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Parigi-New York e ritorno

Viaggio nelle arti e nelle immagini

Di

Editore: Adelphi (Saggi Nuova serie)

3.9
(9)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 743 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845926109 | Isbn-13: 9788845926105 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Graziella Cillario

Genere: Non-fiction , Da consultazione , Social Science

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Descrizione del libro
«La pubblicità, uno dei mali più grandi di questo tempo, insulta i nostri sguardi, falsa tutti gli epiteti, rovina i paesaggi, corrompe ogni qualità e ogni critica». Questa invettiva di Paul Valéry appare oggi più condivisibile che mai. E Marc Fumaroli ne ha d'improvviso piena consapevolezza «un certo mattino del settembre 2007», per strada, allorché una «minuscola conversione dello sguardo» gli permette di cogliere «l'assedio in piena regola» cui tutti noi siamo sottoposti, «presi e inghiottiti nell'e­sposizione universale, a getto illimitato e continuo, delle ultime attrazioni visive dell'arte delle arti contemporanee, il marketing». Per sottrarsi all'assedio, Fumaroli intraprende così un viaggio liberatorio, nel tempo e nello spazio, attraverso le arti visive e la storia della cultura dell'Oc­cidente: dall'antichità greco-romana di un'Europa di cui Parigi è il cuore alle immagini di una contemporaneità di cui New York è la capitale. Un itinerario sinuo­so come quello dei grandi viaggiatori del passato, che prevede soste nei luoghi più disparati e diversioni brevi o ampie, fra incontri di ogni tipo (dal Parmigianino a Duchamp a Warhol a Damien Hirst, da Chateaubriand a Baudelaire, da sant'A­go­stino a Kierkegaard, da Barnum a Buffalo Bill, da Vitruvio a Frank Lloyd Wright) – dove Fumaroli dà espressione a entrambe le sue anime: quella di erudito e quella di af­filato pamphlettista. Un viaggio per il quale il lettore gli sarà grato, purché sappia seguirlo nello spirito di quell'otium attivo cui Fumaroli dedica pagine preziose: «È nell'intervallo dell'ozio che si vede invece di intravedere, che si cerca invece di copiare, che si contempla invece di agitarsi, che si riconosce ciò che la polvere dell'im­pazienza, gli abbagli della fretta e il peso dello sforzo precipitoso nascondevano alla vista».
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  • 3

    Più che un saggio, un libro di viaggio; denso, umorale, pieno di circonlocuzioni, di una struttura ipotattica, di una dimensione immaginifica che sembra riprendere il parlato (o meglio un certo parlato da salotto letterario).
    Prendere o lasciare. A coloro che adorano l'arte contemporanea, l ...continua

    Più che un saggio, un libro di viaggio; denso, umorale, pieno di circonlocuzioni, di una struttura ipotattica, di una dimensione immaginifica che sembra riprendere il parlato (o meglio un certo parlato da salotto letterario).
    Prendere o lasciare. A coloro che adorano l'arte contemporanea, le installazioni sembrerà l'opera di un passatista, di un difensore dei classici fuori tempo massimo. Francamente sembrerà ridicolo.
    Credo che però Fumaroli dica molte cose condivisibili (da persone di buon senso) e sopratutto cerchi in qualche modo di essere una sorta di Chateaubriand (almeno quello del "Genio del Cristianesimo")dei tempi moderni nel senso che dedica notevoli energie a ricollegare la dimensione "cristiana" (diciamo cattolica) del culto delle immagini e del loro valore artistico anche per mettere in ridicolo la pretesa di certi contemporanei di fare "arte sacra".
    E' insomma un vero conservatore con un tratto francamente nobile ed elitario (nel senso migliore del termine). Per quanto ritenga che ben altri siano i lavori da leggere di Fumaroli, anche questo (che mi è costato una notevole fatica come sempre) merita una lettura distesa e prolungata.
    Se fosse umanamente possibile mi piacerebbe che lo prendessero in considerazione tanti troppi artisti contemporanei che ripetono come una litania l'adorazione per l'iper-modernità.

    ha scritto il 

  • 2

    un impianto accusatorio notevole, erudizione a camionate ma bersagli spesso troppo facili (Jeff Koons e Damien Hirst, dai!!!), conclusioni spesso solo bigotte e per un lettore straniero è troppo francocentrico.

    ha scritto il