Pastoral americana

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Publisher: Debolsillo

4.2
(6087)

Language: Español | Number of Pages: 510 | Format: Mass Market Paperback | In other languages: (other languages) English , French , Italian , Russian , German , Dutch , Slovenian , Portuguese , Swedish , Catalan , Finnish , Czech , Greek

Isbn-10: 9875662313 | Isbn-13: 9789875662315 | Publish date: 

Also available as: Others , Paperback

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Book Description
Seymour Levov, modelo a seguir por todos los muchachos judíos de New Jersey, gran atleta y mejor hijo, sólido heredero de la fábrica de guantes que su padre levantó desde la nada, ha rebasado la mitad del siglo XX sin conflictos que puedan estropear su dorada Arcadia, una vida placentera que comparte con su hermosa mujer Dawn, ex Miss New Jersey, y con su hija Meredith. Y es en ese preciso momento, con su vida convertida en un eterno día de Acción de Gracias en el que todo el mundo como lo mismo, se comporta de la misma manera y carece de religión, cuando el Sueco Levov verá derrumbarse estrepitosamente todo lo que rodea.
Pastoral americana es un relato lúcido que pone en tela de juicio los valores de la sociedad norteamericana y su capacidad de permanencia durante el conflictivo final de los felices sesenta; con la intervención estadounidense en la guerra de Vietnam como telón de fondo.
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  • *** This comment contains spoilers! ***

    1

    Prolisso e frustrante

    Il romanzo narra la storia della progressiva disgregazione di una famiglia apparentemente perfetta, e della crisi dei valori tipicamente americani sui quali essa si era fondata. Può sembrare una stori ...continue

    Il romanzo narra la storia della progressiva disgregazione di una famiglia apparentemente perfetta, e della crisi dei valori tipicamente americani sui quali essa si era fondata. Può sembrare una storia promettente, ma purtroppo la narrazione soffre - opinione personale - di evidenti problemi che la rendono a tratti noiosa ed innervosente.
    Innanzitutto, l'espediente narrativo: inizialmente, la storia è narrata in prima persona dal personaggio di Nathan Zuckerman, uno scrittore, e si apre con la descrizione di un suo compagno di liceo (un ebreo americano, Seymour Levov detto "Lo Svedese", formidabile sportivo e idolo della scuola negli anni '40).
    Subito appare evidente l'ossessione morbosa e perpetrata negli anni dello scrittore per questo Svedese, nonostante i due personaggi non abbiano mai avuto troppa confidenza. Tuttavia, in vecchiaia, lo Svedese cerca (inspiegabilmente) lo scrittore, deciso a raccontargli le tragedie della sua vita.
    Zuckerman, da sempre convinto che "La vita, per lo Svedese, si stava davvero srotolando come un morbido gomitolo di lana."(cit.), non se lo fa ripetere due volte, roso dalla curiosità. Ma Levov (inspiegabilmente, ancora) cambia idea e decide di non raccontargli nulla.
    Ad ogni modo, la curiosità del narratore, nonché del lettore, viene quasi immediatamente soddisfatta: tempo dopo, ad una (alquanto tardiva) rimpatriata tra compagni del liceo, il fratello dello Svedese racconta a Zuckerman gli eventi salienti della vita di Seymour, nel frattempo deceduto. Si scopre che lo Svedese ha diretto con successo l'industria guantaria del padre, sposato Miss New Jersey da cui ha avuto una figlia, (deceduta da qualche anno), la quale in gioventù (fine anni '60) è stata una ribelle estremista che ha piazzato una bomba in un emporio, uccidendo una persona e compromettendo per sempre la serenità della sua famiglia. Lo Svedese si è poi rifatto una vita.
    Stop. Questo è tutto. Peccato che manchino ancora circa 300 pagine alla conclusione del romanzo!
    A questo punto, il personaggio dello scrittore scompare bruscamente e definitivamente: quello che segue è sua una immaginaria ricostruzione di quella che può essere stata la vita dello Svedese, sulla base di articoli di giornale, visite nei luoghi della vita dell'uomo, e della maniacale ossessione di cui sopra.
    Questo espediente è altamente frustrante per il lettore, che si ritrova spesso a ricordare che dialoghi, luoghi, situazioni, dettagli di ogni tipo (anche i più scabrosi) non appartengono alla realtà dei fatti ma sono filtrati dalla fantasia di Zuckerman e dal suo pseudo-voyeurismo tardivo.
    La variabilità della tecnica narrativa ha costituito, a mio avviso, un altro elemento di disturbo: ad eccezione della parte introduttiva narrata da Zuckerman, la vita dello Svedese è narrata quasi sempre in terza persona ma, in alcuni tratti, la narrazione passa bruscamente e fastidiosamente in prima persona dal punto di vista dello Svedese.
    La storia si regge malferma sui pochi elementi accennati in precedenza. Per il resto, inciampa continuamente in noiose digressioni fini a sé stesse, sui partecipanti alla rimpatriata, su personaggi secondari gravitanti attorno ai Levov, sul baseball, sull'esperienza nei Marines, sull'industria dei guanti e sui suoi processi produttivi descritti minuziosamente.
    In più, per tutto il romanzo si assiste alla martellante ripetizione dello stesso concetto: perchè capitano queste disgrazie a chi ha seguito la retta via per tutta la vita? (non tanto diverso da quanto asseriva Manzoni nei Promessi Sposi un paio di secoli prima "...conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani..."), concetto talvolta espresso nella sua variante patriottica, con l'America come ingenuo sinonimo di felicità: perchè una persona decide di voltare la spalle all'America, dissacrando tutti quei valori che avevano consentito alla sua famiglia di affermarsi e condurre una vita perfetta?
    Ed è così che si conclude il romanzo, insistendo su questo concetto per l'ennesima volta, troncando la storia come se, nel bel mezzo di un elaborato esercizio di scrittura, l'autore si fosse improvvisamente stufato. Il lettore resta insoddisfatto: i punti fermi della vicenda li conosceva dall'inizio, tutto il resto è un fantasioso ricamarci sopra che non aggiunge, anzi, a volte confonde. Situazioni non spiegate (Perchè lo Svedese aveva cercato Zuckerman?), personaggi poco chiari (vedi Rita Cohen), questioni lasciate aperte (Come affronterà lo Svedese la fine del suo matrimonio e ciò che verrà dopo? Che ne è stato di sua figlia? Quando e in che circostanze è morta?). Ma, tanto, non sarebbe stato raccontato il vero corso delle cose.
    In sostanza: è stata una lettura faticosa, sofferta in alcuni tratti, ogni tanto sospesa con frustrazione, ma prontamente ripresa con l'intenzione di dare fiducia ad un romanzo che, dopotutto, ha vinto il Pulitzer. Ne è valsa la pena? Non credo, ma trattandosi di un'opera considerata quasi all'unanimità un capolavoro, riconosco che probabilmente sono io a non essere in grado di coglierne la grandezza.
    Mi chiedo solo: non sarebbe stato più semplice far narrare allo Svedese la sua vita, quella vera? E condensare la vicenda nella metà delle pagine?

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  • 5

    L'America che si sgretola

    L'america ricoperta di buonismo e di perbenismo si sgretola e non è un caso che sia un guantaio (che con tanta cura provvede a ricoprire la pelle umana) a ritrovarsi nudo e non preparato al peggio.Un ...continue

    L'america ricoperta di buonismo e di perbenismo si sgretola e non è un caso che sia un guantaio (che con tanta cura provvede a ricoprire la pelle umana) a ritrovarsi nudo e non preparato al peggio.Un pugno nello stomaco scritto con dovizia di cura e particolari e grande scrittura. Un pugno nello stomaco che fa tanto male perchè tanto attuale

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  • 4

    Lo confermo: Roth è uno dei miei autori preferiti. Mi piacciono all'inverosimile le pagine così piene di pensieri e concetti a cui occorre prestare una attenzione costante. Trovo che questo autore col ...continue

    Lo confermo: Roth è uno dei miei autori preferiti. Mi piacciono all'inverosimile le pagine così piene di pensieri e concetti a cui occorre prestare una attenzione costante. Trovo che questo autore colga perfettamente la complessità dell'animo umano. Gli interrogativi che si pone il protagonista del romanzo sulle vicende drammatiche che sconvolgono la sua vita costruita su un'apparente perfezione, counvolgono il lettore dall'inizio alla fine. Un ritratto di una certa società americana, ma non solo, anche i pensieri che potrebbero sconvolgere ognuno di noi.

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  • 3

    Travatura in brutta mostra

    Nel 1899 usciva nelle librerie I Buddenbrook – decadenza di una famiglia, racconto della crisi esistenziale che colpisce, come morbo ereditario che si rafforzi di generazione in generazione, gli ultim ...continue

    Nel 1899 usciva nelle librerie I Buddenbrook – decadenza di una famiglia, racconto della crisi esistenziale che colpisce, come morbo ereditario che si rafforzi di generazione in generazione, gli ultimi semi spezzati dell’illustre nome destinato all’oblio; e vi si scopre in trasparenza, quasi a dubitarne la presenza, l’estensione dell’impresa che straborda in parabola e colpisce coi foschi colori del ritratto di un’intera classe sociale colta nel momento della caduta. La reazione tipo è più o meno questa: “Oh ma guarda, io sto qui ad interessarmi dei protagonisti, a condividere angosce e dolori, a sentirmi denudato dall’autore nell’afferrare similitudini finora inviolate fra il mio animo e quello di Tom o Hanno, e invece… ops! vuoi vedere che sto furbacchione di Mann vuol riferirsi ad altro? Che bello ‘st’effetto vedo non vedo!”

    Un secolo più tardi Philip Roth scrive Pastorale Americana, nelle intenzioni anch'esso un lavoro che fotografa la società attraverso l'invenzione letteraria.

    L’antefatto: Seymore Levov, detto lo Svedese, ebreo figlio di immigrati, è un nerboruto ragazzone biondo (me lo sono figurato come Flash Gordon) che eccelle in rugby baseball basket (la triade sportiva a stelle e strisce) tanto da ricevere profumate proposte di ingaggi sportivi responsabilmente declinate per portare innanzi la multimilionaria attività familiare. Dopo un’infatuazione per il corpo dei Marine s’accoppia con una bellissima biondina aspirante Miss America per formare una famigliola felice.
    In pratica una spremuta in piena regola di stereotipi marcati U.S.A. Levov e family sono simboli ambulanti, talmente impegnati a rappresentare da scordarsi di essere. E che essi servino a dimostrare una tesi Roth non ci tiene a nasconderlo, giacché la figlia adorata, tenero virgulto balbuziente, appena si scopre in possesso di un cervello profonde ogni grammo di energia per ripudiare qualsiasi valore nazionale, stigmatizza il capitalismo e protesta contro le vittime vietnamite dell’esercito statunitense.

    Ne I Buddenbrook, Tom avanza il primo passo nel vuoto con la scoperta di una regione interiore sede di voragini spirituali da cui echeggiano dubbi dentuti che gli rosicchiano i paraocchi appannaggio della rampante borghesia. Allo Svedese occorre, in pieno stile Hollywood, nientemeno che una vera e propria bomba per darsi una svegliata. E a piazzarla è proprio la figlia, e, nel ruolo puramente ideale di antitesi americana, Roth la fa addirittura seguace del giainismo... Cribbio, nemmeno un briciolo di maledetta sottigliezza? Costoro mancano di respiro e di secrezioni, non lasciano impronte perché non hanno impronte da lasciare. Sono statue d’argilla tra le cui labbra il dio ha scordato di soffiare l’alito di vita.

    L’espediente di Roth/Zuckerman impegnato nel tentativo di recuperare il cataclisma interiore dello Svedese dietro l’invulnerabile smalto vorrebbe contagiarci, a strategica introduzione, col sentimento di incredulità dinanzi all’inconoscibilità degli altri individui, ma per quanti sforzi faccia lo Svedese resta il sempliciotto che sembra, piano dentro e fuori, un tontolone che si strugge per la figlia, che non arriva al fondo di alcun ragionamento o sia davvero capace di mettere in discussione i valori a basamento della sua esistenza. Soltanto inutile e ridondante disperazione fine a se stessa. E per cosa poi? Per dire che il sogno americano in realtà è una cazzata americana? Che gli americani difendono a pugni serrati le apparenze nascondendo lo sporco sotto il tappeto? Che ogni pernicioso male affligga la società statunitense corrisponde ai sintomi di una patologia negata che porta il nome di narcisismo acritico? Forse oltreoceano questa potrebbe essere venduta come grande rivelazione, ma nel resto del mondo civilizzato sono in pochi a credere ancora all’olimpico fanatismo statunitense, ad una società che si dichiari pressoché infallibile.

    La facile sensazionalità della prosa evidenzia la tensione dell’autore verso una grandezza che resta a debita distanza dalla sua penna. Mentre leggendo Lamento di Portnoy avevo almeno gustato l’ineffabile equilibrio quasi marziale della prosa, in Pastorale Americana sulla pagina regna il caos. Nomi di strade, nomi di vie, nomi di ditte, nomi di persone che hanno fatto cose, nomi su nomi di un convulso appello; aggettivi ammonticchiati senza criterio, tautologie e ripetizioni degli stessi poveri concetti. Stile che alcuni scrittori statunitensi contemporanei sembrano prestarsi a vicenda (sono sicuro di aver letto uno libro di Auster altrettanto sgraziato).

    Ne I Buddenbrook la critica sociale fornica con l’arte e genera un capolavoro. In Pastorale Americana la critica sociale si trucca da cronaca nera e si spaccia per letteratura.

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  • 4

    Forse l'opera più famosa di Philip Roth, è quella che sicuramente ne contiene i tratti salienti: protagonista comune (ebreo, della provincia americana), che conduce una vita solo apparentemente comune ...continue

    Forse l'opera più famosa di Philip Roth, è quella che sicuramente ne contiene i tratti salienti: protagonista comune (ebreo, della provincia americana), che conduce una vita solo apparentemente comune: "apparentemente" perchè scavando all'interno del presente e del passato del personaggio ci si rende conto delle falle, dei problemi, degli errori che forse ogni esistenza contiene. E più si scava più si affonda assieme al personaggio.

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  • 0

    RECENSIONE COMPLETA QUI: https://fluffybookclub.wordpress.com/2017/02/07/recensione-pastorale-americana-di-p-roth/ In questo romanzo - premio Pulitzer nel 1998 - l'autore fa a pezzi il tanto ambito so ...continue

    RECENSIONE COMPLETA QUI: https://fluffybookclub.wordpress.com/2017/02/07/recensione-pastorale-americana-di-p-roth/ In questo romanzo - premio Pulitzer nel 1998 - l'autore fa a pezzi il tanto ambito sogno americano con una storia fatta di profonde illusioni, che offre la visione di una realtà diversa da quella che spesso ci limitiamo a conoscere solo superficialmente. Pastorale americana è un titolo antifrastico, che ci preannuncia una storia all'apparenza perfetta - quella del protagonista "lo Svedese" - che si rivela pregna di dolore e di amarezza. Philip Roth si dimostra abile nel descrivere alla perfezione l'animo dei protagonisti del suo romanzo, tanto da diventare quasi morboso nel cercare di farceli conoscere al meglio , rendendo così un pochino macchinosa la lettura, sopratutto nel finale. Rimane comunque uno dei romanzi che non può mancare nella vostra libreria .

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  • 4

    Nella vita fare tutto per bene non basta, ma forse va ancora fatto

    Un libro che già prima di avvicinarti sai che ti impegnerà, anche se non sai ancora perché. Un libro che quando lo inizi ti ritrovi a inarcare le sopracciglia tra tutti quei riferimenti alla cultura e ...continue

    Un libro che già prima di avvicinarti sai che ti impegnerà, anche se non sai ancora perché. Un libro che quando lo inizi ti ritrovi a inarcare le sopracciglia tra tutti quei riferimenti alla cultura ebraica del New England e di New York in particolare, ma senza l'ironia di un Woody Allen. Che ti domandi se il Pulitzer l'abbia preso solo perché è un buon vecchio oratore d'elite che parla di comunità culturali americane agli americani, e quindi tu c'entri poco e sai già che farai fatica a seguire ed ad appassionarti. E che ti inizia a parlare di un uomo bello, bravo, forte, perfetto, lineare e magari un poco insulso, lo stereotipo senza spessore di un WASP americano.

    E quella è la trappola, per cui ti avvicini senza timori. Perché poi ti trovi altrove. Intanto sei già sorpreso nel trovarti in una America di terrorismo interno ai tempi del Vietnam ai più sconosciuta. E poi ti trovi in complesse dinamiche familiari e non, padri saggi ma arcaici e ingombranti, fratelli non fraterni e amici poco amichevoli, donne bellissime che al tuo fianco da una vita non hai mai compreso del tutto, figli che nonostante tutto il tuo amore impotente trovano il modo di perdersi, tutti analizzati come dal terapeuta, e che ti raccontano di come tutto sia (e sia sempre stato) più complicato, nonostante la narrazione pubblica che se ne fa tra i sorrisi. E di come le cose, col tempo, possano solo cambiare in peggio, anche se fai finta di nulla, anche se hai la volontà e (credi) anche la forza di resistere. Tu fai tutto per bene, e le cose (che secondo 'stupidi schemi superati' diremmo ingiuste) accadono.

    Perché nella vita di oggi (ma forse di sempre, nonostante ciò cui preferiamo credere), fare le cose per bene, essere una persona mentalmente ottimista e positiva e giusta, e fare di tutto perché ciò sia la base di una vita felice, di affetti e valori, di benessere e di crescita non porta sempre al premio e non viene più riconosciuto come un valore. Chi ancora ci crede e ci prova, e resta sconvolto ad ogni segno che il mondo non è come dovrebbe essere, non è una persona come tutte le altre, come sarebbe bello tutti fossero. E' in realtà un eroe solitario (e sconfitto), continuamente smentito e deriso dalla vita.

    Ma, nonostante tutto, è una stella nel buio, che è una cosa bella. La stella dello Svedese, che in realtà non è poi così stupido e che si consola e forse anche cerca di capire e si adegua un poco, e trova il proprio senso brillando di luce propria, magari trovando anche il modo di accettare e di reagire alle proprie incolpevoli sconfitte. Anche fosse solo per se stesso e quei valori che si stanno perdendo, in America come altrove. E che è stato (ora lo sappiamo) un peccato mortale perdere, un errore senza ritorno.

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