi boschi, della sua terra, fino a trovare un amore maledetto che lo accompagnerà tristemente fino alla vecchiaia. Tra i primi tre romanzi più belli della mia personale classifica.

    ha scritto il 

  • 4

    Paese d'ombre

    Un capolavoro della letteratura Sarda, uno dei più bei romanzi della letteratura Italiana. Il libro offre uno spaccato storico della Sardegna che aiuta a capire molto della nostra situazione attuale. ...continua

    Un capolavoro della letteratura Sarda, uno dei più bei romanzi della letteratura Italiana. Il libro offre uno spaccato storico della Sardegna che aiuta a capire molto della nostra situazione attuale. Sconvolgenti le similitudini tra la storia di ieri e quella odierna: la stessa malagestione da parte della politica, la stessa bieca miopia della "classe borghese", la stessa ignoranza della gente che nasce da una totale assenza del concetto di stato e, con esso, di società civile.

    "Paese d'ombre" è un romanzo solido, robusto e compatto che, ambientato nell'Ottocento, racconta la storia di Angelo Uras in un paesino non lontano da Cagliari, in Sardegna. La storia si snoda partendo dalla gioventù fino alla vecchiaia del protagonista, che si staglia in tutta la narrazione come una figura tenace, paziente, saggia e giusta. La sua vicenda umana e politica offre lo spunto all'Autore per affrontare i più importanti temi della vita, dall'amore alla morte, dai rapporti famigliari all'attaccamento alla propria terra e le grandi questioni politiche del suo tempo (ma che si ripropongono in tutte le epoche storiche!), dall'ecologia all'impegno diretto nella vita amministrativa, dal senso della giustizia alla polemica delusione per gli esiti risorgimentali. Una prosa quasi musicale ed una accurata, ma mai ridondante, ricercatezza lessicale ne rendono ancora più deliziosa la lettura.

    ha scritto il 

  • 5

    Brusio nella memoria

    Ho riletto alcune pagine che avevo evidenziate e ho "snidato" frasi di pura poesia che mi hanno turbato profondamente e provocato allo stesso tempo malinconia e conforto, meraviglia e sgomento, in un ...continua

    Ho riletto alcune pagine che avevo evidenziate e ho "snidato" frasi di pura poesia che mi hanno turbato profondamente e provocato allo stesso tempo malinconia e conforto, meraviglia e sgomento, in un turbinio di sensazioni forti e coinvolgenti. E allora non ho potuto che assegnare un'altra stellina, l'ultima!

    ha scritto il 

  • 3

    Connazionale

    Il mio connazionale ha di sicuro meritato lo Strega. Non tanto per l'opera prodotta quanto, piuttosto, perché è stata sicuramente prodotta con cura, estrema capacità, e notevole stile. Il libro segue ...continua

    Il mio connazionale ha di sicuro meritato lo Strega. Non tanto per l'opera prodotta quanto, piuttosto, perché è stata sicuramente prodotta con cura, estrema capacità, e notevole stile. Il libro segue le vicende che si sviluppano attorno alla vita di un personaggio, Antonio Uras, mano a mano che questo affronta i vari stadi della vita, dalla fanciullezza alla morte. Lo segue in tutte le sue vicende e passioni, offrendoci un ritratto splendido di una terra e di un epoca non esageratamente sondati dalla letteratura del nostro tempo. Se dovessi dare una breve definizione del libro, direi che si tratta di un quadro del Fattori prodotto utilizzando le parole anziché i colori. Stupendo, per quelli cui piace il genere.

    ha scritto il 

  • 5

    Senza parole

    “Pensò che la vita è regolata da leggi irreversibili, alle quali gli uomini sono soggetti come i fili di paglia; ma non era questo il suo modo di sentire; non si era mai abbandonato sul filo della cor ...continua

    “Pensò che la vita è regolata da leggi irreversibili, alle quali gli uomini sono soggetti come i fili di paglia; ma non era questo il suo modo di sentire; non si era mai abbandonato sul filo della corrente, aveva sempre lottato contro il destino.”

    E’ la Sardegna di fine Ottocento e inizi Novecento che Dessì raffigura. Un affresco che sembra ricordare Canne al vento della Deledda.

    Un romanzo corale, come è stato detto, perché, accanto alla storia di Angelo Uras, si affiancano le storie di molti abitanti di Norbio.
    Non mi è dispiaciuta questa carrellata di personaggi introdotti poco alla volta nella storia, che sembrerebbe rendere l’opera frammentaria. M’è sembrato rispecchiasse il dispiegarsi della vita stessa: le persone entrano a far parte della nostra esistenza in momenti diversi.

    Eppure non è solo la storia di un uomo o di un paese, a ben vedere è la storia di tutto un popolo.
    Un popolo abituato all’ombra, al silenzio, il silenzio di persone che stanno zitte e pensano. Un popolo di anime oneste e testarde, eccessivamente orgogliose e discrete, di gente che non sente il bisogno di manifestazioni esteriori di affetto, di gente abituata a parole non dette e a quelle dette al momento giusto, perché spesso bastano i gesti a contenere il senso delle cose.

    C’è tutta la vita di Angelo Uras in queste pagine, dalla sua infanzia, quando viene in possesso dei beni ereditati dall’avvocato Don Francesco Fulgheri, fino agli anni della sua vecchiaia quando, ormai affaticato, ripercorre le tappe della sua esistenza, fatta di “tante cose in apparenza insignificanti che però fanno felice un uomo”.
    Ci sono immagini di storia politica e sociale della Sardegna di quegli anni: lo sfruttamento delle miniere del Sulcis-Iglesiente, lo scempio delle foreste per ottenere carbone e legna per le regie fonderie, la condizione di sudditaggio e vassallaggio del popolo sardo, “gente che era diventata italiana senza nemmeno sospettarlo e senza migliorare minimamente la propria condizione di eterni ‘vassalli’, in un’isola considerata colonia d’oltremare o terra di confino”. Ci sono immagini di “rivolte” soffocate nel sangue, come lo sciopero nella miniera di Buggerru del settembre 1904 (perché, stranamente, tutte le cose nuove iniziano a cabidanni).

    E, al tempo stesso, c’è odore di boschi, di carbone, di fiumi. C’è odore di verbena, come quello di Valentina, che lascia una traccia indelebile, quella di un amore puro, tenero, forte (tipico delle figure femminili della Sardegna).

    C’è tanto in questo libro, eppure, per me, sarà sempre e soprattutto il ricordo di questa frase …

    "Che cos'è l'amore, si chiedeva, se poi quando si soffre non si trovano neppure le parole giuste per consolarsi. Concluse che l'amore è muto, e che per questo si possono amare anche le bestie, che non parlano. Lei e Angelo non si erano mai detti molte parole. Si erano amati, si amavano in silenzio."

    ha scritto il 

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