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Passavamo sulla terra leggeri

Di

Editore: Ilisso

4.3
(554)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 208 | Formato: Altri

Isbn-10: 8887825076 | Isbn-13: 9788887825077 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
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  • 3

    STORIA IMMAGINIFICA DI EPISCOPI, GIUDICI, DONNE E FALCHI DI SARDEGNA

    LETTO IN EBOOK
    __________________
    Scrivere la storia di una grande isola sotto forma di romanzo pare impresa non priva di presunzione. Scrivere la storia di un popolo in prima persona plurale può poi ...continua

    LETTO IN EBOOK
    __________________
    Scrivere la storia di una grande isola sotto forma di romanzo pare impresa non priva di presunzione. Scrivere la storia di un popolo in prima persona plurale può poi apparire ancor più presuntuoso. Per fortuna, dopo alcune pagine il romanzo di Sergio Atzeni, “Passavamo sulla terra leggeri” (1996), abbandona questo poetico e plurale punto di vista per passare a una miriade di terze persone, episcopi, giudici e loro donne e altri personaggi che si succedono in una cascata di eventi priva di reali riferimenti cronologici (qualche personaggio pare campare anche 200 anni! Molti si somigliano tra loro, quasi confondendosi l’uno nell’altro). Personaggi che sono tutti parti di quel “noi” iniziale, che, sinceramente all’inizio mi aveva un po’ irritato, anche se vi ritovavo la pluralità soggettiva del bel romanzo “Venivamo tutte per mare” (2011) di Julie Otsuka, che narra l’epopea dell’emigrazione giapponese in America nella prima metà del XX secolo. Ben altra, però è la magia ricreata dall’autrice nippo-americana, avvantaggiata forse dall’aver scelto un arco temporale minore. Se un autore però può aver imitato l’altro, dovrebbe essere casomai alla rovescia, dato che la recente opera di Otsuka è successiva alla pubblicazione postuma del libro di Atzeni. Appare però improbabile che l’autrice d’oltremare conoscesse l’opera del sardo.
    Peraltro, poi, come si diceva, la prima persona plurale viene abbandonata presto, anche se ne rimane traccia nella narrazione immaginifica e a volte quasi astratta del romanzo, che sembra dimenticarsi del reale scorrere del tempo.
    Se di romanzo storico possiamo parlare, dobbiamo immaginarne uno assai particolare in cui si capisce l’epoca degli eventi narrati solo indirettamente per alcuni accenni vaghi alla storia nazionale meglio nota. L’approccio è più poetico che razionale e i vari episcopi e giudici che si succedono da una pagina all’altra sembrano figure mitiche, esseri fantastici partoriti dall’amplesso di una tradizione isolana con la fantasia immaginifica di Atzeni. Il risultato è una leggerezza che ricorda quella del titolo, nel senso soprattutto di mancanza di concretezza, di sostanza narrativa che trasformi la favola poetica in narrazione fluida e coerente, in testimonianza storica credibile. Libro, insomma, da accettarsi come il frutto un po’ bastardo di romanzo storico e poesia, da amare, forse, o da abbandonare frettolosamente con un moto di stizza o di noia. Romanzo che lascia di sé più che un ricordo, una sensazione.

    ha scritto il 

  • 4

    l'unica parola di cui si conosce con certezza il significato

    È s'ard, ossia 'danzatori delle stelle'.
    La storia dei danzatori è una favola bella ed oscura, fatta di sangue e di carne. Un libro prezioso

    ha scritto il 

  • 3

    Romanzo assolutamente atipico, che si dipana nell’ambiente caldo e suggestivo della cucina, come da tradizione luogo intimo intorno al quale ruotava la vita domestica.. Il racconto, quindi, procede pe ...continua

    Romanzo assolutamente atipico, che si dipana nell’ambiente caldo e suggestivo della cucina, come da tradizione luogo intimo intorno al quale ruotava la vita domestica.. Il racconto, quindi, procede per un doppio binario col testimone che diventa a sua volta narratore. Due, allora, le voci: quella del narratore orale e quella del narratore-scrittore che optano entrambi per l’uso della prima persona: l’io e il noi fusi nella comune radice sarda.

    ha scritto il 

  • 3

    Debbo dire che questo libro non mi ha particolarmente colpito... è interessante la storia, poetica la scrittura ma... tra ammazzamenti e vendette, dell'una e delle altre parti, l'ho trovato pesante. L ...continua

    Debbo dire che questo libro non mi ha particolarmente colpito... è interessante la storia, poetica la scrittura ma... tra ammazzamenti e vendette, dell'una e delle altre parti, l'ho trovato pesante. L'ho letto con una certa insofferenza per l'eterna brutalità umana, saranno passati sulla terra leggeri, gli antichi sardi, ma la crudeltà di certo non gli mancava. Interessante la modalità narrativa scelta dall'autore, con momenti di forte poeticità, e la conclusione finale adottata.

    ha scritto il 

  • 5

    QUESTO NON È UN COMMENTO...

    ....solo un invito a leggerlo o a rileggerlo.
    Comprai il libro alla sua prima a edizione ma...non lo lessi.
    Forse era destino che lo iniziassi il giorno dell' anniversario della morte di Sergio...
    Ogn ...continua

    ....solo un invito a leggerlo o a rileggerlo.
    Comprai il libro alla sua prima a edizione ma...non lo lessi.
    Forse era destino che lo iniziassi il giorno dell' anniversario della morte di Sergio...
    Ogni sardo dovrebbe leggerlo!
    Semplicemente: BELLISSIMO!

    ha scritto il 

  • 4

    Isolani/isolati - 02 giu 13

    Grazie alle indicazioni de “Il libraio” di Repubblica, avevo inserito questo libro tra quelli da cercare, prima o poi. Anche perché non sembrava (ed, in effetti, non lo è stato) di facile reperibilità ...continua

    Grazie alle indicazioni de “Il libraio” di Repubblica, avevo inserito questo libro tra quelli da cercare, prima o poi. Anche perché non sembrava (ed, in effetti, non lo è stato) di facile reperibilità. Sicu-ramente, poi, è un libro che avrei comunque messo nelle mie infinite liste, per via del ricordo dell’autore. Sergio Atzeni era un prima promettente poi maturo scrittore, mio coevo, di cui lessi dei racconti che mi lasciarono freddo, ma poi un romanzo “alla Kurosawa” su una figura di bandito anarchico che invece mi aveva coinvolto ed incuriosito (l’ottimo “Figlio di Bakunin” di cui ho parlato un paio di anni fa). Purtroppo Atzeni, messo il punto finale a questo romanzo di cui oggi parlo, viene travolto da onde impetuose mentre fa il bagno in quel di Carloforte, lasciandoci poco meno di venti anni fa. E lasciandoci soprattutto come memento e sintesi della sua opera questo testo, che non è un romanzo, ma migliaia di micro - romanzi partecipi di una cavalcata onirica che ci porta dalla Sardegna pre-istorica sino alla fine dell’indipendenza sarda. Cioè a quel 1409, pochi anni dopo la morte di una delle regnanti più interessanti della storia isolana, la giudicessa Eleonora d’Arborea, quando, nella piana di Sanluri, gli Aragonesi sconfiggono definitivamente le forze libere della Sardegna, condannando l’isola ad un futuro di sottomissione, non ancora terminato. L’idea, bella e coinvolgente, di Atzeni, è quella di istituire una categoria di persone, nominate “custodi del tempo”, che si tramandano oralmente la storia dell’isola, appunto dagli albori al 1409. Ogni trenta anni un custode nomina un suo successore e gli narra la storia. Nei tempi antichi, la narrava sino al momento che stavano vivendo. Poi, ovviamente, sino al momento che si pone a fine della libertà. L’autore immagina di essere partecipe di questo rito trentennale, ma che, allo scadere dei suoi trentanni decida di volger in scritto questa oralità, consegnandocela per l’eternità. La bravura dello scrittore è di mantenere il ritmo orale anche alla parola scritta, di fare degli intarsi per spiegare la genesi di quanto Antonio Setzu sta narrando al giovane. Ma soprattutto, con una documentazione che deve essere stata lunga, difficoltosa, e tuttavia fruttuosa, Atzeni lega e collega le vicende isolane, narrando con nomi, fatti, luoghi e avvenimenti quanto sia successo sulla terra barbaricina. Dall’arrivo di gente sull’isola, gente che non sapeva navigare e si arroccò nell’entroterra. Gente che rispondeva a nomi monosillabici (Rg, Ug, Tze, e così via). Che nomina un luogo segreto all’interno di un monte cavo. E da quella, sempre, prenderà il potere non colui che regnerà sulle terre, ma un giudice. In realtà i cosiddetti “regni di Sardegna” sono meglio noti come “Giudicati” (ed erano quattro, come le grandi ripartizione sarde dovrebbero rispettare: Logudoro, Gallura, Arborea e Calari, cioè Sassari, Olbia, Oristano e Cagliari). Ed il giudice non comanda, ma dirime i problemi della gente, che rispetta le sue sentenze. Ogni epoca ha i suoi piccoli o grandi momenti. Scoperta delle prossimità. Riti di fertilità. La fondazione di Bosa. Il grande e centrale giudicato di Arbaré (che noi conosciamo come Arborea). Il Sud con Keral (oggi Cagliari) sempre più vicina delle altre alla terra ferma. Un vangelo aramaico miracolosamente arrivato dalla Terrasanta. Le vicende personale e pubbliche di Barisone, uno dei più stimati, e dei più in difficoltà, che vede per primo la sua terra contesa ed attaccata sia dalle potenze marinare italiche, sia dagli aragonesi. Per terminare con le vicende di Eleonora, con la sua saggezza, con la promulgazione di una “Carta de Logu” che sarà il codice civile e penale dell’isola sino al cedimento ai piemontesi nel 1827. Detto così sembra un trattato di storia. Ebbene, non lo è, perché tutti i mini-racconti che Atzeni utilizza in modo auto-contenentesi, per far sì di descrivere il momento dell’accadimento, e concatenantesi, in modo che, uniti in una lunga ghirlanda, ci fanno vedere in controluce non solo la storia di un popolo, ma la genesi del suo essere. La genesi delle sue peculiarità, delle sue bontà e delle sue cattiverie. Sempre con questa scrittura che anch’essa è parafrasi del titolo: anch’essa, come il popolo sardo, passa sulla terra leggera. Utilizzando poi, con capacità e coinvolgimento, questa prima persona plurale: come se, o forse proprio perché, il popolo sardo è un collettivo di cui è bello far parte. Un popolo di cui Atzeni cerca di reinventarsi anche una lingua, dove la gente si chiamava tra loro s’ard, che vuol dire danzatori delle stelle. Bisogna proprio leggerlo!

    ha scritto il 

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