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Papà Goriot

La Biblioteca di Repubblica. Ottocento, 29

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

4.0
(2162)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 309 | Formato: Cofanetto | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Svedese , Portoghese , Ungherese , Polacco

Isbn-10: 8889145293 | Isbn-13: 9788889145296 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Maurizio Cucchi ; Prefazione: Maurizio Cucchi

Disponibile anche come: Paperback , Altri , Tascabile economico , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati

Genere: Education & Teaching , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Quale forza governa le sorti della società moderna? Ecco la domanda di fondo della colossale Commedia Umana, opera senza precedenti nella storia della letteratura occidentale, che solo il genio letterario di Balzac riuscì a costruire. A questo quesito risponde con graffiante franchezza Papà Goriot, romanzo fra i più riusciti e famosi della raccolta. Le pur diversissime vicende dei due protagonisti, Goriot e Eugène de Rastignac, dimostreranno che nel bene e nel male esiste un'unica grande passione che segna indissolubilmente il destino umano: l'ambizione.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Un piacevolissimo Balzac, fluido e mai pesante nonostante le numerose descrizioni e digressioni; cinico ed ironico nel descriverci la società parigina del suo tempo.

    La tragica figura di papà Goriot, ...continua

    Un piacevolissimo Balzac, fluido e mai pesante nonostante le numerose descrizioni e digressioni; cinico ed ironico nel descriverci la società parigina del suo tempo.

    La tragica figura di papà Goriot, "simbolo della Paternità", non può non stringere il cuore vedendo in quale miseria affettiva lo hanno lasciato le due figlie a cui ha dato tutto, per cui si è ridotto in miseria e che lui mai condanna, anche quando viene abbandonato solo sul letto di morte.

    Un romanzo triste e che, nella semplicità della figura di questo padre troppo innamorato delle figlie, può ancora insegnare qualcosa.

    ha scritto il 

  • 5

    Continuano a dire che non c’è più niente da scrivere, con la scusa meschina di Auschwitz. Però continuano a farlo, imitandosi l’uno con l’altro e perseguendo quella ‘leggerezza’ che nella migliore del ...continua

    Continuano a dire che non c’è più niente da scrivere, con la scusa meschina di Auschwitz. Però continuano a farlo, imitandosi l’uno con l’altro e perseguendo quella ‘leggerezza’ che nella migliore delle ipotesi risulta stucchevole e che quasi sempre è oscena. Specie quando gli argomenti affrontati meriterebbero sì il distacco emotivo, ma non la fredda indifferenza del mestierante, anche se di lusso. Mi viene in mente, a mo’ di esempio, “ L’uomo che cade” di De Lillo.
    Il tutto per introdurre l’emozione della lettura di papà Goriot, quella palpitazione di adolescente che deliberatamente perseguo, ritornando a (ri)leggere questo popò di letteratura ottocentesca, russa, francese, inglese, italiana o americana, non importa. Certo, rifletto che la componente ‘amarcord’ di questa ‘pulsione’, in cui la nostalgia della giovinezza intrecciata a maglia stretta con i libri di quegli autori, possa influenzarne il perentorio giudizio di sublimità assoluta.
    Ma so, altrettanto sinceramente, che questo giudizio è obiettivo e che Papà Goriot è un capolavoro, come lo è Mastro don Gesualdo di cui è chiaramente il modello.

    Hanno un bel dire, il dandy Proust e Manzoni, l’uno che Balzac fosse volgare e l’altro un “ mestierante” .
    Sta di fatto che il destrorso, arrivista, parvenue, provinciale scribacchino (scriveva notoriamente per denaro e lottava per il diritto d’autore) riesce a tracciare della società del suo tempo un quadro desolante senza possibilità di riscatto e soprattutto senza indugi estetizzanti. Non esistono nel suo romanzo né Lucie né fra Cristoforo. Né, tantomeno, decadenti cocotte sedicenti amanti del bello che, con matrimoni giusti (un esempio a caso: una certa Odette e un certo Charles Swuann), diventano regine del gran mondo, senza rimorso o vergogna.
    I personaggi di Balzac sono tutti preda del dio denaro, che li ha corrotti o li corromperà tentandoli con i bei vestiti, le carrozze, le splendide case preziosamente arredate.

    Il buon papà Goriot, ricco pastaio, prigioniero di un amore paterno ossessivo e totalizzante, muore disperato di non avere le sue figliole ingrate al suo capezzale di morte. Non è una povera vittima ma lui stesso causa della sua disgrazia, avendo consegnato la sua progenie, anima e corpo e dote milionaria, al gradino superiore della piramide sociale: solo il meglio per loro.

    Il ventenne barone Eugene de Rostignac, della piccola nobiltà cadetta provinciale, inizia la sua formazione di futuro dandy senza scrupoli, altalenando tra veri sensi di colpa (ingenue vestigia di un’adolescenza al crepuscolo) e ipocriti casi di coscienza potendo, noi, scommettere con sicurezza quali saranno le sue scelte. A suo paragone Lucien Sorel è l’arcangelo Gabriele.

    Nulla ha di bello quella società parigina. Nessuno si salva. Servitori laidi; piccola borghesia viscida; grande borghesia corrotta e ipocrita; aristocrazia vuota, irresponsabile, impegnata in un carosello di corna, benedette dalla consuetudine ‘immorale’ di matrimoni per mero interesse.
    Classi sociali che non sono destinate a combattersi ma piuttosto ad allearsi, compattandosi in basso per denaro.
    Sono vasi comunicanti con il mondo della malavita: il fascinoso e inquietante Vautrin, il Mefistofele di Eugene, forzato evaso è l'invisibile tramite. Ricercato dalla polizia parigina, è amministratore di ingenti ricchezze illegali anche per conto di banchieri dai vizi segreti e pubbliche virtù, e la cui cattura è subordinata all’esigenza di farlo fuori per tappargli la bocca. Niente di nuovo sotto il sole. Vi ricorda per caso Calvi e Sindona, riciclatori di denaro sporco, e i loro legami mai venuti a galla con la banca di Dio?
    Nessuno è buono ma qualcuno è anche capace d'amore, però strettamente legato con il denaro, che lo sublima o lo danna. Non c’è scampo a questa condanna.
    La sofferenza, di questi uomini e donne senza ideali, è grande e autentica. Non c’è lieto fine, non ce lo aspettiamo perché non c’è possibilità di catarsi. Il linguaggio è spietatamente chiaro e non lascia spazi a interpretazioni equivoche.
    Per un lealista che si faceva beffe delle barricate del ’30 e che visse soffocato dai debiti, mantenuto da donne ricche per godere fino in fondo dei piaceri di quel mondo marcio, è una gran bella contraddizione svelare da quali individui fosse popolato.
    Ma questa è “La commedia umana”.

    Eccezionale. Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    «Io non vivo che per i sentimenti. Un sentimento non è forse il mondo in un pensiero?».

    Ammetto che, almeno fin quando non ho superato lo scoglio del primo capitolo, ero convinta che non l'avrei finito. È stato con piacevole sorpresa, dunque, che proseguendo con la lettura mi sono vista ...continua

    Ammetto che, almeno fin quando non ho superato lo scoglio del primo capitolo, ero convinta che non l'avrei finito. È stato con piacevole sorpresa, dunque, che proseguendo con la lettura mi sono vista pian piano -forse un po' troppo piano- trascinare nel delizioso vortice della narrazione tutta balzachiana di cui Il padre Goriot è, a mio parere, un esempio mirabile; mi spiego.
    Nell'introduzione di Cesare De Marchi all'edizione edita da Feltrinelli leggiamo che «Balzac è romanziere assoluto, è romanziere prima che realista [...] e per lui sarebbe più esatto parlare, non di realismo, ma di forzatura romanzesca della realtà». Per inciso, trovo che questo mini-saggio, estremamente illuminante, sarebbe da porre al termine del romanzo, piuttosto che al principio; a leggerlo prima, il suo senso sfugge, considerando anche la sua abbondanza di esempi tratti dalla vicenda stessa. Al di là di questo, è difficile pensare ad un giudizio più lucido e mirato da quello espresso nelle sue pagine, perché è vero: la prima definizione che bisogna dare di Balzac è che lui era un narratore. Il centro del suo interesse non sta nella riproduzione fedele e minuziosa della realtà che lo circonda, e neanche, al contrario di ciò che sarebbe facile credere, in quella delle psicologie umane. L'analisi di Balzac è l'analisi di un uomo che è in primis animale sociale, essere vivente plasmato a forma e somiglianza del tugurio o del palazzo entro le cui mura egli si trova a crescere. Se parla, ad esempio, di un giovane e audace studente quale in Le père Goriot è Rastignac, Balzac non cercherà di descriverci la sua audacia, ma ci parlerà piuttosto dei tentativi del ragazzo di riuscire nella sua scalata sociale, e tirerà in ballo la sua audacia solo in quanto caratteristica necessaria o quantomeno utile a riuscire in una simile impresa, in nulla inferiore a una delle cacce spietate cui un esploratore potrebbe assistere in una giungla.
    La «forzatura» di cui parlavano prima viene così a delinearsi nei suoi tratti più evidenti in scene che, in questo romanzo, lasciano il lettore basito pur esercitando su di lui un grande effetto; il più eclatante che mi viene in mente è la cacciata di madame Michonneau da parte dei pensionanti, del tutto inverosimile ricordandosi che questi ultimi sono, come dice ancora De Marchi, gente «filistea», gretta, dominata dall'interesse personale e del tutto estranei a valori superiori quali quelli che potrebbero spingerci a chiedere a gran voce che una spia, una donna macchiatasi di tradimento nei confronti sì di un criminale, ma di un uomo che con loro era sempre stato «buono», venga espulsa dalla propria casa. E via di seguito, gli esempi sarebbero molteplici; di contro, numerosi sono anche quelli in cui la tendenza di Balzac a descrivere solo "le scene" e non i passaggi intermedi che portano da un pensiero all'altro riesce particolarmente adeguata, vedasi, nel penultimo capitolo, il momento in cui Anastasie, dopo essersi bruscamente congedata dal padre e dalla sorella, rientra nella stanza con atteggiamenti del tutto rovesciato nell'umiltà più sottomessa soltanto perché il padre le firmi la cambiale.
    Da sottolineare, in ultimo, la straordinarietà della figura come quella di padre Goriot. Forse l'unico personaggio di questo quadro desolante che ha davvero intaccato in qualche modo il mio cuore.

    Per concludere, generalmente parlando non mi reputo una grande estimatrice di Balzac. Condivido totalmente il suo accesissimo e impetuoso interesse per le passioni umane, ciò che egli stesso chiama «il fattore sociale», il motore primo di ogni azione e vicenda. Mi piace il modo irruente e violento con cui ama metterle in scena, come se la vita fosse un teatro -e non a caso assegna alla raccolta monumentale delle sue opere il titolo di Commedia umana- e ammiro quella necessaria punta di cinismo con cui mostra come accanto ad ogni spiraglio di luce ci sia anche una pozzanghera d'ombra; ma preferisco che le storie mi vengano narrate con più calma, voglio assistere a tutto, ad ogni minimo passaggio, non solo ai risultati, voglio conoscere il perché e il percome di ogni singolo battito di ciglia. E Balzac, in questo, non è stato in grado di soddisfarmi.

    ha scritto il 

  • 5

    Siete forse migliore di noi? L'infamia che abbiamo noi sulla spalla è minore di quella che avete nel cuore voi, flaccide membra di una società corrotta: il migliore di voi non saprebbe resistermi.
    Se ...continua

    Siete forse migliore di noi? L'infamia che abbiamo noi sulla spalla è minore di quella che avete nel cuore voi, flaccide membra di una società corrotta: il migliore di voi non saprebbe resistermi.
    Se da una parte per Eugene de Rastignac papà Goriot è il monito morale con cui il giovane si fa scudo contro lo squallore della società moderna, Vautrin è forse il personaggio che maggiormente spicca sullo sfondo di un mondo privo di morale, con la sua sfrontatezza, i suoi modi grossolani, il suo fascino. Il mondo si rovescia, e Vautrin diventa uno dei personaggi più autentici dell'intero racconto, rispetto all'amore paterno di Goriot, che perde di significato. Tutti e tre, potenti nella loro umanità, contrastano totalmente con l'indifferenza che li circonda. L'immagine finale di Eugene che mostra metaforicamente i pugni alla città di Parigi mi ha impressionata.
    Uno tra i più bei libri che ho letto, consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    Un capolavoro. Che testo complesso e completo! La descrizione magistrale di un periodo storico tumultuoso, attraversato da profondi cambiamenti, in cui un vecchio mondo (quello legato ai valori aristo ...continua

    Un capolavoro. Che testo complesso e completo! La descrizione magistrale di un periodo storico tumultuoso, attraversato da profondi cambiamenti, in cui un vecchio mondo (quello legato ai valori aristocratici dell'Ancien Regime) si sta digregando e uno nuovo, molto più dinamico, relativistico nei suoi principi (l'utile, il profitto, l'affermazione spregiudicata dell'individuo nella società) sta uscendo allo scoperto, pur se in maniera ancora disordinata, caotica. Il romanzo ci regala poi alcune figure assolutamente indimenticabili, prima fra tutte il cinico, scanzonato furfante Vautrin, molto più vero - e perciò tanto più simpatico - dei "sepolcri imbiancati" di cui pullulavano i palazzi della nobiltà parigina.

    ha scritto il 

  • 3

    "Vedeva il mondo come un oceano di fango, dove l'uomo sprofondava fino al collo, qualora v'immergesse il piede." Questa frase, tratta dal libro, rappresenta appieno ciò che in esso è raccontato: un mo ...continua

    "Vedeva il mondo come un oceano di fango, dove l'uomo sprofondava fino al collo, qualora v'immergesse il piede." Questa frase, tratta dal libro, rappresenta appieno ciò che in esso è raccontato: un mondo di persone aride e misere, un mondo vuoto, privo di valori. Nemmeno il povero papà Goriot, il cui cuore è l'unico ad essere puro, riesce a suscitare empatia nel lettore perché in un certo senso è causa dei suoi mali: egli si fa spremere come una spugna dalle sue perfide e viziatissime figlie, fino a farsi ridurre in brandelli. Alla fine bisogna ammettere che il personaggio più simpatico risulta essere un criminale, perchè a differenza degli altri, per lo meno non è ipocrita. La prima parte del libro è abbastanza noiosa, stenta a partire, si ritrovano monologhi e pagine di riflessioni sulla società del tempo. La "mano" dell'autore è onnipresente e distoglie un po' dalla trama del romanzo. La seconda metà del libro scorre invece più veloce ma forse anche perchè avevo l'ardente desiderio che finisse.Al contrario di molti libri che arricchiscono, al termine della lettura di questo romanzo mi sono sentita privata di qualcosa, più vuota, come i personaggi dell'opera: forse Balzac mi ha trascinato un piede nell'oceano di fango ed io ci sono sprofondata.

    anche su: www.ilclubdellibro.it

    ha scritto il 

  • 5

    A nous deux maintenant !

    Capolavoro di Balzac, letto purtroppo non tutto d'un fiato come meriterebbe, ma in quelle che Susan Sontag chiamava le tasche dei giorni, pause, mezzi di trasporto, file varie, treni, aerei...

    Ho aspe ...continua

    Capolavoro di Balzac, letto purtroppo non tutto d'un fiato come meriterebbe, ma in quelle che Susan Sontag chiamava le tasche dei giorni, pause, mezzi di trasporto, file varie, treni, aerei...

    Ho aspettato per tutto il libro la scena in cui Eugène Rastignac guarda dall'alto Parigi e lancia alla città e alla sua società meschina, derelitta, impietosa, una sfida personale, gridando "A noi due, ora!", vecchio souvenir dei libri di letteratura francese del liceo, che oggi assume un significato ben più calzante.

    La storia è riassumibile in una vicenda di estremo amore paterno non corrisposto, nella Parigi povera ottocentesca, in una squallida pensione, ma Balzac, autore della memorabile Commedia Umana, appassionato studioso della varietà umana, farcisce il libro di bozzetti d'esistenze, di schizzi di personalità, il racconto è screziato di uomini e donne, ognuno con la propria fisionomia fisica e mentale, un ricco carnevale di tipi umani, con le loro bassezze e le loro qualità, nei quali, ahimè, ci si riconosce spessissimo.

    "Mais Paris est un véritable océan. Jetez-y la sonde, vous n'en connaîtrez jamais la profondeur. Parcourez-le, décrivez-le ! quelque soin que vous mettiez à le parcourir, à le décrire ; quelque nombreux et intéressés que soient les explorateurs de cette mer, il s'y rencontrera toujours un lieu vierge, un antre inconnu, des fleurs, des perles, des monstres, quelque chose d'inoui, oublié par les plongeurs littéraires".

    "Un des privilèges de la bonne ville de Paris, c'est qu'on peut y naître, y vivre, y mourir sans que personne fasse attention à vous. Profitons donc des avantages de la civilisation".

    ha scritto il 

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