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Partitura d'addio

Di

Editore: A. Mondadori (Oscar contemporanea)

3.8
(114)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 260 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Spagnolo , Olandese

Isbn-10: 8804586729 | Isbn-13: 9788804586722 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Elena Broseghini

Disponibile anche come: Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , Musica

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Descrizione del libro
Martin Van Vliet è un biocibernetico prossimo alla fama mondiale, le cui scoperte sembrano destinate a proiettarlo nel firmamento dei grandi scienziati. Solo due cose riusciranno a bloccare sul nascere la sua scintillante carriera: la morte della moglie e la figlioletta Lea. La bambina reagisce infatti al tragico evento con una chiusura al mondo che ben presto rasenta l'autismo. Martin non esita a dedicare la propria esistenza a quello che è il lascito più importante del suo matrimonio infranto, rinunciando al lavoro e a ogni realizzazione professionale. Ma nonostante i mille sforzi, nulla sembra aiutare Lea a uscire dal suo atteggiamento di rifiuto del mondo. Una mattina però, di fronte a una sonata di Bach eseguita da un artista di strada, i suoi occhi tornano a riempirsi di vita. Quel giorno stesso Martin compra a Lea un violino e da quel momento la bambina scoprirà in sé una passione e un talento divoranti, che faranno di lei una professionista e una grande promessa della musica. Ma dietro quello che sulle prime era sembrata la sola ancora di salvezza e l'intimo dettato del genio di Lea, si annidano sentimenti tra padre e figlia di un'inconfessabile e tragica complessità.
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  • 3

    Va be'...

    Ma è Mercier ad aver preso spunto da Zafon o il contrario? Perché l'atmosfera in cui ti precipitano le prime pagine di "Partitura d'addio" (già la traduzione del titolo è irritante) somiglia ...continua

    Ma è Mercier ad aver preso spunto da Zafon o il contrario? Perché l'atmosfera in cui ti precipitano le prime pagine di "Partitura d'addio" (già la traduzione del titolo è irritante) somiglia molto a quella indotta dai primi libri di Zafon: cupa, quasi gotica. La differenza è che Mercier sembra calcare molto di più la mano. La violinista vestita in un bizzarro stile settecentesco non si può vedere! Per suonare Bach in una stazione ferroviaria bisogna travestirsi da Rondò Veneziano? Bah!

    Quello sopra era un commento a poche pagine dall'inizio. L'accostamento violino-settecento continua. Per Mercier suonare bene il violino è una sorta di sport estremo ed estremamente pericoloso, basta uno scivolone per perdere qualcosa più della vita stessa. Tutta la parte musicale della storia è eccessiva e frutto della fantasia di qualcuno poco addentro alla musica "attiva". La ragazza protagonista è da prendere a ceffoni. O forse lo è il padre che, si deduce dal racconto, l'ha educata a non risparmiarsi finché non diventi la migliore nel perseguire la sua passione (trascurando gli altri aspetti della vita). Interessante, forse, la disamina delle rispettive nevrosi di parde e figlia, nevrosi che si alimentano reciprocamente in un distruttivo feedback. In definitiva, però, irritante.

    ha scritto il 

  • 4

    Un padre e una figlia

    “Esistono sventure di tale portata che non si possono reggere se non le si traduce in parole”

    Martin Van Vliet è uomo molto intelligente al culmine della sua carriera di biotecnologo. Non ha mai ...continua

    “Esistono sventure di tale portata che non si possono reggere se non le si traduce in parole”

    Martin Van Vliet è uomo molto intelligente al culmine della sua carriera di biotecnologo. Non ha mai desiderato figli perché maggiormente interessato alla sua affermazione professionale; nonostante ciò, ha sposato Cecile da cui ha avuto una figlia, Lea. La sua vita e la sua carriera sono però stroncate dalla morte della moglie e dal conseguente choc subito dalla figlia, che reagisce al dolore chiudendosi al mondo esterno.

    Il dramma cambia di fatto tutta la sua esistenza, in quanto Martin, senza esitazioni, rinuncia al lavoro, abbandona i sogni di gloria e di affermazione professionale e inizia a dedicare ogni minuto della sua vita alla figlia, cercando di ricreare attorno alla figlia un ambiente sereno.

    Il suo tentativo sembra per molto tempo vano fin quando, una mattina, Lea rimane letteralmente stregata ascoltando un musicista di strada che esegue una sonata di Johann Sebastian Bach. Martin nota gli occhi della figlia riprendere vita e decide di comprarle un violino, con cui la bimba scopre la sua passione per la musica. La loro vita da questo momento cambia. Lo studio del violino diventa per Lea una vera e propria ossessione che la trasforma in una grande promessa dell’arte.

    Col procedere delle pagine si scopre il dramma di un padre inadeguato, di una figlia fragile e dell'amore problematico che li unisce e li divide allo stesso tempo perché, al di là delle apparenze, i due sono fin troppo simili: egocentrici, insicuri, perfezionisti, autodistruttivi.

    Il romanzo suscita molti interrogativi: ha senso assecondare ad ogni costo le passioni e i talenti dei figli? Un uomo che non voleva essere padre può riconoscere ciò che è davvero bene per la figlia? Un padre che fa fatica ad esprimere le proprie emozioni, forse perché ha perso l'unica persona che avrebbe potuto insegnarglielo, è in grado di aiutare la figlia ad esprimere il dolore che ha dentro di sé? Può quest’uomo evitare alla figlia che la realtà divenga follia? Lea aveva alternative o la sua era l’unica scelta possibile? E Martin?

    Il romanzo mi ha ricordato vagamente Canone inverso di Paolo Maurensig: la passione per la musica e per il violino e lo stretto legame tra genio e follia sono temi su cui sono basati entrambi i romanzi.

    Di Pascal Mercier avevo già letto "Treno di notte per Lisbona" e l’avevo trovato magnifico per la profondità delle riflessioni e per l'introspezione dei personaggi; “Partitura d’addio”, nonostante non raggiunga a mio parere la bellezza del primo, contiene anch’esso i medesimi punti di forza. Il libro è permeato di una tristezza sconfinata, perché se ne intuisce subito l’epilogo tragico, ma la dignità di fronte al destino avverso e la fedeltà ai propri sentimenti lo rendono ricco di spunti di riflessione.

    ha scritto il 

  • 5

    “ Lei aveva suonato come se costruisse un’immaginaria cattedrale di suoni in cui potersi rifugiare quando non fosse più stata in grado di sopportare la vita.”

    Del tutto fortuito l’incontro fra Martijn Van Vliet e Adrian Herzog ma , quasi che la debolezza di due già valenti chirurghi ma dalle carriere ormai finite abbia fatto da catalizzatore , scatta ...continua

    Del tutto fortuito l’incontro fra Martijn Van Vliet e Adrian Herzog ma , quasi che la debolezza di due già valenti chirurghi ma dalle carriere ormai finite abbia fatto da catalizzatore , scatta fra di loro una sintonia particolare che porta il primo a rivelare il tormentoso rapporto affettivo che lo lega alla figlia Lea , ed il secondo a farsi interamente coinvolgere dalla disperazione che da quel racconto traspare . Ma la protagonista di questa storia , ancor più di Lea che pure ne è figura principale , è la sua impetuosa e totalizzante passione/ossessione per la musica , che vibra con veemenza in ogni pagina dal momento in cui le note di un violino suonato da una giovane donna mascherata vestita con colori stravaganti ed ascoltate per caso in una stazione di Berna la catturano quando era una ancora bambina. Un incantesimo che trasforma la sua vita , cristallizzata in uno stato di acuta apatia dalla morte della propria madre , travolgendone completamente il corso e , con essa , anche quella del padre . Il romanzo , che rende anche un implicito omaggio alle grandi famiglie di liutai cremonesi , (la parte dedicata all’asta è sicuramente molto “scenografica” ma a mio giudizio è anche l’unico punto debole di una narrazione per il resto perfetta ) , scorre mirabilmente in un contrappunto vertiginoso di emozioni che l’autore costruisce abilmente grazie ad un’avvincente e convincente struttura narrativa fatta di continui passaggi tra il passato dei ricordi di Martijn ed il presente della voce narrante di Adrian , percorrendo così tutte le tappe della stupefacente carriera artistica di Lea in contrapposizione con le prime avvisaglie di un suo disagio psicologico , indugiando sul suo rapporto di devozione/amore per i suoi due grandi maestri (Marie Pasteur , ma soprattutto David Levy ) , ma soprattutto scavando a fondo nella complessità dei sentimenti del padre : un coacervo di frustrazione , gelosia , sensi di colpa , dubbi , incertezze, debolezze che sembrano scaturire dalla consapevolezza di una paternità accettata , ma inizialmente subìta e non desiderata . Personaggi perfettamente a fuoco , da amare o da criticare ma sempre vivi e vicini , pagine che sorrette da una scrittura impeccabile si sviluppano con un crescendo di grandissima intensità sino alla straordinaria ed indimenticabile esibizione conclusiva , l’inevitabile e travolgente “esplosione silenziosa”, che conclude teatralmente e magistralmente l’opera. Un libro che mi ha “preso” come pochissimi altri in questi ultimi tempi ed un’eccellente scoperta di uno scrittore , prima del tutto sconosciuto ed ora fortunatamente non più tale , fatta grazie ad un’amica Anobiiana alla quale sarò eternamente debitore .

    ha scritto il 

  • 5

    L’esplosione silenziosa

    Succede a tutti che una grande angoscia non si dissolva mai, sparisca soltanto dietro le quinte per ricomparire più tardi, per nulla incrinata nel suo potere”?

    Splendido , doloroso, toccante ...continua

    Succede a tutti che una grande angoscia non si dissolva mai, sparisca soltanto dietro le quinte per ricomparire più tardi, per nulla incrinata nel suo potere”?

    Splendido , doloroso, toccante questo romanzo di Pascal Mercier. Le pagine scorrono via leggere mentre qualcosa preme il petto e non vuole andarsene dai nostri pensieri.

    La prosa elegante e rifinita dell’autore ho il dono di non risultare mai fredda, al contrario: ci consegna una visione nitida e struggente di un lento discendere nella follia.

    Esplosione silenziosa: così Martijn Van Vliet definisce la tragedia che ha colpito sua figlia. Quando la piccola Lea ha soltanto otto anni viene a mancare sua madre. Il padre, Martijn, scienziato di fama, uomo scanzonato e apparentemente forte, quasi sfrontato, subisce un doppio lutto : da una parte la perdita della moglie, dall’altra l’affievolirsi della luce negli occhi di sua figlia, che di giorno in giorno sembra spegnersi alla vita. Un dolore più lento e insidioso, questo, ma non meno corrosivo. E’ per questa ragione che un giorno, quando Lea sembra, d’improvviso, illuminarsi e riaversi al sentire il violino di un’artista di strada, Martin è ben felice di assecondare e di coltivare la nuova passione della figlia. Più volte, nel corso del romanzo, rammenterà quel momento come l’inizio della fine.

    A volte il confine fra passione ed ossessione è molto labile, e non è facile distinguerlo; persino il troppo amore di un padre può fare danno, offuscandone il raziocinio. La fragile personalità di Lea si aggrappa sempre più allo studio del violino, con tutte le sue forze, quasi fosse una linfa vitale: in pochi anni il suo esercitarsi instancabile la porterà a eccellere, a diventare una musicista famosa e prestigiosa, ma anche a isolarsi dal padre, dagli affetti , e infine dalla realtà.

    Non è sempre facile, nella mente umana, mettere paletti, delimitare con una linea netta giusto e sbagliato, sano e morboso, specie quando i confini sono labili, e qualcosa che ci aveva dato speranza sembra non essere più così salvifico, ma non ci si vuole arrendere, ci sembra di non poter tornare indietro. E’ difficile arginare qualcosa che ci ha traghettato lontano dal dolore, almeno in apparenza, almeno per un po’, anche quando si percepisce che è stato solo un miraggio, e forse un nuovo e più grande vuoto ci aspetta al varco. E’ difficile per i figli, lo è forse ancor più per i genitori; Martijn non si accorge, o forse non riesce a percepire il tenue confine che sua figlia sta per valicare, quello fra la realtà e la “ cattedrale di suoni” che Lea si è costruita come mondo parallelo, rifugio sicuro per sé e pochi eletti. Arriverà anche Martijn sul ciglio di quel burrone, in un vortice inarrestabile che travolgerà anche lui, pure uomo scaltro, razionale, lucido.

    Una scrittura che fa male, mostrandoci i nostri fantasmi , le nostre fughe e i nostri vacui rifugi per quello che sono; un libro struggente, elegiaco e bellissimo, un profondo scavare nei recessi più profondi e più bui dell’animo umano.

    ha scritto il 

  • 4

    Era la solidarietà fra coloro che, sotto la cruda luce dei riflettori, sanno come la perdita della memoria e della fiducia in se stessi, balzando fuori dal buio interiore, possa aggredirli a ogni ...continua

    Era la solidarietà fra coloro che, sotto la cruda luce dei riflettori, sanno come la perdita della memoria e della fiducia in se stessi, balzando fuori dal buio interiore, possa aggredirli a ogni istante. Andando alla ricerca di titoli di Pascal Mercier (pseudonimo di Peter Bieri), prima che esca nelle sale cinematografiche l’adattamento cinematografico del suo romanzo più noto, Treno di notte per Lisbona (2006), una delle mie letture più intense e affascinanti degli ultimi anni, ho scovato questo, che è successivo e in cui ho trovato la stessa emozionante introspezione. Il fortuito incontro tra due uomini in un caffè di Saint-Rémy-de-Provence. Scoprono di essere entrambi originari di Berna, Adrian Herzog, chirurgo, che racconta questa storia, e Martijn Van Vliet, quotato ricercatore nel campo della biocibernetica. Trovano un’affinità di fondo tra di loro che ben presto si trasforma in una rispettosa confidenza. Ognuno racconta la propria storia mentre si muovono verso Saintes-Maries-de-la-Mer, si fermano qualche giorno e fanno ritorno insieme in Svizzera. Temeva una risposta che rivelasse un uomo più fortunato di lui e con una riuscita migliore quanto a matrimonio e figli. E’ la storia di Van Vliet che tiene banco nel rapporto tra i due uomini. Quella di una figlioletta, Lea, rimasta orfana della mamma troppo presto. La bambina a lungo rimane chiusa in se stessa, fino a quando scopre una violinista che si esibisce in una stazione della metropolitana. E’ musica di Bach e per Lea è un colpo di fulmine. La chioma volava all’indietro come sotto l’effetto di una tempesta, la mano con l’archetto scostava le ciocche dal viso. Van Vliet l’asseconda nel desiderio di imparare a suonare e Lea lo ripaga con indubbio talento, anzi un mostruoso talento che le fa bruciare le tappe, prima nelle lezioni di musica alle elementari e poi presso una insegnante di violino, Marie, che per lei diviene una seconda mamma. Forse si potrebbe dire che da lei emanava un immane ‘pretendere’, avvertibile quasi fisicamente, rivolto in primo luogo a se stessa. Così Lea già alle superiori è un’apprezzata giovane concertista, soprannominata Madame Bach. La sua intransigenza nello studio è grande. Il padre la segue con trepidazione, spiando ogni suo movimento, durante gli spostamenti per i concerti in tutta Europa. L’incessante esercitarsi le diede ben presto la sicurezza necessaria e quanto più una cosa era difficile tanto più si trasformava in ossessione. Fatalmente arriva l’incontro con un affascinante professore, una ex-gloria del violino, divenuto scopritore di talenti. Per lei diviene maestro, mentore, manager, mentre Marie e il padre si ritirano nell’ombra. Lea ha ora di fronte a sé una carriera ancora più sfavillante. Alla soglia dei vent’anni suona su un prezioso Amati del 1653. Poi la crisi. Il professore le annuncia il suo matrimonio e la ragazza, forse segretamente innamorata di lui o che comunque esigeva un rapporto totalizzante, ripiomba nel buio. Non voglio questa responsabilità. Non so cosa voglia dire assumersi la responsabilità di qualcun altro. Van Vliet racconta a Herzog il calvario della figlia, l’abbandono della musica e i suoi tentativi per rincuorarla e ricondurla almeno a una vita normale. Per lei inizia a interessarsi di violini antichi, gli nasce infatti l’idea di procurarsene uno da regalarle. Così quando si presenta da Lea con un ‘Guarneri del Gesù’ del 1743 riesce a riaccenderla. Per averlo si è praticamente rovinato, ma che importa, Lea inizia una nuova prestigiosa stagione da concertista. Padre e figlia sono di nuovo insieme nelle sale da concerto di tutto il mondo, soli, come lui aveva sempre sognato. Fino alla nuova immancabile crisi. Gli parve che sua figlia fosse stata afferrata da un gigantesco ingranaggio, il gigantesco meccanismo dell’industria concertistica e ora eseguisse tutti i movimenti obbligati della traiettoria studiata dalla balistica. Sorvolo sulle pagine finali, in cui Herzog racconta come la storia di Van Vliet e della figlia Lea è finita. Credo che Partitura d’addio sia tra i più bei romanzi di ambientazione musicale che siano mai stati scritti. E’ un libro che bisognerebbe far leggere, con mille cautele, a quei genitori che idolatrano i figli musicisti e li spingono con tutti i mezzi verso una luminosa carriera. La passione per la musica può veramente divorare le persone, soprattutto nelle famiglie in cui nasce un talento cristallino. Tanto che l’autore infine si chiede se il genio di un figlio è veramente un dono oppure una maledizione.

    ha scritto il 

  • 5

    Martijn e Adrian si conoscono per caso e decidono percorrere un po' di strada insieme. Martijn gli racconta la sua storia; tanta è l'empatia che nasce tra i due che i loro pensieri si incrociano. Lea ...continua

    Martijn e Adrian si conoscono per caso e decidono percorrere un po' di strada insieme. Martijn gli racconta la sua storia; tanta è l'empatia che nasce tra i due che i loro pensieri si incrociano. Lea è la figlia di Martijn e, dopo la morte della mamma, si era spenta e anche gli occhi avevano perso il luccichio. Dopo più di un anno, in stazione con il padre, viene catturata dall'esibizione di una violinista: "era tutta occhi. E gli occhi brillavano!" "Alla luce di quel che successe in seguito e che so oggi, mi verrebbe da dire che mia figlia perse se stessa nell'atrio di quella stazione" (p.26) Perché, mi chiedevo io, ora che Lea ritrova la voglia di vivere il destino si prospetta drammatico? "Un incendio che non si poteva più spegnere?" Come può essere tanto pericolosa la passione per il violino? "Non presagivo minimamente che cosa i violini avrebbero significato per la vita di entrambi. Non immaginavo che avrebbero cambiato ogni cosa." (p.35) Martijn è ora consapevole dei momenti decisivi in cui niente avrebbe potuto tornare come prima. Sa quando qualcosa che stava per avvenire avrebbe deciso della vita di Lea e della propria. "Si può sapere com'era un tempo sapendo quel che è successo in seguito? Si può saperlo veramente? O quello che si ricava è un dopo un po' stordito dal pensiero spasmodico che si tratti di un prima?" (p.102) "Succede a tutti che una grande angoscia non si dissolva mai, sparisca soltanto dietro le quinte per ricomparire più tardi, per nulla incrinata nel suo potere? Succede anche a lei? E perché non avviene altrettanto con la gioia, la speranza, la felicità? Perché le ombre sono tanto più potenti della luce?" (p.123) Questo romanzo è ricco di poesia, di passaggi che portano a riflettere, di una tensione a volte lieve e delicata, altre struggente e potente. E io pendevo dai racconti di Martijn come Adrian. Grazie mille cara amica anobiiana per questa speciale lettura, che probabilmente altrimenti non avrei conosciuto.

    ha scritto il 

  • 5

    Un gioiello di letteratura introspettiva

    C'è un solo episodio, quello dell'asta di violini a Cremona, che appare un cedimento a un romanzesco perfino un po' ingenuo; ma per il resto il romanzo è perfetto: descrive i moti più profondi ...continua

    C'è un solo episodio, quello dell'asta di violini a Cremona, che appare un cedimento a un romanzesco perfino un po' ingenuo; ma per il resto il romanzo è perfetto: descrive i moti più profondi dell'animo, le sue contraddizioni più dirompenti, i suoi bisogni più intimi in un modo che coinvolge al punto che anche per il lettore nulla può essere più lo stesso.

    Soprattutto un lettore che sia stato figlio e che sia genitore non può restare indifferente alla storia di Martjin e di Lea e non chiedersi, infine, fino a che punto siamo arbitri delle nostre vite e dove cominci piuttosto il dominio del caso, delle circostanze e di un inconscio cieco e distruttivo.

    La storia di Martijn e Lea, sicuramente unica ed eccezionale, non è in realtà così distante dalle nostre.

    Può un padre che non voleva essere tale accudire la propria figlia da solo, riconoscendo ciò che è davvero bene per lei? Può un padre che non sa esprimere le proprie emozioni, e che ha perso troppo presto l'unica persona che avrebbe potuto insegnarglielo, impedire alla propria figlia di lasciare incancrenire dolore e paura nel profondo di sé? In cosa consiste il confine tra sanità e follia? Può un uomo, da solo, vincere se stesso ed evitare di oltrepassarlo? Può questo stesso uomo evitare che la propria figlia compia lo stesso passo fatale? Il tempo che precede la rovina può dirsi felice? C'era un'alternativa per Lea, o la sua strada era già disegnata nelle circostanze e nel dna? C'era un'alternativa per Martijn? C'è un'alternativa per ognuno di noi, e per i nostri figli?

    ha scritto il