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Passavamo sulla terra leggeri

Di

Editore: Ilisso

4.3
(546)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 163 | Formato: Altri

Isbn-10: 8887825572 | Isbn-13: 9788887825572 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature , History , Social Science

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Descrizione del libro
Come un antico aedo, Atzeni regala al lettore una miriade di microstorie che immagina tramandate oralmente dai Custodi del tempo: la storia si mescola al racconto epico, al mito, alla leggenda, per narrare di un popolo antico, i S'ard, "danzatori delle stelle" provenienti dall'Oriente, e approdati in un'isola bellissima, senza nome.
Come per magia emerge da una preistoria remotissima il mistero delle origini; si anima la lunga resistenza agli invasori, cui seguono fasi storiche più vicine nel tempo, fino al tramonto della civiltà dei giudici, che segna la fine della libertà. Entro questa trama si svolge "la storia delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell'isola dei danzatori".
Il titolo evoca, in forma di idillio, l'utopia di un Eden perduto: "Passavamo sulla terra leggeri come acqua … come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli". Una singolare e irrinunciabile esperienza di lettura.
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  • 4

    l'unica parola di cui si conosce con certezza il significato

    È s'ard, ossia 'danzatori delle stelle'. La storia dei danzatori è una favola bella ed oscura, fatta di sangue e di carne. Un libro prezioso

    ha scritto il 

  • 3

    Romanzo assolutamente atipico, che si dipana nell’ambiente caldo e suggestivo della cucina, come da tradizione luogo intimo intorno al quale ruotava la vita domestica.. Il racconto, quindi, procede per un doppio binario col testimone che diventa a sua volta narratore. Due, allora, le voci: quella ...continua

    Romanzo assolutamente atipico, che si dipana nell’ambiente caldo e suggestivo della cucina, come da tradizione luogo intimo intorno al quale ruotava la vita domestica.. Il racconto, quindi, procede per un doppio binario col testimone che diventa a sua volta narratore. Due, allora, le voci: quella del narratore orale e quella del narratore-scrittore che optano entrambi per l’uso della prima persona: l’io e il noi fusi nella comune radice sarda.

    ha scritto il 

  • 3

    Debbo dire che questo libro non mi ha particolarmente colpito... è interessante la storia, poetica la scrittura ma... tra ammazzamenti e vendette, dell'una e delle altre parti, l'ho trovato pesante. L'ho letto con una certa insofferenza per l'eterna brutalità umana, saranno passati sulla terra le ...continua

    Debbo dire che questo libro non mi ha particolarmente colpito... è interessante la storia, poetica la scrittura ma... tra ammazzamenti e vendette, dell'una e delle altre parti, l'ho trovato pesante. L'ho letto con una certa insofferenza per l'eterna brutalità umana, saranno passati sulla terra leggeri, gli antichi sardi, ma la crudeltà di certo non gli mancava. Interessante la modalità narrativa scelta dall'autore, con momenti di forte poeticità, e la conclusione finale adottata.

    ha scritto il 

  • 5

    QUESTO NON È UN COMMENTO...

    ....solo un invito a leggerlo o a rileggerlo. Comprai il libro alla sua prima a edizione ma...non lo lessi. Forse era destino che lo iniziassi il giorno dell' anniversario della morte di Sergio... Ogni sardo dovrebbe leggerlo! Semplicemente: BELLISSIMO!

    ha scritto il 

  • 4

    Isolani/isolati - 02 giu 13

    Grazie alle indicazioni de “Il libraio” di Repubblica, avevo inserito questo libro tra quelli da cercare, prima o poi. Anche perché non sembrava (ed, in effetti, non lo è stato) di facile reperibilità. Sicu-ramente, poi, è un libro che avrei comunque messo nelle mie infinite liste, per via del ri ...continua

    Grazie alle indicazioni de “Il libraio” di Repubblica, avevo inserito questo libro tra quelli da cercare, prima o poi. Anche perché non sembrava (ed, in effetti, non lo è stato) di facile reperibilità. Sicu-ramente, poi, è un libro che avrei comunque messo nelle mie infinite liste, per via del ricordo dell’autore. Sergio Atzeni era un prima promettente poi maturo scrittore, mio coevo, di cui lessi dei racconti che mi lasciarono freddo, ma poi un romanzo “alla Kurosawa” su una figura di bandito anarchico che invece mi aveva coinvolto ed incuriosito (l’ottimo “Figlio di Bakunin” di cui ho parlato un paio di anni fa). Purtroppo Atzeni, messo il punto finale a questo romanzo di cui oggi parlo, viene travolto da onde impetuose mentre fa il bagno in quel di Carloforte, lasciandoci poco meno di venti anni fa. E lasciandoci soprattutto come memento e sintesi della sua opera questo testo, che non è un romanzo, ma migliaia di micro - romanzi partecipi di una cavalcata onirica che ci porta dalla Sardegna pre-istorica sino alla fine dell’indipendenza sarda. Cioè a quel 1409, pochi anni dopo la morte di una delle regnanti più interessanti della storia isolana, la giudicessa Eleonora d’Arborea, quando, nella piana di Sanluri, gli Aragonesi sconfiggono definitivamente le forze libere della Sardegna, condannando l’isola ad un futuro di sottomissione, non ancora terminato. L’idea, bella e coinvolgente, di Atzeni, è quella di istituire una categoria di persone, nominate “custodi del tempo”, che si tramandano oralmente la storia dell’isola, appunto dagli albori al 1409. Ogni trenta anni un custode nomina un suo successore e gli narra la storia. Nei tempi antichi, la narrava sino al momento che stavano vivendo. Poi, ovviamente, sino al momento che si pone a fine della libertà. L’autore immagina di essere partecipe di questo rito trentennale, ma che, allo scadere dei suoi trentanni decida di volger in scritto questa oralità, consegnandocela per l’eternità. La bravura dello scrittore è di mantenere il ritmo orale anche alla parola scritta, di fare degli intarsi per spiegare la genesi di quanto Antonio Setzu sta narrando al giovane. Ma soprattutto, con una documentazione che deve essere stata lunga, difficoltosa, e tuttavia fruttuosa, Atzeni lega e collega le vicende isolane, narrando con nomi, fatti, luoghi e avvenimenti quanto sia successo sulla terra barbaricina. Dall’arrivo di gente sull’isola, gente che non sapeva navigare e si arroccò nell’entroterra. Gente che rispondeva a nomi monosillabici (Rg, Ug, Tze, e così via). Che nomina un luogo segreto all’interno di un monte cavo. E da quella, sempre, prenderà il potere non colui che regnerà sulle terre, ma un giudice. In realtà i cosiddetti “regni di Sardegna” sono meglio noti come “Giudicati” (ed erano quattro, come le grandi ripartizione sarde dovrebbero rispettare: Logudoro, Gallura, Arborea e Calari, cioè Sassari, Olbia, Oristano e Cagliari). Ed il giudice non comanda, ma dirime i problemi della gente, che rispetta le sue sentenze. Ogni epoca ha i suoi piccoli o grandi momenti. Scoperta delle prossimità. Riti di fertilità. La fondazione di Bosa. Il grande e centrale giudicato di Arbaré (che noi conosciamo come Arborea). Il Sud con Keral (oggi Cagliari) sempre più vicina delle altre alla terra ferma. Un vangelo aramaico miracolosamente arrivato dalla Terrasanta. Le vicende personale e pubbliche di Barisone, uno dei più stimati, e dei più in difficoltà, che vede per primo la sua terra contesa ed attaccata sia dalle potenze marinare italiche, sia dagli aragonesi. Per terminare con le vicende di Eleonora, con la sua saggezza, con la promulgazione di una “Carta de Logu” che sarà il codice civile e penale dell’isola sino al cedimento ai piemontesi nel 1827. Detto così sembra un trattato di storia. Ebbene, non lo è, perché tutti i mini-racconti che Atzeni utilizza in modo auto-contenentesi, per far sì di descrivere il momento dell’accadimento, e concatenantesi, in modo che, uniti in una lunga ghirlanda, ci fanno vedere in controluce non solo la storia di un popolo, ma la genesi del suo essere. La genesi delle sue peculiarità, delle sue bontà e delle sue cattiverie. Sempre con questa scrittura che anch’essa è parafrasi del titolo: anch’essa, come il popolo sardo, passa sulla terra leggera. Utilizzando poi, con capacità e coinvolgimento, questa prima persona plurale: come se, o forse proprio perché, il popolo sardo è un collettivo di cui è bello far parte. Un popolo di cui Atzeni cerca di reinventarsi anche una lingua, dove la gente si chiamava tra loro s’ard, che vuol dire danzatori delle stelle. Bisogna proprio leggerlo!

    ha scritto il 

  • 4

    L'epica del popolo sardo, tra realtà e fantasia. Non so perché, forse per le mie letture di questo momento, ma gli isolani mi sono sembrati degli "indiani d'Italia", per come sono stati percepiti e trattati nel corso dei secoli.

    ha scritto il 

  • 5

    Poetico ed epico questo libro che racconta una storia favolosa eppure profondamente autentica della Sardegna. La ricostruzione attraverso la narrazione orale tramandata da un "custode del tempo" all'altro è talmente verosimile da contribuire a rendere ancora più vera la narrazione. Nel mito e nel ...continua

    Poetico ed epico questo libro che racconta una storia favolosa eppure profondamente autentica della Sardegna. La ricostruzione attraverso la narrazione orale tramandata da un "custode del tempo" all'altro è talmente verosimile da contribuire a rendere ancora più vera la narrazione. Nel mito e nella favola coesiste stranamente la sostanza della verità, al punto che la storia oggettiva traspare facilmente attraverso la trama fiabesca. Personaggi e luoghi descritti in modo indimenticabile ed un grande amore e senso di appartenenza alla propria terra sono le caratteristiche peculiari di questo autore purtroppo così prematuramente scomparso. La "cornice", diciamo così del romanzo è la narrazione che avviene in forma orale della storia della Sardegna dal vecchio "custode del tempo" al giovane che dovrà sostituirlo. La voce narrante è quella del vecchio che racconta la Storia della Sardegna, mentre il giovane racconta a tratti come e dove si svolge il racconto. La storia, e soprattutto le sue origini, è mitizzata e favoleggia di un popolo detto dei s'ard (che significa danzatori delle stelle) che giungono sull'isola da un non meglio identificato paese orientale. Le vicende raccontate arrivano fino al 1409, data dell'ultima battaglia combattuta dal Regno di Arborea, ultimo giudicato superstite, contro i catalano-aragonesi, che segnò la fine della libertà per il popolo Sardo. Il titolo, così suggestivo ed evocativo, è preso dalle parole dette all'inizio del racconto dal vecchio custode del tempo per descrivere la libertà e la gioia dei s'ard. Era il tempo felice della libertà: «Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta».

    ha scritto il 

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