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Papalagi

Discorsi del capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa

Di

Editore: Stampa Alternativa (Millelire)

4.1
(396)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 59 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Inglese , Tedesco , Svedese , Catalano

Isbn-10: 8872260728 | Isbn-13: 9788872260722 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , eBook

Genere: Fiction & Literature , Social Science , Travel

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Descrizione del libro
Tuiavii, un saggio capo delle isole Samoa, compì un viaggio in Europa agli inizi del secolo XX, venendo a contatto con gli usi e costumi del "Papalagi", l'uomo bianco. Ne trasse delle impressioni folgoranti che gli servirono per mettere in guardia il suo popolo dal fascino perverso dell'occidente.
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  • 4

    "chiunque segua il pensare fino in fondo si accorgerà sicuramente che alla fine rimane sempre come uno stupido, e deve lasciare al Grande Spirito le risposte che non può dare lui stesso".

    Avevo scritto la mia recensione senza sapere che questo libro, con tutta probabilità, appartiene al filone del ‘falso antropologico’, artificio letterario che consente di volgere su noi occidentali qu ...continua

    Avevo scritto la mia recensione senza sapere che questo libro, con tutta probabilità, appartiene al filone del ‘falso antropologico’, artificio letterario che consente di volgere su noi occidentali quello sguardo indagatore che normalmente rivolgiamo senza pudore alcuno alle culture più lontane, grazie alla finzione letteraria dello straniero che ci osserva e ci descrive. Si attua così un ribaltamento di ruoli che dovrebbe servire a mettere in discussione la percezione che abbiamo di noi stessi. A giudicare dal successo che Tuiavii e il suo Papalagi hanno conosciuto a partire dagli anni Settanta, l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto, anche se con mezzo secolo di ritardo rispetto alla sua pubblicazione nel 1920.
    A posteriori, ciò che induce anche me a pensare che si tratti effettivamente di un falso è, innanzitutto, l’assoluta mancanza di stupore nei ricordi di questo capo indigeno delle Samoa e, in secondo luogo, uno sguardo intimo sulla nostra civiltà, che, forse, soltanto un occidentale può avere.
    Il me stesso ingenuo notava infatti che il suo sguardo è straordinariamente acuto nel rivelarci le nostre debolezze e i nostri risibili tabù, e non ha nulla da invidiare ad altri, assai più noti, feroci fustigatori dei costumi occidentali. Ma ciò che più ci colpisce, perchè entra in contraddizione con i nostri pregiudizi più tenaci, è soprattutto la lucidità della sua intelligenza, che non mostra alcun cedimento di fronte alle apparenti magie della scienza occidentale e alle meraviglie della tecnica moderna, come ci aspetteremmo da un “selvaggio” semi-civilizzato, nè vi è alcuna traccia di quel carattere infantile che saremmo portati ad attribuire al pensiero “primitivo”. Anzi, Tuiavii, osservandoci attentamente, rilancia e va all’attacco, rivelandoci che i veri “bambini” siamo noi, orgogliosi di questa civiltà delle macchine che accresce enormemente la nostra potenza, con cui “il Papalagi cerca di eguagliare Dio”, incapaci come siamo di comprendere quanto sia sterile e pericolosa quest’assurda ambizione. “La macchina è un bel giocattolo dei bambini bianchi cresciuti, e tutte le sue arti non ci devono spaventare”.
    Ma l’osservazione più sconvolgente, che emerge quasi di sfuggita tra un capitolo e l’altro e trascende la pur significativa critica della sola civiltà occidentale, ed è però assolutamente logica, riguarda il grado di accettazione del sistema di valori comunemente accettato, si potrebbe dire del paradigma culturale che, pur differente da una civiltà all’altra, è posto a fondamento di ogni società. Un paradigma cui nessuno sfugge, nemmeno quelli che non ricavano alcun vantaggio, innanzitutto materiale, dalla sua accettazione: lo dimostra l’atteggiamento della gente di campagna – “La loro vita è molto più sana e bella di quella degli uomini delle fessure [ovvero, i cittadini]. Ma proprio loro non ne sono convinti e invidiano quelli che chiamano fannulloni perchè non devono chinarsi sulla terra per piantare e raccogliere i suoi frutti”. Ma, soprattutto, lo dimostrano coloro che sopravvivono ai margini della società e che, pure, non sanno sognare altra felicità che quella proposta da quel paradigma culturale che li opprime: “Solo una volta ho incontrato un uomo che aveva molto tempo e non si lamentava mai per la sua mancanza; ma quest’uomo era povero, sporco e abbandonato. La gente si teneva alla larga da lui e nessuno lo rispettava. Non riuscivo a comprendere un tale comportamento: camminava senza fretta e i suoi occhi sorridevano in modo tranquillo e amichevole. Quando lo chiesi a lui la sua espressione si alterò e disse tristemente: «Non ho saputo mai utilizzare il mio tempo e per questo sono una povera nullità disprezzata da tutti». Quest’uomo aveva tempo, ma neanche lui era felice”.
    Di fatto, l’unico modo per un individuo di sfuggire a questo sistema di valori è nell’arte o nella follia, perchè la società può accettare isolate ribellioni alla sua legge senza reazioni violente, purchè questi germi di ribellione possano essere avvolti dagli anticorpi del conformismo, come piccole cisti incapaci di minacciare l’intero organismo sociale, purchè si lascino condannare ad un esilio dalla società fatto di disgusto o di consapevolezza dell’impraticabilità di una vita come la loro: «Sì, ma quello è un artista!», «Oh certo, ma quello è matto!».
    In conclusione, l’Uomo Bianco descritto da Tuiavii porta in sè una grande sofferenza, una latente schizofrenia, ed è estremamente pericoloso perchè è in grado di contagiare della sua malattia tutti coloro che lo circondano; è irretito da demoni potenti, quali il Denaro e la Conoscenza (intesa come comprensione delle verità ultime), ed è spronato dalla folle ambizione di eguagliare Dio, per meglio dire è impegnato da lungo tempo in una guerra contro Dio e contro la Natura che lo isola anche da sè stesso e dal suo corpo. Lo dimostra l’ultima e più folle tra le idiosincrasie descritte da Tuiavii: il Papalagi ha donato a tutti quelli che ha incontrato sul suo cammino “la luce folgorante del Vangelo”, “ma tiene la luce nella mano solo per illuminare gli altri: lui stesso e il suo corpo sono nell’oscurità e il suo cuore è lontano da Dio, nonostante con le labbra lo chiami”.
    Questo scriveva il recensore inconsapevole della finzione letteraria. Devo dire: per fortuna! Se avessi saputo fin dall’inizio la verità probabilmente non avrei letto questo libro con lo stessa curiosità riguardo ciò che Tuiavii poteva pensare di noi e delle nostre abitudini di vita. E se ciò dimostra l’efficacia di questo artificio letterario, dimostra anche che il mito del buon selvaggio è qui soltanto un pretesto per spingere il lettore a guardarsi con occhi diversi. Chi non ci riesce... beh, mi spiace per lui!!

    ha scritto il 

  • 5

    "Per contro neanche l'uomo ricco sa se l'onore che gli viene tributato sia diretto a lui o solo al suo denaro. Il più delle volte è diretto al suo denaro. Per questo non capisco perché si vergognino t ...continua

    "Per contro neanche l'uomo ricco sa se l'onore che gli viene tributato sia diretto a lui o solo al suo denaro. Il più delle volte è diretto al suo denaro. Per questo non capisco perché si vergognino tanto quelli che non hanno molto metallo rotondo e carta pesante, e perché invidino il ricco, anziché sentirsi invidiabili. Non è bello e elegante appendersi al collo una pesante catena di conchiglie, e lo stesso vale per il denaro in grande quantità. Toglie il respiro e la giusta libertà alle membra."

    ha scritto il 

  • 1

    Il solito mito del buon selvaggio

    Un libro da dimenticare.
    Viene riproposto il mito del "buon selvaggio" contrapposto alla cattiva cultura dell'uomo bianco.
    Con la scusa di un'antropologia all'incontrario si ripropone il solito mito d ...continua

    Un libro da dimenticare.
    Viene riproposto il mito del "buon selvaggio" contrapposto alla cattiva cultura dell'uomo bianco.
    Con la scusa di un'antropologia all'incontrario si ripropone il solito mito dell'occidente cattivo contro uomini primordiali buoni.
    Basta studiare un po' di antropologia per sapere che questi "miti" sono falsi e fuorvianti.
    Un testo fuorviante, in tutti i sensi.

    ha scritto il 

  • 4

    Il Papalagi è l'uomo bianco. A parlare è un capo indigeno delle isole Samoa che agli inizi del Novecento fa un viaggio in Europa e poi al suo ritorno descrive ai suoi quello che ha visto.
    Naturalmente ...continua

    Il Papalagi è l'uomo bianco. A parlare è un capo indigeno delle isole Samoa che agli inizi del Novecento fa un viaggio in Europa e poi al suo ritorno descrive ai suoi quello che ha visto.
    Naturalmente a noi pare bizzarro il modo in cui ci può vedere qualcuno che non ha mai vissuto nella cività occidentale. Ne emergono una serie di spunti di riflessione sui (tanti) difetti della nostra società, che magari potrebbero dare una spinta a chi desidera migliorarsi, ma anche una lettura ironica e simpatica per chi, come me, ai difetti spesso strizza l'occhio.

    ha scritto il 

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