Pastorale americana

Di

Editore: Einaudi (Super ET)

4.2
(6207)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 458 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese , Russo , Tedesco , Olandese , Sloveno , Portoghese , Svedese , Catalano , Finlandese , Ceco , Greco

Isbn-10: 8806174118 | Isbn-13: 9788806174118 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Vincenzo Mantovani

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Seymour Levov è alto, biondo, atletico: al liceo lo chiamano «lo Svedese». Ebreo benestante e integrato, ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e di gioie familiari.
Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam, esplose negli Stati Uniti, non coinvolgono anche lui, e nel modo piú devastante: attraverso l'adorata figlia Merry, decisa a «portare la guerra in casa». Letteralmente. Ma Pastorale americana non si esaurisce nell'allegoria politica; è un libro sulla vecchiaia, sulla memoria, sull'intollerabilità di certi ricordi.
Lo scrittore Nathan Zuckerman, fin dall'adolescenza affascinato dalla vincente solarità dello Svedese, sente la necessità di narrarne la caduta. E ciò che racconta è il rovesciamento della pastorale americana: un grottesco Giudizio Universale in cui i Levov, e i lettori, assistono al crollo dell'utopia dei giusti, al trionfo della rabbia cieca e innata dell'America.
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  • 4

    Mi è capitato poco tempo di scrivere che in Anna Karenina c’è tutto, il mondo, l’umanità, l’universo. Anche nel romanzo di Roth ho trovato quasi tutto e più di tutto. Forse troppo. C’è l’America ...continua

    Mi è capitato poco tempo di scrivere che in Anna Karenina c’è tutto, il mondo, l’umanità, l’universo. Anche nel romanzo di Roth ho trovato quasi tutto e più di tutto. Forse troppo. C’è l’America degli anni 50 60 (e anche dopo) con i suoi strati di varia umanità, le sue origini multiformi e sedimentate, i suoi valori, la sacralità dei credi religiosi e del denaro, l’etica del lavoro e della famiglia, la casa, il college, la sicurezza nel la possibilità illimitata del controllo sulla propria vita, il convincimento infantile e un po’ottuso della superiorità della propria civiltà.
    Tutto questo era lo Svedese, un concentrato di fiducia in sé e in ciò che creava, di fede nel Progresso dei singoli e della Storia, lui che era stato baciato dalla natura e dalla sorte, bello, forte, ricco, buono e generoso. Che appartenesse ad una famiglia ebraica non ha molto peso nella storia, così erano i Wasp e i cattolici come sua moglie. Era americano, born in U.S.A negli anni 20. Ma la storia va avanti, nella superficie si apre qualche crepa, più o meno profonda: il Vietnam, Johnson boia, la rivolta dei ghetti. Anche il terrorismo, se pure è stato meno attivo che da noi o in Germania. E la storia che va avanti si insinua nella dimensione privata, la sua amatissima figlia è coinvolta, e spezza lo Svedese che non può credere che qualcosa non sottostia alle leggi di causa ed effetto, che qualcosa sia sfuggito alla logica, alla dirittura della morale, dell’educazione. Alla razionalità rocciosa. All’idillio della sua vita familiare si sostituisce la mancanza di senso. Roth va giù duro, con crudeltà su come si spacca in mille pezzi la bolla in cui viveva lo Svedese.
    Ecco il troppo: Roth rivela compiacimento nel caricarlo di tormenti da cui il personaggio non sa uscire ,lo sommerge di ricordi ossessivi, che tornano, che non lo lasciano in pace, che picchiano anche il lettore. Roth è punitivo, ridondante, presente. Per Roth lo Svedese è un’allegoria, di un America compatta e granitica. Ma non è solo un’allegoria. Se lo fosse il romanzo non sarebbe quello che è, uno scritto che tocca nel profondo, insinua il dubbio sui contorni del territorio che controlliamo, sui limiti, non solo dello Svedese biondo e della superiorità fatta di denaro, di concretezza e, se non pure di armi, di buone intenzioni del nuovo continente, ma di ognuno di noi, ad ogni latitudine in cui ci troviamo a passare la nostra esistenza. Ci pone di fronte alla consapevolezza di quanto poco possiamo in fondo influire sulla vita degli altri, anche di chi amiamo di più, anche di chi accompagniamo nei primi passi. Strade ben tracciate non ce ne sono mai state, solo a volte forse, in genere si calcano sentieri appena segnati, indicazioni più o meno vaghe di fronte alle mappe confuse del mondo.
    Ci suggerisce quanto la vita ci possa stupire e annientare con una sterzata, una frenata improvvisa: la vita, diceva Lennon, è quella cosa che accade quando noi facciamo progetti, malgrado i nostri progetti. E allora ci lascia indifesi e nudi, mai preparati, increduli, non diversi dallo Svedese, anche se siamo forse più relativisti, più possibilisti e approssimativi, da buoni europei contemporanei, privi di tante certezze.
    E poi, al di là di ogni discorso simbolico o universale, non ho potuto fare a meno di ripensare al dolore di chi l’ha vissuto veramente, questo dramma, la paternità o maternità di chi si macchiava di sangue per un obiettivo da raggiungere con un mezzo terribile e folle, fuori del tempo, la lotta armata. Da noi, tra i tanti, un politico stimato.

    ha scritto il 

  • 5

    Descubrí tarde a Philip Roth. Hasta no hace mucho era uno de esos autores que tienen varias obras en las estanterías de bolsillo (por las que acostumbro a navegar con cierto deleite). Empecé por el pe ...continua

    Descubrí tarde a Philip Roth. Hasta no hace mucho era uno de esos autores que tienen varias obras en las estanterías de bolsillo (por las que acostumbro a navegar con cierto deleite). Empecé por el pecho, aunque quizá no fuera la mejor manera de empezar. No por su calidad, sino por concentrar la esencia del autor en una dosis muy pequeña. Era demasiado niño para ese trago. En cualquier caso, sirvió para que se desplegaran las puertas de un autor del que admiro algo que casi ninguno tiene. Cada lectura me maravilla por un aspecto distinto. La mayoría de “mis grandes autores” lo son por una o dos obras”. El resto comparten su esencia, pero solo consiguen acompañar a las grandes obras a la zaga.

    No es el caso de Roth. Si fuese un cantaor dirían de él que domina todos los palos.

    Pastoral Americana es una obra redonda. Inclasificable por las cotas de excelencia que alcanza. Y ello a pesar de que la sinopsis no le hace un gran favor. Probablemente porque es demasiado complejo sintetizar de qué va. Es un universo en sí mismo, una novela total que no pretende serlo. Con sus dosis habituales de Rothalidad (toma palabro) el núcleo de la obra queda para quien todos consideraríamos un triunfador. Físicamente envidiado, popular; el “sueco” Levov es lo que todos los chicos del instituto querrían ser. Tras el transcurso de los años se convierte en el yerno perfecto: empresario que sigue la cadena familiar con éxito y marido y padre ejemplar. Roth nos habla de esta máscara. Pero sobre todo desgrana todo lo que existen tras las máscaras de la obediencia, de lo que hay que hacer. Y lo hace en base a unos personajes construidos con tal perfección que en más de una ocasión he estado tentado de buscar en Google sus fotografías. Parecía imposible que no existieran.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro lungo, difficile, che però regala passaggi che pugnalano. Penso sia uno dei libri più realisti che abbia mai letto, non tanto per la storia quanto per la caratterizzazione dei personaggi. Il ...continua

    Un libro lungo, difficile, che però regala passaggi che pugnalano. Penso sia uno dei libri più realisti che abbia mai letto, non tanto per la storia quanto per la caratterizzazione dei personaggi. Il modo in cui lo svedese si rende conto che la vita che ha creato con tanta premura, facendo tutto quello che era giusto fare e che ci si aspettava da lui, si sgretola è così reale ed amaro da rendere la lettura insopportabile in alcuni tratti.

    Letto in inglese, in alcuni tratti difficile cogliere i riferimenti al New Jersey e alla vita così profondamente made in USA, ma le tematiche trattate e le reazioni e i sentimenti umani universali.

    ha scritto il 

  • 5

    La sconfitta dei buoni

    Questo romanzo mi sta appassionando; eppure non lo sto leggendo di getto e con assiduità: è troppo pesante, troppo denso per poterci entrare d'istinto. Ci vuole il suo tempo: 5, 10 pagine al giorno e ...continua

    Questo romanzo mi sta appassionando; eppure non lo sto leggendo di getto e con assiduità: è troppo pesante, troppo denso per poterci entrare d'istinto. Ci vuole il suo tempo: 5, 10 pagine al giorno e non di più. Eppure non si perde il filo.
    La storia (sono poco più che a metà) è ricca, come in tutte le opere che vogliono parlare di vicende personali e sociali insieme.
    Nel mio personale rapporto con l'opera viene fuori in primo piano la sconfitta della ragionevolezza, della buona intenzione, della razionalità. Questi atteggiamenti, incarnati dallo Svedese, sono così innati in lui (nonostante un padre arcigno e duro) che lui li ripropone con tutti:
    Levov è il Principe Azzurro, chi non si immedesimerebbe con lui? Chi non vorrebbe essere lui? Lui infatti è il modello di uomo occidentale perfetto: onesto, devoto, sportivo, corretto... Eppure fallisce.
    (segue...)

    ha scritto il 

  • 0

    Difficile

    Lettura difficile sia nella forma che nella sostanza.
    Nella forma perché Roth, se pur magistralmente, tende a divagare su argomenti non centrali alla storia dedicandogli interi paragrafi e scavando mi ...continua

    Lettura difficile sia nella forma che nella sostanza.
    Nella forma perché Roth, se pur magistralmente, tende a divagare su argomenti non centrali alla storia dedicandogli interi paragrafi e scavando minuziosamente in particolari non sempre interessanti e stimolanti; inoltre la sua e' una prosa che necessita di una lettura lucida e attenta, mi capitava di leggere la sera prima di addormentarmi e il giorno dopo non ricordarmi cosa avevo letto e dover riprendere.
    Nella sostanza perché non essendo io né ebreo, né americano credo di aver "capito" il libro solo superficialmente ed essermi perso molto di quello che invece Roth ha voluto raccontarci.
    Molto bello, ma non per me

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    La caduta del Sogno Americano

    pastorale
    pa·sto·rà·le/
    Appartenente o riconducibile a un genere letterario e musicale ispirato a una visione più o meno convenzionale o simbolica della vita rustica.
    Pastorale Americana è la ricostru ...continua

    pastorale
    pa·sto·rà·le/
    Appartenente o riconducibile a un genere letterario e musicale ispirato a una visione più o meno convenzionale o simbolica della vita rustica.
    Pastorale Americana è la ricostruzione fatta dallo scrittore Nathan Zuckerman (abituale alter-ego di Roth) della caduta di Seymour Levov "Lo Svedese", il "ragazzo ebreo che avrebbe voluto essere un ragazzo americano al cento per cento", l'alto-bello-biondo-campionedifootball-campionedibaseball-campionedibasket-maritodimiss-riccoimprenditore-bravuomo rappresentante del grande eroe Americano.
    La storia di una caduta, quindi. La caduta del velo che ci mostrava il grande sogno americano, che ci insegnava che se lavori abbastanza puoi farcela, che ci illudeva facendoci credere che noi siamo artefici del nostro destino, il velo dipinto che ha costruito il pensiero del più grande paese del mondo, l' "home of the brave" e dietro al quale si cela solo un'umanità dolorosa vittima di un destino incomprensibile, ingiusto e crudele.
    È facile leggendo il romanzo vedere in Levov il prototipo di una certa America ed estrapolare dalla sua storia la "Storia" intera di quegli anni. Le violenze delle comunità di colore nel New Jersey, la guerra del Vietnam e i movimenti pacifisti, la controcultura, l'ascesa e la caduta di Tricky Dicky Nixon, la difficile strada verso l'integrazione razziale, la coesistenza di culti diversi.. Ma a parte questo aspetto, comunque fondamentale per costruire il grande affresco della contro-america di Roth, ciò che colpisce la mia sensibilità di lettore è il tentativo del nostro Zuckerman di interrogare l'uomo alla ricerca di risposte. Risposte che naturalmente non esistono. E cos'è il romanzo se non un interrogatorio? Uno scavare negli anni, nella memoria, negli eventi, negli animi? Un tentativo disperato di trovare risposta ad una unica domanda: Perché?
    Perché le persone fanno quello che fanno? Perché gli eventi vanno in un certo modo? Perché se mi comporto bene non c'è il paradiso? Perché devo mangiare Gesù? Perché io ti amo e tu non mi ami? Perché ho sbagliato? Perché fare i concorsi di bellezza o allevare vacche? Perché invece di fare il campione di baseball cuci guanti? Perché balbetti? Perché c'è la guerra? Perché non dovrei stare dove mi piace? Perché non dovrei stare con chi mi piace? Non è tutto qui, questo paese? Non è questo che significa essere americani? "Ma cos'ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c'è di meno riprovevole della vita dei Levov?"
    Non c'è redenzione perché forse non c'è peccato. O se c'è peccato non c'è punizione (il padre di Jerry e Seymour non può capire come tutti quei divorzi possano portare ad una vita di benessere e successo). Questo vuol dire forse che non ci sono valori? O magari ci sono valori sociali (l'1 più 3 di Merry è e rimane inaccettabile) ma non valori assoluti? Ma qualsiasi tentativo di comprensione è inutile, perché Roth ci avverte che "...capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male."
    La prosa di Roth è difficilmente descrivibile; un fiume di parole, tutte inutili ma nessuna superflua, un rigurgito di pensiero che si avviluppa su se stesso, un monologo interiore in terza persona, subordinate che contengono incisi che contengono incisi che contengono incisi, una rincorsa per rimettere insieme brandelli di parole e di carne dopo un'esplosione. E negli ultimi capitoli con tutte le coppie di coniugi presenti si gonfia in un concertato fatto di voci diverse, di pensieri, di memorie, tutte che si sovrappongono, forte-piano, che si uniscono, si riallontanano, si ricompongono nel pensiero di Levov secondo Zuckerman. Un Roth in stato di grazia.
    Un grande romanzo moderno che ci ricorda (come se ce ne fosse bisogno) che l'Arcadia, non c'è più, non c'è mai stata. E non ci sarà in futuro. Quindi se vogliamo tentare di stare bene non ci resta che prendere un bel respiro, tuffarci nel vortice dell'esistenza e sperare. E se dovesse andare male? Beh, se siete americani c'è ancora una speranza, un'oasi nella quale rifugiarsi. Come quale? Il Giorno del Ringraziamento! "...un tacchino colossale per 250 milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell'anno. Una moratoria su ogni doglianza e ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano l'uno dell'altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattro ore."
    Voto: 8,5

    ha scritto il 

  • 5

    Con vent’anni di ritardo capisco finalmente anch’io perchè tutte le volte Roth entra papa nel conclave di Stoccolma e un po’ meno perché ne esce sempre e solo cardinale. Forse perché la storia è davve ...continua

    Con vent’anni di ritardo capisco finalmente anch’io perchè tutte le volte Roth entra papa nel conclave di Stoccolma e un po’ meno perché ne esce sempre e solo cardinale. Forse perché la storia è davvero inconcludente e farsesca, come ci insegna questo romanzo, che – ironia nell’ironia – ha un protagonista soprannominato lo Svedese. Il quale, peraltro, di svedese ha solo la mascella vichinga: ebreo di Newark, polisportivo con preferenza per il football, il nostro eroe calza il suo essere americano come uno dei guanti preparati a regola d’arte nella fabbrica ereditata dal padre e portata avanti con passione una volta subentratogli nella direzione (a tratti, sembra di sentire parlare il Faussone di Primo Levi). Un uomo così, capace – si dice a un certo punto – di “amoreggiare con la propria vita”, sarebbe stato perfetto nei panni di Capitan America, se la guerra non lo avesse appena sfiorato, così come la futura moglie sfiorerà a sua volta, nel ‘49, il titolo di Miss America, dopo essere stata eletta reginetta del New Jersey – lei che invece è cattolica e di origine irlandese. A raccontarla così sembra un’oleografia, l’incipit di una storia senz’anima, patinata come una rivista illustrata dedicata agli hobby tipici dell’american way of life, stucchevole come un santino sulla vita di Giovannino Semedimela, che non per nulla lo Svedese elegge a proprio modello di vita. E probabilmente verrebbe fuori proprio una storia di barbecue, tacchini e palle da baseball, se Roth non si cimentasse nel crudele esercizio di offrire profondità alla superficie pura dell’immagine, proiettando attraverso il prisma di una vicenda personale la parabola storica dell’America tutta, la cui autorappresentazione vincente sbiadisce progressivamente come i colori di una vecchia foto, fin quasi a rendersi irriconoscibile. Ciò che più colpisce è la totale padronanza che Roth dimostra della scrittura, con quel suo continuo andirivieni lungo un asse temporale che ha il suo cuore nel periodo compreso tra Hiroshima e il Watergate, in cui motivi appena accennati all’inizio dell’opera ritornano con il fragore di un ampio movimento a pagine e pagine di distanza, senza mai perdere il controllo di un racconto che, invece, sta proprio lì a dirci che nella storia non c’è mai davvero nulla di controllabile. «Essere vissuti: e in questo paese, nel nostro tempo, e da quelli che eravamo. Stupefacente» - questa sarebbe dovuta essere la morale della favola, pregustata nei giorni inebrianti del dopoguerra. E invece, «in un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto». Tollerante, aperto, pieno di premure verso la famiglia, innamorato del suo paese, icona di una vita “come si deve” e sinceramente incapace di comprendere le ragioni di chi la rifiuta, a cominciare dalla figlia divenuta bombarola negli anni del Vietnam, lo Svedese scopre poco per volta, suo malgrado, «che siamo tutti in balia di qualcosa di impazzito», che «tutto è orribile», che l’identità che uno faticosamente cerca di costruirsi mediando fra le generazioni non è che una parodia di integrità, sotto cui ribolle un irresponsabile e indefinibile caos: «la gente, dappertutto, si alzava in piedi urlando: - Questa persona sono io! Questa persona sono io! – Ogni volta che li guardavi si alzavano e ti dicevano chi erano, e la verità era che non avevano, non più di quanto l’avesse lui, la minima idea di chi o che cosa fossero. Credevano anche loro ai segnali che lanciavano». Per questo, pur essendo un libro lucidamente pieno di America – con lo Svedese a giocare in vitro la parte che è stata di Kennedy nella coscienza nazionale – questo non è solo un libro sull’America. É la storia di come tutto può sfuggire di mano, senza che si riesca a far niente per evitarlo: «aveva creduto che per la maggior parte fosse ordine e che solo una piccola parte fosse disordine. Aveva capito a rovescio».

    ha scritto il 

  • 5

    Libro bellissimo, di non semplice scorrevolezza, ma scritto magistralmente. La decadenza di un'epoca e di una famiglia, il doloroso percorso dell'anima di un uomo che avrebbe potuto avere tutto dalla ...continua

    Libro bellissimo, di non semplice scorrevolezza, ma scritto magistralmente. La decadenza di un'epoca e di una famiglia, il doloroso percorso dell'anima di un uomo che avrebbe potuto avere tutto dalla vita e si è ritrovato con una valigia colma di angoscia da trascinare fino alla fine dei suoi giorni. Eppure l'ho letto tutto di un fiato, senza riuscire a distogliere i pensieri da questa tragica storia umana

    ha scritto il 

  • 4

    Fermo restando che questo romanzo ha degli elementi di genialità e dei momenti indimenticabili, ha anche a mio parere una grande pecca: è dispersivo. Ogni tanto Roth parte con una digressione e a volt ...continua

    Fermo restando che questo romanzo ha degli elementi di genialità e dei momenti indimenticabili, ha anche a mio parere una grande pecca: è dispersivo. Ogni tanto Roth parte con una digressione e a volte è interessante, altre non molto (si va dalla storia dell'industria guantaia a quella di un"importante" famiglia del New Jersey, alla flora e fauna locali). Tutto questo rallenta drasticamente la velocità di lettura e la trama ne viene "sfilacciata" ed è un peccato perché la storia dello Svedese che cerca sempre di agire sempre nel modo giusto è davvero interessante soprattutto quando viene messo a confronto con quella esplosiva (in ogni senso) di sua figlia Merry.
    Il finale è quanto di più inaspettato uno si possa immaginare, ma anche in questo c'è del genio.
    3* per le digressioni, ma 4 di certo per la trama è le sue evoluzioni inaspettate.

    ha scritto il 

  • 4

    Il mio primo approccio a Roth è stato con questo libro. Pastorale Americana mi ha catturato. Ma non scioccato ecco, nei contenuti. Roth ha una tecnica sopraffine e particolare. Il narratore in prima p ...continua

    Il mio primo approccio a Roth è stato con questo libro. Pastorale Americana mi ha catturato. Ma non scioccato ecco, nei contenuti. Roth ha una tecnica sopraffine e particolare. Il narratore in prima persona ma non sempre lo stesso. Meraviglioso. Felice di averlo letto ora, in un momento della mia vita dove il fallimento in una vita apparentemente perfetta mi faceva sentire piuttosto a disagio.

    ha scritto il 

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