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Parigi-New York andata e ritorno

Di

Editore: Minimum Fax

3.5
(31)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 147 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8875212120 | Isbn-13: 9788875212124 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Francesco Pacifico ; Revisore: Andreina Lombardi Bom ; Prefazione: George Wickes

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Scritto nel 1935 e pubblicato oggi per la prima volta in Italia, questo libro nasce nel periodo di massima creatività artistica di Henry Miller e rappresenta un trait d'union ideale fra Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno.
A bordo della nave che lo riporta nell'amata Parigi dopo un soggiorno temporaneo a New York, l'«esule» Miller scrive una lunga lettera all'amico Alfred Perlès. Ne emerge un singolare documento a metà strada fra l'autoritratto letterario e l'invettiva sociale, uno sguardo trasversale rivolto allo splendore ingannevole dell'America e alla decadenza ricca di storia dell'Europa. Parigi-New York andata e ritorno è un concentrato di tutti gli elementi che hanno fatto di Henry Miller uno degli autori più amati del Novecento: la vita da bohémien, gli amori travolgenti, il sesso sfrenato, l'idillio per l'arte e la scrittura, un forte senso etico, la voglia di vivere ogni secondo con l'intensità di una vita intera.
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    Neanche fosse un Meridiano: per arrivare al libro di Miller ci vogliono quasi cinquanta pagine, e son troppe: lunga prefazione del traduttore Francesco Pacifico, profilo bio-bibliografico, bibliografia, introduzione di George Wickes (dall’edizione americana del 1991). Cinquanta pagine ancor più e ...continua

    Neanche fosse un Meridiano: per arrivare al libro di Miller ci vogliono quasi cinquanta pagine, e son troppe: lunga prefazione del traduttore Francesco Pacifico, profilo bio-bibliografico, bibliografia, introduzione di George Wickes (dall’edizione americana del 1991). Cinquanta pagine ancor più eccessive quando si scopre che il diario di Miller, scritto nel 1935 e pubblicato solo adesso, per la prima volta, in Italia, ne conta un centinaio… e quando ci si rende conto, cominciando la lettura, che sarebbe stato più utile sopprimere trenta di quelle pagine per qualche nota al testo in più. Comunque.
    Miller odiava l’America e amava Parigi, si sa (e l’America odiava Miller e Parigi no). Qui mette nero su bianco amore e odio, scrivendone a Alfred Perlès mentre rientra in Francia dopo un breve soggiorno a New York a base di sesso, alcool, povertà disperata, incontri stupefacenti e osservazione acuta. E lasciando perdere i tre quarti di vizio milleriano di cui è infarcito il libro, la parte etnografica è la migliore, scritta con la violenza di chi, attraverso le parole, vorrebbe rifarsi l’identità e l’origine.
    Miller è un osservatore trasversale: passa dai bordelli alle case borghesi, prova donne di tutti i tipi e trascorre lunghe ore per la strada a osservare chi gli cammina incontro. E sull’America, e New York in particolare, scrive cose definitive e a volte preveggenti: «All’America manca quel non so che. Dirai che sono duro con il mio paese ma, che Dio mi perdoni, è questo il problema dell’America: il non so che»; «New York è un acquaio gigante dove non ci sono che salamandre giganti e dipnoi e viscide cernie dai denti sporgenti e squali con pesci pilota a prua e poppa». E poi: l’insofferenza per gli ebrei, gli intellettuali, i costumi sessuali da impiegati e il divertimento a tutti i costi del sabato sera. E poi, naturalmente, gli americani in viaggio, con Miller, diretti in Europa per il loro primo o ennesimo grand tour. Lo scrittore li guarda bene e li descrive (qualche pagina prima si era chiesto come mai fosse così semplice riconoscere un americano), quasi volesse consegnare al mondo o almeno alla sua amata Parigi un identikit utile a individuare i “visitors” e a starne lontani. Identikit che, con Miller stesso, non c’entra nulla: quando, tutti insieme, scendono dallo stesso transatlantico, lui comincia a parlare francese…

    ha scritto il 

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    Caro Joey,


    ma che ti salta in mente di far pubblicare quelle lettere che mi hai scritto un semisecolo e passa fa, quando ti imbarcasti su quella nave piena zeppa di dannati olandesi e avevi lo stomaco perennemente vuoto o gonfio di heineken spumosa? non capisco, o forse si. la gente non av ...continua

    Caro Joey,

    ma che ti salta in mente di far pubblicare quelle lettere che mi hai scritto un semisecolo e passa fa, quando ti imbarcasti su quella nave piena zeppa di dannati olandesi e avevi lo stomaco perennemente vuoto o gonfio di heineken spumosa? non capisco, o forse si. la gente non aveva bisogno di leggere le confessioni che mi hai fatto in privato, anche se poi le tue lettere erano un traboccare della tua anima del tutto privato. non ne aveva bisogno perché ti eri già riversato del tutto in quegli assurdi pugni nella pancia che erano i tuoi tropici. o forse si. non sapevo che ce l'avevi così a morte con la tua america, piena di cose così e piena di inutilità, le ubriacate che sprecavano le tue notti e le battone tardone che tentavano di spillarti quei quarti di dollaro che mendicavi ai tuoi amici. avevi bisogno di tornare qui a parigi. quanto mi rompesti l'anima, lo sai Joey, con quel tizio che si credeva il portavoce della regina. hai sempre avuto la predilezione per i matti, e in fondo anch'io se ti ho letto, se ho sviscerato le tue righe traballanti è perché sono matto anch'io. mi auguro che le tue lettere vengano lette dai matti, o che facciano ammattire di te quanta più gente possibile.

    ha scritto il